Shy Guy

La terza settimana de Le dimensioni contano è terminata.
Se vi siete persi qualche episodio, qui sotto trovate i link

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Le dimensioni contano – parte 1

Avevo sette anni. La mia adorabile nonnina si era chiusa in camera assieme a Flavio, un suo amico giardiniere. Erano stanchi dai lavori in giardino, mi dissero, e volevano riposare un poco. Bizzarro, non c’erano stati lavori quel pomeriggio, e comunque la casa della nonna non aveva un vero e proprio giardino; c’era più che altro un’aia, cioè ghiaia e merda di pollo. Nulla dunque che necessitate della mano esperta di un giardiniere, salvo ovviamente la fica della nonna.
Ero libera, pericolosamente libera. Di conseguenza mi fiondai rapidamente verso il granaio. Il riposino non durava mai meno di una mezz’oretta, un lasso di tempo necessario per mettere le mani su un oggetto da cui in genere venivo invitata a stare alla larga: la motosega.
Avendo visto tante volte Flavio accedere quell’affare, non mi sembrava troppo difficile. Effettivamente mi ricordai di controllare l’acceleratore a mano, disinserire il blocco di sicurezza, e constatare la presenza della benzina nel serbatoio. Presi in mano il cordino, ricordando le parole di Flavio: “un bel colpo secco, senza paura”. Nessuna paura, ma per tirare bene poggiai il piede destro sulla lama di quella trappola. Stavo per accendere, quando qualcuno mi sollevò da dietro, tirandomi via bruscamente e, di fatto, salvando il mio piede da una probabile macellazione e amputazione.
«Sei impazzita?» chiese mia madre, che in quel preciso momento si sarebbe dovuta trovare in fabbrica, a venticinque chilometri di distanza.
La sera a cena ci fu una discussione con la nonna. Per la prima volta sentii mia madre parlare de “l’altra parte” e della cuspide. Non riuscii a capire gran parte delle cose che si dissero, anche perché molte parole non le avevo mai sentite prima. Ricordo che parlarono di un diario, e di un certo Andrea.
Dimenticai quell’episodio nel lasso di pochi giorni. Ne accadde però molto più importante quattro anni dopo, pochi mesi prima il mio dodicesimo compleanno.
All’epoca giocavo a pallamano e, ESGC inclusi, ero anche piuttosto brava. Il caso volle che la sera di un importante spareggio, mi sentii stranamente umida tra le cosce. Toccandomi, le mie dita si macchiarono di rosso: lo stramaledetto menarca.
«Auguri», affermò Sonia, la mia migliore amica, osservando entusiasta le mie dita chiazzate di sangue. «Sei signorina», affermò con la felicità che in genere usava solo quando trovava un poster dei fratelli Knight su quell’immondezza cartacea nota a noi bimbe, quasi donne, ma ancora bambine, come Cioè.
«Porca puttana in menopausa», berciai scostando la mia amica, che nel frattempo aveva tentato vanamente di abbracciarmi. «È meraviglioso», continuava a ripetere con la vocina da Candy Candy.
Meno ciccipucciosa fu l’allenatrice, che mi procurò un assorbente e un cambio, dispensandomi dagli auguri e altre esibizioni stucchevoli d’affetto.
«Capita a tutte prima o poi», spiegò invece tiepidamente. «Rilassati».
Rilassarmi? Sarebbe stato il caso. Ero nervosa come un pitbull con le emorroidi.
Scendemmo in campo, dove il mio cervello si disinteressò della partita dopo quattro nanosecondi. Fu sufficiente che Emilia, una delle avversarie, mi sorridesse in un modo a mio avviso, e solo a mio avviso, provocatorio.
L’istinto iniziale fu arrotolarle una corda attorno alla sua grossa testa di cazzo e poi impiccarla a un canestro del campo da basket, il tutto danzando festosamente e cantando entusiasta Step by Step dei miei amatissimi New Kids On The Block. Ma non lo feci: non sapevo dove trovare una corda abbastanza resistente.
Dopo poche azioni però, Emilia mi capitò di fronte. Correva verso di me, pronta a ricevere un passaggio da una compagna. La murai volontariamente, scagliandola poi a terra, sedendomi quindi sul suo petto e costringendola supina. Fu inutile il suo tentativo di divincolarsi, perché la colpii con una gomitata all’occhio destro.
«Muori vacca…», affermai senza però cantare Step by Step, o danzare. Ci misero circa quaranta secondi a separarci togliermela dalle mani. Ovviamente la partita venne sospesa.
Nonostante i cazziatoni di arbitro, allenatore, compagne di squadra, genitori vari, passanti casuali e chiunque altro volesse sgridarmi, inizialmente non compresi la portata della mia violenza. Credetti che Emilia se la sarebbe cavata con un livido: sbagliavo. Nelle ore successive un chirurgo provò a salvarle l’occhio con una lunga operazione, inutilmente.
Quando lo scoprii, passai una notte terrificante, in preda ai sensi di colpa. Ero in lacrime, con l’eco del rimprovero altrui che mi rimbalzava dentro, oltre all’idea di Emilia costretta per sempre a girare con una benda da pirata.
«Cosa ti è saltato in mente?» mi chiese mia madre verso mezzanotte, sdraiandosi di fianco e asciugandomi le lacrime.
«È colpa mia», le dissi. «Quella stronza non vedrà più da un occhio, porca troia».
Mi abbracciò. «Non dire le parolacce, amore mio», affermò baciandomi la fronte. «Le signorine non lo fanno».
Strano.
Mia madre era quella che per una nota sul registro mi aveva impedito di guardare la televisione per un mese, requisendomi anche lo stereo, il Sega Mega Drive e il Liquidator. Era la certa che mi tirava certi schiaffoni atomici quando mi ascoltava bestemmiare. Mamma era quella delle lavate di capo infinite quando mi dimenticavo di rifare il letto la mattina. E se al mattino, dopo la colazione, trovava una goccia di latte sul tavolo non ripulita dall’apposita spugnetta gialla da igienista psicopatica, usciva di testa come Hartman alla vista di un lucchetto aperto.
Eppure, quella notte il Sergente Istruttore Mamma sembrava sereno, nonostante avessi rovinato la vita di una mia coetanea.
«Dormi», mi disse infatti dolcemente, lei che in genere era acida come l’acqua raggia al limone. «Domani sarà migliore», aggiunse violentando la grammatica pur di citare Vasco, che adorava.
E Vasco non aveva torto, cazzo, Vasco non ha mai torto, in nessuna dimensione.
Al risveglio fu effettivamente migliore, ma solo in parte: mi ritrovai in una casa diversa dalla mia. Ero anche più magra rispetto alla notte prima, con un taglio di capelli differente, e senza i brufoli del cazzo che mi erano spuntati nell’ultimo mese. Inoltre vedevo in una maniera piuttosto strana.
«Ma porca puttana sadolesbomasochista!» gridai spaventata, guardandomi allo specchio: l’occhio sinistro era bendato.

