Barbarie.

Branchi in acciaio e ottone
arginati da vagiti di pietà
come serpi in un lago di bile
strisciano decisi e impassibili
verso un nuovo nome da scolpire
una mano su cui non contare
un vecchio respiro da omettere
come un vestito lacerato e liso.
Tacevo.

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La schiava Sarda – pt. 5

«Es gibt nur zwei gute Weiber auf der welt», sibila sottovoce, con compassata ironia, il tedesco. «Die Ein ist gestorben, die Andere nicht zu finden».
Francesca non ha capito, ma non ha intenzione di chiedere spiegazioni. Si limita ad allontanarsi.c57a8293-9452-4509-b563-db6d12fed718

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La schiava Sarda – pt. 2

«Arrivo!» annuncia Jürgen.
«Sì, Signore», risponde la schiava, distendendo un tappeto ai piedi del letto e inginocchiandosi.ed41b952-d5d4-4848-8d40-520ae4412cef
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Crononauta!

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  • immagine presa dal web

I bambini fanno dei disegni. Disegnano quartieri, città e altre inutili cazzate che poi le madri appendono al frigorifero con la calamita di Spongebob. I bambini disegnano tutto, ma non i parrucchieri. Nei film i cattivi fumano, ma si tagliano i capelli da soli. Dal parrucchiere vanno solo i mafiosi, e qualche crononauta che torna indietro nel tempo. Mi manca il mio parrucchiere. Un tempo, quando avevo le palle girate, andavo dal parrucchiere. Poi è morto, e ho cominciato a tagliarmi i capelli da solo. Come i cattivi. Non amo lo sport, e per questo non vado dagli altri parrucchieri. Non mi va di parlare di calcio con chi sa parlare solo di calcio. Sarebbe come far sesso con un altro uomo che, tra l’altro, scopa di continuo. Non basta un argomento in comune a far conversazione, né basta argomentare per conversare. Quelle sul saper parlare di tutto sono solo socio-cazzate da psicologo. Io apprezzo le compagnie silenziose… per questo amo l’alcol. E no, non esiste un parrucchiere dove mi troverei meglio. Non credo alle eccezioni. Mi taglio i capelli da solo, tanto ho tempo: lei manca spesso. Sono fidanzato con una prostituta, ed è un notevole vantaggio: non ho il dubbio che mi cornifichi o meno. Però mi ama, ne sono certo. Dubito che stia con me per il sesso. È sensato, anche se mi mette ansia. Sono un ansioso. Prego di continuo, ma non credo in Dio. Io non prego per devozione, ma per superstizione. È una bella differenza. Intanto i bambini disegnano; i bambini disegnano quartieri senza parrucchieri. E il sole che sorride.
Imparate che il sole non sorride; imparate a far colazione; imparate a scrivere al buio; imparate a sognare a luce; imparate a memoria l’orario dei treni; imparate a tagliarvi i capelli da soli.
Sono sei anni che aspetto l’Autobus, ma non è ancora passato. Ma ho tagliato tante volte i capelli!

Vittima 14

C’è una vecchia canzone dei R.e.m., che adoro, le cui liriche parlano di talune parole particolari. La conosci?

Il mio vicino di casa, quando ero bambino, possedeva un Dobermann.
All’epoca, la razza canina tedesca aveva una nomea di pericolosità, e non era ancora di moda, come invece si usa oggi, lasciar aggredire i propri figli da ferocissimi Pitbull.
Il Dobermann, che non aveva né gli occhi rossi né la bava alla bocca, si chiamava Sansone. Lo so, Sansone in teoria è un alano (senza “h” davanti), ma quanti gatti conosci che si chiamano Pippo? E quanti pastori tedeschi che si chiamano Pluto?
Ecco, il Dobermann, che non abbaiava come nei film comico-polizieschi con Eddie Murphy e Brigitte Nielsen, si chiamava Sansone e, ironia della sorte, aveva una strana predilezione per i postini; un poco come l’alano dei cartoni.

