Le dimensioni contano – Parte 22

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Rientrata nella nella cuspide, viene violentata dal patrigno.

Al risveglio mi ritrovai nel mio appartamento al centro di Sassari, quello dove avevo trascorso l’ultimo biennio. I dolori erano scomparsi, ma non la rabbia e la frustrazione per ciò che avevo subito dal mio patrigno Luca/Marco.
Inoltre mi sentivo disorientata e insicura. Anche se ipotizzavo di essere stata nella cuspide, non ne ero certa. Avevo bisogno di confrontarmi.
La radiosveglia segnava “1:23 AM”, ma composi ugualmente il numero di mia madre. Dopo alcuni squilli mi rispose: «chi parla?» cominciò con voce cavernosa e assonnata.
«Sono io», rivelai amaramente, sperando che non chiudesse la chiamata.
«Sai che ore sono?» chiese severamente dopo un breve silenzio.
Inutile rispondere a una domanda retorica. «Credo di essere stata nella cuspide», dichiarai invece. «E mi è successo qualcosa di…» pensai a una parola adeguata, «mi è successo qualcosa di piuttosto grave».
La chiamata si interruppe su “piuttosto”. Evidentemente in quel periodo l’unico modo per richiamare l’attenzione di mia madre era spararmi in bocca. Ma non avevo alcuna intenzione di ripetere quell’esperienza.
Decisi allora di rivolgermi a mia nonna, sperando che non fosse impegnata a farsi squallidamente scopare da uno dei tanti tardoni che rimorchiava al corso di ballo latino-americano.
«Ti disturbo?» mi sincerai temendo una risposta affermativa.
«È l’una e mezzo di notte!» constatò lei, sibillina. «Che succede?»
Rivelai cosa avevo subito nella cuspide. Lei mi ascoltò in silenzio, senza commentare. Allora le raccontai sia del mio tentato suicidio, sia l’incidente di Ivan nell’universo successivo. «Mi avete detto che non posso uccidermi, e che prima devo concepire una figlia», aggiunsi sperando in un riscontro differente.
Ma mia nonna continuava a tacere, forse perché immaginava cosa sarebbe accaduto nelle ore successive.
«Tieni gli occhi aperti», si limitò a dire prima di darmi la buonanotte.
Trascorsi le ore successive a rileggere gli appunti nel quaderno con Snoopy in copertina. All’alba giunsi a due conclusioni importanti: uno, la cuspide mi aveva rispedita indietro di circa un mese; due, Ivan stava bene e non aveva ancora avuto alcun incidente.
Cominciai a chiedermi se avessi dovuto o meno mettere in allerta il mio scopamico. Certo non potevo essere esplicita o sincera con lui, mi avrebbe presa per matta.
Per un attimo ipotizzai ottimisticamente di trovarmi in un universo dove Ivan non aveva l’incidente. Poi mi ricordai che la mia esistenza stava alle buone notizie quanto Mussolini all’antifascismo.
Scelsi quindi quella che mi sembrava la soluzione più sicura.
«Cosa vuoi?» cominciò Ivan quando gli telefonai poco prima delle nove del mattino. «Non devi mai chiamarmi a questo numero, nemmeno se ti è spappolata la fica».
«Volevo solo dirti che tra noi è finita e che non voglio più sentirti!» affermai laconica, interrompendo bruscamente la chiamata.
Secondo il mio ragionamento, avevo appena chiuso definitivamente la storia con Ivan. Dunque lui non sarebbe più venuto a casa mia e non avrebbe avuto alcun motivo per far tardi quella sera. Di conseguenza non sarebbe stato costretto a rientrare dalla moglie a velocità folle e non avrebbe avuto alcun incidente. Ero assolutamente certa che quella breve telefonata sarebbe stata sufficiente a salvarlo. Ma tra le tante, avevo escluso dall’equazione una variabile piuttosto importante: Ivan.
«Che ci fai qui?» gli chiesi quando piombò a casa mia verso l’ora di pranzo.
«Dobbiamo parlare», disse con voce seccata, innervosendosi ulteriormente quando ipotizzò che avessi ospiti. «Perché non mi fai entrare?» chiese infatti con tono polemico. «Chi c’è dentro?»
«Non è affar tuo», tagliai corto imbarazzata. «Ora torna a lavoro».
Non mi ascoltò. Mi diede invece una manata per scostarmi ed entrò in casa. Per fortuna di tutti, in cucina non trovò chi credeva. Ma penso sarebbe stato meglio imbattersi in un altro uomo piuttosto che in una sessantasettenne perennemente ingrifficata. L’atmosfera era resa ancora più imbarazzante dal video di All The Small Things dei Blink 182.
«Sono mortificato», commentò allora Ivan, che ovviamente non ipotizzava alcuna mia perversione lesbo-granny. «Vi chiedo scusa», aggiunse contrito.
«Non male, man», commentò invece prontamente mia nonna, che se fosse stata un cartone animato, avrebbe guardato il mio amico con pupille a forma di minchia. «Angel si ferma a pranzo con noi?» mi chiese poi.
«Enghel?» si informò perplesso Ivan, che evidentemente non era ferrato sui personaggi di Buffy L’ammazzavampiri. «Se mi volete, mi fermo volentieri», aggiunse però.
Raramente ospitavo a pranzo o cena chi ficcava il proprio cetriolone nei vari orifizi del mio corpo. Essendo però quella una circostanza particolare, cercai di adattarmi. Mi adattai meno alla metaforica bomba che stava metaforicamente per esplodermi sotto il mio metaforico culo, e che mi fece passare tutt’altro che metaforicamente il mio per nulla metaforico appetito.
«Questa mattina ho conosciuto un certo Matteo Pinna», raccontò Ivan. «Sostiene di essere il marito di tua madre».