Ma il coccodrillo come fà (accento?), parappapapaaaaaaaaaaaaa!

L’unica inculata nella nostra esistenza è il tempo. E non perché la vecchiaia ci spaventi, dioccane no, mappe ma per via delle scadenze, e di tutti quei conti che non facciamo mai in tempo a pagare. Ok, magari voi ci riuscite, ma io no. Mai! E i creditori, santoccielo, ma quanto sono seccanti i creditori?

Certi creditori ti seguono come cocco dritti coccodrilli affamati, spesso in paludi in cui lame male la melma è tanto densa da impedirti i movimenti liberamente. Vogliono farti la festa (i creditori), nemmeno ti fossi violentato l’alloro la loro bimba minorenne (loro = creditori). E te la faranno (la festa), credimi! Sei fregato, perché i creditori sono in placabili implacabili soprattutto sessi se si parla di te un po’ tempo.

Puoi mangiarti un ragno, se vuoi. Oppure un anfibio salma stronzo salmastro zoppo da chissà quando, per quanto in tanti com’inchino comincino a tracannare acqua stagnante e malsana come se fosse la miglior vodka. Finché non si finisce 3 molari ti ha saggi re tremolanti ad assaggiare le feci altrui, merda succo lenta succulenta appartenuta all’ultimo banchetto del predatore che si ape resta appresta a squarciarti la coscia con un morso.

Se tutto va bene, piove. Magari una coppia di preti di merda insospettabili pedofili ti nota; poi si incula un ragazzino prega per te; infine chiede scusa a dddio si masturba, perché la vista del sangue è esci tante eccitante. Ed è eccitante è anche sentirti gridare come un ho sesso ossesso, mentre quel male detto maledetto coccodrillo ti divora come se non mangiasse da una settimana, implacabile come solo la natura sos sa essere.

Non è come nei film, dove tutto a viene avviene in fretta, si conosce una un un bar e la si scopa subito con un brano anni 80 in sottofondo, e si risolve il tutto con un cambio di in qua radura inquadratura su una chiazza di sangue… no! Cazzo, no! È molto più ha ghiaia ante agghiacciante, lungo, devastante. Quel maledetto ha maiale animale si prende tutto il tempo a sua sadicissima (brand new neologismo) disposizione,  facendoti lentamente a pezzi e godendosi la tua stupida carne.

Che poi fosse per me i coccodrilli sarebbero estinti, assieme alle zanzare, assieme ai topi, assieme ai Modà, i Negramaro, Ligabue, quelli che su instagram spammano fit-line, i puffi, i buongiornisti e…
Ci pensi? Hai fatto diete macrobiotiche, tanto sport, hai cercato di non annaffiarti con l’alcol e non rovinarti con le droghe. Tutto questo per diventare una cazzo di merenda per uno stracazzo di merdosissimo anfibio… CAZZO!

