Zero.

Ci sono centinaia di treni che ogni settimana lasciano questi maledetti binari. Centinaia di treni che puzzano di pendolarismo o emigrazione. Una decontestualizzazione a quattro mori delle forze armate e del disagio giovanile. Tuttavia si fa la fila nei cessi; si fa la fila perché gli amabili vecchietti potrebbero essere pedofili travestiti da amabili vecchietti, e magari non restano a lungo in bagno per questioni di prostata, ma per pratiche onanistiche. Nel frattempo è finito il sapone. Disdetta.

Accendo il lettore, lo accendo mentre osservo il mio volto riflesso nello specchio sozzo di slogan all’uniposca e sborrate notturne. Parte Zero degli Smashing Pumpkins e tutto sembra migliore. Quindi la porta si apre e il bagno centrale si libera. Non c’è carta igienica, ma in compenso uno stronzo grosso quanto un gatto è parcheggiato sul lato della turca. Sollevo le spalle e abbasso la zip: cazzo fuori. Mi metto a pisciare direttamente sulla merda per vederla spappolata dal mio getto.

Mi laverei le mani ma il sapone è finito. Ho dei fazzoletti, ma non li ho qui, li ho lasciati a casa. Mi accontento del dorso dei miei jeans, tanto chi se ne frega di qualche goccia di piscio quando si possiede una lavatrice. Un passante mi chiede da accendere, ma non fumo. Una ragazza mi chiede qualche spicciolo per comprarsi un cappuccino: la accontento, anche se so bene che ci si comprerà una dose. Del resto non ha la faccia da cappuccino.

Una suora mi sorride. Ricambio nonostante la blasfemia sia uno dei miei hobby preferiti. Poi controllo, gli orari ignorando che stia cercando una partenza tra gli arrivi. Il bigliettaio mi guarda, mi osserva: è malato credo. Ha una di quelle malattie ai nervi che ti costringono a stare seduto. O magari no. Magari sono io che sto facendo casino tra i sintomi. Poi tossisco, osservo il dorso della mano e fingo di non vedere il sangue. Sono debilitato, respiro e sorrido. Non sono credibile.

Come per dove? Per casa no? Ho la faccia di chi torna a casa, il malumore di chi torna a casa, le occhiaie di torna a casa, lo scarso entusiasmo di chi torna a casa, il volto scavato di chi deve tornare a casa anche se non ne ha voglia. C’è una cappella, entro e mi inginocchio, anche se non sono molto credibile. Sono opportuno come un orso polare all’equatore. Chiamo, ma nessuna risposta. Forse il mio orgoglio mi rende sordo, o forse quel recapito non esiste. Non resisto.

Entro nella parruccheria di fianco. Non c’è nessuno, mi fanno sedere sulla poltrona. Mi mettono quel cazzo di camice che mi sembra una parafrasi del cappio e quindi arriva la fatidica domanda.

«Come?»

Non so rispondere. È da tanto che non faccio i capelli per me. Le ultime volte non dovevo tagliare troppo perché Lei si arrabbiava. Ma stavolta posso tagliarli quanto diavolo voglio. Sorrido amaramente. Ho gli occhi arrossati e la faccia stanca. Il parrucchiere non legge tra le righe e mi racconta una stupida a barzelletta a sfondo pornografico, che nonostante tutto mi strappa una risata. Ma non ho ancora risposto, diamine, e il barbiere non ha tempo da perdere.

«Zero».

Il mio riflesso, lo specchio sporco.

Puntate Precedenti:


Housemartins
Fun Lovin’ Criminals.
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Fun Lovin’ Criminals.

-We got all…
-…the time…
-…in the world.

Lei osservava la strada scorrerle di lato. Lui faceva cantare le otto valvole della Rover 100, aspettandosi, si crede, che improvvisamente la piccola utilitaria tuonasse cavalli in barba a qualsiasi principio della meccanica. Il profumo di vita era quello delle due casse di Barsalinga stivate a malapena nel bagagliaio. Vita che avrebbero potuto salutare superando alla cieca l’ennesimo trattore, senza sapere cosa gli avrebbe attesi oltre il lato oscuro della curva.

-Voglio la pizza a cena.
-Ok.
Love has in store.

