Tones of homes – Sborra a fiumi.

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Siamo morti in quelle strade in cui voi siete nati. Siamo collassati in quelle circostanze in cui voi vi siete fortificati. Ci siamo bagnati dell’umidità da cui voi vi siete asciugati.

E se nemmeno i cani annusavano la nostra muffa, voi l’avete trasformata in arte neorealista. E i vecchi film venivano proiettati sulle nostre pareti, mentre il sangue si mescolava su un cucchiaio.

Abbiamo fatto sesso, quello vero, quello che ti togli il preservativo e te ne vai. Abbiamo fatto l’amore, quello vero, quello che ti togli il preservativo e te ne vai. Abbiamo fatto davvero, perché la consapevolezza di aver finito ci ha lasciati andar via.

Il poster Billy Idol, le vecchie agende, la pornografia tra il materasso la rete in acciaio, i Jefferson e “Non dimenticarti di me”.

Metà esistenza.

Le amazzoni con i tacchi alti pascolano ancora sui marciapiedi, sorvegliate da divinità in Mercedes e catene dorate, in quel mondo in cui i luoghi comuni risultano assolutamente veri e disarmanti.

Abbiamo stretto accordi, quelli veri, quelli che ti togli anche qualche sassolino dalle scarpe. Siamo arrivati a compromessi, quelli veri, quelli che invece ti togli proprio le scarpe. Abbiamo compromesso, perché l’eroina non ci ha lasciato scelta.

E se nemmeno i cani pisciavano sulla nostra muffa, voi l’avete assaggiata con le vostre labbra. E i vecchi incubi venivano immortalati sulla nostra cute, mentre la sborra si mescolava nelle mutande.

Siamo morti in quelle strade in cui voi non siete vissuti. Siamo immortalati da quelle prospettive che non potete capire, e che mai capirete. Ci siamo lavati con la stessa merda che da anni spacciate per civiltà.

Non scusatevi, non possiamo rispondervi tanto.

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Vittima 15

Il trucco per salvarsi, in genere, è scritto nel primo capitolo.
Hai mai letto il primo capitolo?
Capita a volte che, per circostanze complesse, il giorno di festa non sia esattamente felice.
Potrebbe anche capitare di ritrovarsi da soli, ma non sempre, a volta Qualcuno, con la “Q” maiuscola, c’è.
Tu c’eri, anche se lui quasi non se ne accorse: fu una giornata dolorosa, una di quelle che tempo dopo, apprezzando le altre, si ricorda come un brutto momento.
A volte funziona come nei film della domenica pomeriggio, con due adolescenti, anche se quasi adulti, che si incrociano, vestiti con camicia e prendisole sottile, di fianco all’unico albero che cresce di fianco a un lago. Ed è tutto così incantato, dal sorriso di lei, al riflesso del sole negli occhi di lui.
A volte però, non sempre.

Quella volta Lei indossava una felpa di Topolino, tanto anni 80, e lui un vecchio maglione che metteva solo a casa, e solo se nessuno lo vedeva; ma lei non era nessuno e anzi, era l’esatto opposto.
Sorrise, anche se non doveva, e provò a farci l’amore, anche se non doveva, e si incazzò, anche se non doveva; anche lui si incazzò, e poi pianse, e poi disse di non aver pianto e poi… e poi Lei fece una promessa intensa e solenne.
E poi non piansero più, smisero di bisticciare e ricominciarono ad amarsi in modo maldestro e inconsueto. C’era così una volta una favola che, per quanto imbarazzante, iniziava senza un “c’era una volta”. Non è il caso però di dare importanza alle liturgie: conta la sostanza in fondo, e questa dovrebbe essere l’unica morale consentita.

Oppure è come quella barzelletta, quella dove chiedi retoricamente quale sia il più accogliente e lussuoso ospizio di Mosca; per la cronaca, è il Cremlino. Così, storielle russe a parte, è di nuovo 7 Gennaio, tanto tempo dopo. Il maledetto albero nei pressi dello scontatissimo lago aspetta una coppia in camicia e prendisole e, probabilmente, almeno una volta a settimana, non è singolare che questo fatto si verifichi.
Gli elementi in discussione nella fatalità dell’esistenza sono come uno straccio intinto di veleno: è forviante, perché magari è messo lì per smacchiare qualcosa e non per ammazzare qualcuno.
Nel mondo reale in fondo, in quello in cui si passano le feste in casa a maledire sui social le feste passate in casa, ci si è trasformati in giudici plagiati dagli stati d’animo.