Ecco le mie pillole. Mi calmo, sì, mi calmo. Miccalmo!

Calmo!

PS: non ho avuto tempo di correggere, quindi in teoria non dovreste leggere la roba cancellata.
P. PS: questo contenuto forse non è adatto ai bambini. Se vi piacciono i puffi non leggete.
P. P. PS.: mi scuso con i fan dei Modà. Non volevo infastidirvi, ma cazzo, avete idea di quanto cazzo mi infastidiscono i vostri stracazzo di Modà.
Ps reload: perdonate il turpiloquio.

La Mistress mi stressa.

Il Bull si svegliò poco dopo le dieci del mattino, tre ore dopo essersi addormentato. Nello stesso momento in cui si era alzato dal letto, aveva paradossalmente sperato che un qualche fenomeno paranormale, o divinità metafisica, avesse cancellato l’eccitante, ma sanguinoso, weekend appena trascorso.
Non aveva un’idea precisa delle ragioni psicologiche che avevano trasformato una domenica orgiastica in un brutale omicidio, ma gli venne il dubbio che la Mistress avesse deciso sin da subito che quello non dovesse essere solo un semplice gioco erotico. Era altresì certo che la pistola non fosse stata posizionata nel primo cassetto del comodino per puro caso. Ad alleviare solo in parte i sensi di colpa, la vittima – un trentasettenne disoccupato che abitava e viveva solo – era probabilmente morta sul colpo, senza soffrire.
Il cadavere ripulito dalle impronte digitali era stato abbandonato davanti al piazzale di una chiesa di periferia. Le indagini, come spesso capita quando a finire brutalmente è la vita di chi lascia pochissimi affetti, sarebbero state circoscritte a qualche domanda qui e là alla gente del quartiere e a una breve serie di relazioni, senza tutto la scrupolo che sarebbe stato opportuno usare. Il fatto che il poveraccio avesse assunto prima di morire un’ingente quantità di narcotici, oltre alla presenza sul suo corpo di ferite e lividi che potevano suggerire una colluttazione, avrebbe quasi sicuramente fatto archiviare la vicenda come un’esecuzione voluta da qualche pusher. Così, celata l’indeterminata definizione di “spacciatore”, avrebbe trionfato l’impunità, con buona pace di chi credeva a certe vaccate sulla giustizia. Sicuramente nessuno si sarebbe scandalizzato.
I carnefici non erano certo preoccupati dalla galera. Erano ricchi, avevano un ottimo alibi e potevano definirsi amici di un buon numero di rinomati avvocati penalisti.
Il Bull in particolare, che si sentiva assassino anche se non aveva premuto il grilletto, non aveva ipotizzato, nemmeno per sbaglio, che quella vicenda potesse costringerlo alla galera. Già pochi minuti dopo lo sparo, mentre trascinava per le caviglie il corpo esanime della vittima, i suoi pensieri erano comunque concentrati su chi era rimasto vivo. Era preoccupato della Mistress, che viveva la consapevolezza da omicida in preda all’eccitazione e non al rimorso.
Anche se lei continuava a ripetere di essersi semplicemente difesa, il Bull non le credeva. Non a caso, le chiese semplicemente di tacere e dargli una mano a spogliare il cadavere. La donna lo aiutò solo in parte: per denudare la vittima usò un paio di forbici, con la presunta intenzione di far prima. In realtà creò nuove ferite, con uno strano sadismo da necrofila. E anche se parlò di errore, evirare il morto fu un gesto assolutamente premeditato.
Il pene della vittima era ora sotto formalina, conservato assieme alle olive sotto il lavandino della cucina rustica. Non era un vezzo, ma l’inizio di una collezione.

Requiem for a paninaro.

Finale gravitazionale, come frammenti di cristallo che diventano bicchiere. Senso di colpa generatore di peccato, rivoli di sangue rampicanti su carne, ferite ricucite in filo di lama.
Buoni Cristiani timorati di Dio prima dell’arrivo dell’infarto, consumatori convinti dell’onanismo in punto di morte, sorriderete al destino con gli ultimi denti da latte, che cresceranno brillanti come stelle cadenti nascenti. Oppure polveroso oblio, un nome scolpito e infine il marmo intonso.
Polmoniti candide vergini dei vizi, colpi di tosse arrossati a macchiare confortanti radiografie. Accettazione, lacrime, consapevolezza, mancata presenza, scarsa presenza, poca presenza, minore presenza.
Presente.
Vergogna da adulterio coniugale, la miglior scopata della loro vita, in sottofondo la notte che è come un filo elettrico, affamati di figa più affamati del lupo, sposarsi la mancata moglie di Simon Le Bon. Ribellione adolescenziale di un meraviglioso errore partorito all’inizio.

4 A.