Presenze inquietanti.

3

Immagine presa da qui

Annunci

Un uomo mediocre si incula una porno bionda. (Appunti)

Il fuoco che non arde nella tana del cane. Un vortice di vento trasporta i pettegolezzi notturni, riverberati da un fornaio adultero. Protagonista principale di questo racconto è un personaggio mediocre, perciò più adatto al ruolo di comparsa. Immaginate dunque un uomo che cena con zuppa fredda di fagioli, condita con lacrime di disperazione. Immaginate un bicchiere alcolico vuotato costantemente, ma riempito di volta in volta da vino dozzinale e puzzolente d’aceto. Lo visualizzate quel genere di individuo che guarda esclusivamente documentari in bianco e nero? Documentari sottotitolati, per giunta. Mediocrità a buon mercato, guarnita dal dizionario di sinonimi e contrari: bassezza, insignificanza, scarsità, inettitudine.
E poi lei, porno-bionda che nei film noir si innamora dello sfigato autobiografico; una di quelle femmine che nella realtà si fanno stantuffare da un superdotato palestrato. Porchiddio, quanto ci starebbe bene una colonna sonora di Donald Fagen. Troppo dispendiosa per questo mediocre show.
La porno-bionda entra in scena quando il sipario si alza. È il secondo atto, ma la giunonica protagonista non si spoglierà prima del terzo, anche se tutto dipende dalla forza dell’improvvisazione.
In platea, fumando una Winston nonostante il cartello “vietato fumare Winston“, un critico frustrato prende appunti. «Che spettacolo indegno», sussurra, «diorrottinculo», impreca quindi sottovoce, «l’ennesima boiata ripetitiva che occupa uno spazio che dovrebbe essere destinato ai veri drammaturghi».
Diversa l’opinione del proprietario del teatro, che non può permettersi né Cats, né Rent, né Mamma Mia. Qualsiasi cazzata che venda qualche biglietto gli va dunque bene.
Felici anche i costumisti, più che altro per la gioia di vedere nuda la porno-bionda dietro le quinte.
Infine il regista. Si chiama John Smith, ha cinquant’anni, e continua a mettere in scena frammenti della sua patetica esistenza. Ha divorziato vent’anni fa; è padre di un futuro avvocato, e di una ballerina talentuosa che non ha mai visto danzare. Prega un Iddio pagano che la critica spenda qualche parola di elogio nei suoi confronti, o che la voglia di suicidarsi diventi abbastanza pressante da indurlo a porre fine alla sua inutile esistenza. Eppure dalla platea qualcuno applaude. Del resto anche la mediocrità gode di qualche estimatore. Ma dal pubblico non si applaude al mediocre, ma al décolleté della porno-bionda. Amen.

Memori di memorie.

Il prologo era suonato da chitarre scordate. Pittori in disaccordo partivano da vertici opposti del medesimo muro, scontrandosi così al centro del murales. Nel frattempo una mongolfiera planava sulla città, riflettendo i raggi solari violacei di un apocalisse nucleare. Dio quei giorni era partito in crociera, e topi grossi come Mammut banchettavano con quel che restava del genere umano. Nascosto in una condotta idrica abbandonata, leggevo vecchi fumetti e fumavo le mie Winston. Mangiavo muffa, bevevo piscio e bevevo il mio stesso piscio. Per tenermi lucido canticchiavo “Oh! Take me back to dear old Blighty, put me on the train for London Town: take me anywhere, drop me anywhere, Liverpool, Leeds or Birmingham, but I don’t care“. Come mezzo di trasporto avevo una vecchia Honda VTR. Non certo il meglio delle Superbike, essendo sempre stato un ducatista con sporadiche escursioni in Bimota. Ma quella avevo, e quella dovevo farmi andar bene.
Jackie venne a cercarmi poco prima del tramonto. Era una bella ragazza, abbastanza simile alla Druuna di Serpieri (se avete presente il genere). Contrariamente alle mie speranze, non sembrava disposta a spogliarsi di fronte a me. Mi chiese da bere, mangiare e fumare, ma non ebbe nulla. Le mie provviste scarseggiavano, e la bottiglia di bourbon che conservavo nello zaino la riservavo per occasioni notevoli. Sembrerà stupido non godersi la vita a poche ore da un’imminente apocalisse definitiva, ma la mia era una sorta di taccagneria ottimistica: speravo ancora che le cose cambiassero, anche se le probabilità che tale cambiamento accadesse oramai sconfinavano nel metafisico.
«Cosa ti porta qui?» chiesi infine.
«La mia radio è rotta», spiegò Jackie, porgendomi quindi una scatola viola grande poco meno di una stecca di Marlboro.
Era un vecchio congegno olandese, di quelli che compravi al supermercato, pagandolo quanto una decina di confezioni di Pringles. Credo andasse anche a batterie, ma non mi serviva smontarla per intuire che avesse la scheda fottuta. Era colpa delle temperature, ormai prossime ai 40 gradi anche la notte.
C’era una stazione non lontana, dove un vecchio apparecchio a valvole resisteva ai bombardamenti. Avrei dovuto indicarlo come destinazione, ma non lo feci. Sarebbe sarebbe stato inutile. Sorrisi a Samantha. Le chiesi se avesse un compagno e se fosse ancora vivo. Lei annuì. Mi parlò di Nicholas, il suo ragazzo del Kentucky. Mi raccontò che, contrariamente al sottoscritto, lui amasse soprattutto le Honda. Allora le regalai la mia rivista a fumetti. Speravo che lei e Nicky la leggessero assieme prima di morire. Oppure che la ignorassero perché impegnati a scopare.
Ripensai a mia moglie poi, morta da pochi giorni. Sorrisi, promettendo a me stesso di brindare all’eternità della sua anima quando sarei stato in punto di morte.
L’amore è eterno, più del ricordo.


