La Proteina C – Preview WordPress

Lui se ne andò, così le due amiche restarono sole. «Mi ha detto che lo hai rifiutato tante volte», si giustificò Rosanna, ancora imbarazzata. «Non lo facevo da tanto, avevo bisogno di farlo», arrossì. «Ma non vorrei averti indispettita», concluse, in attesa che l’altra le desse un segno di pace o di rabbia. «Non sono indispettita», rispose Anna, impegnata a basare la cocaina dentro una bottiglia di vetro, usando ammoniaca e sodio bicarbonato.

Quando il crack fu pronto, Rosanna si servì per prima, mentre la collega faceva suonare Play di Moby. Si sdraiarono su un vecchio tappeto ad ascoltare Porcelain e fissare il soffitto. L’atmosfera nostalgica di quel brano ambient, assieme alle droghe, le mandava spesso in trance.

All’esterno Firenze si preparava al Natale, addobbandosi di palline colorate o luminose, ghirlande argentate, abeti in plastica e varie declinazioni di Babbo Natale.

I bambini erano esaltati, gli adulti spendevano la tredicesima prima ancora di averla incassata, gli innamorati facevano il passo più grande del loro portafogli.

Per i cattolici radicali era l’occasione per lamentarsi della mercificazione e dei troppi mussulmani in città; per certi progressisti astiosi era l’appiglio parlare di consumismo; per gli atei dichiarati era un momento di profonda ipocrisia, visto che approfittavano delle ferie come i credenti.

Poi c’erano persone come Anna e Rosanna, per cui Natale significava tornare a casa, nei luoghi dove erano nate e cresciute, a riabbracciare parenti e amici.

Ma in attesa di amici e parenti si abbracciarono tra loro.
E baciarono.
E toccarono.
E leccarono.

Continua.

Seguitemi su Instagram.

Annunci

La Favola di Danilo Petrucci.

Nel 2012 Petrucci è entrato in punta di piedi nel motociclismo che conta. Lo ha fatto salendo in sella a una moto che nessun pilota semi-quasi-blasonato avrebbe mai accettato di guidare, su una Ioda praticamente costruita in casa. Nel motociclismo non esistono i miracoli, perché vincono i colossi, i team danarosi e i piloti con talento. E infatti non ci fu alcun miracolo: Petrucci era destinato a riempire la griglia e non essere mai considerato tra i papabili per il podio.

Per tre anni il ternano è stato l’ultima ruota del carro. Per tre anni ha guidato la Ioda motorizzata Suter o ART, provando pezzi e subendo l’onta di non essere mai tra i protagonisti. Confrontando i tempi, rispetto al buon Danilo i Lorenzo in Yamaha, Rossi in Ducati e poi in Yamaha, Stoner e poi Marquez in Honda, sembravano tutti extraterrestri. Del resto avevano tutti un buon curriculum.

Valentino era 9 volte campione del mondo; Lorenzo era fermo a 4; Stoner a 2 (ma entrambi in MotoGp); Marquez era quello che partiva ultimo in 125 e moto2, ma poi vinceva la gara. E il punto era che non erano i soli: Dovizioso aveva un mondiale in saccoccia; Crutchlow aveva fatto benissimo nelle derivate di serie, portandosi a casa dei titoli in Supersport; Bautista e Barbara avevano fatto faville contro Simoncelli anni addietro. Persino Baz e Laverty, che venivano dalla Superbike, avevano un curriculum migliore di quello di Petrucci.

Chi era Petrucci fino al 2014? Era un ragazzo nato a Terni, la Manchester italiana. Era uno che fino ai 15 anni aveva fatto trial e cross, e solo a sedici era passato alla velocità. Era uno passato soprattutto nelle Stock, tra campionati monomarca, campionati europei e qualche buon risultato nel CIV. Ma niente prototipi. Niente 125, moto3 o moto2. In Superbike c’era passato una sola volta, come wildcard. Agli occhi di tutti era il pilota scarso che aveva trovato una sella di una moto a sua volta scarsa, e che da tre anni faceva la comparsa nel motociclismo che conta.

