Le dimensioni contano – Parte 20

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Cacciata di casa dalla madre, a 20 anni decide di tentare il suicidio sparandosi in bocca.

Qualcuno mi unse la fronte.
«Benedici quest’olio, Signore, e benedici la nostra sorella inferma, che ne riceve l’unzione e il conforto», recitava una voce rauca e solenne.
Ero ancora viva, anche se vegetale. Immobile, prigioniera del mio corpo, ero cieca e tetraplegica. Potevo ascoltare i suoni e percepire gli odori, ma nulla di più. Presumo fossi sedata, o comunque anestetizzata. Ero una muta voce interiore che chiamava aiuto, mentre tutto ciò che era stato il mio corpo persisteva in un cinico e inesorabile stato di quiete paralizzata.
Che cazzo avevo sbagliato? Mi ero spappolata la parte sbagliata del cervello? Soprattutto, perché mia madre e mia nonna si ostinavano a tenermi in vita senza farmi crepare serenamente?
«Non puoi ucciderti», affermò una voce femminile, che percepivo distorta, ma che riconobbi come quella di mia madre. «Se anche ti fossi decapitata, saresti comunque rimasta miracolosamente in vita», aggiunse. «Dio ci odia, brutta stupida!» bestemmiò singhiozzando, «Dio ci odia!»
Nella mia vita, salvo un’eccezione, non c’era mai stato un Dio in cui credere. Ma cominciai a ipotizzare di essere nel bel mezzo di un antipasto d’inferno.
Persi rapidamente la cognizione del tempo, ma non la compagnia. Mia madre c’era sempre, anche se gran parte delle volte stava zitta. Riconoscevo però i momenti in cui era sola, perché cantava. Intonava dolcemente brani che non riconoscevo, in lingua inglese: uno parlava di una ragazza che perdeva il controllo, l’altra di giochi d’ombra.
«Ho sempre sognato di sposarmi sulle note di Shadowplay», rivelò una volta, l’ultima volta. «Addio, tesoro mio».

Mi risvegliai nel mio letto. Mi girava la testa, ma ero nuovamente un essere umano e non una patata lessa attaccata a un respiratore. Spensi la radiosveglia, settata su Acida dei Prozac +.
Sorrisi. Credo che altre al mio posto si sarebbero messe a piangere, ma io corsi alla finestra per vedere il mondo fuori e urlare la mia felicità: «porca merda, che culo!» esclamai in modo tutt’altro principesco, entusiasta di quella botta di fortuna interdimensionale.
Ero esaltata, dimenticando però l’unica costante che gli universi paralleli avevano sempre dispensato in otto anni: l’equilibrio. Se io stavo bene, qualcuno doveva inevitabilmente star male.
Quel qualcuno era Ivan, che qualche settimana prima, andato via da casa mia, aveva avuto un terribile incidente. Esattamente come successo a me nell’universo precedente, non aveva avuto la fortuna di crepare, ma vegetava attaccato a dozzine di macchinari in una stanza d’ospedale.
«Collega di Ivan?» mi chiese la moglie quando mi individuò seduta in disparte, fuori dal reparto di Rianimazione dove era ricoverato il marito.
Annuii cercando di dissimulare un affetto che non credevo di nutrire. «Una specie», sussurrai. «Come sta?»
«Una specie», riverberò lei. «Quindi è con te che scopava?» chiese ruvidamente fregandosene di chi ci circondava, compresi i parenti di Ivan.
Ovviamente non confermai, ma non ebbi nemmeno la prontezza di negare. Inoltre non mi venne lasciato poi chissà quanto tempo per parlare.
La moglie del mio scopamico mi colpì con uno schiaffo che, se non avesse indossato un grosso orologio in acciaio, sarebbe stato praticamente innocuo. Invece mi devastò il labbro superiore, che cominciò a sanguinare come il culo di un frocio, e il naso, che sembrava un’opera di Leonardo reinterpretata da Kandinskij.
«Mio marito è ridotto così a causa tua, troia!» mi accusò ancora, mentre mi allontanavo frettolosamente.
Tecnicamente aveva torto, visto che non avevo certo costretto Ivan a scopare con me, né a correre come un forsennato durante il tragitto di rientro a casa; presumo però che il suo incidente compensasse il mio tentato suicidio nell’universo precedente.
In tutti i casi l’azione più opportuna da compiere in quel momento era sciacquarmi dalle palle. E visto che mi trovavo già in ospedale, passai dal pronto soccorso: mi ricoverarono due giorni per sistemarmi la frattura del setto nasale.
«Mi mancava vederti insanguinata», rivelò mia nonna quando venne a trovarmi nel pomeriggio.
Le sorrisi malinconicamente. «Mamma non si scomoda nemmeno a ‘sto giro?» commentai sommessamente.
«Le passerà!»
A quel punto le raccontai della dimensione precedente, soffermandomi soprattutto sul non potermi uccidermi. Mia nonna si limitò a confermare ciò che già sapevo, aggiungendo che sia lei che mia madre avevano provato inutilmente la stessa strada in passato. Mi disse anche che non sarei potuta morire se prima non avessi messo al mondo una bambina.
«Ne sei certa?»
«Lo sono!» rispose laconica.
«E come lo sai?»
Nessuna risposta a quell’ultima mia domanda, né allora, né in futuro.
Quattro settimane dopo rientrai nella cuspide, giusto in tempo per farmi stuprare da Luca/Marco, il mio adorabile patrigno.