Ops, quasi dimenticavo: Sansone, che era un Dobermann e non un alano, aveva l’ano.
Non ridi?
Dovresti ridere. Sto raccontando, senza risparmiare gioviale ironia, un aneddoto divertente.
Lo so, forse l’averti rinchiusa in una gabbia non è stato divertente; né lo è stato costringerti a mangiare cibo per cani per quattro giorni.
Sono un tipo singolare, un assassino molestatore sadico dotato di originalità; per quanto non sarò mai creativo quanto il mio vicino di casa che, come già detto almeno altre due volte, chiamò il proprio Dobermann, come un alano.
Già che siamo in tema: come sta il tuo ano? Il salsicciotto in gomma, che ci ho infilato con invereconda brutalità due giorni fa, ti disturba?

Sanguini ancora?
Ecco un aspetto che detesto di alcune vittime: l’assenza sangue.
Non è cortese non sanguinare. Come non lo è non piangere, implorare o gridare per il dolore.
Non è semplice ingegnarsi per concepire trattamenti sempre più agghiaccianti.
Mettiti nei miei panni: passo intere serate a riflettere sulle atrocità da destinarti, e non è un compito lieve.
L’idea di fondo, che poi è quasi un asintoto di brutalità, è spingersi verso sevizie il cui ricordo renda insonni e frustranti le notti dei parenti delle vittime.

Per questo, e altri motivi, ti fotografo con tanta cura, perché voglio che i tuoi cari possano passare un’esistenza tormentata dalla consapevolezza dell’inutile, e soprattutto ingiusta, sofferenza a cui ti sto esponendo.
E poi è una questione di rispetto: non posso trattare tutte le vittime alla stessa maniera; devo essere originale, se no diventate solo numeri, semplici statistiche. Sarebbe scorretto.
Non uccido numeri, ma persone, e ogni vittima deve essere ricordata per la modalità singolare in cui è stata tragicamente martoriata.

Comunque, tornando al Dobermann Sansone, avevo letto un libro che cominciava con una premessa particolare: i seriali, intesi come assassini seriali, spesso vivono soli. In fondo per trovarmi sarebbe sufficiente circoscrivere la ricerca a chi abita da solo e ha esperienze in lame e macellazione.
Forse gli investigatori non hanno letto il primo capitolo di quel libro, così come voi 14 vittime.

Ops, che sbadato: non ho concluso il discorso sul cane.
Tornando al Dobermann del mio vicino, ora ti mozzerò un piede e lo farò masticare a un Pitbull che, ironia della sorte, ho chiamato Dobermann.
Detto questo, sii cortese: sanguina, urla, piangi e implora, se no tutta questa violenza è ingiustamente sprecata.

Ti infastidisce se, nel mentre, canticchio una vecchia canzone dei R.e.m. le cui liriche parlano di talune parole particolari? Magari la conosci, fa così:

Vittima 15

Il trucco per salvarsi, in genere, è scritto nel primo capitolo.
Hai mai letto il primo capitolo?
Capita a volte che, per circostanze complesse, il giorno di festa non sia esattamente felice.
Potrebbe anche capitare di ritrovarsi da soli, ma non sempre, a volta Qualcuno, con la “Q” maiuscola, c’è.
Tu c’eri, anche se lui quasi non se ne accorse: fu una giornata dolorosa, una di quelle che tempo dopo, apprezzando le altre, si ricorda come un brutto momento.
A volte funziona come nei film della domenica pomeriggio, con due adolescenti, anche se quasi adulti, che si incrociano, vestiti con camicia e prendisole sottile, di fianco all’unico albero che cresce di fianco a un lago. Ed è tutto così incantato, dal sorriso di lei, al riflesso del sole negli occhi di lui.
A volte però, non sempre.

Quella volta Lei indossava una felpa di Topolino, tanto anni 80, e lui un vecchio maglione che metteva solo a casa, e solo se nessuno lo vedeva; ma lei non era nessuno e anzi, era l’esatto opposto.
Sorrise, anche se non doveva, e provò a farci l’amore, anche se non doveva, e si incazzò, anche se non doveva; anche lui si incazzò, e poi pianse, e poi disse di non aver pianto e poi… e poi Lei fece una promessa intensa e solenne.
E poi non piansero più, smisero di bisticciare e ricominciarono ad amarsi in modo maldestro e inconsueto. C’era così una volta una favola che, per quanto imbarazzante, iniziava senza un “c’era una volta”. Non è il caso però di dare importanza alle liturgie: conta la sostanza in fondo, e questa dovrebbe essere l’unica morale consentita.

