Praise You

Oggi tua madre mi ha scritto. Mi ha mandato un sms per ricordarmi ciò che non posso scordare. Ho messo su Fat Boy Slim e mi sono sdraiato sul pavimento. Ho sorriso durante Praise You. Odio Luglio, perché fu il primo mese senza di te. E perché un anno prima ti incontrai. Faccio sempre fatica a dimenticarti, o forse non mi interessa farlo. Potessi scegliere, salirei ancora su quel treno, come 15 anni fa esatti, il 28/7/2002, e ti incontrerei.
Spero che lassù passino gli Housemartins ogni tanto.

I have to celebrate you baby
I have to praise you like I should

Puntate Precedenti:

Housemartins
Zero.
FLC


La rompipalle – Parte 3

In poche settimane Kori e Klaudia divennero amiche. Più precisamente, Kori adottò Klaudia come una sorella minore. La giapponese restò piuttosto sorpresa dalla vita della finnica fuori dall’ufficio. Innanzitutto la scandinava abitava ancora in albergo, e non aveva ancora disfatto i bagagli. Quando faceva la lavatrice, non riponeva i vestiti puliti nell’armadio, ma in valigia. Non sembrava essersi trasferita a Boston per restarci; sembrava invece fosse pronta a tornare a casa da un momento all’altro. La camera d’albergo che occupava era piuttosto inquietante: era vuota, e non profumava di nulla. In realtà nemmeno Klaudia aveva odore, visto che utilizzava detersivi, detergenti e deodoranti assolutamente neutri. Sembrava volesse passare inosservata. Con un po’ più di fantasia, Kori avrebbe anzi potuto ipotizzare che la finnica fosse una spia. Ma la bionda era più innocua del cadavere di un orso. A lavoro era sì prepotente e rompiscatole, ma mai per malizia. Per certi versi si rivelò anzi generosa. In ufficio imparò i vezzi dei colleghi, e alternò ai dispetti gesti piuttosto carini. A Connor, ad esempio, ogni tanto rubava una penna o rovinava un progetto; eppure ogni mattina Klaudia lo salutava porgendogli un bicchierone di caffè alle nocciole. A Max, che continuava a trattare con ostilità quando si rivolgeva a lei da latin lover, comprava un muffin almeno una volta a settimana. A Janet regalò invece dei libri di poesie e qualche Dvd di film in suomi, che tuttavia l’afro-americana, non capendo la lingua, non guardò mai. La persona a cui però Klaudia prestava maggior attenzione era Kori. Non iniziava infatti giorno senza che la finnica spedisse alla collega asiatica un sms al risveglio. Il problema della bionda erano le liturgie: non usava mai “buon giorno”, “ben svegliata” o frasi simili. Dava più che altro notizie della sua mattinata, senza filtrarsi, del genere “sto per fare la cacca” o “non trovo il bagnoschiuma” o “i vicini di stanza stanno già scopando”; queste e altre stronzate, così pure e ingenue, facevano sorridere la giapponese. E alla fine Kori concluse che probabilmente la finnica avesse bisogno di un punto d’appoggio e di qualcuno che si prendesse cura di lei.