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Le dimensioni contano – Parte 21

Al risveglio nella cuspide, sanguinavo come un cervo sventrato. Il mio patrigno era a pochi metri da me. Nudo, col il pene sporco di sangue, mi guardava estraniato.
«Diavolo!» esclamai spaventata.
Con indosso ciò che restava dei miei indumenti strappati, mi ritrovai stesa supina su un vecchio tappeto in poliestere; il piede sinistro semicoperto da una pantofola, il destro scalzo e impregnato da una sostanza appiccicosa, probabilmente sperma. Ero dolorante praticamente su tutto il corpo. I miei seni erano graffiati e pestati, così come polsi e cosce; una fitta lancinante premeva da dietro il collo; la vagina unta e innaturalmente dilatata; l’ano indolenzito. Infine, un sapore acre mi riempiva la bocca.
«Mi hai stuprata!» conclusi spaventata, cominciando a tremare.
«Non volevo», replicò Luca/Marco, facendo alcuni passi all’indietro.
Non voleva? Che cazzo significava “non volevo”? E io lo volevo secondo lui?
Non esiste un modo per sintetizzare tutte le sensazioni che percepivo. Non era solo nausea, vergogna, rabbia, terrore, ansia e frustrazione. Era anche la puzza di sudore e sborra; avvertire addosso il passaggio indesiderato del corpo altrui; la cute intorpidita dai morsi e dai graffi; la superficie delle mie guance resa appiccicosa da uno strato di bava.
«Rivestiti», ordinò il mio patrigno con un filo di voce, mentre si puliva il cazzo insanguinato.
Non ricordo quando uscì dalla stanza; né se aggiunse qualcosa, o se lo feci io.
Ricordo di essermi rannicchiata, portando le ginocchia sotto il mento, avvolgendo le gambe con le braccia, a difendere ciò che non potevo più proteggere.
Non singhiozzai, né piansi. Ero semplicemente alienata.
C’era una radio accesa da qualche parte, e trasmetteva, quasi ironicamente, All The Small Things dei Blink 182.

«Ti ha cosa?» chiese infatti incredula mia madre al telefono quando poco più tardi la chiamai.
«Mi ha stuprata», le dissi con un filo di voce, prima di essere interrotta.
Credevo di essere sola, credevo che Luca fosse uscito.
Credevo male.
Era nascosto in bagno, da cui uscì rapidamente, fiondandosi su di me.
«Gravissimo errore!» berciò infatti furente, tirando via il connettore del telefono dalla presa.
Mi afferrò quindi per i capelli, strappandomi l’apparecchio dalle mani e colpendomi poi ripetutamente al volto con la cornetta. Infine mi scagliò per terra.
Cercai vanamente di raccogliere le forze e reagire, provando a fuggire scivolando sul petto. Ma ero tramortita e debole. Inoltre una forte emicrania montava per via delle botte appena ricevute sul volto.
«La mia bimba è indisciplinata», affermò allora il mio patrigno con una vocina fastidiosamente eccitata.
«Lasciami, cazzo!» implorai inutilmente.
Mi afferrò per le gambe, tirandomi verso di sé. Quindi si sedette sulla mia schiena, immobilizzandomi facilmente. Fece appena più fatica ad acchiapparmi i polsi; ma quando ci riuscì, li unì con quattro giri di nastro adesivo. Alla stessa maniera mi bloccò le caviglie. La bocca me la lasciò invece libera.
«Ha fame la mia bambina?» iniziò a ripetere sudandomi addosso. «Hai fame piccina, vero?»
Chiusi gli occhi, sperando in un’esplosione atomica, un terremoto, la caduta di un aereo, una pioggia di meteoriti traboccanti di merda e zolfo. In quel momento qualsiasi devastante tragedia mi avrebbe spaventata meno di prendere il cazzo del mio patrigno in bocca.
Ma nulla accadde, come ogni volta che un uomo stupra una donna. Chi violenta ha sempre tutto il tempo per fare i comodi suoi, senza che nulla o nessuno intervenga.
«Stai tranquilla piccina», aggiunse inquietante.
«Sei una merda», lo insultai con orgoglio, provando inutilmente a divincolarmi.
Luca mi colpì con uno schiaffo preciso. «Non costringermi a farti del male!» esclamò nervosamente, premendo poi con un ginocchio contro la mia nuca.
Già! Non avrei dovuto “costringerlo” a farmi del male, per carità. Secondo lui dovevo stare lì passiva a lasciarmi rovinare la vita. Altre forse si sarebbero sottomesse per non aggravare la situazione, per salvarsi la pelle o qualcosa del genere; personalmente preferivo morire piuttosto che regalare un orgasmo a quel lurido verme.
«Ultimo avviso», tuonò ancora, «poi ti faccio rimpiangere di essere nata».
Voleva farmi rimpiangere di essere nata? E come? Non immaginavo nulla che potesse rendere ancora più dolorosa, patetica o miserabile la mia strafottuta esistenza. Mi sentivo più inutile di un cazzo di gomma all’interno di un porcile. Non sapevo cosa ci sarebbe stato dopo, ma uno stupro era un ricordo che avrei rimosso volentieri.
A quel punto mi venne un’idea. «Hai un cazzetto Luca», considerai subdola, «per questo mamma ti ha tradito», lo sfidai con un sorriso fastidioso.
Raggiunsi il mio obbiettivo, anche se il mio patrigno mi diede tante di quelle botte da farmi perdere i sensi.

