Memori di memorie.

Il prologo era suonato da chitarre scordate. Pittori in disaccordo partivano da vertici opposti del medesimo muro, scontrandosi così al centro del murales. Nel frattempo una mongolfiera planava sulla città, riflettendo i raggi solari violacei di un apocalisse nucleare. Dio quei giorni era partito in crociera, e topi grossi come Mammut banchettavano con quel che restava del genere umano. Nascosto in una condotta idrica abbandonata, leggevo vecchi fumetti e fumavo le mie Winston. Mangiavo muffa, bevevo piscio e bevevo il mio stesso piscio. Per tenermi lucido canticchiavo “Oh! Take me back to dear old Blighty, put me on the train for London Town: take me anywhere, drop me anywhere, Liverpool, Leeds or Birmingham, but I don’t care“. Come mezzo di trasporto avevo una vecchia Honda VTR. Non certo il meglio delle Superbike, essendo sempre stato un ducatista con sporadiche escursioni in Bimota. Ma quella avevo, e quella dovevo farmi andar bene.
Jackie venne a cercarmi poco prima del tramonto. Era una bella ragazza, abbastanza simile alla Druuna di Serpieri (se avete presente il genere). Contrariamente alle mie speranze, non sembrava disposta a spogliarsi di fronte a me. Mi chiese da bere, mangiare e fumare, ma non ebbe nulla. Le mie provviste scarseggiavano, e la bottiglia di bourbon che conservavo nello zaino la riservavo per occasioni notevoli. Sembrerà stupido non godersi la vita a poche ore da un’imminente apocalisse definitiva, ma la mia era una sorta di taccagneria ottimistica: speravo ancora che le cose cambiassero, anche se le probabilità che tale cambiamento accadesse oramai sconfinavano nel metafisico.
«Cosa ti porta qui?» chiesi infine.
«La mia radio è rotta», spiegò Jackie, porgendomi quindi una scatola viola grande poco meno di una stecca di Marlboro.
Era un vecchio congegno olandese, di quelli che compravi al supermercato, pagandolo quanto una decina di confezioni di Pringles. Credo andasse anche a batterie, ma non mi serviva smontarla per intuire che avesse la scheda fottuta. Era colpa delle temperature, ormai prossime ai 40 gradi anche la notte.
C’era una stazione non lontana, dove un vecchio apparecchio a valvole resisteva ai bombardamenti. Avrei dovuto indicarlo come destinazione, ma non lo feci. Sarebbe sarebbe stato inutile. Sorrisi a Samantha. Le chiesi se avesse un compagno e se fosse ancora vivo. Lei annuì. Mi parlò di Nicholas, il suo ragazzo del Kentucky. Mi raccontò che, contrariamente al sottoscritto, lui amasse soprattutto le Honda. Allora le regalai la mia rivista a fumetti. Speravo che lei e Nicky la leggessero assieme prima di morire. Oppure che la ignorassero perché impegnati a scopare.
Ripensai a mia moglie poi, morta da pochi giorni. Sorrisi, promettendo a me stesso di brindare all’eternità della sua anima quando sarei stato in punto di morte.
L’amore è eterno, più del ricordo.


Perdonatemi amici follower.
Nicholas Patrick Hayden era mio coetaneo, e oggi sentivo il bisogno di parlare finalmente di lui. Chi segue da tanto, sa quanto io amo e seguo le corse motociclistiche, non fossilizzandomi esclusivamente sulla MotoGp. Non sono mai riuscito a scrivere su di lui, perché sentivo una sorta di sciacallo. Posso assicurarvi però che in 36 anni di vita solo due volte mi sono commosso per la scomparsa di una celebrità: Scott Weiland e N. Hayden.
Mi piace pensare che oggi, al posto di Nakagami, non sarebbe caduto e avrebbe portato la Honda al trionfo nella 8 ore di Suzuka. Sarebbe stato un modo meraviglioso per festeggiare il suo 36mo compleanno.105edf695e1bc040cae22fd5980dd072-amazing-race-awesome

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La porno autostoppista.

