Una quasi favola

Era morto. Era morto per stupidità.
«C’è un piccolo topo», mi disse giorni prima, «un piccolo topo che gira per il mio cortile».
Ok, un piccolo topo. Ma un piccolo topo, a casa mia, era comunque un topo. Come un uomo poco armato che non si distingue da uno molto armato, entrambi sono potenziali assassini, un piccolo topo deve spaventare come un grande topo, in particolare se veicola malattie.
La chiamavano ME&TE: quella una significava Metaqualcosadiqualcosadaltro, una roba da medici diciamo. Definiva una rara e insignificante malattia, quasi innocua per il genere umano, che, a quanto pare, solo alcuni piccoli topi riuscivano a veicolare. All’epoca, come oggi, per catturare un topo non serviva una grande trappola, ma una trappola efficace. Perché se è inefficace, non la si chiami “trappola”, ma “diversivo”. Ma il mio amico si lasciava comprare dal concetto grande = migliore, e acquistò la trappola più grossa che vendevano allo spaccio. Non c’entra nulla, ma Sam, che gestiva lo spaccio, è ancora vivo. E così un topo molto piccolo, che veicolava la ME&TE, passò attraverso una grande trappola, che poi trappola non era, raggiungendo un essere umano e trasmettendogli la malattia. E mentre il vecchio Sam piazzava piccole trappole di fronte a casa sua, il mio amico era morto, era morto di stupidità, e di <em>Me&Te</em>.

Quasi morale della quasi favola: una malattia è classificata come “quasi innocua”, non è innocua.
Analogamente, ho capito che non posso mai essere quasi felice, o quasi sazio, o quasi eccetera.

Anna.

Era la notte di San Silvestro del 1979 e, per motivi che a breve capirete, mia madre non aveva alcuna voglia di far festa. In ospedale, il personale di turno era così ridotto all’essenziale da risultare insufficiente in caso di improvvisa emergenza, emergenza che, per fortuna di tutti, quella notte non si verificò. L’atmosfera era anzi tanto rilassata, che in uno sgabuzzino del quarto piano, dove a rigor di logica dovevano esserci solo scope e grossi rotoli di carta industriale, qualcuno accoglieva il 1980 nella maniera migliore: un’infermiera ventenne si stava lasciando scopare da un internista trentacinquenne che, da quanto le aveva raccontato, era in pieni crisi coniugale. Presunta crisi coniugale a cui aveva creduto anche mia madre, ingravidata in primavera da un coglione che, pochi giorni prima della mia nascita, era diventato padre di Anna, la mia sorellastra. Così, poche ore dopo la mezzanotte, all’alba del Capodanno del 1980, sono nata io.
Nei giorni successivi, mio padre venne a riconoscermi, e non si presentò da solo. Nella nursery, la moglie di papà conosceva per la prima volte mia madre, stranamente amichevole, e la perdonava per essersi portata a letto il marito, proponendole anzi di trasferirsi in una casa sfitta non lontana dalla loro, in modo che io e Anna potessimo crescere vicine. E nell’imbarazzante silenzio dei presenti, convinti che mia madre spolpasse viva la legittima consorte del padre illegittimo di sua figlia, si udì la sola risposta che chiunque quel giorno avrebbe escluso a priori: «farebbe piacere anche a me che le bambine crescessero vicine», disse infatti, «e non mi dispiacerebbe se tu mi perdonassi».
E così Katia perdonò mia madre. E nelle settimane successive cominciarono davvero a frequentarsi: si vedevano per un tè o un toast; si facevano le unghie a vicenda; si prestavano i dischi. Io e Anna venivamo educate come sorelle, obbligate a rispettarci, essere leali e solidali l’un l’altra. Il mattino, quando Katia lavorava, era mia madre ad occuparsi di entrambe; il pomeriggio, quando mamma faceva la cameriera in un bar cittadino, stavo a casa di papà. Venivamo pettinate in modo identico, oppure simmetrico: se Anna aveva la coda sulla destra, io l’avevo a sinistra; se lei aveva la riga da una parte, io l’avevo dall’altra. Ovviamente ci compravano gli stessi vestiti e le stesse scarpe. In breve, io e mia sorella abbiamo trascorso in simbiosi il primo biennio delle nostre bizzarre esistenze.
L’unico non coinvolto in questo strano circo del “volemose bene comunque” era papà, che ne era la causa. Se passava del tempo con me, non lo passava con Anna, e viceversa. A lui non piaceva che le due famiglie crescessero assieme. Soprattutto non sopportava Francois, il compagno corso di mia madre. Francois era un cuoco francese che, in due anni di convivenza, avrò visto sì e no tre o quattro volte con indosso un paio di mutande. Aveva un pene grosso quanto alcuni miei bambolotti, e credo che quel cazzo da bovino fosse l’unico motivo che lo legasse a mia madre. Il francese era un perdigiorno cronico, rumoroso e perennemente in bolletta. Una donna sana di mente lo avrebbe lasciato dopo 2 ore: mia madre ci mise due anni a levarselo dalle ovaie.