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Le dimensioni contano – Parte 19

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. All’ennesima omissione, ferisce la madre con una violenta testata al volto.

Avevo 18 anni quando mia madre mi cacciò di casa. Mi consegnò le chiavi di un misterioso appartamento al centro di Sassari, che trovai arredato, pulito e con il frigorifero e la dispensa stracolmi di cibo. Sul tavolo della cucina c’era invece un biglietto:

Figlia mia,
posso capire che vivere a questa maniera ti faccia incazzare e soffrire.
Ogni volta però che mi metti le mani addosso, mi ferisci in modo devastante. Ho provato a volerti bene standoti vicina, ma la tua furia sovrasta costantemente l’affetto che dovresti provare nei miei confronti.

Un giorno tutte le tue domande riceveranno una risposta, te lo giuro.
Per ora stammi lontana.
In calce troverai gli estremi di un conto in banca cointestato, in modo che tu non abbia mai bisogno di soldi.
Abbi cura di te.
Mamma.

Effettivamente per due anni i soldi non furono mai un problema. Bollette e affitto arrivavano direttamente a casa di mia madre. Nel conto in banca c’era tanto di quel denaro da pagare uno schiavo conta-soldi.
Sperando di far incazzare la mia vecchia acquistai una costosa New Beetle color prugna, una Ducati 996 che non misi mai in moto, e un gommone con motore fuoribordo.
Nessuna reazione.
Mamma non si faceva mai viva. Se le telefonavo, mi chiudeva il telefono in faccia; se mi presentavo sotto casa sua, non apriva; se le mandavo i saluti con nonna, non ricambiava. Era anche capitato di incrociarla per strada, ma mi aveva ignorata, come se io fossi una cura sulle staminali e lei un prelato cattolico.
«Oggi sono due anni» raccontai un pomeriggio ad Ivan, uno dei tanti da cui mi facevo scopare in quel periodo. «Non sai quanto mi manca».
Mi fissò con tenerezza, o con quel genere di affetto che in genere si nutre per quelle che concedono lunghi e appassionati bocchini. «Devi andare avanti», asserì quindi, aggiudicandosi meritatamente il premio Grazie al Cazzo – Edizione 2000.
L’ultimo biennio del resto era stato la sagra dell’ovvietà: all’università passavo gli esami soprattutto perché avevo un grosso seno; in vacanza venivo trattata bene perché dispensavo mance anche se mi dicevano “ciao”; gli uomini si divertivano a letto con me perché riversavo su di loro tutto l’affetto represso destinato a mia madre che mi aveva ripudiata e a un padre mai conosciuto.
«Ivan, vorrei che mi facessi un favore».
«Se posso», replicò lui, che nel frattempo si era invece alzato e aveva cominciato a rivestirsi.
«Dovresti imbucare qualcosa per me, domani mattina», spiegai aprendo un cassetto del comodino e tirando fuori una busta gialla chiusa e già affrancata.
Destinataria era mia madre, ma non erano certo necessarie doti da preveggente per indovinarlo. Né serviva essere telepatici per intuire che il mio scopamico, sposato e adultero, difficilmente sarebbe rientrato dalla moglie con qualcosa di mio. Era anche vero che rifiutandomi un favore avrebbe detto addio alla mie tette.
«La imbuco strada facendo», propose quindi, forse dietro suggerimento del proprio scroto.