La promessa?
Giusto, ci fu una promessa.
Venne mantenuta?
In parte sì, anche se in modo intransitivo e penoso.
Ma forse è meglio, la pena è lo specchio di questo periodo.
Ma rilassati, non userò lo straccio intinto di veleno su di te: quello lo uso per smacchiare il sangue dalle mie lame.
C’è dunque chi taglia i rami agli alberi, e chi invece amputa le braccia a partner casuali. A volte ne ha un motivo, altre volte è solo il finale alternativo di una fiaba e, altre volte ancora, è così e basta.
E ora ci starebbe un “e vissero tutti felici e contenti” ma non sarà il tuo caso.
Certo, se avessi letto il primo capitolo, ora ti salveresti.
Peccato.

… e rimetti a noi i nostri debiti.

Lo avevano convinto. Era ormai persuaso che i suoi non fossero che pretesti e inutili alibi. Poi successe. Successe di trovarsi in mezzo a quel mondo che gli era stato negato… successe di provare piacere. Certe sfumature non possono essere spiegate con le parole, perché la percezione di certi contesti è assolutamente complessa. Credo non sia solo una questione di persone: è più un concatenamento di situazioni e meccanismi sociali circoscritti e singolari, è una coralità profonda e spesso sottovalutata. L’unico modo in cui lo so raccontare è questo: è come se cinque/sei persone, sognassero contemporaneamente ad occhi aperti.

Ed è magico, risplende di un ottimismo spesso paradossale con lo stato effettivo della realtà circostante. Non esiste malinconia, non esiste rimorso. Esiste solo la consapevolezza di aver fatto parte, un giorno passato, di una complessa ed estesa macchina vincente. La pausa era davvero tale, e aveva un sapore intenso con il retrogusto del caffè. E poi c’era il sole, che spessoera un alleato ma molte altre volte è un avversario vigliacco. Aveva dimenticato certi profumi e certi suoni; aveva dimenticato quel modo di sorridere; aveva dimenticato quanto amasse il suo lavoro, e parlarne con altri che lo amavano altrettano.

Stare in cantiere è una fortuna che pochi percepiscono, in un mix di goliardia e cameratismo. In passato alcune persone avevano affidato la loro vita nelle sue mani, nonostante fossero molto più adulte ed esperte di lui. Ed è questo che spesso ci si dimentica. No, non sono alibi. Un caro amico aveva scelto di non affrontare un brutto male che lo avrebbe comunque condannato, e lo aveva scelto molto prima di Monicelli. E il loro sistema sociale aveva il cancro e molti lavori onesti non erano che arti in necrosi. Sorrise prima di brindare con una birra al proprio suicidio, sperando che alle nuove generazioni girasse meglio.

Now I could lie by your side
All serrated for you
Down below cancer grows
Weeping waits inside you too
All our rage begs a stage
It’s a waste of time though
And you style seems worthwhile
But this lonely road has turned