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Le dimensioni contano – Parte 20

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Cacciata di casa dalla madre, a 20 anni decide di tentare il suicidio sparandosi in bocca.

Qualcuno mi unse la fronte.
«Benedici quest’olio, Signore, e benedici la nostra sorella inferma, che ne riceve l’unzione e il conforto», recitava una voce rauca e solenne.
Ero ancora viva, anche se vegetale. Immobile, prigioniera del mio corpo, ero cieca e tetraplegica. Potevo ascoltare i suoni e percepire gli odori, ma nulla di più. Presumo fossi sedata, o comunque anestetizzata. Ero una muta voce interiore che chiamava aiuto, mentre tutto ciò che era stato il mio corpo persisteva in un cinico e inesorabile stato di quiete paralizzata.
Che cazzo avevo sbagliato? Mi ero spappolata la parte sbagliata del cervello? Soprattutto, perché mia madre e mia nonna si ostinavano a tenermi in vita senza farmi crepare serenamente?
«Non puoi ucciderti», affermò una voce femminile, che percepivo distorta, ma che riconobbi come quella di mia madre. «Se anche ti fossi decapitata, saresti comunque rimasta miracolosamente in vita», aggiunse. «Dio ci odia, brutta stupida!» bestemmiò singhiozzando, «Dio ci odia!»
Nella mia vita, salvo un’eccezione, non c’era mai stato un Dio in cui credere. Ma cominciai a ipotizzare di essere nel bel mezzo di un antipasto d’inferno.
Persi rapidamente la cognizione del tempo, ma non la compagnia. Mia madre c’era sempre, anche se gran parte delle volte stava zitta. Riconoscevo però i momenti in cui era sola, perché cantava. Intonava dolcemente brani che non riconoscevo, in lingua inglese: uno parlava di una ragazza che perdeva il controllo, l’altra di giochi d’ombra.
«Ho sempre sognato di sposarmi sulle note di Shadowplay», rivelò una volta, l’ultima volta. «Addio, tesoro mio».

Mi risvegliai nel mio letto. Mi girava la testa, ma ero nuovamente un essere umano e non una patata lessa attaccata a un respiratore. Spensi la radiosveglia, settata su Acida dei Prozac +.
Sorrisi. Credo che altre al mio posto si sarebbero messe a piangere, ma io corsi alla finestra per vedere il mondo fuori e urlare la mia felicità: «porca merda, che culo!» esclamai in modo tutt’altro principesco, entusiasta di quella botta di fortuna interdimensionale.
Ero esaltata, dimenticando però l’unica costante che gli universi paralleli avevano sempre dispensato in otto anni: l’equilibrio. Se io stavo bene, qualcuno doveva inevitabilmente star male.
Quel qualcuno era Ivan, che qualche settimana prima, andato via da casa mia, aveva avuto un terribile incidente. Esattamente come successo a me nell’universo precedente, non aveva avuto la fortuna di crepare, ma vegetava attaccato a dozzine di macchinari in una stanza d’ospedale.
«Collega di Ivan?» mi chiese la moglie quando mi individuò seduta in disparte, fuori dal reparto di Rianimazione dove era ricoverato il marito.
Annuii cercando di dissimulare un affetto che non credevo di nutrire. «Una specie», sussurrai. «Come sta?»
«Una specie», riverberò lei. «Quindi è con te che scopava?» chiese ruvidamente fregandosene di chi ci circondava, compresi i parenti di Ivan.
Ovviamente non confermai, ma non ebbi nemmeno la prontezza di negare. Inoltre non mi venne lasciato poi chissà quanto tempo per parlare.
La moglie del mio scopamico mi colpì con uno schiaffo che, se non avesse indossato un grosso orologio in acciaio, sarebbe stato praticamente innocuo. Invece mi devastò il labbro superiore, che cominciò a sanguinare come il culo di un frocio, e il naso, che sembrava un’opera di Leonardo reinterpretata da Kandinskij.
«Mio marito è ridotto così a causa tua, troia!» mi accusò ancora, mentre mi allontanavo frettolosamente.
Tecnicamente aveva torto, visto che non avevo certo costretto Ivan a scopare con me, né a correre come un forsennato durante il tragitto di rientro a casa; presumo però che il suo incidente compensasse il mio tentato suicidio nell’universo precedente.
In tutti i casi l’azione più opportuna da compiere in quel momento era sciacquarmi dalle palle. E visto che mi trovavo già in ospedale, passai dal pronto soccorso: mi ricoverarono due giorni per sistemarmi la frattura del setto nasale.
«Mi mancava vederti insanguinata», rivelò mia nonna quando venne a trovarmi nel pomeriggio.
Le sorrisi malinconicamente. «Mamma non si scomoda nemmeno a ‘sto giro?» commentai sommessamente.
«Le passerà!»
A quel punto le raccontai della dimensione precedente, soffermandomi soprattutto sul non potermi uccidermi. Mia nonna si limitò a confermare ciò che già sapevo, aggiungendo che sia lei che mia madre avevano provato inutilmente la stessa strada in passato. Mi disse anche che non sarei potuta morire se prima non avessi messo al mondo una bambina.
«Ne sei certa?»
«Lo sono!» rispose laconica.
«E come lo sai?»
Nessuna risposta a quell’ultima mia domanda, né allora, né in futuro.
Quattro settimane dopo rientrai nella cuspide, giusto in tempo per farmi stuprare da Luca/Marco, il mio adorabile patrigno.