Non c’era domenica senza pizza, come non c’era pizza senza la birra o birra senza la scopata della buonanotte. Poi lei tornava a casa sua e lui cominciava a occuparsi, di domenica notte, di tutte quelle incombenze sulle quali si sarebbe dovuto concentrare dal venerdì. Eppure non era mai tempo perso: il lunedì mattina la sveglia suonava un’ora prima e le pause dallo studio venivano ridotte; allo stesso modo il computer restava spento e il mercoledì si era recuperato un weekend passato senza considerare i libri.

-If that’s all we have…
-…you will find
-We need nothing more

Le pizze erano sempre due e rigorosamente diverse. Alla fine se le dividevano, così come facevano con le birre o con l’ultima sigaretta se si erano dimenticati di acquistarle. In sottofondo o gli Housemartins o i Fun Lovin’ Criminals, sporadicamente i Radiohead, ma raramente. Sesso solo con Fat Boy Slim. A volte si scambiava qualche parola con un qualche coinquilino impiccione, ma cercando di rimarcare tra le righe che la conversazione fosse uno sgradito diversivo e/o rallentamento alla scopata di cui sopra.

-Ti chiamo domani.
-Come sempre.

Lui non la osservava mai andarsene e anzi, non le dava nemmeno un bacio sulle labbra prima di congedarla. Era un atteggiamento che detestava, come detestava abbracciarla quando la rincontrava. Erano tutti atteggiamenti che gli ricordavano i film stucchevoli che provava a non guardare mai. Lei era diversa. Aveva un modo particolare di rubargli i baci o qualche sorriso, tanto che se voleva dirgli qualcosa di profondo, oppure tenero, sfruttava i testi di una canzone guardandolo intensamente negli occhi.

-Nothing more…
-…nothing less…
-…Only love.

E così le domeniche si seguirono l’una dietro l’altra, per qualche settimana, qualche mese, e infine quasi un anno. Lei smise di parlare attraverso i testi e un pomeriggio qualsiasi, di un giorno qualsiasi, lo prese per mano e lo dichiarò rapidamente ma dolcemente. Lui le sorrise e rispose. Poi si strinsero in un abbraccio e fecero l’amore come nei film, tanto che al risveglio erano carini e perfetti e a nessuno importava degli esami da preparare o delle bollette da pagare.

-E ora che ci siamo detti “Ti Amo” cosa facciamo?
-Ordiniamo una pizza.
-La prima pizza dopo un “Ti Amo”?

Le sorrise, prese il telefono e ordinò le due pizze e le due birre, poi fece mente locale su sigarette e preservativi.

Oggi hanno la smart nera che hanno sempre sognato e si tengono per mano osservando in lontananza le due bandiere che sventolano a sancire quel vento che non abbandona mai i sardi, né quelli innamorati né quelli disillusi. Oggi è domenica e, dato che è consuetudine ultradecennale, si pensa alla pizza, alle birre e, ovviamente, anche alla scopata successiva, anche se hanno smesso di fumare e non dichiarare i reciproci sentimenti.

-Cosa guardi?
-Quel ragazzo che scatta una foto.
-Ti assomiglia.

Ma la somiglianza è un concetto neurologico, una mera elaborazione di percezioni chimiche e fisiche elaborate a nostro piacimento. C’è chi passeggia su una spiaggia e chi fotografa due bandiere che sventolano con fierezza, c’è chi è innamorato e chi è disilluso. A volte ci si assomiglia perché si è imparentati; a volte invece perché uno dei due scrive una storia vagamente autobiografica, o magari perché si è curiosi di conoscere la nostra versione triste o, rare volte, quella felice.

-Every step of the way
-Will find us
-Cosa sarebbe successo se quel giorno non mi avessi detto di amarmi?
-Che non ne avrei avuto un’altra occasione.

E non aggiungono altro. Nel chiosco di fronte, quella sera, avrebbero suonato i Fun Lovin’ Criminals assieme a qualche altra meravigliosa bugia.

Episodio precedente:

Housemartins

 

Anna – Sterno/Nuca – Finale.