Offspring – Vultures

Mi avete rotto il cazzo – Traccia 2

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Il mio paese era diviso in due parti, una alta e una bassa, separate tra loro da un dislivello di quasi cento metri. C’era una vecchia casa abbandonata, nella parte alta, con piccole porte e intonaco esterno scrostato; il tetto spiovente, con tegole scolorite o divelte dal tempo, si affacciava su un giardino di vegetazione ormai secca; sul retro i resti di un vecchio forno per quando ancora si faceva il pane in casa; sullo sfondo la vecchia e aspra montagna a ricordare che l’uomo non potesse costruire ovunque. Il camposanto si trovava invece nella parte bassa del paese, quella più moderna, isolato dal centro abitato da una stretta stradina circondata da due vigne ormai incolte. Durante il funerale di t cominciò a nevicare, a nevicare tanto. Mi affascinava la neve che non distingueva le tombe dei ricchi da quelle dei poveri, la neve che si poggiava dove trovava posto, indifferentemente. Anche le vigne vennero innevate, apparendo così meno abbandonate del solito. Ricordo il tetto spiovente della vecchia casa, ricordo che fosse coperto di bianco come quello delle altre costruzioni, e ricordo che l’unica differenza con queste fosse l’assenza di un camino fumante. In cuor mio, anche se magari non c’entrava nulla, associai quell’immagine a And Justice For All.
«Cade a pezzi», disse Y.
«Vedo», sorrisi malinconicamente, «tu che sei credente, hai pregato per t?»
«È un
segreto tra me e Dio», concluse, «cosa facciamo stasera?».
Quella sera avrei voluto collassare per risvegliarmi il giorno dopo perfettamente lobotomizzato. Non volevo passare un’altra notte a sognare t, n
é volevo partecipare ad altri incubi frustranti e disarmanti con lui protagonista: sognavo lui agonizzare e sua madre piangere; lo sognavo sul palco con noi, con il Jazz Fender color porpora; poi lo sognavo al bar, mentre si esaltava o bestemmiava giocando a Street Fighter II; lo sognavo non per malinconia ma per rimorso, ricordandomi la nostra ultima, e ormai frustrante, conversazione. Purtroppo non sempre ci si saluta in modo pacifico, perché i conflitti umani esistono, in particolare durante quel Can-can ormonale noto come adolescenza. La sola consolazione possibile è un bilancio complessivo del rapporto, distinguere cioè i momenti sereni da quelli di attrito sperando che i primi superino i secondi per quantità e intensità. t in fondo era un umano, e in quanto tale aveva difetti e vizi, nonché un’assoluta distanza da qualsiasi forma di pazienza prossima al concetto metafisico di santità. In sintesi era coglione tanto quanto noi e, per tale motivo, era un’utopia pretendere di non bisticciare mai. In ogni caso era ormai morto e sepolto, a differenza di Y che aspettava ancora una risposta riguardo il proseguo di quella giornata ammorbante. Era San Silvestro, l’occasione preposta per eccellenza ai bagordi, la notte in cui si esce sperando di scopare e non ubriacarsi, ma in cui si rientra ubriachi senza aver scopato.
«Io avrei voglia di non fare nulla», replicai, «ma se non esco mi ritrovo a casa di nonna a rispondere alle domande indiscrete delle mie zie».
«Mia madre scende a Cagliari per lavoro», propose, «ci sono i Lunapop».
«I Lunapop?», chiesi retoricamente, «vuoi davvero vedere i maledetti Lunapop?»
«Siamo messi
decisamente male stasera, vero?»
Risi e lo fece anche Y. Una settimana prima non avrei assistito a un concerto dei Lunapop nemmeno se
mi avesse garantito la certezza di fare poi sesso a tre con Luisa Corna e Manuela Arcuri; sia chiaro, intendo la Corna e la Arcuri del 2000, non quelle odierne. Ma in quel momento i Lunapop sembravano un’ottima occasione per prendere le distanze dal paese, paese che quel giorno puzzava, oltre che di vecchi ricordi, di morte e di cattività emotiva. A detta di Dostoevskij gli uomini si distinguono dal modo di ridere. Y aveva riso in modo sincero e determinato, come se volesse affermare il suo diritto umano alla felicità nonostante il recente lutto; io avevo riso in modo acre e istintivo, quasi non fossi pronto a farlo, in modo assolutamente sorprendente. Sembrava avessimo eluso la morte, anche se solo per un attimo. Un attimo, appunto, un attimo solo, prima che il mio sorriso scomparisse rapidamente. Avevo visualizzato mentalmente un’immagine terribile: vedevo t, seduto su una nuvola, che scuoteva la testa; era come infastidito dalla velocità con cui avevamo ripreso possesso della nostra spensieratezza. Mi sentii terribilmente in colpa, al limite dell’angoscia.
«Smettila!», gli intimai,
«siamo in lutto».
«Fottiti», replicò
Y, «posso fingere di non divertirmi, ma non voglio sentirmi in colpa se accade».
Segretamente, intimamente, il mio decennale ateismo sembra
va essersi arreso alla prima vera prova di indipendenza dal metafisico. L’emancipazione più complessa da raggiungere è quella legata alle nostre convinzioni radicate. Quando la tua infanzia è costantemente esposta a pregiudizi, bigottismo e superstizione, l’adolescenza diventa un momento di ribellione impulsiva: leggi tanto e riscrivi i parametri di tolleranza; ti crei una tua morale e lotti per l’emancipazione. Al liceo ti presentano Cartesio, e il Cogito Ergo Sum sembra aprirti una nuova prospettiva. 
È come se capissi qualcosa di te, almeno nelle sfumature più essenziali: cominci a ripetere che devi iniziare a pensare, perché più pensi e meno ti sottometti ai meccanismi sociali. È come se la tua testa viva una sorta di primavera dopo l’inverno del mommotti e del catechismo. Ogni confronto con gli adulti diventa una discussione adrenalinica. Ma il tuo subconscio è in quiete, pronto a colpirti sul più bello, pronto a rivoluzionare il tuo ateismo distillando lentamente superstizioni varie che per anni, appunto, ti sono state sottoposte. E che tu lo voglia o meno, cederai alle credenze del cazzo che ti ha ficcato in testa tua nonna quando eri ancora un bambino, anche se proverai a negarlo costantemente.

