Questione di…

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Questione di odore.
O di contatto.
Sentire i liquidi che si miscelano. O che si appiccicano al nostro corpo.
Ai nostri corpi.
Forse è solo voglia di divertirsi.
Scambiarsi reciprocamente calore.
Calore.
È solo questione di ore.
Ora.

Grazie a T. per il contributo graFico.

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Per sentirci in pace bisogna compensare la frustrazione, in un modo o nell’altro: a volte è sufficiente un esame di coscienza, altre volte serve una drastica rivoluzione esistenziale. Poche però sono le volte in cui si dice reset e poi si cambia davvero, in genere si torna inevitabilmente sugli stessi inutili vizi. Esistono molti modi di vivere un fallimento, sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista sociale.

L’errore maggiore è l’aspirazione iperbolica, cioè porsi come obbiettivo un tipo di realizzazione che il nostro modus vivendi trasforma in un traguardo improbabile. A 40 anni non puoi metterti in testa di sfondare come musicista Pop, e, se non hai mai dipinto, non aspettarti di diventare ricco con i quadri; non dico che queste strade siano impossibili, per carità, le eccezioni esistono, ma sono improbabili. Se a 30 anni non sei un manager, non lo diventerai a 35; se a 35 anni sei inadatto per fare il padre o il marito, non cambierà nulla un lustro dopo.

Il vero segreto, secondo me, è capire che non sia necessariamente un problema. Arriva un punto della nostra esistenza in cui serve un’analisi razionale delle nostre potenzialità e un successivo incanalamento delle stesse verso un regime di vita soddisfacente. Conosco molti adulti frustrasti, spesso prigionieri di esistenze nate proprio dopo il reset. Ci sono persone che, per dare una svolta a una vita senza amore, senza lavoro, senza hobby, hanno colto le primissime occasioni capitate in modo aggressivo e apparentemente profondo, per trovarsi tempo dopo prigionieri di loro stessi.

In cuor mio sono felice delle mie scelte: ho detto no all’amore quando comunque mi sono reso conto che la relazione comportasse più malus che momenti di benessere; ho detto no a situazioni professionali inadatte a me e potenzialmente logoranti; ho detto no a tutta la retorica dell’alibi, al dover sempre dare una spiegazione quando la mia vita appare convenzionalmente come quella di un fallito. E mi piace.

Negli ultimi anni ho ricevuto tante proposte di collaborazione, spesso arrivate da persone a cui piaceva qualcosa di me o che addirittura vedevano in me delle potenzialità diverse dalla norma. Ma hanno sempre imposto le loro condizioni e a un certo punto sembrano essersi chiesti come mai non combattessi per contrastarle. Puoi lavorare sottopagato, ma non puoi farlo gratis. E spesso ci si affida a chi ti offre lo stesso servizio per 100 euro in meno. Non importa che magari sia molto inaffidabile, chi si ne frega: funziona così.

Noi giovane partita iva, siamo la generazione della gavetta: facciamo gavetta da 10 anni e la faremo per altri 10, finché non avremo la decenza di toglierci la vita e lasciare questo mondo a quelli che “se ascolti me, poi cresci!!”

2 giorni fa ho twittato Non ho figli perché non mi va di spiegar loro un giorno che i padroni del mondo siano i figli di papà. E ne resto convinto. I miei amici che hanno fatto qualcosa di buono, erano figli di papà, persone cioè che potevano permettersi di non fare un cazzo nel momento in cui noi altri eravamo obbligati a far qualcosa. E il mondo va così, in genere chi ti invita a fare sacrifici, non ne ha mai fatti davvero.

… e rimetti a noi i nostri debiti.

Lo avevano convinto. Era ormai persuaso che i suoi non fossero che pretesti e inutili alibi. Poi successe. Successe di trovarsi in mezzo a quel mondo che gli era stato negato… successe di provare piacere. Certe sfumature non possono essere spiegate con le parole, perché la percezione di certi contesti è assolutamente complessa. Credo non sia solo una questione di persone: è più un concatenamento di situazioni e meccanismi sociali circoscritti e singolari, è una coralità profonda e spesso sottovalutata. L’unico modo in cui lo so raccontare è questo: è come se cinque/sei persone, sognassero contemporaneamente ad occhi aperti.