Mi chiamo Anna e sorrido a un passante. Ho quarant’anni, ma non  da sempre: una volta ero una bambina con i capelli rossi e gli occhi chiari. Poi a dodici anni sono diventata donna; a tredici ho dato il mio primo bacio; a quattordici ho cominciato a fumare; a quindici ho trovato l’amore; a sedici ho scoperto i Cranberries; a vent’anni ho preso un cucciolo di Labrador che ho chiamato Linger; a venticinque ho lasciato la facoltà di mediazione culturale perché il mio fidanzato me lo ha imposto; a trenta ho preso la laurea in Matematica e Fisica. A trentuno anni mi sono infine sposata. Il resto ve l’ho raccontato, quindi sapete che a trentadue anni abbia vinto il concorso come docente liceale, che a trentatré abbia preso un gatto che ho chiamato Ercole, che a trentaquattro sia rimasta inutilmente incinta, che a trentacinque mi sia tatuata una lumachina sul ventre e che a trentasei abbia smesso di fumare perché il mio subconscio preferiva pensare che mia figlia fosse nata morta per via delle sigarette e non per le percosse ricevute pochi giorni prima del parto. Ricorderete inoltre che a trentasette anni mi sia fatta un piercing all’ombelico e che a trentotto il mio ex, dopo avergli chiesto il divorzio, mi abbia sfregiata con una bottigliata. Ora ho quarant’anni e, come vi dicevo, sorrido a un passante.

Mi chiamo Passante e sono un vigliacco. Osservo una persona armata avvicinarsi a una quarantenne, e vedo che la uccide. Io sarò colui che soccorrerà la vittima, quello che denuncerà l’accaduto ma anche quello che non si  prenderà la briga di descrivere alle autorità un’omicida e un omicidio che ha visto benissimo. Sono un passante che non vuole essere un testimone.

Mi chiamo Anna, ho diciassette anni, non possiedo animali e sono fidanzata. Abito in un paese dove non succede mai nulla, fumo sigarette al mentolo e, quando ascolto Linger, penso al mio primissimo bacio con quel ragazzo che oggi è diventato il mio migliore amico. Paolo è l’unico a conoscenza dei miei lividi sulla spalla, sull’ombelico e non in un altro parte del mio corpo che mi vergogno di nominare; forse dovrei ascoltare i suoi consigli o forse no. So che Roberto non mi colpirà più, me lo ha giurato e mentre giurava piangeva. Un uomo che piange è un uomo sincero, no?

Mi chiamo Paolo ma vengo spesso chiamato Ercole, o meglio, è lei che mi chiama così, da sempre, da quando eravamo due bambini travestiti da adolescenti o viceversa, da quando quello che sembrava amore probabilmente era affetto fraterno, o viceversa. Piove, ma lei non esce di casa senza ombrello, mai, con quell’ombrello bordeaux che ci ha fatti ritrovare poco meno di un anno fa. Sorrido, sorrido perché ho appena visualizzato la foto mentale in cui Lei si avvicina per lasciarsi baciare mentre la chiamo Ebe, come facevo quando ci incontravamo per un caffè nel chiosco della facoltà di lingue. Tuttavia, anche se sono passati tre lustri, non dimenticherò mai il giorno in cui non si presentò: per questo sono preoccupato, perché ogni volta che non la vedo arrivare ripenso a quando la persi per la seconda volta.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire».

Bang.

Mi chiamavo Anna, avevo quarant’anni, possedevo un gatto e mi ero appena fidanzata. Abitavo in una città dove nevicava spesso, fumavo un tipo di sigarette che il tabaccaio mi metteva da parte e conoscevo a memoria tutti i testi dei Cranberries. Avevo una cicatrice sulla spalla sinistra, un piercing all’ombelico e un tatuaggio non vi dico dove. Insegnavo matematica e fisica in un liceo classico cittadino, avevo i capelli rossi e possedevo un ombrello bordeaux. Un regista ha girato un film sulla mia storia: è un gran bel film secondo i miei allievi, anche se credo che alcuni dettagli siano inesatti. La pellicola si conclude infatti con il mio ex marito che prima di sparare mi fa notare che una volta When You are Gone la cantassi per lui, ma non è vero, anche perché mi ha sparato alla nuca e non nello sterno.