«Che programmi hai?», ribadì ancora Y, «vuoi passare i prossimi giorni o mesi a ripensare alla volta che tu e t siete quasi venuti alle mani? Aveva torto lui, torto marcio. Aveva torto come altre volte, e aveva torto perché in fin dei conti è sempre stato un merdoso opportunista viziato ed egocentrico. Era un egoista, perché solo un egoista muore a Natale. Noi ci dimenticheremo di lui, ma i suoi parenti? Sua madre credi che festeggerà nuovamente il Natale in futuro?»
Fra poco saranno sedici anni dalla morte di t. Sua sorella
oggi ha ventisette anni e non ha ricordi di lui che non siano legati ai malinconici racconti materni. È una ragazza alta e formosa, con capelli ricci tagliati corti, carnagione chiarissima ed efelidi diffuse: assomiglia al fratello quanto un cocker spaniel assomiglia a un coccodrillo. Ha avuto ragione Y, la madre di t non ha mai superato la morte del figlio e di fatto ha trasformato il Natale in una ricorrenza tabù. Ma per tutti gli altri, compresi noi, è arrivato, a volte prima, a volte dopo, il momento per associare nuovamente la settimana che da Santo Stefano porta al Capodanno semplicemente al cenone di San Silvestro. Il nostro paesino, quella notte, avrebbe festeggiato nonostante il lutto e nonostante il gelo. Erano state cancellate le manifestazioni pubbliche ma non quelle private. In fondo era giusto così, perché se per la madre era morto un figlio, e se per noi era morto un amico, per tutti gli altri era semplicemente morto un ragazzo. In piazza c’erano persone che parlavano tra loro in modo sereno, l’orologio della chiesa rintoccava le 17. Ebbi un flash della mia probabile nottata, parcheggiato a un angolo della tavolata a bere compulsivamente, in solitudine: bere per bere, tanto valeva farlo in buona compagnia.
«Vada per i Lunapop», conclusi dunque.
E l’alcol fu l’unica certezza indissolubile di quel maledetto San Silvestro: partimmo da casa promettendoci di bere tanto e rientrammo completamente ubriachi. Ma stavamo per fare qualcosa che avrebbe messo fine a un’amicizia che credevamo indissolubile.

…continua

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L’altra bionda succhiava meglio. (Finale)

Train set and match spied under the blind
Shiny and contoured the railway winds
And I’ve heard the sound from my cousin’s bed
The hiss of the train at the railway head
Always the summers are slipping away

Porcupine Tree – Trains

 

 

«Uno per Roma».
«Andata e ritorno?» mi chiedi con gentilezza.
«È indifferente».

Sei una bella ragazza, hai un bel corpo, hai un bel viso e, dal mio punto di vista, dal mio sessista punto di vista, con questo corpo non dovresti lavorare in tabaccheria. O forse sì, forse oltre che sessista sono anche presuntuoso, forse ho la presunzione che al prossimo non piaccia il proprio lavoro solo perché a me non piace il mio.

