Risvegli Narcotici – Colpevoli

Non tutti hanno gli stessi tempi. Per circostanze o propensione naturale, ci distinguiamo tra i Turbo e i Diesel. Che poi odio la metafora legata ai motori, perché la usava una mia docente del liceo, la quale mi stava molto sul cazzo; anche il liceo mi stava molto sul cazzo. Ok, trovate qualcosa che non stia sul cazzo a me e verrete premiati.

Comunque abbiamo tempi diversi. Ci sono persone che capiscono subito le regole del gioco e le assecondano. Sono vincitori, anche se è una definizione cruda. Sono quelli che prendono il bottino grande e lo divorano osservando la frustrazione degli avversari. E qui nasce l’equivoco: non tutti sono consapevoli di essere in gara.

Dal mio punto di vista anche i perdenti conoscono le regole del gioco e anche loro le assecondando. Semplicemente lo fanno in modo differente. Stare nel mucchio è facile, perché nessuno si rende conto dei quinti o dei penultimi. Sono lì, che ci provano e non riescono, fine, ma godono del privilegio dell’anonimato. L’ultimo no. Lo vedi, lo indichi, lo irridi.

Eppure è una scelta. L’umiliazione è tale solo se rispetti le regole del sistema, solo se accetti la gara eterna e la competizione sistematica. Non lo è più se decidi che devi fare ciò che ti piace, e che con i tuoi risultati gli altri possano pulirsi il culo. Così la gara diventa carta igienica. E tu puoi defecare sulle ambizioni altrui privandole della giusta gloria. Per anche far sorgere il dubbio al vincitore di aver gareggiato da solo. Oppure puoi smetterla di drogarti alle 7:32 del mattino.

Ma la droga è buona e fa bene.

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LX1

Ciascuno ha un piccolo orologio che gli rintocca dentro implacabile. Tu sei il mio. Hai quella disordinata capacità di farmi rendere conto di quel che non voglio vedere, ad esplosioni frammentarie. Mi ripeti silenziosamente che posso togliere le batterie e fermare le lancette, ma non posso fermare il tempo. Che è quasi un cliché compositivo. Ne hanno già parlato tutti, anche troppo. Forse è bene non essere come loro. Limitarsi a descrizioni più semplici, lineari. Essere originali con la banalità. Ma nemmeno lì c’è spazio. Fabio Volo e Moccia hanno monopolizzato il settore. Forse per questo esiste la birra. Perché quando ti senti così, si fa prima a berci su piuttosto che rifletterci.

Cheers!

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Alcolismo serale.

Ho fatto qualcosa di male a Youtube. Ne sono certo. Diversamente non mi troverei gli stramaledetti Evanescence nella riproduzione automatica. Dio, quanto li odio. Se c’è un genere musicale che mi infastidisce più del New Metal e di Fedez, quello è lo pseudo rock messo in bocca a voci femminili. Mettetemi i Garbage e vi sbocchino anche se avete i cazzi sporchi. Ma no Evanescence, Lacuna Coil o i Florence e i Stocazzo, perché li detesto, Dio cane.

No, ok. Forse non sono di umore esattamente primaverile. Ma chi lo è? Su wordpress intendo. Non so se avete presente, credo di no, ma c’è un brano dei Roxette, che si intitola tipo June Afternoon. Si tratta di una canzone allegra, ma molto inquietante. A 14 anni mi chiedevo quale allucinogeno avessero preso Maria e l’altro prima di scriverla. Esprimeva un ottimismo malato, peggiore anche quello di Jovanotti, che è un poco il Re degli ottimisti irritanti.

Il punto è che a me i Roxette piacciono. Sono nordici e la musica nordica è sempre fatta bene. Da Copenaghen in su hanno il bel vizio di fermare la loro percezione del rock ai primi anni 80. Tipo per gli svedesi gli U.F.O. sono una band attuale, e gli Europe sono il futuro. Che poi, beati loro, perché continuano a partorire chitarristi come Kee Marcelo o John Norum. Noi invece abbiamo Fedez.