I codardi, del resto, colpiscono sempre alle spalle.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla

2 – Ombelico

3 – Ventre

4 – Occhi

 

Nota dell’autore.
E’ la prima volta che un racconto mi prende tanto come è stato per Anna. E’ nata lunedì pomeriggio, 5 giorni fa, eppure mi sembra di conoscerla da sempre. Temevo che visto l’argomento trattato potessi crearmi delle antipatie invece credo abbiate gradito parecchio le vicende di questa ragazza. Vi ringrazio di cuore, come mai ho fatto in passato.
Carlo.

Anna – Occhi.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni, ho gli occhi celesti e ho una ragione per spiegare tutto quel che sono. Ho un fidanzato perché sono affascinante; possiedo un gatto perché sono accondiscendente; adoro la neve perché sono ottimista; fumo perché sono imperfetta; canto i Cranberries perché sono istintiva; adoro la matematica perché sono irrazionale; ho un solo tatuaggio perché sono selettiva; ho un piercing perché sono impudente; mi tingo spesso i capelli di biondo perché sono volubile e non mi importa se non ti sta bene, deve andare bene a me. Mi chiama Anna e oltre gli occhi celesti noterai una cicatrice sulla mia spalla sinistra e, tra le tante altre Anna che definiresti affascinanti, accondiscendenti, ottimiste, imperfette, istintive, irrazionali, selettive, impudenti e volubili, io sarò sempre l’unica ad essere stata sfregiata.

Sono la neve e ogni tanto mi poggio sulle spalle di una trentatreenne sposata e che possiede un gatto. Passo spesso da queste parti, mi piace abbassare le temperature diventando così un pretesto per scaldarsi con una sigaretta o con un abbraccio, e nessun brano dei Cranberries è abbastanza romantico come quando dipingo i parchi di bianco. Sono il motivo che porta le persone a coprirsi spalle, piercing e tatuaggi; sono il perché molte capigliature bionde, anche se tinte, sono costrette a rifugiarsi sotto una cuffia di lana. Sono la neve e spesso mi poggio sulle fronde prossime a un liceo classico cittadino, distraendo sia gli allievi sia gli occhi celesti di una docente di matematica e fisica.

Mi chiamo Anna, ho trentatré anni e abito con mio marito. Oggi spiegherò gli Insiemi finiti, io che di “infinito” conosco solo il concetto matematico, dato che tutto il resto infinito non è: come la neve che prima o poi si scioglie; come le sigarette che devi costantemente ricomprare; come la tinta dai capelli che lentamente scompare; o come una I liceo che già a metà Giugno non è più tale. Infinito come uno sfregio, un piercing o un tatuaggio; infinito ma non eterno, come il ricordo del mio adorato Linger.

Sono un ciliegio ma non cercarmi nella città in cui nevica spesso e in cui i tabaccai vendono le sigarette al mentolo. Faccio ombra però, faccio ombra a una trentaduenne che osserva il deserto di questa valle che nessuno vuole più coltivare da quando il fiume locale ha preso l’hobby di esondare per distruggere mesi di raccolto. Non è la prima volta che Anna viene a trovarmi e anzi, il mio tronco sorregge la sua schiena da parecchio, già da prima che vincesse il concorso ministeriale, prima ancora che scegliesse di abbandonare Mediazione Culturale per passare, anche se ormai venticinquenne, a Matematica e Fisica. Anna venne a trovarmi anche il giorno in cui il fidanzato le fece un occhio viola solo perché un collega metallaro le aveva dedicato Behind Blue Eyes… e sono conscio che non c’entri un cazzo, ma all’epoca Linger era ancora un cucciolo di Labrador.

Mi chiamo Anna, ho trentadue anni e osservo mio marito allontanarsi felice, seguito dall’inconsapevole Linger. Da queste parti nevica spesso e a volte mi chiedo se la neve decida o meno se e quanto colorare di bianco le nostre giornate, o se cadere per coprire i cadaveri di sigaretta che buttiamo vergognosamente sul marciapiede. Comunque, se non voglio ammalarmi, dovrei acquistare un ombrello, un ombrello robusto ed elegante, possibilmente femminile. Da bambina credevo che la femminilità fosse insita nella mia folta capigliatura; durante l’adolescenza pensavo fosse sufficiente mostrare l’ombelico; da adulta ho capito che, anche se hai delle belle spalle, agli uomini interessi soprattutto la fica. O forse per essere femminili sono sufficienti due occhi chiarissimi che trasmettono sensualità e fragilità. I miei sono occhi che oggi diventano rossi, oggi che è il più felice tra i miei giorni tristi, oggi che riceverò la lettera d’assunzione, oggi che il veterinario ci comunicherà che dovrà abbattere il cane, con grande gioia di mio marito.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire, ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire e inoltre tu non sei reale».