Venti minuti di musica celtica, e i miei istinti omicidi sono più vivi che mai. Dovrebbe esistere una sorta di convenzione internazionale per la musica da ascoltare in viaggio. Guido nervosamente, piuttosto infastidito dagli altri utenti della strada. Ok, è domenica; ma questo non autorizza laggente a occupare la carreggiata con la propria maledetta Fiat Punto rossa, procedendo a 30 km/h in un rettilineo in cui potrebbero decollare gli aerei: vecchiddimerdallaguida come problema sociale irrisolto.
Un’autostoppista chiede un passaggio. Sembra Ornella Muti da giovane, anzi da giovanissima. Indossa un predisole grigio, sandali color crema e un elegante foulard da pornodiva anni 70. Comincio a fantasticare su di lei, ma temo non sia interessata a lasciarsi stuprare seduta stante: magari vuole prima conoscermi meglio.
«Perdonami per la musica celtica», mi giustifico non appena sale a bordo. «Ma ho perso una scommessa: sono obbligato a viaggiare con i Flogging Molly per una settimana».
«Capisco», afferma lei con le labbra carnose da bocchinara eletta da Madre Natura, probabilmente parafrasando sticazzi. «Anche io ho perso una scommessa», aggiunge facendo scorrere la cintura sulla scollatura. «E devo accettare i passaggi dalle teste di cazzo».
Mi piace il suo carattere, ma molto di più mi piace il suo seno: quarta coppa D. Vorrei chiederle come si chiama, ma ha un bracciale con il proprio nome; altrettanto vale per l’essere fidanzata, visto che indossa un enorme diamante da futuro marito ricco (e probabilmente cornuto); non mi informo sulle sue capacità sotto le coperte, tanto non sono uno da sesso canonico. Per tagliare, le dico, prendo un sentiero che si inoltra in una pineta. Ho già il cazzo duro alla vista di tanta inquietante intimità circostante, in quel luogo in cui nessuna persona sana di mente si inoltra. Mi piace Martina, così si chiama la bella autostoppista, e ammazziamo il tempo citando i peggiori film in cui i protagonisti viaggiano in auto: Scemo e più Scemo viene eletto il migliore dei peggiori. Un briciolo di candida goliardia ci avvolge mentre cantiamo “Un merlo, yeah, che, yeah, vola, yeah”. Poi ci fermiamo. Lei è tesa, ma riesco a stordirla in pochi secondi. Faccio solo fatica a reciderle la carotide, ma solo perché quella puttana non collabora. Me la scopo ancora calda. Le vengo sui piedi, come da costume. Mi dispiace fare scempio del suo cadavere con i Flogging Molly in sottofondo. Ma una scommessa e una scommessa, no?
Qualcuna di voi vuole un passaggio?

Amore dislessico.

E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze, sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata. Ma non dimenticherò ciò che ho da fare . Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciare l’eleganza accarezzata, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione. Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita.

Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita. Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciarti accarezzare l’eleganza, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione.Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata.

Mi chiami da te, vivo sguardo, ieri sera. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, suonava la tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità che hai usato nella tua vita, nei tuoi vizi, nelle tue passioni, nelle tue divertenti e ingenue debolezze. Sono impazzito alla birra, e al modo in cui incrociavi gli occhi frugando leggermente la nuca. Che spettacolo l’eleganza, lasciala accarezzare, così come la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo con cui ti sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, potuta massaggiare la nuca. E mi è piaciuto osservarti sorseggiare la tenerezza con cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come ti sono innamorato. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.

Mi sono innamorato di te al primo sguardo, ieri sera. Ho adorato il tuo profumo, il modo in cui ti muovevi sui tacchi, il suono della tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità con cui hai raccontato la tua vita, i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze. Mi è piaciuto osservarti sorseggiare la birra, e il modo in cui incrociavi gli occhi frugando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino. Che spettacolo l’eleganza nel tuo modo di fumare, così la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo in cui ti sei lasciata accarezzare, piegando leggermente la testa perché potessi massaggiarti la nuca. E sono impazzito per la tenerezza che hai usato nell’unire le tue labbra alle mie, respirando dolcemente. Purtroppo non ti ho chiesto né il numero di telefono, né dove vivi, né come ti chiami. Ma non ti ho dimenticato, né mai lo farò.

La gioviale attitudine al Blowjob di Miss Mary Chesterfield da Shurdington.