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Le dimensioni contano – Parte 19

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. All’ennesima omissione, ferisce la madre con una violenta testata al volto.

Avevo 18 anni quando mia madre mi cacciò di casa. Mi consegnò le chiavi di un misterioso appartamento al centro di Sassari, che trovai arredato, pulito e con il frigorifero e la dispensa stracolmi di cibo. Sul tavolo della cucina c’era invece un biglietto:

Figlia mia,
posso capire che vivere a questa maniera ti faccia incazzare e soffrire.
Ogni volta però che mi metti le mani addosso, mi ferisci in modo devastante. Ho provato a volerti bene standoti vicina, ma la tua furia sovrasta costantemente l’affetto che dovresti provare nei miei confronti.

Un giorno tutte le tue domande riceveranno una risposta, te lo giuro.
Per ora stammi lontana.
In calce troverai gli estremi di un conto in banca cointestato, in modo che tu non abbia mai bisogno di soldi.
Abbi cura di te.
Mamma.

Effettivamente per due anni i soldi non furono mai un problema. Bollette e affitto arrivavano direttamente a casa di mia madre. Nel conto in banca c’era tanto di quel denaro da pagare uno schiavo conta-soldi.
Sperando di far incazzare la mia vecchia acquistai una costosa New Beetle color prugna, una Ducati 996 che non misi mai in moto, e un gommone con motore fuoribordo.
Nessuna reazione.
Mamma non si faceva mai viva. Se le telefonavo, mi chiudeva il telefono in faccia; se mi presentavo sotto casa sua, non apriva; se le mandavo i saluti con nonna, non ricambiava. Era anche capitato di incrociarla per strada, ma mi aveva ignorata, come se io fossi una cura sulle staminali e lei un prelato cattolico.
«Oggi sono due anni» raccontai un pomeriggio ad Ivan, uno dei tanti da cui mi facevo scopare in quel periodo. «Non sai quanto mi manca».
Mi fissò con tenerezza, o con quel genere di affetto che in genere si nutre per quelle che concedono lunghi e appassionati bocchini. «Devi andare avanti», asserì quindi, aggiudicandosi meritatamente il premio Grazie al Cazzo – Edizione 2000.
L’ultimo biennio del resto era stato la sagra dell’ovvietà: all’università passavo gli esami soprattutto perché avevo un grosso seno; in vacanza venivo trattata bene perché dispensavo mance anche se mi dicevano “ciao”; gli uomini si divertivano a letto con me perché riversavo su di loro tutto l’affetto represso destinato a mia madre che mi aveva ripudiata e a un padre mai conosciuto.
«Ivan, vorrei che mi facessi un favore».
«Se posso», replicò lui, che nel frattempo si era invece alzato e aveva cominciato a rivestirsi.
«Dovresti imbucare qualcosa per me, domani mattina», spiegai aprendo un cassetto del comodino e tirando fuori una busta gialla chiusa e già affrancata.
Destinataria era mia madre, ma non erano certo necessarie doti da preveggente per indovinarlo. Né serviva essere telepatici per intuire che il mio scopamico, sposato e adultero, difficilmente sarebbe rientrato dalla moglie con qualcosa di mio. Era anche vero che rifiutandomi un favore avrebbe detto addio alla mie tette.
«La imbuco strada facendo», propose quindi, forse dietro suggerimento del proprio scroto.
Mi stava bene. Gli affidai la busta e per una volta mi lasciai anche baciare teneramente sulle labbra. In genere limitavo le mie attenzioni ai cazzi, non ai tizi che se li portavano a spasso. Perciò di Ivan sapevo davvero poco. Apprezzavo l’affidabilità della sua erezione, la discrezione (ci mancava solo che non lo fosse, considerando la fede al dito) e la pulizia. Ma il suo viso ad esempio non mi piaceva, e presumo che non lo avrei mai frequentato se avesse avuto un cetriolone meno largo e/o meno tonico.
«Grazie», dissi comunque.
Lui mi sorrise teneramente. «Alla prossima volta», affermò congedandosi.
Ma nei piani miei non era prevista una prossima volta, né un domani.
Mezz’ora dopo mi chiusi a chiave. Sigillai le finestre con il nastro adesivo, abbassai le tapparelle e spensi tutte le luci. Accesi due candele e mi versai un calice di Greco di Tufo. Infine feci suonare il Cd Acido Acida dei Prozac +, unico oggetto che mia madre mi aveva concesso di portar via quando mi aveva sbattuta fuori di casa.
«Bene», sospirai serenamente. «Se mi vestissi da principessa sarebbe perfetto, ma va bene anche la tuta da ginnastica».
Immaginai il resto: i vicini che sentivano lo sparo proveniente dal mio appartamento; l’ambulanza, i carabinieri, il questore o chi per lui; Ivan che non poteva sfogare con nessuno il dolore per la mia scomparsa; mia nonna che si faceva carico di organizzare un meraviglioso funerale; i presunti amici in lacrime; mia madre che apriva una busta gialla vuota.
«Ci sarebbe stata bene Disperato!», conclusi sarcastica prima di ficcarmi la pistola in bocca.
Bang!