Oppure è come quella barzelletta, quella dove chiedi retoricamente quale sia il più accogliente e lussuoso ospizio di Mosca; per la cronaca, è il Cremlino. Così, storielle russe a parte, è di nuovo 7 Gennaio, tanto tempo dopo. Il maledetto albero nei pressi dello scontatissimo lago aspetta una coppia in camicia e prendisole e, probabilmente, almeno una volta a settimana, non è singolare che questo fatto si verifichi.
Gli elementi in discussione nella fatalità dell’esistenza sono come uno straccio intinto di veleno: è forviante, perché magari è messo lì per smacchiare qualcosa e non per ammazzare qualcuno.
Nel mondo reale in fondo, in quello in cui si passano le feste in casa a maledire sui social le feste passate in casa, ci si è trasformati in giudici plagiati dagli stati d’animo.

La promessa?
Giusto, ci fu una promessa.
Venne mantenuta?
In parte sì, anche se in modo intransitivo e penoso.
Ma forse è meglio, la pena è lo specchio di questo periodo.
Ma rilassati, non userò lo straccio intinto di veleno su di te: quello lo uso per smacchiare il sangue dalle mie lame.
C’è dunque chi taglia i rami agli alberi, e chi invece amputa le braccia a partner casuali. A volte ne ha un motivo, altre volte è solo il finale alternativo di una fiaba e, altre volte ancora, è così e basta.
E ora ci starebbe un “e vissero tutti felici e contenti” ma non sarà il tuo caso.
Certo, se avessi letto il primo capitolo, ora ti salveresti.
Peccato.

Vittima 16.

C’è una vecchia storiella russa che, ogni volta che la ascolto, mi fa morire dal ridere: sai qual’è l’ospizio più accogliente e lussuoso di Mosca?

Ben svegliata.
Hai imparato la lezione? Lo spero.
La senti questa? È musica country. Adoro la musica country, rende più farsesco l’omicidio.
Ti piace la musica?
Noi psicopatici in genere adoriamo la classica; oppure l’heavy metal. Il country, in effetti, è molto grossolano.
Potresti appassionarti al country, sei ancora in tempo; se si è ancora vivi, ci si può appassionare a qualsiasi cosa.

Anni fa lavoravo in una fabbrica di cracker, e questo è un fatto singolare, perché io non amo i cracker, non amo le fabbriche e, soprattutto, non amo il lavoro.
Il cibo che inscatolavo faceva schifo, era davvero dozzinale, ma era venduto a un prezzo economico; inoltre ogni scatola conteneva un puzzle plastificato, anche se di soli 20 pezzi.

«Ti diverte la plastificatrice?», mi chiese un giorno il capo.
«Mi affascina», risposi con un sorriso complice.

Ne ho comprata una uguale, e ora plastifico le foto delle mie vittime e le ritaglio trasformandole in puzzle. Ai parenti lascio il diletto di ricomporre la figura originale.
Lo so, sono sadico.
Lo sono sempre stato, sin da piccolo: immaginavo di torturare persone a me care, senza una ragione particolare; pianificavo la morte altrui e non mi dispiaceva; sognavo che mi ammazzassero, ma questo pensiero non mi generava ansia; mi ribolliva il sangue per le mie stesse idee.

Come?
Dovrei andare a farmi fottere?
Sei coraggiosa, sei molto coraggiosa. Anche se stupida in realtà, non hai imparato la lezione e credo che allora ti mozzerò il capezzolo restante.

Una volta ero popolare. Poi non lo sono più stato; capita, capita quando non si è perseveranti, quando si crede di essere insostituibili. Le persone ci dimenticano, anche se non lo vorremmo.
Per questo non smetto di ammazzare.
Sarebbe un errore, verrei dimenticato e non voglio essere dimenticato.