Perdonatemi amici follower.
Nicholas Patrick Hayden era mio coetaneo, e oggi sentivo il bisogno di parlare finalmente di lui. Chi segue da tanto, sa quanto io amo e seguo le corse motociclistiche, non fossilizzandomi esclusivamente sulla MotoGp. Non sono mai riuscito a scrivere su di lui, perché sentivo una sorta di sciacallo. Posso assicurarvi però che in 36 anni di vita solo due volte mi sono commosso per la scomparsa di una celebrità: Scott Weiland e N. Hayden.
Mi piace pensare che oggi, al posto di Nakagami, non sarebbe caduto e avrebbe portato la Honda al trionfo nella 8 ore di Suzuka. Sarebbe stato un modo meraviglioso per festeggiare il suo 36mo compleanno.105edf695e1bc040cae22fd5980dd072-amazing-race-awesome

La porno autostoppista.

Venti minuti di musica celtica, e i miei istinti omicidi sono più vivi che mai. Dovrebbe esistere una sorta di convenzione internazionale per la musica da ascoltare in viaggio. Guido nervosamente, piuttosto infastidito dagli altri utenti della strada. Ok, è domenica; ma questo non autorizza laggente a occupare la carreggiata con la propria maledetta Fiat Punto rossa, procedendo a 30 km/h in un rettilineo in cui potrebbero decollare gli aerei: vecchiddimerdallaguida come problema sociale irrisolto.
Un’autostoppista chiede un passaggio. Sembra Ornella Muti da giovane, anzi da giovanissima. Indossa un predisole grigio, sandali color crema e un elegante foulard da pornodiva anni 70. Comincio a fantasticare su di lei, ma temo non sia interessata a lasciarsi stuprare seduta stante: magari vuole prima conoscermi meglio.
«Perdonami per la musica celtica», mi giustifico non appena sale a bordo. «Ma ho perso una scommessa: sono obbligato a viaggiare con i Flogging Molly per una settimana».
«Capisco», afferma lei con le labbra carnose da bocchinara eletta da Madre Natura, probabilmente parafrasando sticazzi. «Anche io ho perso una scommessa», aggiunge facendo scorrere la cintura sulla scollatura. «E devo accettare i passaggi dalle teste di cazzo».
Mi piace il suo carattere, ma molto di più mi piace il suo seno: quarta coppa D. Vorrei chiederle come si chiama, ma ha un bracciale con il proprio nome; altrettanto vale per l’essere fidanzata, visto che indossa un enorme diamante da futuro marito ricco (e probabilmente cornuto); non mi informo sulle sue capacità sotto le coperte, tanto non sono uno da sesso canonico. Per tagliare, le dico, prendo un sentiero che si inoltra in una pineta. Ho già il cazzo duro alla vista di tanta inquietante intimità circostante, in quel luogo in cui nessuna persona sana di mente si inoltra. Mi piace Martina, così si chiama la bella autostoppista, e ammazziamo il tempo citando i peggiori film in cui i protagonisti viaggiano in auto: Scemo e più Scemo viene eletto il migliore dei peggiori. Un briciolo di candida goliardia ci avvolge mentre cantiamo “Un merlo, yeah, che, yeah, vola, yeah”. Poi ci fermiamo. Lei è tesa, ma riesco a stordirla in pochi secondi. Faccio solo fatica a reciderle la carotide, ma solo perché quella puttana non collabora. Me la scopo ancora calda. Le vengo sui piedi, come da costume. Mi dispiace fare scempio del suo cadavere con i Flogging Molly in sottofondo. Ma una scommessa e una scommessa, no?
Qualcuna di voi vuole un passaggio?

Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

Amore dislessico.

E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze, sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata. Ma non dimenticherò ciò che ho da fare . Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciare l’eleganza accarezzata, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione. Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita.

Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita. Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciarti accarezzare l’eleganza, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione.Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata.

Mi chiami da te, vivo sguardo, ieri sera. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, suonava la tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità che hai usato nella tua vita, nei tuoi vizi, nelle tue passioni, nelle tue divertenti e ingenue debolezze. Sono impazzito alla birra, e al modo in cui incrociavi gli occhi frugando leggermente la nuca. Che spettacolo l’eleganza, lasciala accarezzare, così come la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo con cui ti sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, potuta massaggiare la nuca. E mi è piaciuto osservarti sorseggiare la tenerezza con cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come ti sono innamorato. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.