Un uomo mediocre si incula una porno bionda. (Appunti)

Il fuoco che non arde nella tana del cane. Un vortice di vento trasporta i pettegolezzi notturni, riverberati da un fornaio adultero. Protagonista principale di questo racconto è un personaggio mediocre, perciò più adatto al ruolo di comparsa. Immaginate dunque un uomo che cena con zuppa fredda di fagioli, condita con lacrime di disperazione. Immaginate un bicchiere alcolico vuotato costantemente, ma riempito di volta in volta da vino dozzinale e puzzolente d’aceto. Lo visualizzate quel genere di individuo che guarda esclusivamente documentari in bianco e nero? Documentari sottotitolati, per giunta. Mediocrità a buon mercato, guarnita dal dizionario di sinonimi e contrari: bassezza, insignificanza, scarsità, inettitudine.
E poi lei, porno-bionda che nei film noir si innamora dello sfigato autobiografico; una di quelle femmine che nella realtà si fanno stantuffare da un superdotato palestrato. Porchiddio, quanto ci starebbe bene una colonna sonora di Donald Fagen. Troppo dispendiosa per questo mediocre show.
La porno-bionda entra in scena quando il sipario si alza. È il secondo atto, ma la giunonica protagonista non si spoglierà prima del terzo, anche se tutto dipende dalla forza dell’improvvisazione.
In platea, fumando una Winston nonostante il cartello “vietato fumare Winston“, un critico frustrato prende appunti. «Che spettacolo indegno», sussurra, «diorrottinculo», impreca quindi sottovoce, «l’ennesima boiata ripetitiva che occupa uno spazio che dovrebbe essere destinato ai veri drammaturghi».
Diversa l’opinione del proprietario del teatro, che non può permettersi né Cats, né Rent, né Mamma Mia. Qualsiasi cazzata che venda qualche biglietto gli va dunque bene.
Felici anche i costumisti, più che altro per la gioia di vedere nuda la porno-bionda dietro le quinte.
Infine il regista. Si chiama John Smith, ha cinquant’anni, e continua a mettere in scena frammenti della sua patetica esistenza. Ha divorziato vent’anni fa; è padre di un futuro avvocato, e di una ballerina talentuosa che non ha mai visto danzare. Prega un Iddio pagano che la critica spenda qualche parola di elogio nei suoi confronti, o che la voglia di suicidarsi diventi abbastanza pressante da indurlo a porre fine alla sua inutile esistenza. Eppure dalla platea qualcuno applaude. Del resto anche la mediocrità gode di qualche estimatore. Ma dal pubblico non si applaude al mediocre, ma al décolleté della porno-bionda. Amen.

Memori di memorie.

Il prologo era suonato da chitarre scordate. Pittori in disaccordo partivano da vertici opposti del medesimo muro, scontrandosi così al centro del murales. Nel frattempo una mongolfiera planava sulla città, riflettendo i raggi solari violacei di un apocalisse nucleare. Dio quei giorni era partito in crociera, e topi grossi come Mammut banchettavano con quel che restava del genere umano. Nascosto in una condotta idrica abbandonata, leggevo vecchi fumetti e fumavo le mie Winston. Mangiavo muffa, bevevo piscio e bevevo il mio stesso piscio. Per tenermi lucido canticchiavo “Oh! Take me back to dear old Blighty, put me on the train for London Town: take me anywhere, drop me anywhere, Liverpool, Leeds or Birmingham, but I don’t care“. Come mezzo di trasporto avevo una vecchia Honda VTR. Non certo il meglio delle Superbike, essendo sempre stato un ducatista con sporadiche escursioni in Bimota. Ma quella avevo, e quella dovevo farmi andar bene.
Jackie venne a cercarmi poco prima del tramonto. Era una bella ragazza, abbastanza simile alla Druuna di Serpieri (se avete presente il genere). Contrariamente alle mie speranze, non sembrava disposta a spogliarsi di fronte a me. Mi chiese da bere, mangiare e fumare, ma non ebbe nulla. Le mie provviste scarseggiavano, e la bottiglia di bourbon che conservavo nello zaino la riservavo per occasioni notevoli. Sembrerà stupido non godersi la vita a poche ore da un’imminente apocalisse definitiva, ma la mia era una sorta di taccagneria ottimistica: speravo ancora che le cose cambiassero, anche se le probabilità che tale cambiamento accadesse oramai sconfinavano nel metafisico.
«Cosa ti porta qui?» chiesi infine.
«La mia radio è rotta», spiegò Jackie, porgendomi quindi una scatola viola grande poco meno di una stecca di Marlboro.
Era un vecchio congegno olandese, di quelli che compravi al supermercato, pagandolo quanto una decina di confezioni di Pringles. Credo andasse anche a batterie, ma non mi serviva smontarla per intuire che avesse la scheda fottuta. Era colpa delle temperature, ormai prossime ai 40 gradi anche la notte.
C’era una stazione non lontana, dove un vecchio apparecchio a valvole resisteva ai bombardamenti. Avrei dovuto indicarlo come destinazione, ma non lo feci. Sarebbe sarebbe stato inutile. Sorrisi a Samantha. Le chiesi se avesse un compagno e se fosse ancora vivo. Lei annuì. Mi parlò di Nicholas, il suo ragazzo del Kentucky. Mi raccontò che, contrariamente al sottoscritto, lui amasse soprattutto le Honda. Allora le regalai la mia rivista a fumetti. Speravo che lei e Nicky la leggessero assieme prima di morire. Oppure che la ignorassero perché impegnati a scopare.
Ripensai a mia moglie poi, morta da pochi giorni. Sorrisi, promettendo a me stesso di brindare all’eternità della sua anima quando sarei stato in punto di morte.
L’amore è eterno, più del ricordo.