Da poco (ieri) ascoltavo Ana Johnson. Si tratta di una svedesina (che poi ha tipo 41 anni ma ne dimostra 21) che 10 anni fa uscì con un singolo che si chiamava We are. Ok, era una canzoncina senza grandi pretese, ma fatta bene. Aveva un bel intro di piano e una chitarra cazzuterrima (lo so, non esiste “cazzutterrima”) sul ritornello. E aveva anche un bel testo. Parlava tipo di Guerre (ok, come Jovanotti), ma lo faceva in modo intelligente (tipo Saviano, ma meno serafico).

Diceva una roba tipo “siamo tantissimi, ma non siamo mai stati così soli”. Ok, sembra banale, ma suona molto bene nel testo. Ha una metrica precisa, come un paio di mutande che ti sorreggono il cazzo e non ti si infilano su per il culo dopo che metti i jeans. Comunque ora esco a fotografare il tramonto, che ho bisogno di like su instagram. Sapete, la compesanzione a colpi di “mi piace” e quelle robe lì da psicologi 2.0.

(non ho voglia di rileggere – quindi beccatevi i refusi, i verbi ad mentulam, le ripetizioni e non scassatemi i coglioni).

Risvegli narcotici – Vecchi dentro.

Ho ancora in bocca il sapore del caffè. Ho dei documenti da consegnare entro due settimane; devo fare i biglietti aerei per un appuntamento importante; Venerdì devo occuparmi di questioni legate al fisco; dovrei andare a pagare due bollette. Insomma, ho un botto di cose da fare. Se ne ho voglia? Conoscete qualcuno che ha voglia di svolgere le proprie commissioni? In caso di risposta positiva presentatemelo.

Da quando non ho più i gatti ho cominciato a sviluppare una sorta di allergia al silenzio. Quando hai animali, lo spazio è inevitabilmente occupato. Se non fanno versi, sporcano; se non sporcano, dormono dove non dovrebbero dormire; se non dormono, fanno versi. Diciamo che riempiono le giornate. E alla fine occuparsi di loro ti responsabilizza. Credo sia tipo avere figli, solo che non devi spendere un sacco di soldi in pannolini o dvd dei Teletubbies. Sì, si denota che non sappia davvero un cazzo sui bambini. (ci va il congiuntivo?)

Nelle mie passeggiate mattutine, quelle da vecchio dentro, vedo spesso come si risvegliano le altre famiglie. Raramente provo invidia. Che scopino o inizino la giornata con il telegiornale regionale, non importa, perché anche io potrei farlo. Invidio però quelli che aprono la finestra e fumano. E non perché voglia fumare, ma perché vedo la soddisfazione nei loro occhi quando fanno il primo tiro. Fumare appena svegli, con i polmoni tenuti a bada da uno di sonno, è una gigantesca cazzata! Non è salutare. Eppure è pura soddisfazione, 100 % orgasmica.

Credo sia questo il libero arbitrio, la scelta di farci del male consapevolmente. Dio benedica le droghe e ovviamente anche l’amore; ma soprattutto le droghe.

 

F.01

Come si riparte? Credo facendo suonare un buon disco e sorseggiando una camomilla. Forse è sufficiente, forse no, ma ha importanza? Servono foglie di Negrita, e note di XXX. Tutto qui, semplicemente. Appesi come spighe di grano in attesa che il vento ci porti via. Fumati, sfumati. Oggi è una di quelle giornate in cui ho ripreso contatto con la realtà. Ho visto il sole sorgere, l’ho visto tramontare. Ho visto le vecchie amicizie mischiarsi alle nuove, un vecchio amore incontrare una nuova ossessione. Ho capito che non ha importanza. Non ci sono risposte a certe domande. Solo il tempo che scorre, nulla di più. Qualche “anche io” che fa piacere. Magari uno spritz. O più semplicemente una birra. E il profumo della miscela di una vecchia moto 2 tempi. Magari i discorsi sui carter. Le foto di un matrimonio a cui nessuno di noi sarebbe voluto andare. Il sapore della torta. O il sapore che ho ora in bocca. Non so, se avete provato il solfato di cocaina mescolato alla marijuana, il sapore che percepisco è quello. E ‘fanculo!