«Nemmeno tu lo sei e il tuo tempo è scaduto».

Bang.

Domani il finale.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla.

2 – Ombelico

3 – Ventre.

Anna – Ventre.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e non sono coerente: amo a dispetto delle cicatrici; possiedo un gatto nonostante preferisca i cani; adoro la neve ma non so sciare; detesto il sapore del tabacco eppure fumo; anche se conosco tutte le canzoni dei Cranberries, alla fine canto sempre la stessa; sono una rossa che passa spesso per bionda; non sembro tatuata eppure lo sono e insegno la materia meno coerente con la filosofia didattica di un liceo classico. Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e racconto la mia storia partendo dalla fine senza tuttavia rivelare il finale.

Mi chiamo Terzo e sono un capitolo nella storia di Anna. La protagonista è una trentacinquenne sposata che possiede un gatto di nome Ercole. In questa città nevica spesso, i tabaccai vendono le sigarette al mentolo e le emittenti indipendenti talvolta passano i Cranberries. Anna sente una mano poggiarsi sulla spalla, sorride malinconicamente e poi sospira osservando l’ombelico nudo mentre una sosia di Brody Dalle le tatua una lumachina sul basso ventre. E, mentre l’inchiostro penetra sotto la pelle, Anna prova dolore, un dolore fisico definibile “impercettibile” rispetto a quello emotivo che la dilania da tempo. Anna coabita con un dolore che cerca di ignorare provando a concentrarsi su come domani imposterà il discorso sulla Termodinamica.

Mi chiamo Anna, ho trentacinque anni e vivo con Ercole, con mio marito e, purtroppo, con nessun altro. Fuori nevica, ma piango; fumo malinconicamente una sigaretta, mentre la radio passa Ode To My Family. C’è mio marito alle mie spalle, mi consola e sancisce la sua presenza; la mia mano scorre dal seno verso il basso ma si ferma all’ombelico perché non riesco a scendere dove percepirei nuovamente il lancinante vuoto provato in questi minuti. Comincio nuovamente a singhiozzare ma non spengo la radio. Non la spengo perché sono stati i miei allievi a dedicarmi la canzone, loro, mie povere adorabili e, in questo momento, inconsapevoli stelline.

Mi chiamo Roberto e sono il marito di Anna. Mia moglie ha trentaquattro anni e in questo preciso istante tiene Ercole in grembo accarezzandolo sotto il collo. In questa città nevica spesso ma il bianco non è il colore predominante nella nostra esistenza, non quanto il rosso almeno: come quello del pacchetto delle sigarette che fumiamo entrambi; o come quello dei mirtilli che qui dentro non mancano mai. Mia moglie adora i baci sulle spalle mentre con una mano le sfioro l’ombelico e con l’altra le accarezzo la vagina. Anna insegna Matematica e Fisica in un liceo classico cittadino, ma stamane non ha parlato di Termodinamica perchè ha preferito offrire un gelato ai propri allievi. I diciassettenni ne hanno intuito il motivo, nonostante lei non abbia esplicitato alcunché, e alcuni tra loro l’hanno anche abbracciata ma, per mia fortuna, i medici nelle prossime settimane non saranno altrettanto arguti da capire che il livido violaceo vicino all’anca non sia frutto di una caduta.