Perdonatemi amici follower.
Nicholas Patrick Hayden era mio coetaneo, e oggi sentivo il bisogno di parlare finalmente di lui. Chi segue da tanto, sa quanto io amo e seguo le corse motociclistiche, non fossilizzandomi esclusivamente sulla MotoGp. Non sono mai riuscito a scrivere su di lui, perché sentivo una sorta di sciacallo. Posso assicurarvi però che in 36 anni di vita solo due volte mi sono commosso per la scomparsa di una celebrità: Scott Weiland e N. Hayden.
Mi piace pensare che oggi, al posto di Nakagami, non sarebbe caduto e avrebbe portato la Honda al trionfo nella 8 ore di Suzuka. Sarebbe stato un modo meraviglioso per festeggiare il suo 36mo compleanno.105edf695e1bc040cae22fd5980dd072-amazing-race-awesome

La porno autostoppista.

Venti minuti di musica celtica, e i miei istinti omicidi sono più vivi che mai. Dovrebbe esistere una sorta di convenzione internazionale per la musica da ascoltare in viaggio. Guido nervosamente, piuttosto infastidito dagli altri utenti della strada. Ok, è domenica; ma questo non autorizza laggente a occupare la carreggiata con la propria maledetta Fiat Punto rossa, procedendo a 30 km/h in un rettilineo in cui potrebbero decollare gli aerei: vecchiddimerdallaguida come problema sociale irrisolto.
Un’autostoppista chiede un passaggio. Sembra Ornella Muti da giovane, anzi da giovanissima. Indossa un predisole grigio, sandali color crema e un elegante foulard da pornodiva anni 70. Comincio a fantasticare su di lei, ma temo non sia interessata a lasciarsi stuprare seduta stante: magari vuole prima conoscermi meglio.
«Perdonami per la musica celtica», mi giustifico non appena sale a bordo. «Ma ho perso una scommessa: sono obbligato a viaggiare con i Flogging Molly per una settimana».
«Capisco», afferma lei con le labbra carnose da bocchinara eletta da Madre Natura, probabilmente parafrasando sticazzi. «Anche io ho perso una scommessa», aggiunge facendo scorrere la cintura sulla scollatura. «E devo accettare i passaggi dalle teste di cazzo».
Mi piace il suo carattere, ma molto di più mi piace il suo seno: quarta coppa D. Vorrei chiederle come si chiama, ma ha un bracciale con il proprio nome; altrettanto vale per l’essere fidanzata, visto che indossa un enorme diamante da futuro marito ricco (e probabilmente cornuto); non mi informo sulle sue capacità sotto le coperte, tanto non sono uno da sesso canonico. Per tagliare, le dico, prendo un sentiero che si inoltra in una pineta. Ho già il cazzo duro alla vista di tanta inquietante intimità circostante, in quel luogo in cui nessuna persona sana di mente si inoltra. Mi piace Martina, così si chiama la bella autostoppista, e ammazziamo il tempo citando i peggiori film in cui i protagonisti viaggiano in auto: Scemo e più Scemo viene eletto il migliore dei peggiori. Un briciolo di candida goliardia ci avvolge mentre cantiamo “Un merlo, yeah, che, yeah, vola, yeah”. Poi ci fermiamo. Lei è tesa, ma riesco a stordirla in pochi secondi. Faccio solo fatica a reciderle la carotide, ma solo perché quella puttana non collabora. Me la scopo ancora calda. Le vengo sui piedi, come da costume. Mi dispiace fare scempio del suo cadavere con i Flogging Molly in sottofondo. Ma una scommessa e una scommessa, no?
Qualcuna di voi vuole un passaggio?