Mi stava bene. Gli affidai la busta e per una volta mi lasciai anche baciare teneramente sulle labbra. In genere limitavo le mie attenzioni ai cazzi, non ai tizi che se li portavano a spasso. Perciò di Ivan sapevo davvero poco. Apprezzavo l’affidabilità della sua erezione, la discrezione (ci mancava solo che non lo fosse, considerando la fede al dito) e la pulizia. Ma il suo viso ad esempio non mi piaceva, e presumo che non lo avrei mai frequentato se avesse avuto un cetriolone meno largo e/o meno tonico.
«Grazie», dissi comunque.
Lui mi sorrise teneramente. «Alla prossima volta», affermò congedandosi.
Ma nei piani miei non era prevista una prossima volta, né un domani.
Mezz’ora dopo mi chiusi a chiave. Sigillai le finestre con il nastro adesivo, abbassai le tapparelle e spensi tutte le luci. Accesi due candele e mi versai un calice di Greco di Tufo. Infine feci suonare il Cd Acido Acida dei Prozac +, unico oggetto che mia madre mi aveva concesso di portar via quando mi aveva sbattuta fuori di casa.
«Bene», sospirai serenamente. «Se mi vestissi da principessa sarebbe perfetto, ma va bene anche la tuta da ginnastica».
Immaginai il resto: i vicini che sentivano lo sparo proveniente dal mio appartamento; l’ambulanza, i carabinieri, il questore o chi per lui; Ivan che non poteva sfogare con nessuno il dolore per la mia scomparsa; mia nonna che si faceva carico di organizzare un meraviglioso funerale; i presunti amici in lacrime; mia madre che apriva una busta gialla vuota.
«Ci sarebbe stata bene Disperato!», conclusi sarcastica prima di ficcarmi la pistola in bocca.
Bang!

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Le dimensioni contano – Parte 18

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Al risveglio in una nuova dimensione la madre non ricorda di averla colpita in fronte. La protagonista è indecisa se rivelarle o meno la verità.

Scelsi di raccontare la verità. Mia madre restò sorpresa, affermando che non ricordava di avermi mai colpito in passato, in nessuno degli universi in cui era stata.
Non le credetti. Più passava il tempo e meno mi fidavo dell’unica persona di cui a rigor di logica avrei dovuto fidarmi. Ma accettai le sue scuse, che ritenni sincere.
Nei giorni successivi lavorammo assieme sugli appunti di Marco, provando vanamente a decifrare soprattutto i calcoli matematici. Eravamo in alto mare quando mi venne il ciclo.
Al risveglio del nuovo universo trovai le solite differenze che compensavano la dimensione precedente: i lividi erano nella fronte di mia madre e non sulla mia; ero io a non aver mai letto It, che la mia vecchia invece conosceva a memoria; l’agenda non c’era.
«Effettivamente esisteva un’agenda rossa», constatò mia madre quando gliene parlai. «Ma non capisco come possa essere finita nelle mani di Andrea».
«Aveva una relazione con Barbara», rivelai senza tatto, senza considerare che quella versione di mia madre potesse o meno esserne al corrente.
«Barbara chi?» chiese infatti sorpresa.
Le raccontai dell’incidente in moto, ma mia madre scosse il capo. «C’è stata una Barbara nella vita di Andrea, ma non è morta con Marco», affermò. «È successo molto prima».
Non aggiunse altro e io non insistetti. Senza agenda mi sentivo fottuta, un poco come i tirapiedi del tenente Harris quando finiscono al Bar dei Finocchi nei vari episodi di Scuola di Polizia.