Ora ti dico cosa accadrà.
Mi implorerai di non avvicinarmi, ma io lo farò comunque; poi tapperò la tua bocca con un grosso pezzo di cotone che, anche se ci proverai, non riuscirai a sputare; infine vedrò le tue pupille dilatarsi mentre, ancora da viva, comincerò a mozzarti la prima di quattordici falangi.
Nessuna fretta, hai tante falangi per dita.
Nessuna fretta.
E ora rilassati, non ho ancora cominciato, non amplificare il dolore prima ancora di recepirlo.

Anzi, ora ti farò ridere: sai qual’è l’ospizio più accogliente e lussuoso di Mosca?

Anna.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

Continua a leggere “Anna.”

Mi avete rotto il cazzo – Traccia 2

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Il mio paese era diviso in due parti, una alta e una bassa, separate tra loro da un dislivello di quasi cento metri. C’era una vecchia casa abbandonata, nella parte alta, con piccole porte e intonaco esterno scrostato; il tetto spiovente, con tegole scolorite o divelte dal tempo, si affacciava su un giardino di vegetazione ormai secca; sul retro i resti di un vecchio forno per quando ancora si faceva il pane in casa; sullo sfondo la vecchia e aspra montagna a ricordare che l’uomo non potesse costruire ovunque. Il camposanto si trovava invece nella parte bassa del paese, quella più moderna, isolato dal centro abitato da una stretta stradina circondata da due vigne ormai incolte. Durante il funerale di t cominciò a nevicare, a nevicare tanto. Mi affascinava la neve che non distingueva le tombe dei ricchi da quelle dei poveri, la neve che si poggiava dove trovava posto, indifferentemente. Anche le vigne vennero innevate, apparendo così meno abbandonate del solito. Ricordo il tetto spiovente della vecchia casa, ricordo che fosse coperto di bianco come quello delle altre costruzioni, e ricordo che l’unica differenza con queste fosse l’assenza di un camino fumante. In cuor mio, anche se magari non c’entrava nulla, associai quell’immagine a And Justice For All.
«Cade a pezzi», disse Y.
«Vedo», sorrisi malinconicamente, «tu che sei credente, hai pregato per t?»
«È un
segreto tra me e Dio», concluse, «cosa facciamo stasera?».
Quella sera avrei voluto collassare per risvegliarmi il giorno dopo perfettamente lobotomizzato. Non volevo passare un’altra notte a sognare t, n
é volevo partecipare ad altri incubi frustranti e disarmanti con lui protagonista: sognavo lui agonizzare e sua madre piangere; lo sognavo sul palco con noi, con il Jazz Fender color porpora; poi lo sognavo al bar, mentre si esaltava o bestemmiava giocando a Street Fighter II; lo sognavo non per malinconia ma per rimorso, ricordandomi la nostra ultima, e ormai frustrante, conversazione. Purtroppo non sempre ci si saluta in modo pacifico, perché i conflitti umani esistono, in particolare durante quel Can-can ormonale noto come adolescenza. La sola consolazione possibile è un bilancio complessivo del rapporto, distinguere cioè i momenti sereni da quelli di attrito sperando che i primi superino i secondi per quantità e intensità. t in fondo era un umano, e in quanto tale aveva difetti e vizi, nonché un’assoluta distanza da qualsiasi forma di pazienza prossima al concetto metafisico di santità. In sintesi era coglione tanto quanto noi e, per tale motivo, era un’utopia pretendere di non bisticciare mai. In ogni caso era ormai morto e sepolto, a differenza di Y che aspettava ancora una risposta riguardo il proseguo di quella giornata ammorbante. Era San Silvestro, l’occasione preposta per eccellenza ai bagordi, la notte in cui si esce sperando di scopare e non ubriacarsi, ma in cui si rientra ubriachi senza aver scopato.
«Io avrei voglia di non fare nulla», replicai, «ma se non esco mi ritrovo a casa di nonna a rispondere alle domande indiscrete delle mie zie».
«Mia madre scende a Cagliari per lavoro», propose, «ci sono i Lunapop».
«I Lunapop?», chiesi retoricamente, «vuoi davvero vedere i maledetti Lunapop?»
«Siamo messi
decisamente male stasera, vero?»
Risi e lo fece anche Y. Una settimana prima non avrei assistito a un concerto dei Lunapop nemmeno se
mi avesse garantito la certezza di fare poi sesso a tre con Luisa Corna e Manuela Arcuri; sia chiaro, intendo la Corna e la Arcuri del 2000, non quelle odierne. Ma in quel momento i Lunapop sembravano un’ottima occasione per prendere le distanze dal paese, paese che quel giorno puzzava, oltre che di vecchi ricordi, di morte e di cattività emotiva. A detta di Dostoevskij gli uomini si distinguono dal modo di ridere. Y aveva riso in modo sincero e determinato, come se volesse affermare il suo diritto umano alla felicità nonostante il recente lutto; io avevo riso in modo acre e istintivo, quasi non fossi pronto a farlo, in modo assolutamente sorprendente. Sembrava avessimo eluso la morte, anche se solo per un attimo. Un attimo, appunto, un attimo solo, prima che il mio sorriso scomparisse rapidamente. Avevo visualizzato mentalmente un’immagine terribile: vedevo t, seduto su una nuvola, che scuoteva la testa; era come infastidito dalla velocità con cui avevamo ripreso possesso della nostra spensieratezza. Mi sentii terribilmente in colpa, al limite dell’angoscia.
«Smettila!», gli intimai,
«siamo in lutto».
«Fottiti», replicò
Y, «posso fingere di non divertirmi, ma non voglio sentirmi in colpa se accade».
Segretamente, intimamente, il mio decennale ateismo sembra
va essersi arreso alla prima vera prova di indipendenza dal metafisico. L’emancipazione più complessa da raggiungere è quella legata alle nostre convinzioni radicate. Quando la tua infanzia è costantemente esposta a pregiudizi, bigottismo e superstizione, l’adolescenza diventa un momento di ribellione impulsiva: leggi tanto e riscrivi i parametri di tolleranza; ti crei una tua morale e lotti per l’emancipazione. Al liceo ti presentano Cartesio, e il Cogito Ergo Sum sembra aprirti una nuova prospettiva. 
È come se capissi qualcosa di te, almeno nelle sfumature più essenziali: cominci a ripetere che devi iniziare a pensare, perché più pensi e meno ti sottometti ai meccanismi sociali. È come se la tua testa viva una sorta di primavera dopo l’inverno del mommotti e del catechismo. Ogni confronto con gli adulti diventa una discussione adrenalinica. Ma il tuo subconscio è in quiete, pronto a colpirti sul più bello, pronto a rivoluzionare il tuo ateismo distillando lentamente superstizioni varie che per anni, appunto, ti sono state sottoposte. E che tu lo voglia o meno, cederai alle credenze del cazzo che ti ha ficcato in testa tua nonna quando eri ancora un bambino, anche se proverai a negarlo costantemente.