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Le dimensioni contano – Parte 18

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Al risveglio in una nuova dimensione la madre non ricorda di averla colpita in fronte. La protagonista è indecisa se rivelarle o meno la verità.

Scelsi di raccontare la verità. Mia madre restò sorpresa, affermando che non ricordava di avermi mai colpito in passato, in nessuno degli universi in cui era stata.
Non le credetti. Più passava il tempo e meno mi fidavo dell’unica persona di cui a rigor di logica avrei dovuto fidarmi. Ma accettai le sue scuse, che ritenni sincere.
Nei giorni successivi lavorammo assieme sugli appunti di Marco, provando vanamente a decifrare soprattutto i calcoli matematici. Eravamo in alto mare quando mi venne il ciclo.
Al risveglio del nuovo universo trovai le solite differenze che compensavano la dimensione precedente: i lividi erano nella fronte di mia madre e non sulla mia; ero io a non aver mai letto It, che la mia vecchia invece conosceva a memoria; l’agenda non c’era.
«Effettivamente esisteva un’agenda rossa», constatò mia madre quando gliene parlai. «Ma non capisco come possa essere finita nelle mani di Andrea».
«Aveva una relazione con Barbara», rivelai senza tatto, senza considerare che quella versione di mia madre potesse o meno esserne al corrente.
«Barbara chi?» chiese infatti sorpresa.
Le raccontai dell’incidente in moto, ma mia madre scosse il capo. «C’è stata una Barbara nella vita di Andrea, ma non è morta con Marco», affermò. «È successo molto prima».
Non aggiunse altro e io non insistetti. Senza agenda mi sentivo fottuta, un poco come i tirapiedi del tenente Harris quando finiscono al Bar dei Finocchi nei vari episodi di Scuola di Polizia.

Giorni dopo saltai la scuola. Avvertii mia madre, senza però aggiungere che avrei avuto ospiti a casa. Non le dissi nemmeno che avrei usato il suo letto per lasciar confortare la mia patata del cetriolo di Max. Verdure a parte, alle 10 del mattino ero impegnata nella posizione chiamata cavallo a dondolo acido: Max stava sotto, seduto a gambe incrociate e con le mani poggiate al letto; io ero sopra, muovendomi su di lui. Perché “acido”? Perché in sottofondo c’erano i Prozac +.
«Che diavolo è quello?» dissi improvvisamente.
Non era da me sfilarmi un cazzo dalla fessa, soprattutto se era duro come il marmo di Carrara e prossimo ad esplodermi dentro come il Vesuvio su Ercolano e Pompei. Ma sulla mensola sovrastante la spalliera del letto avevo individuato la stramaledetta agenda rossa. Non era semplice vederla, visto che completamente celata da una serie di libri che la circondavano, sovrastavano e coprivano. Mi sollevai di scatto, camminando involontariamente sullo scroto di Max.
«Non avevo finito», protestò inizialmente.
«Devi andartene», gli dissi invece frettolosamente, scendendo giù dal letto e passandogli gli indumenti in modo che si rivestisse.
Mi guardò titubante. «Che ti ho fatto?»
«Nulla», risposi affannosamente, perché se la mia fica avesse avuto le mani, quel giorno mi avrebbe strozzata. «Vattene e basta: è casa mia!»
Max si tolse il profilattico e me lo scagliò addosso; però obbedì. Non lo accompagnai alla porta, anche perché in frangenti simili era giusto lasciargli sbollire la rabbia per conto suo.
Quando sentii Max uscire mi fiondai sull’agenda. Era effettivamente simile a quella che avevo avuto per le mani nell’altro universo, ma gli appunti sui viaggi interdimensionali erano praticamente assenti, circoscritti a una sola pagina. Il resto erano tediose poesie, presumo dedicate a io-sapevo-chi.
«Questa?» chiesi a mia madre quando rientrò da lavoro, mostrandole l’agenda. «Quando è che io e te cominciamo a giocare nella stessa squadra?»
Fu inutile. Scosse il capo e fece per allontanarsi.«Non è il momento».
Non ci vidi più e mi scaraventai su di lei. La afferrai per la maglietta, poco sotto il colletto. Spinsi il suo petto all’indietro fino a farle perdere l’equilibrio e a quel punto la tirai verso di me. La colpii con una testata precisa, frantumandole il setto nasale.
«Cristo santo», berciò mia madre, il cui volto era diventato rapidamente una maschera di sangue.
«Scusa», risposi sconvolta e preda dei sensi di colpa.
Fu però la metaforica ultima goccia che fece traboccare il vaso, anche se sarebbe più opportuno parlare di un’ultima cagata che fece esplodere la fogna. Dal mio punto di vista, se mia madre sapeva qualcosa, doveva dirmela; o se non doveva dirmela, doveva quanto meno spiegarmi il perché.
Per lei invece era diverso, perché la mia presenza la faceva sentire in pericolo.
«Fuori da casa mia!» disse la sera, mostrandomi la valigia.
Non ci vedemmo per due anni.