Era inevitabile. Un ricordo aveva navigato nel mare inquieto del mio rancore e le sue scialuppe erano approdate nei lidi importuabili del rimorso. In genere a costruire i porti si pensava solo quando si voleva fuggire. Era una commercializzazione delle paure recondite, un baratto tra insensibili che non accettavano le proprie responsabilità. Sia i delusi che i polemici erano cresciuti in un’aula in cui al posto del crocefisso era appesa l’assenza di autocritica, e non c’erano appendini per giubbotti, solo madri che insegnavano a futuri mammoni che l’importante era fingere di provarci. Tanto valeva sostituire la mensa con corde per impiccarsi, e insegnare Love Will Tears Us Apart piuttosto che l’Ape Maia. Si imparava a dipingere tricolore la fossa prefigurata dalle maestre, ed era un poco come quando può andare peggio poi piove, solo che lì che pioveva. Ma alla fine forse poteva anche andare peggio… avrei potuto non svegliarmi da quell’incubo, per esempio.

Post collegato a questa foto.

Le dimensioni contano – Parte 51 – Finale

Oggi è il 16 Settembre 1987. In questo momento sono una paziente di sette anni ricoverata al reparto di ortopedia del Policlinico Santissima Annunziata di Sassari. Sono la figlia di Anna, un’affascinante trentenne sposata con un bellissimo infermiere biondo, mio papà, l’uomo più bello del pianeta.
Mamma e papà si amano tanto, anche se a volte litigano. In genere causa della lite è mio nonno, il dottor Lafitte, un medico belga che continua a definire gli infermieri come “dottori mancati”. In realtà mia madre litiga anche con mia nonna, che spesso si dimentica di badare a me quando dovrebbe. Io però voglio bene a tutti, anche se per nessun parente nutro l’affetto che provo per Sonia.
Sonia è una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Ma anche io sono una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Sonia è la mia migliore amica, ma anche la mia nemesi. Passiamo il tempo a bisticciare, ma siamo inseparabili. Per questo motivo Sonia è l’unica compagna di classe a cui permetto di farmi visita.
«Come stai oggi?» mi chiede sedendosi sul bordo del letto.
Non le rispondo. Purtroppo sono ricoverata in ospedale, perché una settimana fa mi è successa una bruttissima cosa. Ero a Sorso a casa dei nonni, giocavo nell’aia con mia nonna. Quando lei è entrata in casa per rispondere a una telefonata, io mi sono precipitata nel granaio, perché volevo usare la motosega. In passato ho visto tante volte come si avvia quell’affare, ma senza rendermi mai conto che nessuno poggia il piede sulla lama prima di tirare il cordino dell’accensione.
Così il motore della motosega è partito, e la lama ha cominciato a ruotare, maciullandomi una gamba.
Tra una settimana partirò per Londra, dove alcuni super-medici amici di mio nonno si occuperanno di me. Ovviamente qualsiasi operazione e cura a cui verrò sottoposta, compresa la più innovativa e rivoluzionaria, non mi restituirà comunque l’arto. Dunque vivrò il resto della mia vita senza una gamba.
«Quando torni a scuola ci sediamo vicine», afferma ancora Sonia, sperando che le rivolga la parola.