«Che programmi hai?», ribadì ancora Y, «vuoi passare i prossimi giorni o mesi a ripensare alla volta che tu e t siete quasi venuti alle mani? Aveva torto lui, torto marcio. Aveva torto come altre volte, e aveva torto perché in fin dei conti è sempre stato un merdoso opportunista viziato ed egocentrico. Era un egoista, perché solo un egoista muore a Natale. Noi ci dimenticheremo di lui, ma i suoi parenti? Sua madre credi che festeggerà nuovamente il Natale in futuro?»
Fra poco saranno sedici anni dalla morte di t. Sua sorella
oggi ha ventisette anni e non ha ricordi di lui che non siano legati ai malinconici racconti materni. È una ragazza alta e formosa, con capelli ricci tagliati corti, carnagione chiarissima ed efelidi diffuse: assomiglia al fratello quanto un cocker spaniel assomiglia a un coccodrillo. Ha avuto ragione Y, la madre di t non ha mai superato la morte del figlio e di fatto ha trasformato il Natale in una ricorrenza tabù. Ma per tutti gli altri, compresi noi, è arrivato, a volte prima, a volte dopo, il momento per associare nuovamente la settimana che da Santo Stefano porta al Capodanno semplicemente al cenone di San Silvestro. Il nostro paesino, quella notte, avrebbe festeggiato nonostante il lutto e nonostante il gelo. Erano state cancellate le manifestazioni pubbliche ma non quelle private. In fondo era giusto così, perché se per la madre era morto un figlio, e se per noi era morto un amico, per tutti gli altri era semplicemente morto un ragazzo. In piazza c’erano persone che parlavano tra loro in modo sereno, l’orologio della chiesa rintoccava le 17. Ebbi un flash della mia probabile nottata, parcheggiato a un angolo della tavolata a bere compulsivamente, in solitudine: bere per bere, tanto valeva farlo in buona compagnia.
«Vada per i Lunapop», conclusi dunque.
E l’alcol fu l’unica certezza indissolubile di quel maledetto San Silvestro: partimmo da casa promettendoci di bere tanto e rientrammo completamente ubriachi. Ma stavamo per fare qualcosa che avrebbe messo fine a un’amicizia che credevamo indissolubile.