«Devi trasferirti da me», le disse così un giorno. «Dormi poco, mangi male, e sembra che vuoi ucciderti da un momento all’altro», spiegò quasi brutalmente. «Ho una stanza libera a casa, ci starai comoda».
Ma Klaudia scosse il capo. «No!» e riprese a lavorare.
«Non te lo sto chiedendo», insistette Kori. Ma la finnica non le prestò attenzione.
«Senti, tesoro», continuò la giapponese severamente, poggiando la mancina sulla spalla della bionda. «Tu vieni a stare da me, e la pianti di vivere come una psicopatica, ok?»
«Non mi toccare», ordinò però Klaudia sollevando lo sguardo.
Kori lasciò stare, ma temporaneamente. Cercò di ovviare parzialmente il problema coinvolgendo la finlandese nella propria vita privata. La invitò a visitare i musei, le chiese di iscriversi con lei in palestra, e la invitò spesso fuori a cena. Klaudia la assecondava, ma sempre in modo piuttosto bizzarro. Nei musei, ad esempio, non si concentrava mai sulle opere; fissava invece i visitatori, studiandone i capricci, i vezzi, i difetti. In palestra passava venti minuti a prepararsi e scegliere con cura la playlist sull’ipod; però si stancava del tapis roulant dopo pochi “metri”, e ugualmente della cyclette. A cena poi era davvero insopportabile: ordinava un’insalata al fast-food o, viceversa, la bistecca nell’insalateria; si lamentava per il colore dei tovaglioli o la forma dei bicchieri; pretendeva pietanze assurde come la carne di renna, o zuppe scandinave dal nome impronunciabile. Ma più di ogni altra cosa, Klaudia non era mai di compagnia. Rispondeva alle domande solo per monosillabi. Se le si raccontava qualcosa, restava ferma ad osservare e annuire, senza però commentare. Kori aveva spesso l’impressione che la finnica nemmeno la capisse: sbagliava!
Tuttavia un giorno tornò alla carica. Erano in Post Office Square, sdraiate nel prato a fotografare una ghiandaia insolitamente domestica. Klaudia sembrava piuttosto incuriosita dal volatile, ed era insolito osservarla concentrata su qualcosa che non fosse il suo lavoro, o frantumare i coglioni a Connor. E Kori, in una maniera molto spontanea e imprevedibile, le fece una domanda che le rimbalzava dentro da settimane: «perché sei sempre sola?»
La finnica sollevò le spalle, cercando di prestare alla nipponica parte della propria attenzione, in quel momento quasi completamente condensata sull’uccello. «È complicato», chiosò.
«Provaci», la spronò Kori con affetto.
Klaudia sorrise perplessa, imbarazzata. «Aspetto qualcuno», confidò timidamente.
«E questo qualcuno ha intenzione di raggiungerti?» insistette la giapponese.
Ma la finnica non rispose, anche se una lacrima le solcò lo zigomo sinistro.
«Ho fame», cambiò allora argomento Kori, imbarazzata e mortificata. La giapponese offrì la propria mano alla bionda. Klaudia rifiutò il gesto d’affetto della collega, ma la seguì al chiosco degli hot dog, dove prese il sushi.