Eppure c’era chi credeva in lui. Ducati in primis, che lo aveva messo a collaudare le moto di serie, ma che al momento di scegliere un pilota aveva preferito Ben Spies. Anche Michelin crede in lui e gli fa I team di Superbike, che sapevano che Danilo avrebbe potuto portare in gara sia l’esperienza passata nel Civ e nelle Stock, sia ciò che aveva imparato facendosi sverniciare ogni weekend da Rossi, Lorenzo, Stoner, Pedrosa e Marquez.

Poi accadde. Nel 2015 Pramac chiama Petrucci. Perché dare una moto buona a chi, nel 2014, in 18 gare ha fatto 17 punti? Cosa potrà mai combinare uno che ha sempre guidato una Ioda? A Silverstone arriva la risposta.

Quel giorno piove. Petrucci è dietro, ma lui sull’acqua vola. Vola così tanto che comincia a recuperare posizioni. Sorpassa Iannone, Bradley Smith, Scott Redding e persino Daniel Pedrosa. A un certo punto raggiunge Jorge Lorenzo. Non sa che fare. Non ha forse mai pensato di trovarsi a un passo da un maiorchino. Che fare? Lo supera o no? Ci mette qualche giro a decidersi, come se avesse paura di sorpassare. Ma poi lo fa. Danilo Petrucci è terzo. Il pilota che per tre anni ha guidato una moto scarsa, vedendosi passare e ripassare, è sul podio. Ma non gli basta… Raggiunge e supera Andrea Dovizioso. Si avvicina anche Valentino Rossi, ma non ne ha più e molla. Chiude secondo.

Sembra il classico episodio. Un poco come la vittoria di Ben Spies in Olanda o il quarto posto di Pirro a Valencia. Sembra solo un caso. Ma Petrucci non ha finito di mostrare il proprio valore. Nel 2017 va sul podio al Mugello e in Olanda se non ci fosse Rins, probabilmente batterebbe un certo Valentino Rossi. A Misano è in testa per tutta la gara, e quasi piange quando Marquez lo batte all’ultimo giro. Il ternano non festeggia… ha il muso. Solo i vincenti sono tristi dopo un secondo posto.

Tra un anno salirà sulla Ducati ufficiale. Il pilota partito dalle stock, che per tre anni ha guidato la famigerata Ioda, tra 12 mesi sarà un pilota ufficiale in classe regina. Seguo le gare dal 1990, e non ricordo niente di simile. Non ho memoria di un pilota in sella a una privata quasi fatta in casa che 7 anni dopo guidava una Yamaha, una Honda o una Cagiva ufficiale. Diciamo che è un poco la storia di Cenerentola. Ma con tanto coraggio e determinazione. E senza fata turchina.

 

 

 

Il presunto omicidio/suicidio di Mister Smith

Si alzò dalla poltrona e si versò due dita di bourbon. Non avrebbe dovuto bere a stomaco vuoto, ma non aveva fame. In realtà avrebbe dovuto smettere con molte altre cose e avere maggiore cura di sé stessa, ma non quella domenica sera. E poi il giorno preposto al “domani smetto” è il lunedì.

L’ultima volta che aveva scopato era stato con un ragazzo di due anni più giovane, per sbaglio. Lo avevano fatto nei bagni del pub, senza guardarsi negli occhi. «Ci voleva proprio» si dissero, un poco come chi è tornato da una corsa nel parco. Per il resto erano d’accordo sulla storia da raccontarsi per fugare i reciproci sensi di colpa: la svuotapalle di turno.

Ma ora era annoiata, infastidita. Il marito avrebbe voluto abbracciarla teneramente, perché in fin dei conti i mariti servono anche a quello oltre che a rovinare l’esistenza delle loro ex fidanzate, ma lei non dava l’impressione di voler essere toccata. Voleva solo un’emicrania. Si stordiva con l’alcol, in modo da avere una buona scusa per avere quella faccia e per evitare il sesso coniugale. Nessuno capiva quanto oramai lo schifasse.