<< Parte 17

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Le dimensioni contano – Parte 17

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Si ritrova a chiacchierare con Andrea, padre della sua migliore amica, che tecnicamente non è mai nata.

Avevo cominciato a viaggiare tra gli universi sei anni prima, “partendo” da una dimensione in cui sospettavo che Andrea e mia madre scopassero. Non mi stupì dunque apprendere di una precedente relazione tra Marco e la madre di Sonia, che consideravo come l’ennesima compensazione tra un universo e l’altro. Mi seccava la morte Barbara, verso la quale in passato avevo nutrito un certo affetto; e mi scocciava apprenderlo da Andrea.
«Perché mi hai cercato?» chiesi anche per cambiare argomento.
Mi guardò scettico. «Non sono stato io a cercarti. Sei stata tu a contattarmi via email», rivelò con voce calma.
Era il 1998 e alle mie orecchie la parola email risuonava familiare quanto ustilaginacee, incunabolo o fisting. Ero stata in universi dove sapevo usare il computer, in particolare quelli in cui ero una studentessa di un istituto tecnico. In quello in cui mi trovavo ero però più ferrata su Seneca e Italo Svevo. Per me il computer era un giocattolo costoso e ingombrante, un passatempo serale per tutta quella gente con cui nessuno voleva chiavare o semplicemente uscire.
Non sapendo se Andrea sapesse o meno dei miei spostamenti interdimensionali, mi adattai: «Mi sono espressa male», mentii quindi. «Credevo ti facessi vivo prima».
«Prima non avevo questo», spiegò aprendo la sua valigetta, da cui tirò fuori un’agenda rossa.
«Piuttosto vecchia», commentai dopo averne osservato i bordi usurati e la copertina scolorita. «Apparteneva a Barbara?» chiesi.
Ancora una volta Andrea mi fissò affettuosamente. Probabilmente conosceva più dettagli di quanti non ne conoscessi io, notizie che aveva paradossalmente appreso da una delle tante me. Mi chiesi come mai fossi all’oscuro da certe informazioni, domandandomi se me le fossi nascosta da sola, o se fossero intervenute mia madre e mia nonna.
«Marco ero una persona singolare», mi spiegò Andrea con l’ammirazione di chi ha visto crepare il tizio che gli scopava la futura moglie. «E qui dentro ha scritto certe robe che spero di non aver capito».
«Che significa?»
Non rispose. «Fingi che sia morto anche io», ordinò bruscamente. «Perché non ti aiuterò più in futuro».
Io annuii e lui si congedò. Tornando verso casa due lacrime impattarono rapidamente contro le mie labbra. Per me Andrea era ancora il padre di Sonia e rappresentava l’ultimo scampolo superstite della mia infanzia unidimensionale. Ricordavo di aver cenato a casa sua, di aver giocato nel suo salotto e aver cagato nel suo water. Certo, non era avvenuto nell’universo in cui mi trovavo in quel momento; ma ricordavo di averlo vissuto e non riuscivo a dimenticarlo.
«Cos’è quella roba?» chiese mia madre quando mi sorprese a leggere l’agenda di Marco.
«È ciò che immagini», risposi senza sollevare lo sguardo, nemmeno fossi la protagonista di un porno dai toni noir. «Magari potresti aiutarmi a decifrare qualche passaggio, per me è arabo».
In quelle pagine era scritte informazioni complesse, molte delle quali per me incomprensibili. Non era solo la fisica a turbarmi, ma tutti i riferimenti alla biologia evolutiva e all’esistenzialismo filosofico. Marco aveva avuto un interesse molto ampio nei confronti degli universi paralleli, come se fosse stato più curioso di capirne il perché, piuttosto che il funzionamento. In soldoni, il mio patrigno era stato una specie di secchione.
«Se capissi quella roba, non credi che avrei già provato a spiegartela?» chiese mia madre con tono apparentemente retorico.
«Non so più se mi fido di te», ammisi.
«Non devi fidarti di me», si inalberò diventando rossa come il culo di uno scimpanzé. «Ma fatti una domanda onesta una volta buona: credi davvero che io abbia scelto di mettere al mondo una figlia, sapendo che sarebbe stata destinata a quest’esistenza del cazzo?»
Stavo per risponderle, ma mi scagliò contro un vecchio vaso in porcellana. Esattamente come capitato con It, mi prese in pieno.