Mi volto e la guardo. Non sorride, anche se si sforza di farlo. «Hai perso un dente!» osservo aspramente, sperando di indispettirla. «Sembri la vecchia di Biancaneve»
«Sì!» conferma lei, per nulla scalfita dal mio tono ostile. «Ma comunque ricresce, e inoltre è anche passata la fatina dei dentini», aggiunge con invidiabile entusiasmo. «Mi ha lasciato dei soldi sotto il cuscino».
Sbuffo. «Esiste anche la fatina delle gambe?»
Sonia non risponde. «Abbiamo un nuovo vicino di casa», racconta invece. «Si chiama Marco e…»
«E chi se ne frega?»
«Era così per dire», sorride comunque. «Ora vado, ho pallamano alle quattro».
«Sì, vattene, e non tornare più».
«Ciao», mi saluta baciandomi la fronte.
Non mi ha mai baciata in passato. Mi ha morso fino a farmi sanguinare, mi ha sputato contro saliva e catarro, ma non mi ha mai dato un bacio.
Forse avrei preferito uno sputo e un morso.
Ma questa è la mia vita, la mia nuova vita. Nel mio futuro non ci saranno partite di pallamano, corse nei prati o semplici calci a una coetanea che mi sta sulle ovaie; né ci saranno fughe nel cuore della notte in adolescenza, quando mia madre mi riterrà ancora troppo piccola per star fuori la sera. Il primo bacio lo darò a qualcuno che non riterrà imbarazzante frequentare una ragazza con un arto artificiale.
Probabilmente ascolterò e sopporterò gente in perfetta salute che mi spiegherà che la disabilità non sia certo un limite per fare ciò che mi rende felice. Certo, ci sarà anche chi mi offrirà un lavoro in nome dell’integrazione e delle pari opportunità. Magari diventerò un’atleta paralimpica o qualcosa di simile. O forse no. Potrei suicidarmi a quindici anni dopo aver scoperto che Marco Masini ha fatto una cover in italiano di Nothing Else Matters.
Però mi piace pensare che esista un universo parallelo in cui qualcuno mi ha tirato via prima di accendere la motosega, un universo in cui ho ancora due gambe e sono sul campo di pallamano a fare a botte con Sonia e le altre mie coetanee, un universo in cui magari Marco Masini è un promettente tennista che in futuro si dispenserà da fare il cantante o scrivere canzoni.
Passa un’ora, che trascorro a guardare passivamente Bim Bum Bam.
«Ti fa male?» mi chiede un bambino grasso che è appena entrato nella mia stanza.
«Che domanda stupida. Come può farmi male qualcosa che non ho più?»
Mi fissa imbarazzato. «A me hanno tolto l’appendice», mi informa con candore, come se fossimo nella stessa barca. «Ma mi fa comunque male e…»
«E chi se ne frega?»
Lo guardo un attimo. Deve essere più grande di me, perché è più alto di almeno venti centimetri. È biondo, ha gli occhi chiari e le labbra carnose. Sembra il figlio di John Candy.
«Io sono Gabriele», dice porgendomi la mano. «Tu come ti chiami?»
«Valeria», sussurro senza dargli la mano. «Ora vattene».
Ma il bambino biondo non ha intenzione di lasciarmi sola. Forse in un altro universo vorrebbe giocare con una bimba che ha entrambe le gambe. Magari in un altro universo la sua appendice non si ulcera. Ma in questo universo sceglie di stare con me.

