Mi avete rotto il cazzo – Traccia 1

soccer-violence

Mancavano pochi giorni alla notte di San Silvestro del 2000. Non c’era la paura del Millennium Bug, come l’anno precedente, né quella della fine del mondo, come capitava nel Medioevo. Eravamo maggiorenni, ma non ancora ventenni. Frequentavamo l’ultimo anno di liceo e a nessuno di noi dispiaceva dire “addio” a Latino e Filosofia. Quando si parla delle scuole superiori, quando se ne parla al passato, si dipinge un periodo fondamentalmente romantico ed emotivamente intenso; ma a noi, al contrario, non succedeva mai nulla, e andare a scuola non era diverso da andare andare a messa: dovevi restare seduto in silenzio e credere alla sola realtà che ti veniva propinata. Ci sono tante analogie tra l’insegnamento liceale e la catechesi: il bisogno di ricostruire l’antropologia sin dalla genesi; l’eccessivo dogmatismo legato ai contenuti; la presunta infallibilità di chi redige i piani di studi; l’insegnante ridotto a burattino parlante di un determinato establishment culturale; l’assenza di fiducia nello spirito critico dell’utenza. L’autonomia degli insegnanti è profondamente limitata, così come è limitata quella dei parroci: possono variare vagamente la forma, ma guai a variare i contenuti.
«Che fai?»
«Aspetto che i maiali imparino a parlare».
«Non hai fretta dunque».
«Ne ho mai avuta?»
Lui era Y.

Y aspettava che i maiali imparassero a parlare, e lo aspettava sin da quando era bambino. Non era matto, era solo nostalgico: per nostalgia non bestemmiava, perché era stato chierichetto; per nostalgia fumava Alfa, perché aveva cominciato con quelle; per nostalgia studiava tanto, perché da piccolo sognava di fare l’astronauta. Non era però un tipo malinconico, era una sorta di ombra flemmatica che indossava la felpa dei Buzzcocks e i jeans strappati. Era un chitarrista vero, era incapace di sfogare le proprie emozioni se non attraverso la musica. Presumo che se non si fosse dato alla chitarra, probabilmente si sarebbe cosparso di benzina e arso vivo come Thích Quảng Đức.
«Cosa è successo?»
«È arrivata la
lettera», sorrise amaramente frugando nelle tasche del parka.
«E quando?»
«È indifferente», poggiò una sigaretta sulle labbra, «hai da accendere?»
Ecco un dettaglio notevole di Y: era incompleto. Y era un fumatore che girava senza accendino; Y era un chitarrista che non aveva mai il plettro; Y era un buon cristiano che non si faceva più vedere in chiesa. Era bello. Era di una bellezza incompleta. Aveva un bel viso, con lineamenti armonici, labbra carnose e occhi dal taglio vagamente asiatico; ma aveva anche uno strano neo sulla punta del naso, una roba che non potevi non osservare e che ti distraeva dai suoi occhi chiari.
Era una versione allampanata di Tom Yorke, molto ambiguo, anche nel modo di sorridere, ma del resto, come diceva Herman Melville, il sorriso è il veicolo dell’ambiguità.
«Tieni»,
dissi passandogli l’accendino e sollevandomi in piedi.
Non mi piaceva stargli vicino quando stava in que
lla maniera. Aveva diverse cicatrici nella parte interna dell’avambraccio, figlie dell’emulazione di Sid Vicious e di un autolesionismo adolescenziale che all’epoca, paradossalmente, a noi sembrava più che normale. A parte ciò, lo ritenevo un tipo pericoloso, decisamente aggressivo, anche se, nonostante avesse pestato a sangue tanti coetanei, non mi aveva mai aggredito in vita sua. Era una sorta di ordigno inesploso, e credo che nessuna metafora possa essere più adatta per definirlo. Y era un cazzo di pacifista, o così si definiva, che per forza di cose si era ritrovato a dir sì all’esercito: tre anni di ferma, con tanto di stipendio, contributi pagati e tutto il resto. Quando lo disse ricevette parecchi complimenti, soprattutto da persone che non lo conoscevano bene, da compaesani che ignoravano quanto la sua non fosse stata una scelta.
«Non sei obbligato a dirmi che ti dispiace», fece notare.
«Non avevo infatti alcuna intenzione di farlo», conclusi sorridendogli.
«A che ore arrivano gli altri?»
«Al solito orario».
“Gli altri” erano Z e t, rispettivamente Basso e Batteria della band. A proposito, io sono X, il cantante. A questo punto presumo non vi stupisca apprendere che ci facevamo chiamare Le Coordinate Cartesiane. Lo so, era un nome davvero del cazzo, ma non a caso siamo stati una band del cazzo. Si provava due volte a settimana, chiusi in uno stanzone alto che anni prima era stato un mattatoio per ovini. L’acustica di quel luogo era terrificante, con i muri in blocchi di cemento cavi che creavano distorsioni e riverberi infiniti. Non a caso, a prove finite, era abbastanza comune tornarsene a casa con una fastidiosa emicrania.
«Tua madre lo sa?», chiesi infine.
«No», concluse in modo fermo, «e non deve saperlo», mi fissò, «chiaro?»
«Chiaro».
La lingua di Y venne metaforicamente mozzata dal fastidioso rumore dello scarico montato sul
Typhoon di Z. Y non parlava mai con gli altri, né parlava di fronte a loro, non che ci fosse chissà cosa da dire. t era una persona altrettanto silenziosa, anche se poi con le bacchette in mano ci dava sufficientemente dentro. Z era invece fin troppo esuberante per essere un bassista. Io? Gli altri dicevano che fossi troppo borghese per fare il cantante punk, e troppo ignorante e grossolano per scrivere liriche new wave o new romantic. A pensarci bene, ero affascinato soprattutto dalle band della West Bay californiana, cioè da personaggi nati e cresciuti con la tavola da surf o lo skateboard sotto i piedi, mentre io perdevo l’equilibrio anche in bicicletta.
«t?», chiesi quando ci rendemmo conto che Z fosse solo.
«Come?», si tolse il casco, osservandoci preoccupato, «non sapete nulla?»
«Di cosa?»
Z ci guardò come se fosse al cospetto di due alieni. Era turbato, decisamente turbato, aveva il volto scavato e lo sguardo stanco. Era successo qualcosa, questo era ovvio e da come si comportava era stato qualcosa di grosso.
«Sono
venuto in scooter perché al telefono non riescono a rintracciarvi», concluse, mentre i suoi occhi si stavano arrossando, stava per piangere.

Tempo pochi secondi e sarebbe venuto da piangere anche a noi.

continua…

Annunci

2 pensieri riguardo “Mi avete rotto il cazzo – Traccia 1

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...