Così mi trovo seduto nella sala aspetto, ad osservare te, te, te e anche te. Osservo tutte voi, mie care belle figliole, osservo tutte quelle con cui passerei volentieri la notte, ma da cui fuggirei poi al risveglio. Sono cambiato nel tempo, sono diventato tipo da caffè, croissant e La Repubblica. Sono tra quelli che dal giornalaio ci vanno soprattutto per farsi la passeggiata, uno dei troppi che “tanto il 90% delle notizie le leggo da internet”. Le edicole non sono più il paradiso delle riviste erotiche, non scorgi più certi cazzoni o tettone invitanti esposti di fianco ai vari surrogati de La Settimana Enigmistica. Le edicole non sono nemmeno più il covo dell’informazione, ed è sbagliato, è sbagliato perché leggiamo meno e molto peggio. Il gossip tira più dell’approfondimento, sappiamo tutto della vita sessuale di Belen, ma non sappiamo quasi nulla di quanto avviene a Taiwan, Taipei o in posti generalmente costretti al trafiletto giornalistico. Lo so, sono discorsi da anziano catarroso e pessimista, ma ecco, prima o poi bisogna cominciare ad invecchiare, no?

«Dove va?» chiedi accomodandoti nel sedile di fronte al mio.
«Roma», ti sorrido gentilmente «tu?»
«Germania».
«La Germania è a Nord», ti faccio notare «questo treno invece va verso Sud».
«Non ci vado da sola in Germania».

E così esci dalla mia vita prima ancora di entrarci, facendomi notare che in Germania non andrai sola. Tu hai voglia di chiacchierare con me, ne hai voglia più per desiderio di compagnia che per eccitazione. Per me è il rovescio, è più desiderio di eccitazione che voglia di compagnia. C’era un fumetto che mi piaceva parecchio, era un fumetto a carattere pornografico, un fumetto che mostrava una scena in treno tra sconosciuti. C’era una lei che indossava delle scarpe con il tacco, scarpe da cui liberava il piede destro, per poi poggiarlo sul pacco di lui. È un’immagine che ho sempre trovato eccitante, un’immagine che, di fatto, mi accompagna in ogni singolo viaggio in treno che affronto.

«Perché va a Roma?»
«Lavoro» rispondo, ma rispondo con una bugia.
Non vado a Roma per lavoro, ci vado per tornare nel luogo in cui io e la bionda toscana ci siamo incontrati. Era una tabaccheria, la sua tabaccheria, quella in cui vendeva i gratta e vinci mentre canticchiava “Male di Miele”. Avevo acquistato qualcosa, forse delle sigarette o forse un biglietto dell’autobus, o forse entrambi o nessuno dei due.

«Come ti chiami?» le chiesi quando mi diede il resto.
«Fa davvero la differenza sapere come mi chiamo?»

E così tu, ennesima ragazza bionda con cui condivido la tratta fino a Roma, passi dallo status di possibile partner papabile per un 69 furente, a quello di logorroica compagnia che parla di una marea di argomenti di cui mi importa meno di un cazzo.
Anche la bionda toscana, che poi era umbra ma vive al nord eccetera eccetera, affrontava un sacco di argomenti che non mi interessavo. Ma la lasciavo parlare, e non perché fossi paziente, ma perché mi piaceva il suono della sua voce, anche se pronunciava parole di cui non mi importava nulla. È un poco come una brutta canzone suonata da una buona chitarra, non puoi non ammettere che abbia un bel sound. Ascoltavo poco quindi, la sentivo ma non l’ascoltavo e forse per questo non ho mai saputo come si chiamasse. Forse per questo lei preferisce spedirmi delle fotografie piuttosto che mandarmi delle lettere, lei, che in questo universo digitalizzato e digitalizzante, stampa ancora le foto su carta e scrive le lettere a penna. In fondo la bionda è una partner che al sesso virtuale preferisce quello reale, una donna che alle descrizioni in chat preferisce il sapore del frenulo sulle labbra, una compagna di letto che non crede a un’erezione finché non ne percepisce la consistenza con mano.

«Domani parto» disse un giorno.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante», concluse «mi mancherai».