But I don’t want somebody
Who’s loving everybody
I need a shy guy
He’s the kinda guy who’ll only be mine

Shy Guy – Diane King

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Le dimensioni contano – Parte 50

Luce era intelligente e acuta. Ci vollero dunque pochi minuti per spiegarle che avrebbe trascorso i successivi trent’anni a fare dentro e fuori da un universo all’altro. Non fu semplice per me affrontare quel discorso, perché più parlavo e più mi rendevo conto che mia figlia fosse probabilmente destinata alle stesse sofferenze che avevo patito io. Ma era anche una situazione che non potevo evitare.
«Ma papà?» chiese infine Luce. «Perché qui non viviamo con papà?»
Sorrisi. «Perché non so nemmeno chi sia l’uomo che chiami “papà”».
Mia figlia tacque per alcuni secondi. «Cerchiamolo su Facebook», propose.
Era un’ottima idea. Luce prese il mio Samsung S8 e cercò suo padre sul più celebre tra i social network. Trovò il profilo in pochissimi secondi, ma non fu un bene per lei: Gabriele era felicemente sposato con Sonia e avevano un figlio.
«Come è possibile?» chiese mia figlia, scettica e incredula. «Voi vi amate tanto», rivelò agitata. «E perché papà è così magro e muscoloso? Dovrebbe essere un ciccione burroso, lo è sempre stato, da quando vi conoscete».
Sollevai le spalle, non sapevo come risponderle. Poi mi resi conto di un fatto che avevo ignorato per anni. La prima volta che mi ero svegliata nella cuspide, più di vent’anni prima, ero fresca di rottura di fidanzamento da un mio coetaneo sovrappeso. [qui il capitolo dove Gabriele è grasso] «Era sempre lui», sussurrai dunque sottovoce. «Ci sono i nonni nella dimensione da cui vieni tu?» chiesi quindi a mia figlia.
«Tutti, tranne nonna Anna».
«Chi è tuo nonno materno?»
Luce mi fissò perplessa. «È nonno Marco», affermò sorpresa. «Qui chi è?»
Avrei dovuto rivelarle che in realtà Marco non era suo nonno, ma semplicemente il compagno di sua nonna, cioè mia madre. Avrei dovuto raccontarle dell’infermiere biondo, l’uomo che si era rifiutato di far parte della nostra vita. Ma a che pro? Tanto mia figlia lo avrebbe comunque scoperto da sola prima o poi, e amaramente. Volevo lasciarle un briciolo di serenità, anche se sapevo non sarebbe durata a lungo. E non mi interessava se, per via delle mie bugie e omissioni, in futuro non si sarebbe più fidata di me, perché avrei comunque anche tragicamente scoperto di non potersi fidare di sé stessa. Luce era destinata a galleggiare nella stessa identica e putrida merda interdimensionale in cui ero stata immersa io alla sua età.
«Anche qui tuo nonno è Marco, mio padre», le mentii infine. «Volevo solo verificare che non mi stessi imbrogliando».
«E perché mai dovrei imbrogliarti?»
Cambiai argomento. «Preparati. Andiamo a farci una scampagnata».
Sorrise. «Nell’altro universo odi le scampagnate. Detesti stare all’aperto in generale, perché le persone prima o poi si accorgono che hai una protesi sotto il ginocchio destro».
«In questo universo non ho acceso quella maledetta motosega», le ricordai. «Poter cambiare le cose è uno dei migliori vantaggi della nostra esistenza inter-dimensionale».
«Nell’altro universo ho l’iPhone», osò allora mia figlia.
Risi. «E credi che me la beva?» domandai sarcastica. «Ci hai provato, ragazza».

Pochi giorni dopo mi venne il ciclo. Al risveglio nel nuovo universo Luce era nuovamente scomparsa. Al suo posto c’era Michele, mio figlio dodicenne, ed ero nuovamente sposata con Gianni, aka Mr grandepancia-piccolocazzo. Fu sconvolgente, ma mai quanto leggere il referto della mia ultima visita ginecologica: nonostante i trentasei, ero entrata prematuramente in menopausa. Ciò significava che non ci sarebbero stati altri viaggi inter-dimensionali, e che non avrei mai più visto mia figlia.
«Mi dispiace», disse Marco, il mio ex patrigno, quando lo raggiunsi alla facoltà di Ingegneria di Cagliari, dove insegnava fisica.
«Dispiace anche a me», ammisi. «Ma forse è meglio così. Ho davanti a me tanti anni di normalità», affermai sconsolata.
Mi sorrise. «Credo dipenda dalla compensazione», ipotizzò. «Le tue ovaie sono state sottoposte a…»
«Taci, Einstein!» lo interruppi. «Se la teoria della compensazione fosse vera, tu saresti morto da tanto. E sicuramente Sonia, Ivan, Carolina e tanti altri non sarebbero ricomparsi l’uno dopo l’altro», gli dissi. «Non c’è nessuna compensazione. È solo caos! Dimentica tutte quelle robe meta-scientifiche sull’effetto farfalla, i paradossi, i paradigmi filosofici, o qualsiasi altra stronzata che gli scienziati si inventano per descrivere le cose non per come sono ma come vorrebbero che fossero. Credimi, è solo un gigantesco minestrone cosmico, nulla di più».
«Bizzarro», commento Marco. «Tua madre mi disse qualcosa di simile, molti anni fa», aggiunse malinconico. «Solo non capisco una cosa. Perché sei venuta da me se hai queste convinzioni?»
La risposta era semplice: volevo ficcargli il bisturi nello scroto. Non avendo più il ciclo sapevo che il mio gesto sarebbe quasi certamente stato definitivo, e finalmente potevo trovare conforto per essere stata stuprata. Non mi interessava se Marco in quella dimensione era adorabile e se mai e poi mai mi avrebbe messo le mani addosso. Mi sentivo comunque in diritto di vendicarmi di ciò che avevo subito. E non era certo colpa mia se le circostanze punivano il Marco sbagliato, perché il vero colpevole era il caos.