Gerry Scotti vomitava buonismo. Il televisore era acceso, sintonizzato su Canale 5, su uno di quei programmi dove in teoria dovrebbero partecipare concorrenti provenienti da tutta l’Italia, ma 2 su 3 hanno l’accento lombardo. Paradossi della telediffusione. Le immagini arrivavano dappertutto, ma non i treni. E la bottiglia dell’alcol era proprio nel mobile del televisore, sotto, dietro una vetrina. Per sbronzarsi bisognava passare per lo zio Gerry. «Quanto odio quando si definisce Lo zio Gerry» sibilò lei.

Tornò verso il divano con il bicchiere pieno. Si accomodò e diede una sorsata generosa che le fece fare una smorfia. Si guardò la mano libera e si rese conto che avesse bisogno di una manicure, o di altro alcol. Aveva bisogno di un altro cazzo forse, oppure di un buon pianto, oppure che quello stronzo alla Tv la smettesse di ripetere “grazie a Dio” per ogni cazzata. «Che si fotta Dio» sancì bevendo ancora.

Il marito la fissò. Si sentì inutile e fuori luogo. Si sentì anzi usato. Se abitava in quella casa, era perché un giorno sarebbe servito un qualcuno che organizzasse un funerale. Era una sorta di becchino, anche emotivamente. Era colui che aveva seppellito tutte le speranze della moglie. O forse non era proprio così, ma era come lei lo raccontava. Alla fine però lui si ricordò di una vecchia promessa.
«Ti prenderai cura di me, cercherai di farmi star meglio?»
«Sempre!» le aveva risposto.

Perciò le mise le mani attorno al collo. Lo fece con profondo amore, conscio che la moglie non desiderasse altro che abbandonare quella valle di lacrime. Del resto era una depressa alcolizzata, oltre che un’adultera frigida. Ed era anche blasfema. Sì, ricordava di averla sentita bestemmiare, ne era certo, o quasi.

Ok, forse anche lui aveva bevuto un bicchiere di bourbon; facciamo due; diciamo tre, se proprio vogliamo essere onesti. A stomaco vuoto, ovviamente. Dunque non era lucidissimo quella sera… ma aveva sentito la moglie bestemmiare, forse. Ed era certo che l’avesse tradito. Anche se, a pensarci bene, quel «ci voleva» lo pronunciava anche lui. Capita di mentirsi, no? Se poi ci si mette anche lo zio Gerry, a qualcuno sale il crimine. Lo zio Gerry che li teneva compagnie da tante settimane, ma che non avrebbe potuto testimoniare su chi fosse davvero alcolizzato tra i due.

Forse non le aveva fatto un favore ad ucciderla… Per fortuna abitavano al settimo piano, perciò «volare, uooooooh!»

Splat!

Tutta colpa di Gerry Scotti!

La vastità del prato che me ne frega.

Il giorno scopre la notte solo perché glielo raccontiamo con le nostre fotografie. Diamo dei nomi al nostro stupore, come “tramonto”, “alba”, “panorama”, anche se in verità viviamo tutto ciò senza proferir verbo, a bocca spalancata.
Ed è questo il bello.
Al nostro risveglio, i nostri occhi ignoranti si fidano della superstizione dei colori, e vediamo arancio ciò che magari è rosso, un poco per questioni ottiche e irradianti, e un po’ perché sbagliare ci fa ancora sentire ingenui. Per questo ci avviciniamo alla grande distese di fiori, sia quelle profumate, sia quelle che puzzano di stagno, per ricordarci di quanto era bello, da bambini, immergerci là dentro, quando chiamava “felicità” e “libertà” il semplice sgranchirci le gambe in mezzo alle margherite. Certo, forse era meglio da grandi, da adolescenti, quando i fiori abbiamo iniziato a fumarceli. Ma possiamo anche fare le due cose assieme, cioè cercarci un bel prato e drogarci serenamente.
Ma sì, buona domenica e porco dio!

Nina Succhiava

Nina succhiava. In ginocchio tra le cosce aperte del fidanzato, uomo brutto ma ben dotato, si sentiva al sicuro, anche se lui non le diceva mai nulla di confortante. Con l’odore di carne bruciata ancora nelle narici che le ricordava un’infanzia di sevizie domestiche, aveva scelto di affezionarsi a bastardi che quantomeno la spedissero in paradiso quando la penetravano, perché se non poteva evitare di incontrare uomini di merda, tanto valeva guadagnarci almeno qualche orgasmo.