Senza titolo

Da piccolo mi appassionai alla tassidermia. Fu colpa del mio vicino di casa, Mister Edgar Alain Prost, che si fece venire un infarto nel marciapiede che affiancava la mia adorata Sir Fred Stuart Montgomery’s Street. E. A. Prost era il maniscalco locale, e pensai che il suo decesso avrebbe comportato perdite alla vendita di cavalli. Sbagliavo, l’industria locale del porno ingaggiò un nuovo abile maniscalco.
Tornado a quel giorno, il corpo inerme di Mister Prost, circondato da passanti preoccupati soprattutto che non piovesse e lo spaccio locale non finisse le riserve di tè, stuzzicò le mie fantasie. Sarebbe stato bello imbalsamare quel poveraccio, trattarlo come un papa o un vecchio faraone, e rendere immortale la spettacolare e ineccepibile mortalità di quel momento. Chiesi cortesemente il permesso di portarmi a casa quell’ammasso ormai inservibile di tessuti e organi prossimi alla decomposizione. Ma il poliziotto locale, Stg. Paul John George Ringo Pepper, scosse il capo.
«Non posso permetterlo», affermò con voce severa e paterna. «Prima dei tassidermisti, vengono i necrofili. Rispettiamo le precedenze, dioccane. E poi quel corpo è ancora caldo: sai quante settantenni adorano godersi l’ultima erezione di un cadavere? Rispetta le precedenze kid, rispetta le fottute precedenze, diopporco. Innanzitutto, le precedenze. Gadseivdequin!».
Al terzo “le precedenze” annuii. Mi sentii inerme e per certi versi preso in giro. Ero troppo giovane per il sesso. Sapevo di amici di amici di altri amici che sodomizzavano i feretri al Black Label Morgue cittadino, spesso prima del tè; ma io non avevo esperienza in merito, né conoscevo il sesso diverso dalla masturbazione. Inoltre, non avrei certo sprecato la mia prima volta con un cadavere. Tra l’altro a Shurdington, il nostro villaggio nella contea del Gloucherstershire, Tewkesbury Borough Council, era consuetudine ormai millenaria essere sverginati da un sacerdote cattolico irlandese, preferibilmente alcolizzato. Era un’usanza a cui tenevamo in parecchi, quanto le risse al pub e l’assegno di disoccupazione dopo il diploma. Non mi piaceva dunque discostarmi eccessivamente dalle tradizioni locali: temevo di figurare un reietto, o peggio ancora un sovversivo.
Carpito da questa, ma anche da molte altre preoccupazioni, decisi di fare due passi per la campagna circostante. Dove altro sarei potuto andare? Attorno c’era solo campagna e altra campagna. E pecore. E allevamenti di cavalli. E altre pecore.
Vagando, fumando una Winston rubata dal pacchetto paterno, portando a spasso la mia faccia presuntuosa condita dall’insolenza da undicenne, raggiunsi una vecchia casa che apparentemente sembrava abbandonata. C’era un enorme giardino a circondarla, anche se caratterizzato da piante secche, erbacce e quello che sembrava il rottame di una vecchia Aston Martin Ulster. La costruzione in sé era piuttosto inquietante: finestre con telai tarlati e vetri rotti; intonaco esterno completamente grattato via da incuria, intemperie e umidità; una grossa falla sul lato Nord Est della copertura. Quel luogo sembrava voler implodere su se stesso, ma mai senza schiacciare almeno quattro o cinque persone.
Varcai il cancello, sperando di individuare qui o là qualche rivista porno abbandonata. Capitava spesso di trovarne, in particolare in luoghi abbandonati. Avevo già il cazzo duro all’idea di farmi una sega, ma la porta della casa si aprì. Apparve una donna. Avrà avuto una ventina d’anni per gamba, e almeno altri trenta sul viso. Il suo volto era scavato, come se fosse affetta da tifo, tubercolosi: in realtà non dormiva da settimane.
«Cosa cerchi?» mi chiese con voce catarrosa.
Sollevai le spalle. Eppure la mia erezione parlava per me.
La donna allora, Miss Mary Chesterfield, si tolse la dentiera e mi raggiunse.

