Barbarie.

Branchi in acciaio e ottone
arginati da vagiti di pietà
come serpi in un lago di bile
strisciano decisi e impassibili
verso un nuovo nome da scolpire
una mano su cui non contare
un vecchio respiro da omettere
come un vestito lacerato e liso.
Tacevo.

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#frammento 50

Giurare di cambiare e tante altre simili promesse che non andrebbero mai avanzate:
poi è necessario mantenere, e la coerenza, è risaputo, non è di questi tempi. Proprio
come lui che tornò da Lei, quando Lei lo richiamò. Si diedero reciproche colpe, ma poi
ma poi, sì, poi, e ancora poi, quando dichiararono di volersi ancora, e si ricominciò
e tutto da capo, in un esplosione di lacrime e affetto. Parlare di quanto abbiano perso.
Quel senso di vuoto percepito per lunghi X giorni, riempendo il vuoto su whatsapp.
O forse no! Forse è solo un riverbero retorico che fa sopravvivere un tedioso romanticismo. Perché è troppo presto giurare affetto senza avere la cautela di osservare le cicatrici.
Che poi esiste un motivo se, per esempio, lunedì e giovedì hanno quei nomi diversi:
sono giorni differenti in fondo. Non si assomigliano, esclusi alba e tramonto in comune.
E le persone non fanno differenza. O meglio, poche persone fanno differenza. Raramente
quelle attenzioni che il lunedì colmano ogni vecchio vuoto sono già scemate il giovedì,
ma ogni singola parola che Lei pronuncia puzza della stessa identica merda già masticata. L’amarezza percepita tempo prima, l’incapacità di perdonare, di credere alle rassicurazioni. Anche quando giura di amarlo, che le frasi pronunciate talvolta sono solo frasi: è colpevole!
è Lui il vero colpevole, così feroce da cercare un pretesto per mollarla così, di botto, con un… punto.

#frammento 49

Servono credenziali, come quelle di un plettro che frigge sulle corde. Con stairway to heaven siete bravi tutti, ma con il riff di Trash molto meno. Preferisco riconoscere Stuart Copeland e non Sting, magari autografo.
E passare la vita a riascoltare i Black Label Society e ignorare Sinatra. Il resto è solo manierismo di stampo cattolico o qualcosa di simile.
Assolutamente. Led Zeppelin is the new Aristotele, credetemi.
Guai a dissacrare Plant e l’altro, anche se tu preferisci i Deep Purple. Che adori Blackmore e soci, e le loro canzoni. Ma non quella su Zappa, l’altra, quella con quell’assolo che ti fa sborrare.
Questa credo sia la differenza, quella di fumarsi una canna per solo piacere; non fotografarsi mentre si è felici; non registrarsi mentre ci si diverte.
Fregarsene di cosa pensino gli altri, mettere su gli Suede e sbattersene.
Non importa che tutti cantino, l’importante è solo non essere mai invidiosi.
Ed è questo che impari evitando di studiare l’arpeggio di stairway to heaven,che un giorno ci saranno 25 chitarristi capaci di farla, ma un solo posto disponibile.
In un mondo di 300 chirurghi sarai l’unico e solo veterinario sulla piazza.
E assumeranno te, perché l’eccellenza non è nulla se non è esclusiva.
Amen.

#frammento 48

Un passo indietro verso la calcolatrice. Poi uno di sotto. Il notes; penne nere nere che appuntano i miei movimenti da granchio; penne nere nere, un passo da granchio, il notes. Il controluce. Fotografia auricolare rivestita platonicamente dall’interiorità. Ardenti versi riguardo le fedi, e le efelidi, in sfumatura e inquadratura. Corso fotografico sulle tecniche ritrattistiche classiche. Insisto. Corso porco dio, ma la parrocchia cittadina non l’approverà mai. Immaginate un paese con una strada chiamata corso porco dio? E nel frattempo mi ritrovo in ginocchiato; al confessionale, dico. Chiedo perdono per la bestemmia, ma non per “dio” in minuscolo: voglio garantirmi il purgatorio; nell’incertezza, preferisco l’ibrido. Il purgatorio è un poco la Toyota Prius del metafisico post mortem.
Ora alcuni versi riguardo il suicidio: gli amidi, le lacrime, la frittura, corso culinario per la depressione, cucinare bene a cuore spento, corso culo in aria per la vocazione, lessare bene sotto sale, lento, corso le faccio la rima di morso e magari esamino liricamente. Morso al soccorso!

 

 

 

#frammento 47

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C’è una rosa poggiata tra due pagine dello stesso libro, separa.
Separa la prossima pagina da scrivere da quella da strappare.
Strappare un sorriso alla persona sbagliata al momento giusto.
Giusto per non dimenticare il fine ultimo dell’umanità: il tempo.
Il tempo di un caffè e ci siamo innamorati, o forse no, dimenticarsi.
Dimenticarsi di essersi voluti beni, graffiati, baciati, odiati, rìvestiti.
Rivèstiti, che quel cazzo di accento non so dove ficcarlo, maledizione.
Maledizione sull’intera cittadinanza che non ha sacrificato l’oca.
C’è un’orca spiaggiata tra due volumi dello stesso oggetto, impara…
impala il tuo nemico e farlo impugnando un crocifisso, diffondi…
confondi, in fondo non c’è fondo fino in fondo allo stesso mondo…
mondani nostrani sempre più lontani a separare gli esseri simili…
sibili, come i lividi sul collo per chi non si inginocchia a succhiare…
amare, come verbo finale della declinazione di chiavare, chiave di re
reati minori al temo del giustizionalismo privato, o forse anche meno.
Mena! Mena sempre per primo, uccidi il tuo simile, sii umano.
Sangue.
Non mestruo, sangue.