Mi chiamo Anna, ho trentaquattro anni e sono la padrona di un gatto, la moglie di Roberto e … puntini di sospensione. Vivo di colori: come il bianco delle neve di questa città; come l’arancio del filtro delle mie bionde preferite; come il rosso dei palloncini raffigurati sulla copertina di Wake Up And Smell The Coffee; come il celeste che… puntini di sospensione. Sorrido, sorrido pensando ai pesi sempre crescenti che avrò la fortuna di sorreggere sulle mie spalle, sul mio ombelico e sul … puntini di sospensione. Domani sarà complesso interrogare Termodinamica, sarà complicato essere severa con i diciassettenni, anche perché insegno Matematica e non potrò non constatare che la distanza che mi separa da loro sia la stessa che separa loro da … puntini di sospensione. La devozione altrui è scegliere un pomeriggio estivo al parco perché … puntini di sospensione … il compromesso è non fare il bagno perché… puntini di sospensione … “amore” dovrebbe essere perdonare uno schiaffo perché so che lui è nervoso: ma mi sbaglio e dunque via i puntini di sospensione; maledetti merdosi e ipocriti puntini di ‘stocazzo. L’amore è quello che percepirò per nove mesi aspettando ingenuamente e inutilmente che una lumachina bavosa si appresti a rendere meravigliosa la mia miserabile esistenza di colori e violenza domestica.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire».

Ma mi manchi quando non ci sei…

Continua domani.

Capitoli Precedenti:

Spalla.

Ombelico

Anna – Ombelico

Mi chiamo Anna e ho quarant’anni. Ieri avete scoperto che possiedo un gatto e che, nonostante i miei trascorsi infelici, sono riuscita a innamorarmi ancora. Inoltre sapete che abito nella città dove nevica spesso, sapete che fumo sigarette al mentolo e sapete che adoro i Cranberries. Quindi, se nei pressi del liceo classico cittadino vedete una rossa con un ombrello bordeaux, probabilmente non farete fatica a riconoscermi, anche perché siete a conoscenza della cicatrice, del piercing e, anche se non si vede, del tatuaggio.

Mi chiamo diamante e, nonostante l’omonimia con un brano di Zucchero, sono il piercing nell’ombelico di Anna. Anna ha trentasette anni, possiede un gatto e sta divorziando. Abita in una città dove nevica spesso, ha ripreso a fumare e, se si parla di mirtilli, lei pensa ai Cranberries. Anna ama essere baciata sulle spalle, sul ventre e sulla fica, ma ultimamente non le va di farsi toccare. Gli unici complimenti che trova sinceri sono quelli dei suoi allievi di Matematica e Fisica, gli unici che trova privi di qualsiasi forma di sessismo o semplice opportunismo.

Mi chiamo Anna, ho trentasette anni e se siete miei amici su FB saprete già che possiedo un gatto e che sono sposata. I miei post sono ridondanti, sia quelli sulla mia adorata neve, sia quelli sul perché abbia smesso di fumare; e inoltre condivido costantemente sempre gli stessi video dei Cranberries. Mezz’ora fa ero sdraiata su una poltrona sterilizzata in attesa che un Capitan Findus tatuato mi perforasse l’ombelico per quello che è il mio primo piercing. Ovviamente non ne parlerò con i miei allievi, anche se so che i loro commenti sarebbero carini, come lo sono stati la volta che ho fatto i colpi di sole. Mi chiamo Anna e il mio ombrello giallo mi protegge dalla pioggia ma non dalle delusioni: come ora che vorrei fare una sorpresa a mio marito mostrandogli il diamante, mentre la sorpresa me la fa lui facendosi trovare a letto con un’altra. No, non sto piangendo: quelle sui miei zigomi sono gocce di pioggia.

Mi chiamo Ombrello e sono un regalo che ha reso felice una trentaseienne sposata che possiede un gatto. In questa città sono un oggetto indispensabile, lo sono perché nevica spesso e né smettere di fumare o cantare i Cranberries preserva da una polmonite. Sono un regalo di una III liceo nei confronti di una docente di matematica e fisica che, nonostante l’ossessione per la Termodinamica, è sostanzialmente corretta nonché solidale con i ragazzi: come la volta che si è tinta i capelli di verde, pur di difendere l’acconciatura di un’allieva.