Non mi disse nemmeno allora come si chiamasse, ma tempo dopo mi contattò su Facebook, per quanto fosse registrata con un nome fittizio, cioè “Caffettiera Bionda”. È stato dai social che ho appreso dove viva, è stato grazie ai social che ho scoperto a luoghi della Toscana è legata e, sempre dai social, ho capito che il mio passaggio nella sua esistenza sia stato importante. No, non ha mai postato nulla di stucchevole riferito a me, nessuna frase triste, nessuna espressione di odio, o quant’altro. Ha solo cominciato a fotografare le caffettiere, ha cominciato a fotografarle per raccontare i suoi viaggi. Quindi, se conosci qualcuna che ha postato foto di caffettiere a Parigi, Amsterdam, Alghero o Roma, quella è lei.

«…così anche lui ha trovato lavoro ad Amburgo e abbiamo deciso di trasferirci». Sorridi. Sorridi dopo aver terminato di raccontarmi la tua vita; sorridi dopo aver ultimato un resoconto che ho finto di ascoltare con attenzione; sorridi perché il mio disinteresse è stato ben celato o forse sorridi perché parlare della tua vita ti mette di buon umore.
«Parlami di te», aggiungi alla fine.
«Ho quarant’anni e faccio un lavoro da ventenne».
«E poi?»
«Conoscevo una ragazza con i capelli viola».
«Era speciale?»
«No», concludo «È stata semplicemente l’ultima non bionda».
«E allora?».
«E allora non vale più la pena parlarne».
Aveva ragione la toscana bionda, aveva ragione quando sosteneva che prima o poi non avrei più parlato della donna dai capelli viola.
«Conoscevo una bionda», riprendo quindi «era umbra, abitava nell’Alessandrino, adorava bere il caffè e ascoltava gli Afterhours. Era uguale a tutte le altre bionde, ma anche assolutamente diversa».

 

Qualche caffettiera prima.

«Domani parto» disse quell’ultima volta.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante, mi mancherai».
«Non mi hai mai detto come ti chiami».
«Nemmeno tu hai raccontato tutto di te».
«Conosci il mio nome».
«Vero, ma non è sufficiente per conoscerti. Di te non so nulla, salvo che ti piaccia dipingere, anche se la pittura non è il tuo lavoro. Mostri solo ciò che ti interessa mostrare, come quando affermi che fai un lavoro da ventenne, senza però specificare che lavoro sia».

E così se ne è andata via e mi ha pagato con la medesima moneta.
So dove vive ma non so come ci sia arrivata; so se sta male, ma non so chi o cosa la ferisca;  so che non mi ha dimenticato, ma non mi ha mai spiegato il perché. So che pensa a me, lo so perché me lo ricorda con le foto delle caffettiere, ma non ho mai capito se il suo sia amore, odio, entrambe le cose o nessuna delle due.

Zero.

Ci sono centinaia di treni che ogni settimana lasciano questi maledetti binari. Centinaia di treni che puzzano di pendolarismo o emigrazione. Una decontestualizzazione a quattro mori delle forze armate e del disagio giovanile. Tuttavia si fa la fila nei cessi; si fa la fila perché gli amabili vecchietti potrebbero essere pedofili travestiti da amabili vecchietti, e magari non restano a lungo in bagno per questioni di prostata, ma per pratiche onanistiche. Nel frattempo è finito il sapone. Disdetta.

Accendo il lettore, lo accendo mentre osservo il mio volto riflesso nello specchio sozzo di slogan all’uniposca e sborrate notturne. Parte Zero degli Smashing Pumpkins e tutto sembra migliore. Quindi la porta si apre e il bagno centrale si libera. Non c’è carta igienica, ma in compenso uno stronzo grosso quanto un gatto è parcheggiato sul lato della turca. Sollevo le spalle e abbasso la zip: cazzo fuori. Mi metto a pisciare direttamente sulla merda per vederla spappolata dal mio getto.

Mi laverei le mani ma il sapone è finito. Ho dei fazzoletti, ma non li ho qui, li ho lasciati a casa. Mi accontento del dorso dei miei jeans, tanto chi se ne frega di qualche goccia di piscio quando si possiede una lavatrice. Un passante mi chiede da accendere, ma non fumo. Una ragazza mi chiede qualche spicciolo per comprarsi un cappuccino: la accontento, anche se so bene che ci si comprerà una dose. Del resto non ha la faccia da cappuccino.