La rompipalle – Parte 1

La rompipalle – Parte 2

 

La rompipalle – Parte 2

Klaudia ci mise poco ad ambientarsi. Scelse una scrivania e la liberò da ciò che definì “inutile ciarpame”; malauguratamente l’inutile ciarpame era il progetto di un collega di origini irlandesi, il quale non fu felice di ritrovare il lavoro di mesi gettato malamente in un angolo.
«Ti ha dato di volta il cervello?» chiese infatti avvicinandosi alla finnica.
Klaudia scosse il capo. «Volevo star qui», rispose laconica, continuando a lavorare e non prestando un solo sguardo al collega furente.
«Io ti cavo gli occhi, puttana bionda», minacciò lui.
La scandinava lo osservò, sorrise e mostrò il dito medio della sinistra. Alla luce di ciò, Connor, così si chiamava il collega, afferrò uno dei disegni a cui lavorava la bionda e lo appallottolò, gettandolo poi nella pattumiera.
Klaudia, irritata, non reagì immediatamente, ma qualche giorno dopo rovesciò una tazza di tè caldo sopra le carte che affollavano la nuova scrivania del collega. Lui si vendicò passandole alcuni appunti nel tritacarte; lei rilanciò riempiendogli la scrivania di colla.
I dispetti terminarono quando Janet minacciò di licenziare entrambi.
Piuttosto felice dell’assunzione di Klaudia fu invece Max, il capoufficio italoamericano. Max era un quarantacinquenne corpacciuto e insicuro. Si sentiva un discendente di Rodolfo Valentino, ma era più che altro la controfigura del Commissario Winchester. Fiero delle proprie origini, quasi impropriamente, rappresentava quel genere di individuo spedito sul pianeta terra per screditare la leggenda metropolitana “italians do it better“.
Ovviamente, ritrovandosi in ufficio una bionda con seno da pornodiva e visino da bambola, non ci mise molto a partire all’assalto di quello che definiva “un gustoso bocconcino”. Purtroppo per lui, il bocconcino aveva una sessualità piuttosto complessa. Ci sarebbero state parecchie spiegazioni da dare, ma Klaudia rifiutò l’invito a cena con un semplice “no grazie!”
«E perché mai?» incalzò Max con presunzione. «Magari ci divertiamo!»
La finnica sbuffò infastidita. «Ripeto: no grazie!»
«Secondo me ti farebbe bene uscire a cena con qualcuno» insistette il capoufficio.
«Ho già risposto», concluse lei sbuffando.
Giorno dopo giorno l’inglese della bionda migliorava, anche se caratterizzato da frasi piuttosto brevi. In realtà quest’ultimo era quasi un vantaggio, vista la fastidiosa assenza di diplomazia che la contraddistingueva. Lo scoprì malamente Max, quando tornò alla carica con un altro invito a cena. Quella volta la finnica fu molto meno gentile che in precedenza: «sei troppo grasso», affermò senza mezze misure, «sarebbe molto imbarazzante».
Klaudia avrebbe trovato imbarazzante osservare l’italo-americano mangiare. Dal suo bizzarro punto di vista infatti, le persone sovrappeso tendevano ad abbuffarsi grossolanamente come cartoni animati, in una maniera piuttosto grottesca. Il resto dell’ufficio però suppose che quel “molto imbarazzante” fosse invece riferito a un eventuale amplesso. In effetti Max pesava due volte Klaudia, e da nudi facevano una figura piuttosto differente.
La sola che non pensò al sesso fu Kori. Kori era una designer nata e cresciuta a Yokohama, ma trapiantata a Boston nella seconda metà degli anni ’90. La giapponese osservò a lungo la finnica, studiandone il comportamento. Ne apprezzò la solitudine, la passione per il black metal, di cui Klaudia si nutriva quotidianamente per darsi la carica sul lavoro, i riti bizzarri come il pranzo alle 11 del mattino e gli addominali alle 15. Ne intuì anche la sessualità, in particolare scrutandone le reazioni al cospetto dei clienti e, soprattutto, delle clienti. Tuttavia, per quanto avesse il dubbio, non fu mai completamente sicura che Klaudia fosse effettivamente lesbica.
Ma il giorno in cui una giunonica cinquantenne dai capelli rossi mise piede in ufficio, Kori trovò conferma alla propria impressione. La rossa, nota arredatrice di uno studio associato, era una figura carismatica, dominante e affascinante. Era ancora una bella donna, piuttosto raffinata ed elegante nell’abbigliamento e nel modo di parlare. Kori scrutò meticolosamente le reazioni di Klaudia alla presenza della cinquantenne: arrossiva spesso, ridacchiava nervosamente, appariva fisicamente rigida e impacciata nel parlare. Soprattutto sembrava “accendersi” quando la rossa si rivolgeva a lei con frasi imperative.
Così qualche giorno dopo, durante la pausa pranzo, la giapponese rimase sola con la scandinava e affrontò la questione.
«Sei gay!» dichiarò sottovoce, sorridendole teneramente.
Klaudia annuì. «Non esattamente», le rispose imbarazzata.
Kori le sorrise ancora, ma stavolta senza tenerezza. «Se lo scopre Janet, sei fottuta, tesoro»

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Il silenzioso valzer dei mangiammerda.