Pochi giorni dopo rientrai da scuola. Indossavo un berretto, perché dovevo coprire in qualche modo i due lividi sopra la testa. Io e mia madre non ci parlavamo dall’episodio del vaso. Ero dunque pronta all’ennesima giornata di reciproco silenzio, quando la trovai in cucina che ancheggiava sulle note di Acida dei Prozac +.
«Ciao tesoro mio», salutò affettuosamente. «Che hai fatto in testa?»
«Una stronza mi ha tirato contro un vaso di porcellana», affermai sarcastica.
«Scherzi?» chiese preoccupata con la faccia di chi ha appena scartato una barretta di merda credendola Gianduia.
Non era più quella della sera prima, e a quanto pare l’altra lei non le aveva lasciato alcun appunto sul diario. Mi trovavo dunque di fronte a un bivio: inquietarla con la verità o rassicurarla con una bugia?

<< Parte 16

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Le dimensioni contano – Parte 16

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Una telefonata improvvisa la spinge a saltare la scuola, ma la madre la incalza e non sembra lasciarla andar via senza un chiarimento.

Mia madre non sembrava intenzionata a desistere e io non avevo un motivo ragionevole per mentire ancora sul mio appuntamento. In fin dei conti era una faccenda che in parte la riguardava, e di cui poteva magari conoscere dettagli che magari a me sfuggivano. Se inizialmente avevo taciuto, era stato solo per non coinvolgere anche lei nell’ennesima questione interdimensionale e lasciarle invece un poco di serenità e normalità. Presumo che a parti invertite lei avrebbe fatto altrettanto.
«Devo vedere Andrea», confessai allora. «Era lui ieri al telefono».
Mi fissò perplessa. «Andrea chi?»
«Il marito di Barbara, la nostra dentista», spiegai. «Il padre di Carolina», aggiunsi sottovoce, inibita dal cordoglio.
Il ricordo di quella tragedia era ancora doloroso, soprattutto perché dopo sei anni continuavo a ritenermi responsabile. Non era certo un lutto che potevo affrontare con una psicologa, perché avrei dovuto rivelare la mia capacità di spostarmi tra gli universi; né potevo confidarmi con le mie amiche, perché avrei dovuto tacere su un sacco di sfumature. E certamente non potevo parlarne con mia nonna, la cui sopravvivenza era stata compensata dalla morte di Carolina.
«Incontri Andrea: interessante!» esclamò mia madre. «Ma non facevi prima a dirmi subito la verità?» chiese retoricamente.
«Non volevo turbarti», ammisi.
Scosse il capo. «Mi vedi turbata?» chiese. «In universo ti ho vista ammazzare il cane dei vicini con un rastrello arrugginito, e in un altro hai provato a darmi fuoco», rivelò. «Ormai non mi turba più nulla di te».
Rimasi gelata da quelle parole. Non mi colpì apprendere di altre me capaci di gesti tanto brutali ed efferati, perché comunque avevo sulla coscienza l’occhio di Emma, i denti di Carolina e l’aggressione a Pamela. Mi impressionò però la naturalezza che accompagnò quell’affermazione di mia madre, l’agghiacciante percezione di essere considerata inquietante.
«Faccio così… così tanta paura?» le domandai esitante.
Mia madre sorrise amaramente. «A dodici anni hai quasi reso cieca una coetanea», mi rammentò cinica, guardandomi negli occhi, «per anni hai avuto la freddezza di inciderti  con un bisturi», disse. «Dio solo sa se e quanto ti eccidi quando vedi sangue», aggiunse severa. «Secondo te, una figlia che fa queste cose mette paura?»
Non le risposi, non me ne diede il tempo. Lasciò cadere il mio zaino sul marciapiede e si allontanò.

Raggiunsi la stazione in leggero anticipo e ne approfittai per fare colazione. Malauguratamente entrai in un locale dove avevano finito il caffè, e dunque ordinai un bicchiere di grappa.
«Non ho finito il caffè», obbiettò però il barista. «E mi sembri troppo piccina per far colazione con la grappa», aggiunse paterno, mentre i suoi occhi da barracuda prendevano accuratamente le misure delle mie tette.
«Sai che potrei essere tua figlia, vero?» gli feci notare.
Smise di guardarmi il décolleté e mi servì un caffè corretto con la Sambuca, che tra l’altro non mi fece nemmeno pagare. Lo ringraziai, ma con la stessa riconoscenza che in genere si dispensa per chi ti stappa una fogna o per un pizzaiolo che si è appena scaccolato ma ha l’accortezza di lavarsi le mani prima di impastare la pizza.
Uscita dal bar, mi diressi verso i treni. Quindi, passeggiando lentamente, raggiunsi il binario 4. Non vedendo subito Andrea, cercai una panchina per sedermi.
«Ma dove cazzo è finito?» sospirai quando mi resi conto che l’orologio sopra la mia testa segnava le 8:10 passate. «Merda», berciai subito dopo, rendendomi conto dell’enorme “4” azzurro su sfondo bianco appeso di fianco all’orologio: avevo sbagliato binario.
Mi sentii più stupida di quelli che provano a lavarsi i denti con una la levigatrice per il marmo. Speravo che non se ne fosse andato, anche perché non avevo idea di come contattarlo per scusarmi e chiedergli un eventuale secondo appuntamento. Per mia fortuna Andrea aveva avuto la pazienza di attendere, anche se fumava con l’enfasi di quelli che si ficcano una sigaretta calda tra le labbra per soffocare il desiderio di una colorita e catartica successione di roboanti bestemmie.
«Scusa il ritardo», cominciai avvicinandomi.
«Scusa un cazzo», rispose bruscamente. «Tra venti minuti devo essere in ufficio».
Sospirai. «Mi dispiace», mi scusai retoricamente, provando a sorridergli. «Come sta Barbara?»
Non rispose e mi fissò con astio: Barbara era morta nel 1976, assieme a Marco, ma io non lo sapevo.