immagine presa da Qui

Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

Riflesso sul muro

Ti osservo nello specchio, ti ho osservata nello specchio. Sei bianca come un petalo di camomilla. Non ho letto i tuoi libri, ma ti ho vista in Tv: io cambio canale quando inquadrano te. Accettalo, quelli come me non si affezionano mai. Vivo fuori città, in un’altra città, dove i pusher sono gentili e le puttane ballano il cha cha cha. Ho un pupazzo di Topolino, la felpa di Pippo. Ascolta i Pantera e guido un Maggiolino. Sono solitario come un peschereccio nei giorni di pioggia. Se la megera ci becca, la passiflora si secca. I miei amici in fila per ordinare una birra, ma preferisco il piscio a una maledetta cameriera isterica. Oxford, Manchester e Parco Sempione, due dita di bourbon e un altro spinello. Riflesso sul muro, tra i poster dei Jam: il mod è morto, Paul Weller non lo è. Non esiste un concetto mai cantato da Vasco, e per la fisica o la filosofia studiate Battiato. Nelle nostre canzoni non canteremo mai “baby” o “love“, o altri concetti che non sono Punk. Ma a trent’anni imbracciamo la chitarra acustica, o peggio l’ukululele, e produciamo latte alle ginocchia non pastorizzato, nemmeno stoccato.
L’ansia in blister da dodici compresse, il gatto che preferisce Barry White alle mie coccole, l’ennesima fidanzata vegetariana che non mangia il mio uccello.
La chitarra acustica che arde nel camino. L’ukululele ficcato in culo al trentenne: ha rotto i coglioni con Somewhere over the rainbow. La band punk diventa dentista, maresciallo, disoccupato e moglie del disoccupato. Battiato in parlamento, Vasco ancora Vasco, Paul Weller sulla cresta dell’onda nonostante la crisi del genere mod. Riflesso sul muro, il testo dei Jam. Rollo ancora, mi sbronzo, Alexanderplatz, Bristol, Cardiff. La cameriera sbocchina un mio amico, la birra che ancora non arriva, il mio amico viene in bocca sulla cameriera. Compriamo un cactus, alla faccia della megera. Siamo soli come marinai all’alba. Vendo il maggiolino, vado al concerto degli Iron. Ho il feticcio di Minnie, Coed, ma mi farei Nonna Papera, Gilf. Stanco di vecchie mignotte, e spacciatori di crack, lascio questa terra per un’altra terra. Quelli come me non li dimentichi mai, lo ribadisco. Non hai conosciuto i miei amici, non mi hai mai visto bisticciare al Luna Park: o cambio argomento quando ne parli. Sei scura come una scure. Ti osservo nello specchio, frantumerò il tuo specchio.

S(ado)m(asochismo) o S(ega)m(entale)

La prima volta è stato un semplice “hai da accendere?”
La seconda un “ci siamo già incontrati?”
Quindi “ancora tu?”
E infine “Valentina, piacere. Ma forse ci siamo già presentati!”
Segue un “ok!” alla proposta di un caffè.
E infine, ovviamente, il caffè.
La peggior caffetteria di Cagliari, ma la cameriera più cortese del pianeta.
I soliti discorsi sull’università.
Attendere che la parola “fidanzato/ragazzo” venga o meno fuori.
Eventualmente domandare in modo indiretto la presenza di qualcuno nella sua vita.
L’alzarsi per andare a pagare, che oggi a quanto pare è un atteggiamento sessista, ma a me fa piacere ugualmente.
L’explicit “la prossima volta offri tu!”
La prossima volta che è una passeggiata al parco. – open SM
Un tentativo di bacio, piuttosto maldestro. Non era il momento forse, o non è quella giusta probabilmente. close SM
Metterla sul discorso “che musica senti?”, così cacofonico nella pronuncia e così arrendevole nella sostanza. Parlare di musica a un appuntamento è come farsi una sega durante una scopata, certifica l’assenza di opzioni valide.
Pensare di non chiamarla più, sparire, limitarsi agli auguri al compleanno e qualche like sui social network, quando li inventeranno un domani.
Concentrarsi sull’esame, deconcentrarsi dall’esame, concentrarsi ancora, deconcentrarsi, come ballo di un’eterna estate di fancazzismo.
– open SM Immaginarla sorseggiare il caffè e sorridere, e sorridere close SM –; – open SM immaginarla succhiare un cazzo ed eccitarsi close SM –, arrabbiarsi.
Nel frattempo smetto di fumare, incontro altre donne, adotto un gatto e mi ammalo: scopro di essere allergico ai felini, intollerante alle altre donne, e che la mia forza di volontà è inferiore al desiderio di tabacco.
Così ancora una volta al distributore automatico, per un pacco di Winston, tanto per sentirmi un Kurt Cobain non troppo più allegro, ma decisamente più vivo.
«Ancora tu?»
Sempre sola, sempre angelica nel modo di sorridere, sempre imbarazzante con quel grosso seno che nemmeno le felpe larghe riescono a celare. «Sei arrabbiato con me? Non ti sei più fatto vivo!»
E sentirsi illuminati da un qualche angelo custode pagano, un dio onnipotente della risposta pronta e del bocchino sicuro, l’eterea figura metafisica che protegge noi viandanti nei distributori automatici di sigarette. «Mi interessavi», ammetto con la franchezza da “tanto non ci vedremo più in futuro”, scostandomi in modo che possa comprare le Camel, se non ricordo male. E mentre inserisce le monetine nell’apposita fessura, non mi resta che completare la mia confessione: «e quando hai respinto il bacio, mi sono tirato indietro»
«Quando hai provato a baciarmi?»
Ed è questo il mio problema. Spesso ricordo cose che non ho fatto. O meglio, ricordo gesti che non ho avuto le palle di compiere, convinto di fallire. Per mia fortuna ho smesso di fumare… coff coff!