Lunedì il finale.

Le dimensioni contano – Parte 49

Carolina era viva. Ciò mi sconvolse, ma mi fece anche piacere. Malauguratamente non eravamo amiche e anzi, l’astio reciproco era tale che sua figlia dava della “bastarda” alla mia. Era un precedente che non doveva ripetersi.
«Jessica dovrebbe scusarsi», insinuai.
Ma Carolina scosse il capo. «Sicuramente tua figlia ha capito male», disse con tono di sfida. «Anche se non è da escludere che qualcuno la chiami a quella maniera», aggiunse con astio. «In fondo è quel che è, una figlia di NN. O sbaglio, Valeria?»
Chiusi gli occhi per contare fino a dieci, ma mi fermai a tre. «Tuo padre scopava con mia madre», dissi a voce alta, senza essere certa che fosse effettivamente così in quell’universo. «Se vuoi ti descrivo la forma del suo cazzo, così puoi controllare», aggiunsi con livore. «Quindi, prima di farmi sentire una puttana solo perché cresco mia figlia da sola, chiediti se la tua vecchia è tanto frigida da costringere tuo babbo a tradirla».
«Mia madre è morta!» mi “ricordò” Carolina. «Eravamo alle medie, ed è stato terribile», continuò. «Come puoi dire queste cattiverie?» chiese in lacrime colei che aveva insegnato alla figlia di sei anni a dare della “bastarda” a una sua coetanea.
Max sfruttò il fischietto per richiamare le altre bambine, incuriosite e in parte inquietate dalla scena. Qualcuna era anzi prossima alle lacrime «Mettetevi lì in cerchio, dietro la linea», ordinò perentorio indicando la parte opposta del campo da volley. «Voi no!» disse quindi rivolgendosi a mia figlia e Jessica, quando le vide raggiungere le altre. «Per voi qui non c’è più posto» aggiunse soprattutto a beneficio di noi madri.
Jessica e Carolina protestarono in maniera colorita. Luce invece recuperò la giacca della tuta e mi chiese di portarla a casa. La accontentai.
Mia figlia imparò una lezione importante dalla faccenda del minivolley: anche se era stata provocata, l’aggressività era controproducente. Di conseguenza avrebbe cercato di essere meno impulsiva in seguito. Tuttavia restò comunque una grandissima scassapalle petulante.
«Sei un cane!» mi disse un pomeriggio, pochi giorni più tardi.
La fissai. «Perché mai dovrei essere un cane».
«Perché non ti piacciono i gatti».
Voleva un felino, e da qualche giorno continuava ad insistere perché ne prendessi uno al negozio di animali. Personalmente non avevo nulla contro i gatti, che ritenevo animali eleganti e silenziosi. Però non sapevo se fossi o meno allergica al loro pelo, o se lo fosse mia figlia. Visto che avevo fatto fuori il quaderno con Snoopy in copertina, decisi di controllare tra le mie cose. Doveva pur esserci una qualche cartella clinica da qualche parte, visto che in fondo avevo comunque partorito.
Non trovando nulla a casa mia, frugai da mia madre.
«Cosa è quello?» chiese Luce individuando un’agenda rossa sotto una pila di documenti.
Sorrisi. «E brava la mia ragazza», considerai. «Per cena puoi avere i broccoli!»
«Non mi piacciono i boccoli», protestò lei.
«Broccoli», la corressi. «Allora come premio non ti faccio i boccoli e ti faccio i broccoli».
L’agenda era ancora una volta stracolma di informazioni. Tuttavia non capivo una mazza di fisica, come era sempre stato, quindi per me tutta quella roba era come ostrogoto traslitterato in greco. Nell’ultima pagina però trovai una sorta di nota esplicativa. Erano poche righe scritte in penne blu, nelle quali si sintetizzava per sommi capi il funzionamento degli universi paralleli. Era tutto comprensibile, anche troppo forse. Ciò che lessi mi inquietò. La grafia inoltre era quella di mia madre. Almeno da morta mi rivelava ciò che mi aveva sempre nascosto da viva. Strappai quindi quella pagina e la feci a pezzi.
«Sei arrabbiata?» chiese Luce.
Scossi il capo, fingendo di star bene. «No!» dissi.
«Cosa c’era scritto in quel foglio?»
«Era una ricetta per una torta», mentii ancora.
La compensazione, la morte definitiva di alcune persone, la cuspide, il non potersi suicidare, la figlia femmina a ventitré anni, il fatto che prendendo una decisione importante gli universi si sdoppiassero: tutte cazzate! La fisica è una scienza che l’uomo studia per approssimazione e che non può evitare di inzozzare con minchiate mistiche. Gli esseri umani sono incapaci di accettare la casualità e perciò ipotizzano l’esistenza di un destino che talvolta chiamano Dio. In fondo quando accade una tragedia è confortante incolpare un disegno superiore.
«Sai che dico?» conclusi sorridendo a mia figlia, e decidendo che non le avrei mai rivelato il vero significato e funzionamento degli universi paralleli. «Adesso la mamma ti porta a prendere un gatto, ok?»
«Voglio un coccodrillo!» affermò quindi. Le presi un’iguana e lei lo chiamò Merda.