Non parlavamo. Ci spedivamo i messaggi vocali su whatsapp, completamente silenziosi. A volte ti facevo sentire che ascoltavo gli Asia, oppure come il vento soffiava forte. Tu rispondevi con Dust in The Wind oppure il suono del mare. Le parole erano poche, spesso timide. E ugualmente gli sms, così telegrafici nella loro essenzialità affettuosa. Nel frattempo c’era chi diventava popolare sui social, e chi criticava l’ennesima inutile hit di Laura Pausini. Qualcuno faceva suonare il vinile di Rexanthony, o qualsiasi altra opera elettronica completamente sottovalutata, ma comunque apprezzata, dalle masse.
Era un’estate di passeggiate al molo, a comprare pesce fresco e fotografare le barche. Oppure di lunghi bagni nel mare, fregandosene di che ore fossero e se avessimo appena mangiato. C’erano le gite di lavoro, spesso in orari improponibili o scomodi. Quelle stalle in mezzo al nulla dove il fattore ti offriva una birra e ti chiamava “ingegnere”. C’era chi si ammalava di raffreddore in Agosto, chi prendeva il mal di denti di sabato e chi aveva il mestruo nell’unico weekend in cui rientrava il marito dal “continente”.
Passeggiavo in questi viali infiniti circondati di more, osservando una fila di case in costruzione: una di quelle era la nostra. Sapevamo dove avremmo messo i miei strumenti, e il tuo pianoforte, e l’albero di albicocche. Sapevamo dove avrebbero parcheggiato le auto i nostri amici e cosa cucinare per cena.
A volte ci addormentavamo in sala, con i piedi poggiati sul muro, sollevati, e la testa sul pavimento. Altre volte cominciavamo a scopare alle due del mattino e non ci fermavamo finché i vicini non chiamavano i Carabinieri.
Le nostre biciclette parcheggiate nel viale, sempre in mezzo quando qualcuno doveva passare. Le stupide scene di vita quotidiana riprese con la reflex e poi montate con i Soundgarden in sottofondo. La percezione che stesse cominciando qualcosa di meraviglioso e che invece si spezzò con un soffio di vento. Quel vento che a volte soffia romanticismo, e che altre ricorda che non poco lontano hai sepolto una tonnellata di merdose bugie.

«Ti fermi a cena da me?» mi chiedesti.

«Hoggiamangiato!» risposi, ripulendomi le labbra ancora sporche di una sostanza marrone.

Coprafagia forever.

L’inferno senza Tiziano Ferro.

Il profumo del gasolio tra i capelli sudati, lo sguardo assonnato di chi ritiene “abbastanza” dormire quattro ore per notte. I guanti bucati, ma comodi. Lo smartphone che si illumina ma non suona mai. Decine di sms a cui non hai voglia, né tempo, di rispondere. La testa altrove: a volte catturata da ricordi passati, spesso impelagata in progetti futuri. Speranze morte come foglie in autunno, oramai planate verso terra, calpestate dai passanti o pisciate dai cani. L’essere insignificanti anche per gli hipster e la loro passione per il foliage, mentre squarci di neve si preparano a seppellirci per qualche mese.
I Litfiba alla radio, l’arpeggio enfatico nel bridge di Regina di Cuori. L’estate di vent’anni fa, in bicicletta fino al mare, con i panini nell’Invicta a celare gli spinelli e la scatola dei preservativi. Pranzare al sole che chisseneffrega, sentirsi liberi e canticchiare Jolly Blue degli 883 come degli sfigati. Poi dieci anni dopo le scarpe antinfortunistiche, la Summer Card, il gatto che impara a saltare sul divano, la deflagrazione devastante che potrebbe mandarti al cimitero. Le pizze fredde dimenticate in auto, consumate gelide il mattino dopo, e una birra al posto del caffè-latte. Dieci anni ancora, e non saper comunque scrivere “caffellatte”, essere maltolleranti al lattosio e allergici ai rompicoglioni.
La felicità e tutte le sue contraddizioni, spesso generata da una sigaretta al risveglio, talvolta da una fugace scopata con l’amica di turno. Sposarsi, comprare casa, mettere al mondo dei figli, divorziare. Conoscere una di vent’anni più giovane, convivere, mettere al mondo altri figli, separarsi. Fottersi l’avvocato divorzista, piazzarsi a casa sua, metterla incinta e levarsi dal cazzo quando il bambino ha quattro anni. Comprarsi una decappottabile. Fotografare i tramonti; e chi fotografa i tramonti; e chi scuote il capo alla vista di osserva fotografare i tramonti. Pisciare all’aperto, ruttare dopo una birra, sorridere il mattino dopo una rumorosa scorreggia. Le analisi del sangue, il cancro, la chemio, lo psicologo che ti spiega che sei triste/arrabbiato perché sei malato (grazie-al-cazzo), il prete che gioisce perché presto incontrerai il Signore. Gioite!!!
E l’inferno, così agghiacciante in teoria, ma senza la merdosa Lento/Veloce di Tiziano Ferro in sottofondo. Perché morire, in fondo, non è un dramma tanto grave dopo che per anni si sopporta la pubblicità del Cornetto Algida.