Una suora mi sorride. Ricambio nonostante la blasfemia sia uno dei miei hobby preferiti. Poi controllo, gli orari ignorando che stia cercando una partenza tra gli arrivi. Il bigliettaio mi guarda, mi osserva: è malato credo. Ha una di quelle malattie ai nervi che ti costringono a stare seduto. O magari no. Magari sono io che sto facendo casino tra i sintomi. Poi tossisco, osservo il dorso della mano e fingo di non vedere il sangue. Sono debilitato, respiro e sorrido. Non sono credibile.

Come per dove? Per casa no? Ho la faccia di chi torna a casa, il malumore di chi torna a casa, le occhiaie di torna a casa, lo scarso entusiasmo di chi torna a casa, il volto scavato di chi deve tornare a casa anche se non ne ha voglia. C’è una cappella, entro e mi inginocchio, anche se non sono molto credibile. Sono opportuno come un orso polare all’equatore. Chiamo, ma nessuna risposta. Forse il mio orgoglio mi rende sordo, o forse quel recapito non esiste. Non resisto.

Entro nella parruccheria di fianco. Non c’è nessuno, mi fanno sedere sulla poltrona. Mi mettono quel cazzo di camice che mi sembra una parafrasi del cappio e quindi arriva la fatidica domanda.

«Come?»

Non so rispondere. È da tanto che non faccio i capelli per me. Le ultime volte non dovevo tagliare troppo perché Lei si arrabbiava. Ma stavolta posso tagliarli quanto diavolo voglio. Sorrido amaramente. Ho gli occhi arrossati e la faccia stanca. Il parrucchiere non legge tra le righe e mi racconta una stupida a barzelletta a sfondo pornografico, che nonostante tutto mi strappa una risata. Ma non ho ancora risposto, diamine, e il barbiere non ha tempo da perdere.

«Zero».

Il mio riflesso, lo specchio sporco.

Puntate Precedenti:


Housemartins
Fun Lovin’ Criminals.

Housemartins

Da quanto si racconta, Lei era un fiorellino spinoso.  Era magra e pungente. Ma anche fottutamente carina, e decisamente divertente.
Era una di quelle persone con la battuta facile, ma anche permalosa e infantile a volte. Litigavano per cazzate, come capita spesso quando sei uomo e donna da non molti anni.

Da venti giorni non litigavano più. Lei era strana, silenziosa, spesso assente. Un giorno lui arrivò sotto casa sua e suonò il citofono: nessuno rispose. Ma non si arrese e provò ancora e ancora e ancora…
Era lunedì come oggi e quattro giorni dopo ci fu il funerale.
Quando venne suonata Think For A Minute, degli Housemartins, la sorella sorrise, dicono, mentre tutti gli altri singhiozzavano.

Stavano assieme da quasi un anno, ma lei aveva scoperto della malattia solo venti giorni prima. Quando lui, dopo un controllo in ospedale, le chiese cosa fosse, lei si inventò una bugia che poi lui non dimenticò mai.
Cominciarono così quei venti giorni, quelli in cui lui temeva lei volesse lasciarlo. Sbagliava: non voleva, doveva lasciarlo.

Gli scrisse una lettera. Non era una di quelle robe che leggi nei libri o vedi nei film, no. Gli scrisse quelle parole che vengono solo a chi non si sente ancora in pace e anzi, a chi è profondamente incazzato. A vent’anni del resto, chi diamine è pronto ad affrontare qualcosa di simile?

Lei non lo era.

Lui non la vide.
Gli fu impedito, lo chiese Lei, a genitori e medici.
La videro in pochi negli ultimi momenti e nessuno la vide poi; le sue ultime parole, si racconta, furono semplicemente “spegnete quella cazzo di radio..”. Probabilmente trasmettevano qualche cagata che lei detestava. Era più tipa da Cd, da Cd degli Housemartins, da ascoltare scalza, seduta o sdraiata sul tappeto preferito fumando una Lucky Strike, come nella maledetta canzone di Vasco.

E una volta l’anno sarebbe stato il suo compleanno e avrebbe compiuto altri tredici anni oltre i venti che aveva già…
Anche le rompipalle lasciano un vuoto, anzi, soprattutto loro, da quanto si racconta.