Ed è magico, risplende di un ottimismo spesso paradossale con lo stato effettivo della realtà circostante. Non esiste malinconia, non esiste rimorso. Esiste solo la consapevolezza di aver fatto parte, un giorno passato, di una complessa ed estesa macchina vincente. La pausa era davvero tale, e aveva un sapore intenso con il retrogusto del caffè. E poi c’era il sole, che spessoera un alleato ma molte altre volte è un avversario vigliacco. Aveva dimenticato certi profumi e certi suoni; aveva dimenticato quel modo di sorridere; aveva dimenticato quanto amasse il suo lavoro, e parlarne con altri che lo amavano altrettano.

Stare in cantiere è una fortuna che pochi percepiscono, in un mix di goliardia e cameratismo. In passato alcune persone avevano affidato la loro vita nelle sue mani, nonostante fossero molto più adulte ed esperte di lui. Ed è questo che spesso ci si dimentica. No, non sono alibi. Un caro amico aveva scelto di non affrontare un brutto male che lo avrebbe comunque condannato, e lo aveva scelto molto prima di Monicelli. E il loro sistema sociale aveva il cancro e molti lavori onesti non erano che arti in necrosi. Sorrise prima di brindare con una birra al proprio suicidio, sperando che alle nuove generazioni girasse meglio.

Now I could lie by your side
All serrated for you
Down below cancer grows
Weeping waits inside you too
All our rage begs a stage
It’s a waste of time though
And you style seems worthwhile
But this lonely road has turned

Offspring – Vultures

Nevermind – ID

Non importa. Punto.
L’unica risposta alla domanda che ti pongono costantemente è “non importa”. Perché è vero: non c’è rimorso; non c’è rancore; non c’è pentimento. Semplicemente non importa. E mentre molti altri si sbattono e cercano di rialzarsi, ricostruirsi, rigenerarsi, tu scegli un vecchio plaid, un tè caldo, e l’ennesima replica di Don Camillo. Non sei spaventato dal tuo futuro, forse perché ti spaventa maggiormente, alla tua età, dover ancora obbedire a certi luoghi comuni sul cosa ci debba o meno inquietare. È come quando piove e hai appena lavato la macchina: c’è chi si infuria e bestemmia; c’è chi sorride e la butta sul sarcasmo. Tu, ti limiti a ripetere che non importi. Sei saggio, ma inutilmente: sei solo un seme che non verrà mai piantato, l’ennesimo seme che non verrà mai piantato. O forse nemmeno quello.


You sold your soul to the man
Another deal a deal gone bad
Another seed that never gets planted
Corporate insects destroy our planet

(Pulley – Insect Destroy)

Generazione Napster

La vicenda di Napster ricorda la trama di un action movie di fantascienza, in una strana lotta tra il Davide del peer-to-peer e il Golia delle major. C’erano dentro tutti gli elementi più avvincenti: la guerra alle oligarchie, la censura, i cavalier serventi. In fondo Napster non ha fatto nulla di nuovo e, per come era concepita la piattaforma, nulla di illegale. Ha solo sollevato un polverone su presunte violazioni del copyright.
Violazione dei copyright! Ma è stata davvero questo il problema? Da anni si vendevano i masterizzatori e i CD vergine, per non parlare poi della audiocassette: che uso credevano se ne facesse prima di Napster? Del resto se vuoi proteggere i copyright non lasci creare generazioni su generazioni di tecnologia che permetta a qualsiasi imbecille di clonarsi un disco schiacciando due pulsanti. A meno che non esista una fetta di mercato che per decenni ti ha portato ingenti profitti anche grazie alla pirateria musicale. In fondo grazie a Napster, l’establishment dell’industria discografica, che per anni aveva taciuto su impianti stereo che ti permettono di doppiare venti volte lo stesso Lp, arrivò a un’importante conclusione: internet è uno strumento sottovalutato. E con “internet” non si intendeva il groviglio di cavi e server che mettevano milioni di utenti in contatto, ma l’utenza stessa, cioè quell’esercito di piccoli bastardi che da dietro la tastiera si erano rivelati molto più intelligenti e organizzati di quanto il mondo esterno fosse pronto ad ammettere. Quello che sembrava un giocattolo per sfigati improvvisamente si rivelò un’occasione commerciale che pochissimi avevano saputo cogliere. E mentre la grandi major erano ancora impegnate a scoprire il vapore, Shawn Fanning e Sean Parker mandavano l’uomo sulla Luna.