Nina sperava. Consigliata da un’amica, aveva portato il proprio curriculum in un pub locale. Nina aveva quel genere di sorriso sarcastico e coinvolgente che un cliente avrebbe accolto il suo invito di non guardarle più il décolleté, ordinando però un’altra pinta di Kilkenny. Senza dover fare la civetta, poteva fare in modo che i maschietti spendessero 5 euro di più solo per vederla compiaciuta mentre appuntava l’ordine. Era il fascino impagabile del dubbio, del non sapere se potessero avere una possibilità di portarsela a letto quella sera, oppure prima o poi.

Nina sognava. Uscendo da casa della madre,  la quale passava più tempo all’oncologico che tra le mura domestiche, ripensava sempre a quanto era bello quando tutto era bello, dimenticandosi che – probabilmente – non fosse bello nemmeno all’ora. Pur volendo sorridere al proprio ottimismo che cercava di non strozzare nonostante la quotidianità, Nina sperava costantemente in un qualche miracolo che le lavasse via di dosso la sensazione di essere destinata a una corda al collo e un po’ di eroina in corpo, o giù di lì.

Nina succhiava, perché sentire il suo uomo mugolare, ansimare e venire le dava la minima allucinazione che in un qualche modo il libero arbitrio potesse esistere; o magari, meno filosoficamente, adorava il sapore di cazzo del proprio fidanzato.

Love will tears us apart… again!

Si erano conosciuti in mare, come in un racconto vittoriano. Avevano saltato i sottintesi e la retorica, abbracciandosi quasi subito. Nessun complimento esplicito, salvo il cercarsi in continuazione con lo sguardo. Desiderarsi con un sordido sorriso. In acqua nulla resta immobile, ma tutto galleggia. Così il loro affetto. Erano giovani, ma non abbastanza a confondere la realtà con i romanzi rosa. Per dirla con i linea 77, la vita a volte sa di fragola, ma molto spesso è merda. Erano come un demo-tape, tanta attitudine e pochi fronzoli. Un giorno il vento cessò. Lui restò lì, a fissare il mare, lei si allontanò, per tornare in città. Chilometri di promesse rese importuali dalla consapevolezza, in quel momento precisa, che un amore puro si stesse trasformando in cieco rancore. Le liti, i silenzi, milioni di ragioni per privare di qualsiasi epiteto quello che era cominciato come “meraviglioso” e che ora diveniva “anonimo”. Sì, perché quando ci si vuole bene non ci si chiama per nome, ma ci si guarda; e certamente non si perde tempo a dare definizioni, perché la bocca è impegnata a baciare, leccare, succhiare. Perciò dimenticarono il nome della persona di cui non sarebbero mai riusciti a dimenticare lo sguardo addolorato. Fu una consolazione rendersi conto che l’amore li avrebbe devastati ancora in futuro…

Alcolismo serale – 2

Le persone non si spaventano facilmente. Non quelle che conosco io almeno. C’è una guerra là fuori. La stanno perdendo tutti, ma combattono ugualmente. Per questo è stupido trascorrere il tempo che ci resta tra un bombardamento e l’altro a lamentarci dei bombardamenti. Ci bombarderanno comunque. Non conviene allora leggere? Qualcosa di Hemingway magari, tipo Il vecchio e il mare.

Immagino di morire a quel modo. Stai leggendo un libro e tra pagina 37 e 38 ti spegni. Accade senza soffrire. Ti addormenti, nulla di più. Credo sia il modo più onesto di andarsene. Una sorta di decapitazione del cordoglio. Invece è sempre tragico. Va come non dovrebbe. Guarisci dal cancro, ma qualcuno ti punta la pistola alla testa e preme il grilletto. Bang Bang!

Così tu arrivi chissà dove, e incontri chissà chi. Magari viene messa in discussione la tua condotta terrena, magari no. Magari ricevi addirittura delle scuse, tipo “sai, non avresti dovuto nascere in Medio Oriente”, o semplicemente “mi dispiace di averti fatto crescere vicino a una stronza che si sveglia e ascolta gli 883”. Lo so, lo so, ho un’idea di pietà divina molto differente da quella cattolica.