Il 7 Ottobre 2016, mentre preparavo la colazione, e mentre sculettavo spensierata sulle note di Days are Forgotten, mia figlia, ormai dodicenne, apparve in cucina. Aveva sul volto un’espressione sconvolta.
«Tutto bene, amore?»
Scosse il capo. «Perché abitiamo qui?» chiese spaventata. «Dove è papà?» continuò. «Il tuo piede…» osservò infine. «Mamma, ti è ricresciuto il piede?»

Le dimensioni contano – Parte 48

«Ciao!» salutai sorridente, dopo essermi voltata.
Gabriele era sempre Gabriele. Era perfetto in completo azzurro e camicia nera. Biondo, alto, in forma, portamento elegante e sguardo carismatico. A trent’anni era al top del proprio fascino. Tra le altre cose aveva anche un buon profumo, nonostante fosse sudato per via del lavoro.
Eppure c’era una nota stonata in quella sinfonia di muscoli e avvenenza: la fede al dito. Gabriele era sposato, ciò mi ferì. Non avevo alcun diritto da reclamare, dunque la mia fu una reazione irrazionale. Però lo amavo, ne ero certa, dunque restai spiazzata alla vista dell’anello. Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non mi venne alcuna parola.
Parlò lui invece. Tra noi c’era una faccenda in sospeso, anche se ne ero all’oscuro: «se volevi sparire, perché tutta la messinscena di chiedermi il numero?» chiese bruscamente. «E perché a quella maniera?»
Non avevo assolutamente idea né della messinscena, né tanto meno della “maniera” a cui faceva riferimento lui. Conoscendomi, potevo solo ipotizzare che non avesse torto. In fondo sarebbe stato sufficiente prendere ad esempio un solo episodio della mia esistenza, anche non di stampo affettivo, per constatare la mia assoluta capacità di incasinare le faccende o di comportarmi in maniera subdola e irritante.
«Mi dispiace tanto!» dissi allora.
Gabriele scosse il capo. «Tu mi piacevi davvero», ammise. «Sei una bella donna, sei divertente e sei…»
«…una gran porca a letto?» provai ad aiutarlo.
Rise. «No!» affermò poi. «Cioè sì, sei anche una gran zozza», si corresse leggermente imbarazzato, «ma sei soprattutto una delle persone più cristalline che conosco», continuò con tono sommesso. «Hai mille difetti, ma non sei una che finge: quando sembri incazzata, sei incazzata; quando sembri felice, sei felice; quando sembri eccitata, sei bagnata come il Tikitaka», concluse.
Sollevai le spalle. «Si chiama Titicaca comunque», lo corressi. Poi sorrisi, e mi ricordai del mese trascorso da sposati, anche se era passato un decennio. E alla fine ciò gli che dissi venne fuori spontaneo: «per me sei importante in tutti gli universi!» rivelai.
«Cosa significa?»
Significava che in quell’universo non conosceva il mio segreto, e che dunque era il caso di andarmene via. Mi avvicinai e lo baciai su una guancia. «Abbi cura di te!» dissi delusa. Quindi mi voltai e feci per allontanarmi.
«Aspetta», mi pregò lui, afferrandomi per il polso della dritta. «Sono sette anni che ti cerco, Cristo santo. Sei sparita nel nulla…» continuò con tono meno ostile. «Dimmi almeno perché non mi hai contattato».