Mi chiamo Anna, ho trentasei anni e possiedo un gatto perché mio marito è allergico ai cani. Abito in una città che spesso si ricopre di neve, ma non potete capire quanto sia stupendo passeggiare in mezzo al bianco con i Cranberries in sottofondo. I miei allievi invece ascoltano tutt’altro e anzi, nessuno tra loro conosce Linger; ma non è un problema, il problema è che spesso non conoscano la Termodinamica e allora devo diventare cattiva. Tuttavia non riesco ad essere crudelmente severa nei loro confronti: perciò a volte fingo di non sentire un suggerimento che dai banchi dovrebbe arrivare alla lavagna circumnavigando la sottoscritta in barba a tutti i principi dell’acustica. Al momento sono nervosa, sono nervosa perché mi hanno consigliato di smettere di fumare se voglio avere un figlio. Lo faccio volentieri anche se mio marito, nonostante la promessa, non farà lo stesso.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

Continua domani.

Puntata di ieri.

Anna – Spalla.

Anna – Spalla.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni, possiedo un gatto e sono fidanzata. Abito in una città dove nevica spesso, fumo un tipo di sigarette che il tabaccaio mi mette da parte e conosco a memoria tutti i testi dei Cranberries. Ho una cicatrice sulla spalla sinistra, un piercing all’ombelico e un tatuaggio non vi dico dove. Insegno matematica e fisica in un liceo classico cittadino, ho i capelli rossi e possiedo un ombrello bordeaux.

Mi chiamo Ombrello bordeaux e sono il nuovo ombrello di Anna. Anna ha trentanove anni, possiede un gatto, e si sta innamorando, anche se sostiene il contrario. Abita in una città dove nevica spesso, canticchia continuamente ed esclusivamente When You Are Gone e fuma un tipo di sigarette il cui profumo copre il mio odore di plastica. Ha un enorme cerotto che parte dall’orecchio sinistro e termina sulla scapola; c’è qualcosa che brilla sotto il reggiseno mentre umide labbra maschili baciano con passione una lumachina tatuata in prossimità della vulva. Anna ha i capelli tinti di biondo e stanotte sarà l’incubo degli allievi della III E che domani dovranno sostenere una verifica sui principi della termodinamica.

Mi chiamo Anna, ho trentanove anni, possiedo un gatto e odio il genere maschile. Abito in una città di cui apprezzo la neve, la mia bocca sa di tabacco mentolato e sto sorridendo perché la radio passa i Cranberries. Detesto chi domanda cosa mi sia fatta alla spalla sinistra, non mi disturba invece dare chiarimenti riguardo il piercing all’ombelico. I miei allievi ultimamente hanno trascurato la termodinamica, giorni fa ho fatto la tinta bionda perché ultimamente mi infastidisce il colore rosso e ho assolutamente bisogno di un nuovo ombrello. Mi chiamo Anna, odio il rosso e il genere maschile, ma sorrido involontariamente al commesso che canticchia When You are Gone mostrandomi un elegante ombrello bordeaux.

Mi chiamo ombrello giallo e sono l’ombrello che è stato dimenticato sul ciglio della strada. La mia ex proprietaria ha trentotto anni e possiede un gatto che le fa compagnia ora che è convalescente. In questo momento Anna canta Linger, come tutte le volte in cui è triste anche se in realtà canta Linger anche quando è felice e, anzi, diciamo che la canta sempre eccetto quando è nervosa, perché allora fuma. Ha il collo sanguinante; è preoccupata per il diamante all’ombelico che spera non si sia infettato; apparentemente non è tatuata. Domani non sarà in grado di spiegare la Termodinamica in uno dei licei più snob di una città in cui molto spesso nevica anche se altre volte piove. E quando piove capita di prendersi una bottigliata, ritrovandosi così i capelli ancora da tingere inzuppati di acqua e sangue.

Mi chiamo Anna, ho trentotto anni e possiedo un gatto che spero non sia preoccupato del mio ritardo. Abito in una città dove quel rompicoglioni del mio ex mi trova facilmente, ho cominciato a fumare le sigarette al mentolo perché sono le uniche che a lui non piacciono e adoro i Cranberries. Insegno la materia più detestata dagli allievi di qualsiasi liceo classico e, fino a dieci minuti fa, le mie sole preoccupazioni erano la termodinamica, il mio ombrello giallo e la possibilità o meno di tingermi nuovamente di biondo. Mi chiamo Anna, oggi piove e il mio ex mi sta per sfregiare.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai.

Continua Domani.