Just to…

Giorni in cui ti affacci al parapetto, scuoti il capo, e ripeti a te stesso che tre piani non sarebbero sufficienti a garantirti la certezza della fine di tutto. L’idea di berti un cocktail di varechina, ricordandoti poi che una lavanda gastrica risolverebbe il “problema”. Il dramma di un’esistenza asfissiante e ripetitiva; la carenza di certezze scossa ogni tanto da una scopata, magari da una buona birra, ma nulla di più. Piccoli soddisfazioni che pesano nulla in confronto alle gigantesche delusioni. E nessun passo in avanti che ti sembra davvero tale. Come quando metti su gli XX sperando che ti diano la forza di fare un passo specifico, molto più importante. Ma rendersi conto che nemmeno quattro piani sarebbero sufficienti. Ripensare ai cani, che vanno a morire lontano. C’è molta solitudine nella resa, credo abbia a che fare con l’abbandono. O forse con la consapevolezza. O con l’intimità. O nulla di tutto ciò. Passare dagli XX agli Smiths, fino ai Depeche Mode. Sentirsi parte del sistema con Everything Counts, molto più che con Another Brick in The Wall. Fumare, tanto chi se ne frega? E farsi l’ennesima birra. Invece nulla da iniettarsi in endovena, o da sniffare, o da respirare dal vaporizzatore. Sorridere all’ennesimo schiaffo di Ghirardi a Bombolo, trovare la vodka, brindare a un altro probabile inutile risveglio. Concentrarsi sulla forma della spalliera del letto. Ricordarsi che dormi in un matrimoniale, quindi osservarLa raggiungerti, sorriderLe.  Infine capire che non ti sentiresti felice nemmeno se lo fossi, nemmeno se avessi tutto ciò che aspiri a possedere. Non tutte le auto sono concepite per macinare migliaia di chilometri… non tutte le persone sono adatte a vivere a lungo. Alcune invecchiano in fretta, forse appagate dal dionisiaco. O semplicemente si rompono.

B(rigitte). B(ardot).

Sponge Bob in Tv, tè freddo sul tavolo, te calda sul letto. Uno scenario simile a un film con Penelope Cruz e Banderas. Ma io non sono Banderas, né tu la Cruz. Fumare tonnellate di Winston in attesa che ci venga voglia di sporcare un altro preservativo: i Pantera nelle stereo, mentre Patrick riesce a far la doccia alla lumaca. Mi guardo i dorsi unti di fancazzismo, così lisce e borghesi. Le unghie pulite di chi non mette da tempo le mani nel grasso. Tu sembri Bridgitte Bardot, anche se scopi meglio della Bulgari. Un enorme incendio estingue la sete di sapere dei cattolici, nonché il meglio del Peripato. Bob Marley tatuato sotto una frase di Vasco. T’immagini? No, non immagini, ma dormi. Sorrido e ripenso all’ipotenusa, ma solo perché le tue cosce sono cateti, e il mio angolo è retto dopo aver visto il tuo seno: battute da ingegneri. Metto in carica la macchina dei sogni. Un’enorme carrucola abusiva mi aiuta a sollevare il peso di tuttiggiorni, quello di cui parla laggente! Sorrido, penso a quel vecchio brano dei Modena… al passo un po’ rude della gente di mare. E a quel giorno di pioggia, in cui ti ho conosciuta. Al tuo primo sms, ma anche all’ultimo. Ti osservo dormire come se fossi morta. O come se fossi morto io, e vegliassi da fantasma sulla tua venerabile insofferenza. Non potrei stare con te per un solo secondo della mia vita, eppure me la prendo perché non vuoi stare con me. . Cani che mostrano i denti, messicani che cucinano piccante. Due medici di origini siciliane che canticchiano Vecchioni, mentre la canzone d’autore scivola indifferente tra i Fedez e i Rovazzi. Carcerati che osservano i figli da dietro le sbarre, fieri dell’amore incondizionato. E dall’esterno, libero eppure prigioniero, osservo il tuo nome che mi sono tatuato sul dorso dell’anima, ritoccato con ogni singolo “grazie” che mi hai dispensato nel corso degli anni. Eppure vorrei tornare all’ultima volta in cui ti ho incontrata per strada, o a poco fa, mentre ripulivi il tuo seno dalle gocce di sborra, o all’origine patologica di ogni singola nauseante ossessione che abbaglia il mio buon senso. O più semplicemente, frugherò nella tua borsa ancora una volta: hai mica un’altra Winston?