Mi sono innamorato di te al primo sguardo, ieri sera. Ho adorato il tuo profumo, il modo in cui ti muovevi sui tacchi, il suono della tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità con cui hai raccontato la tua vita, i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze. Mi è piaciuto osservarti sorseggiare la birra, e il modo in cui incrociavi gli occhi frugando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino. Che spettacolo l’eleganza nel tuo modo di fumare, così la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo in cui ti sei lasciata accarezzare, piegando leggermente la testa perché potessi massaggiarti la nuca. E sono impazzito per la tenerezza che hai usato nell’unire le tue labbra alle mie, respirando dolcemente. Purtroppo non ti ho chiesto né il numero di telefono, né dove vivi, né come ti chiami. Ma non ti ho dimenticato, né mai lo farò.

La gioviale attitudine al Blowjob di Miss Mary Chesterfield da Shurdington.

Senza titolo

Da piccolo mi appassionai alla tassidermia. Fu colpa del mio vicino di casa, Mister Edgar Alain Prost, che si fece venire un infarto nel marciapiede che affiancava la mia adorata Sir Fred Stuart Montgomery’s Street. E. A. Prost era il maniscalco locale, e pensai che il suo decesso avrebbe comportato perdite alla vendita di cavalli. Sbagliavo, l’industria locale del porno ingaggiò un nuovo abile maniscalco.
Tornado a quel giorno, il corpo inerme di Mister Prost, circondato da passanti preoccupati soprattutto che non piovesse e lo spaccio locale non finisse le riserve di tè, stuzzicò le mie fantasie. Sarebbe stato bello imbalsamare quel poveraccio, trattarlo come un papa o un vecchio faraone, e rendere immortale la spettacolare e ineccepibile mortalità di quel momento. Chiesi cortesemente il permesso di portarmi a casa quell’ammasso ormai inservibile di tessuti e organi prossimi alla decomposizione. Ma il poliziotto locale, Stg. Paul John George Ringo Pepper, scosse il capo.
«Non posso permetterlo», affermò con voce severa e paterna. «Prima dei tassidermisti, vengono i necrofili. Rispettiamo le precedenze, dioccane. E poi quel corpo è ancora caldo: sai quante settantenni adorano godersi l’ultima erezione di un cadavere? Rispetta le precedenze kid, rispetta le fottute precedenze, diopporco. Innanzitutto, le precedenze. Gadseivdequin!».
Al terzo “le precedenze” annuii. Mi sentii inerme e per certi versi preso in giro. Ero troppo giovane per il sesso. Sapevo di amici di amici di altri amici che sodomizzavano i feretri al Black Label Morgue cittadino, spesso prima del tè; ma io non avevo esperienza in merito, né conoscevo il sesso diverso dalla masturbazione. Inoltre, non avrei certo sprecato la mia prima volta con un cadavere. Tra l’altro a Shurdington, il nostro villaggio nella contea del Gloucherstershire, Tewkesbury Borough Council, era consuetudine ormai millenaria essere sverginati da un sacerdote cattolico irlandese, preferibilmente alcolizzato. Era un’usanza a cui tenevamo in parecchi, quanto le risse al pub e l’assegno di disoccupazione dopo il diploma. Non mi piaceva dunque discostarmi eccessivamente dalle tradizioni locali: temevo di figurare un reietto, o peggio ancora un sovversivo.
Carpito da questa, ma anche da molte altre preoccupazioni, decisi di fare due passi per la campagna circostante. Dove altro sarei potuto andare? Attorno c’era solo campagna e altra campagna. E pecore. E allevamenti di cavalli. E altre pecore.
Vagando, fumando una Winston rubata dal pacchetto paterno, portando a spasso la mia faccia presuntuosa condita dall’insolenza da undicenne, raggiunsi una vecchia casa che apparentemente sembrava abbandonata. C’era un enorme giardino a circondarla, anche se caratterizzato da piante secche, erbacce e quello che sembrava il rottame di una vecchia Aston Martin Ulster. La costruzione in sé era piuttosto inquietante: finestre con telai tarlati e vetri rotti; intonaco esterno completamente grattato via da incuria, intemperie e umidità; una grossa falla sul lato Nord Est della copertura. Quel luogo sembrava voler implodere su se stesso, ma mai senza schiacciare almeno quattro o cinque persone.
Varcai il cancello, sperando di individuare qui o là qualche rivista porno abbandonata. Capitava spesso di trovarne, in particolare in luoghi abbandonati. Avevo già il cazzo duro all’idea di farmi una sega, ma la porta della casa si aprì. Apparve una donna. Avrà avuto una ventina d’anni per gamba, e almeno altri trenta sul viso. Il suo volto era scavato, come se fosse affetta da tifo, tubercolosi: in realtà non dormiva da settimane.
«Cosa cerchi?» mi chiese con voce catarrosa.
Sollevai le spalle. Eppure la mia erezione parlava per me.
La donna allora, Miss Mary Chesterfield, si tolse la dentiera e mi raggiunse.

immagine presa da Qui