Secondo me il vostro dio si incazza quando vi sente aprire bocca e sparare certe cazzate, tipo quella che l’aborto è un femminicidio.

God Save the Queen

Gli amici? Erano i nostri accordi. C’era sintonia tra noi, e non solo metaforica. Eravamo quelli non abbastanza fichi per stare con gli altri che avevano il motorino; anche perché non avevamo il motorino. Ma avevamo la chitarra, e sapevamo suonare tutta Salvation, dei Rancid. Che nessuno ricorda. Ma la ricordiamo noi, ed è ciò che conta. Gli amici? quelli che condividono un ricordo che nessun altro condividerebbe. Nel nostro caso gli amici erano coraggiosi, oltre che stupidi. Come quando si andava a suonare in luoghi dimenticati da Dio, e il pubblico era composto solo da vecchi. E noi sul palco a suonare punk. 70 enni che ci guardavano come alieni mentre suonavamo God Save The Queen. E i nostri amici là sotto. Non erano mai più di 3-4. Conoscevano le canzoni. E quando stavi al microfono, cercavi i loro occhi. Volevi sincerarti che stessero cantando. Gli amici? quelli che sai che cantano anche quando non li guardi. Poi sono cresciuti. E ora che ti incontrano, con moglie e figlio, la terza o quarta domanda è sempre la stessa: “stai ancora suonando?”. Perché hanno sempre qualcosa da proporti. Una cover band degli skunk anansie, oppure “facciamo Ben Harper”. Sì, troviamo il tempo. Gli amici? Quelli che promettono di trovare il tempo, ma non ci riescono mai. Eppure ci provano, quello sempre.

Risvegli Narcotici – Colpevoli

Non tutti hanno gli stessi tempi. Per circostanze o propensione naturale, ci distinguiamo tra i Turbo e i Diesel. Che poi odio la metafora legata ai motori, perché la usava una mia docente del liceo, la quale mi stava molto sul cazzo; anche il liceo mi stava molto sul cazzo. Ok, trovate qualcosa che non stia sul cazzo a me e verrete premiati.

Comunque abbiamo tempi diversi. Ci sono persone che capiscono subito le regole del gioco e le assecondano. Sono vincitori, anche se è una definizione cruda. Sono quelli che prendono il bottino grande e lo divorano osservando la frustrazione degli avversari. E qui nasce l’equivoco: non tutti sono consapevoli di essere in gara.

Dal mio punto di vista anche i perdenti conoscono le regole del gioco e anche loro le assecondando. Semplicemente lo fanno in modo differente. Stare nel mucchio è facile, perché nessuno si rende conto dei quinti o dei penultimi. Sono lì, che ci provano e non riescono, fine, ma godono del privilegio dell’anonimato. L’ultimo no. Lo vedi, lo indichi, lo irridi.

Eppure è una scelta. L’umiliazione è tale solo se rispetti le regole del sistema, solo se accetti la gara eterna e la competizione sistematica. Non lo è più se decidi che devi fare ciò che ti piace, e che con i tuoi risultati gli altri possano pulirsi il culo. Così la gara diventa carta igienica. E tu puoi defecare sulle ambizioni altrui privandole della giusta gloria. Per anche far sorgere il dubbio al vincitore di aver gareggiato da solo. Oppure puoi smetterla di drogarti alle 7:32 del mattino.

Ma la droga è buona e fa bene.

LX1

Ciascuno ha un piccolo orologio che gli rintocca dentro implacabile. Tu sei il mio. Hai quella disordinata capacità di farmi rendere conto di quel che non voglio vedere, ad esplosioni frammentarie. Mi ripeti silenziosamente che posso togliere le batterie e fermare le lancette, ma non posso fermare il tempo. Che è quasi un cliché compositivo. Ne hanno già parlato tutti, anche troppo. Forse è bene non essere come loro. Limitarsi a descrizioni più semplici, lineari. Essere originali con la banalità. Ma nemmeno lì c’è spazio. Fabio Volo e Moccia hanno monopolizzato il settore. Forse per questo esiste la birra. Perché quando ti senti così, si fa prima a berci su piuttosto che rifletterci.

Cheers!

clicca qui e vinci 10mila euro