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Le dimensioni contano – Parte 14

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo aver vanamente cercato di contattare il suo patrigno Marco, si risveglia a letto con un coetaneo.

Il pene di Daniele mi penetrò lentamente, insinuandosi piano piano nella cavità anale e dilatandola. Provai più dolore che piacere, ma ero anche piuttosto eccitata. A differenza del corpo che mi ospitava, non ero mai stata a letto con un uomo. Credo sia tipo non aver mai visto il mare ed essere improvvisamente scagliata giù nell’oceano da un aereo in volo: spaventoso, ma anche emozionante e sorprendente.
«Ti amo», sussurrò dolcemente il mio giovane partner, dopo avermi farcito lo sfintere di sborra.
Non poteva scegliere un momento meno romantico!
«Me ne vado a casa», replicai algente. «È stato divertente», aggiunsi più per gentilezza che per convinzione, «dovremmo rifarlo prima o poi».
Non credo che Daniele si aspettasse quella risposta. Non avevo però intenzione di giocarmi il primo “ti amo” della mia vita in un frangente simile; sicuramente non con lui, che in un altro universo mi aveva preferito quella cicciona di Pamela.
Inoltre non avevo intenzione di scoparci nuovamente. Ma dopo quella risposta mancata, la relazione tra noi, o qualsiasi cosa fosse, era da considerarsi conclusa.
«Non è lo stesso Daniele», mi ammonì mia madre a casa, un’ora più tardi, dopo che gliene parlai. «È come punire un figlio per le colpe del padre».
Non aveva torto, e infatti non obiettai. Però non potevo sempre ragionare interdimensionalmente, in particolare se si parlava di dignità personale.
Il Daniele in un universo A era diverso dal Daniele in un Universo B, lo sapevo bene. Ma vivendo la mia esistenza da una sola prospettiva, delusioni e brutti ricordi non si cancellavano cambiando dimensione. Del resto è semplice essere razionali quando i cazzi amari devono inghiottirli altri.
«È chiaro?» insistette mia madre.
Annuii. «Che ne è di Marco?» cambiai però argomento.
«Chi è Marco?»
«Il tuo ex marito».
In quella dimensione non c’era nessun ex marito. Marco era morto nel 1976, precipitato in un burrone dopo essere stato disarcionato dalla sua Benelli 354.
L’incidente era avvenuto nello stesso tornante dove mia madre, nell’universo precedente, mi aveva parlato per la prima volta di lui. Viste le circostanze, a prescindere da presunte coincidenze, risultava piuttosto improbabile supporre che Marco fosse mio padre.
«Era vivo nell’universo da cui vengo», affermai. «Anche se non si faceva trovare».
«Marco sapeva dei viaggi», confessò mia madre. «E sapeva sfruttare la cuspide», aggiunse. «Per questo è morto», concluse sibillina.
«Non ti capisco», ammisi. «E perché sapeva dei viaggi?»
Mia madre sorrise malinconicamente. «Un giorno capirai», chiosò.
Il discorso si chiuse lì. Nei giorni successivi ogni mio tentativo di parlare di Marco con mamma o nonna veniva immediatamente soffocato, spesso bruscamente.
Frustata, speravo vanamente di ritrovare il mio “patrigno” vivo nell’universo successivo. Ma come mi spiegò mia nonna, più ci si allontana dalla cuspide e più gli universi tendono ad assomigliarsi tra loro. Inizialmente non capii quelle parole, ma lentamente le constatai empiricamente: per qualche tempo mi risvegliai infatti in dimensioni piuttosto simili tra loro.

Tre anni dopo ero maggiorenne e, per fortuna, nessuno faceva più suonare Shy Guy, né la ricordava.
Gusti musicali a parte, all’epoca mi lasciavo scopare e viziare da Massimo, detto Max, un coetaneo simpatico, paziente e divertente. Avevamo in comune la passione per i Litfiba, le mie tette, e la sua Fiat Uno Rap che ci portava da ogni parte.
Frequentavamo entrambi l’ultimo anno delle superiori: lui andava alle geometri; io al classico, alle magistrali, allo scientifico, alle industriali, al chimico biologico e al tecnico commerciale; in un universo mi era anche capitato di seguire un corso da parrucchiera.
Scuola a parte, per il resto ero serena, direi quasi felice, finché un giorno…
«Pronto?» cominciai rispondendo al telefono.
«Forse non sai chi sono», spiegò una voce maschile, «ma posso aiutarti», affermò frettolosamente. «Vediamoci domani mattina, verso le otto, alla stazione dei treni, binario 2», indicò prima di interrompere bruscamente la chiamata.
«Merda!» sibilai sottovoce.

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