…continua

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Anche ai coprofagi piace il bacon.

L’Olanda? In giornate come oggi ha un aspetto devastante. Ha quella faccia da ciccione appena sveglio, con gli occhi spiritati di chi mangerebbe anche merda se il cuoco la friggesse con il bacon. Che poi solo i ciccioni associano il lemma “bacon” alla pancetta; noi altri quando si parla di Bacon, pensiamo a Bacone, Francis Bacon, il filosofo inglese, quello che disse che la Verità è figlia del tempo. È vero in fondo, molte volte è sufficiente aspettare per constatare come davvero vadano le cose. In cucina il tempo è sovrano, sempre: se hai fretta, il cibo esce crudo; se sei lento, il cibo esce scotto o bruciato. Ma quegli stronzi la fuori mica lo sanno. Non pensano certo a Bacone quando si affollano sul vassoio dei croissant caldi, e sicuramente non apprezzano che siano cotti a puntino. E noi qui, pazienti e gentili, a farci insultare da questo ginepraio di pseudotossici invasati che scelgono l’Olanda per le prostitute e i cofè-shop. È tutto qui? Siamo solo puttane e droga? Per gli italiani sì. Vengono a trovarci solo per quello, perché sono troppo stupidi per accorgersi davvero di quanto sia meravigliosa questa terra. Ed è questo che li fotte, questo loro non rendersi mai conto del contesto in cui svolgono le loro attività preferite: litigare e protestare in modo chiassoso. Certo, non sono tutti così, ma le eccezioni sono talmente poche da diventare irrilevanti.

Lui è un’eccezione. Di chi parlo? Del tizio seduto al tavolo centrale, quello con i capelli rasati e con quella strana escoriazione al polso sinistro, escoriazione che nessuno probabilmente noterà. Lui è sempre silenzioso, fa la fila, non protesta ed è educato. Brav’uomo? Non saprei. Molti miei dipendenti sono suoi clienti e sinceramente credo che un pusher educato resti comunque un pericolo. Anche quell’altra è educata. Quella tizia lì, la bionda. Quella che sta entrando nella sala e sta raggiungendo il pusher al tavolo. La loro storia è interessante e ve la racconterei se la conoscessi o se avessi tempo o se avessi voglia. Ma mi chiamano in cucina, mi chiamano perché il latte è quasi pronto e non possiamo certo portarlo in sala senza prima sputarci dentro. Del resto agli italiani non piace che non si sputi nel cibo, perché non si sentirebbero a casa.

Dimenticavo: se vi interessa la storia del pusher e della bionda, la trovate qui. Gratis. Boh, approfittatene. A voi italiani piace la roba gratis no? Alla prossima.

  • Klepsydra è scritto a quattro mani con B. Polare

 
In alternativa Klepsydra lo trovate anche su Le Storie di B al seguente link:
LeStorieDiB