Ovviamente si cercò la strada più stupida per contrastare il fenomeno. Si fece la guerra a un sistema che non era circoscritto a poche persone e che di fatto era diventato un modello vincente e imitato in altri frangenti. Nessuno capiva che la demolizione di una grande comunità, esattamente quanto la creazione, richiedesse più fatica di quanto sembrasse. Le major, per poter soffocare l’utenza, dovevano iniziare a rendere quel mondo meno interessante, invece la condivisione cresceva ancora più florida che in precedenza. Vennero istituite tante nuove regole relative al web ma l’accesso era ancora libero: non avevano recintato il giardino proibito, ci avevano solo messo un cartello di divieto d’accesso che nessuno considerava.

È come nel pugilato, puoi vincere ai punti o per k.o.: ma quindici riprese, antropologicamente parlando, potrebbero corrispondere ad almeno due decadi. E infatti, dopo Napster, abbiamo vissuto un lustro abbondante in compagnia di Emule, con utenti che condividevano e scaricavano interi Terabyte di contenuti protetti da copyright. Il peer to peer ha perso vigore solo grazie a Youtube, cioè solo quando si è capito che su internet ci fossero ormai miliardi di utenti. A quel punto si è tornati a un modello noto a tutti, cioè quello televisivo, dove da oltre mezzo secolo i contenuti coperti da copyright vengono trasmessi gratuitamente e a spese del network, ripagati però dagli inserimenti pubblicitari. La guerra di Napster in fondo è stata combattuta da due fazioni: una voleva continuare a imporre il proprio prezzo; l’altra voleva decidere se pagare o meno. L’armistizio è razionalizzato dalle piattaforme disponibili sia in versione Free che Premium. E Napster è infine tornato travestito da Spotify.

Whatsapp Addio!

Ho disinstallato Whatsapp due settimane fa, definitivamente. L’ho fatto senza avvisare, come del resto faccio sempre quando mi allontano da un qualche social. L’ho fatto consapevolmente e senza solennità di sorta.
Vivo meglio? No.
Vivo peggio? Nemmeno.
Cosa cambia? La batteria del telefono dura di più; fine dei messaggi spam; una drastica ceresi alle conoscenze superficiali.
Principalmente rinunciare a whatsapp non significa regredire. Semplicemente costringe i conoscenti a riabituarsi agli sms, nulla di più. E se qualcuno presume di averti offeso, a tutti gli altri non frega un emerito cazzo. Si perché la verità è che quando rinuncio a uno strumento comunicativo (msn-myspace-instagram-facebook) so a prescindere che non cambierà nulla con le persone importanti nella mia vita.
Giorni fa ho compiuto gli anni. I primi senza whatsapp. Ma nonostante avessi rinunciato al servizio di messaggistica da appena una settimana, ho ricevuto la medesima mole di auguri di ogni altro anno. Gli assenti non erano che quelle amicizie superficiali il cui peso è risibile nella mia esistenza: quelli cioè che non ti fanno auguri a Natale se non sei tu a farli per primo; quelli a cui non scappa mai un sms del genere “Ciao, come va?”; quelli che quando incontri per strada ti dicono “ciao carissimo” e fingono di aver piacere a incontrarti, ma fuggono immediatamente dicendosi impegnatissimi.
Se volessimo davvero sparire dalla vita altrui, dovremmo cambiare numero, e forse indirizzo di casa. Sì, perché io ho amici che mi telefonano e vengono a trovarmi (e viceversa). E questo aspetto mi fa sentire bene, da ormai 15 anni, da quando ho il cellulare: ho sempre saputo che esistono persone che non mi vedano solo come un numero in rubrica.
A proposito, se siete tra quelli che ricevono una foto divertente e decidete di condividerla con i vostri contatti pensando che a questi faccia piacere impattare con una barzelletta che conosciamo sin dalla scuola materna, ecco, vi sbagliate.