Mi girai nuovamente verso di lui.
Avevo gli occhi rossi e gonfi, forse lucidi, ma non piangevo. Volevo dirglielo, in fin dei conti non avevo nulla da perdere. «Perché io viaggio tra gli universi. Quando ho le mestruazioni salto in una dimensione diversa da quella in cui sono stata nel mese precedente. Quindi la donna che non ti ha contattato negli anni non sono io. Né sono quella che hai incontrato sette anni fa. E sappi che se io e te ci frequentassimo, tra venti o venticinque giorni avresti a che fare con una che non sono più io», rivelai in modo concitato e confuso. «Ho una figlia che potrebbe essere tua, ma non lo so», aggiunsi. «Quindi non farmi domande complicate, perché non so più un cazzo della mia vita, ok?»
Silenzio.
Non so cosa mi aspettassi. Forse una scena tipo film con Meg Ryan, dove il bello di turno abbraccia la protagonista e le dice qualche vaccata melensa. Ma non accadde. Gabriele fece due passi indietro, letteralmente. Poi mi guardò in un modo che non dimenticherò mai. I suoi occhi chiari, che constatai assolutamente identici a quelli di Luce, trasudavano soprattutto pietà, come se avesse a che fare con una pazza, con una schizofrenica.
«Hai bisogno di aiuto», disse infatti.
«Assolutamente», conclusi sibillina. «Ti amo», sussurrai senza ottenere risposta, prima di congedarmi.
Non ricordavo di aver mai pronunciato un “ti amo” in tutta la mia vita. Magari era successo, ma era stato importante o sincero, dunque non lo ricordavo. In trent’anni avevo provato la cocaina, la promiscuità, l’omosessualità, l’omicidio, la disabilità, la maternità, l’essere stuprata; ricordavo anche di aver amato, ma mai di averlo affermato esplicitamente. C’è sempre una prima volta, anche se accade a trent’anni.

Alcuni giorni dopo accompagnai mia figlia in palestra. L’avevo iscritta al minivolley, sperando che si limitasse a schiaffeggiare solo la palla e non le coetanee. Uno degli istruttori era Max, con cui ero stata fidanzata a lungo molti universi prima. Fu molto appagante incontrarlo, se con “incontrarlo” si intende “dargli il numero di telefono e il mattino dopo prendere mezza giornata di permesso dall’ufficio per un bocca-fica-culo in un B&B poco fuori città”.
«Quando ci rivediamo?» mi chiese infatti quel giorno, affiancandomi dopo aver ordinato alle bambine venti giri di campo che, conoscendole, non avrebbero mai completato.
«È un “l’altra volta mi sono divertito parecchio”?» stuzzicai.
Rise. «Qualcosa di simile», replicò, prima di dover mettere in bocca il fischietto.
Due bambine avevano cominciato ad azzuffarsi, e si rotolavano sul parquet tirandosi reciprocamente i capelli. Urlavano come se fossero possedute. Una delle due era Luce; l’altra si chiamava Jessica e aveva una faccia che mi sembrava piuttosto familiare.
«Mi ha chiamato “bastarda”», protestò mia figlia quando le separammo.
«Ti sarai sbagliata, tesoro», disse la madre di Jessica, una cicciona cotonata che mi ricordava qualcuno.
«Carolina!!» affermai infine. «Sei viva?»

I capitoli con Max qui e qui.