Giorni dopo saltai la scuola. Avvertii mia madre, senza però aggiungere che avrei avuto ospiti a casa. Non le dissi nemmeno che avrei usato il suo letto per lasciar confortare la mia patata del cetriolo di Max. Verdure a parte, alle 10 del mattino ero impegnata nella posizione chiamata cavallo a dondolo acido: Max stava sotto, seduto a gambe incrociate e con le mani poggiate al letto; io ero sopra, muovendomi su di lui. Perché “acido”? Perché in sottofondo c’erano i Prozac +.
«Che diavolo è quello?» dissi improvvisamente.
Non era da me sfilarmi un cazzo dalla fessa, soprattutto se era duro come il marmo di Carrara e prossimo ad esplodermi dentro come il Vesuvio su Ercolano e Pompei. Ma sulla mensola sovrastante la spalliera del letto avevo individuato la stramaledetta agenda rossa. Non era semplice vederla, visto che completamente celata da una serie di libri che la circondavano, sovrastavano e coprivano. Mi sollevai di scatto, camminando involontariamente sullo scroto di Max.
«Non avevo finito», protestò inizialmente.
«Devi andartene», gli dissi invece frettolosamente, scendendo giù dal letto e passandogli gli indumenti in modo che si rivestisse.
Mi guardò titubante. «Che ti ho fatto?»
«Nulla», risposi affannosamente, perché se la mia fica avesse avuto le mani, quel giorno mi avrebbe strozzata. «Vattene e basta: è casa mia!»
Max si tolse il profilattico e me lo scagliò addosso; però obbedì. Non lo accompagnai alla porta, anche perché in frangenti simili era giusto lasciargli sbollire la rabbia per conto suo.
Quando sentii Max uscire mi fiondai sull’agenda. Era effettivamente simile a quella che avevo avuto per le mani nell’altro universo, ma gli appunti sui viaggi interdimensionali erano praticamente assenti, circoscritti a una sola pagina. Il resto erano tediose poesie, presumo dedicate a io-sapevo-chi.
«Questa?» chiesi a mia madre quando rientrò da lavoro, mostrandole l’agenda. «Quando è che io e te cominciamo a giocare nella stessa squadra?»
Fu inutile. Scosse il capo e fece per allontanarsi.«Non è il momento».
Non ci vidi più e mi scaraventai su di lei. La afferrai per la maglietta, poco sotto il colletto. Spinsi il suo petto all’indietro fino a farle perdere l’equilibrio e a quel punto la tirai verso di me. La colpii con una testata precisa, frantumandole il setto nasale.
«Cristo santo», berciò mia madre, il cui volto era diventato rapidamente una maschera di sangue.
«Scusa», risposi sconvolta e preda dei sensi di colpa.
Fu però la metaforica ultima goccia che fece traboccare il vaso, anche se sarebbe più opportuno parlare di un’ultima cagata che fece esplodere la fogna. Dal mio punto di vista, se mia madre sapeva qualcosa, doveva dirmela; o se non doveva dirmela, doveva quanto meno spiegarmi il perché.
Per lei invece era diverso, perché la mia presenza la faceva sentire in pericolo.
«Fuori da casa mia!» disse la sera, mostrandomi la valigia.
Non ci vedemmo per due anni.

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Le dimensioni contano – Parte 17

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Si ritrova a chiacchierare con Andrea, padre della sua migliore amica, che tecnicamente non è mai nata.

Avevo cominciato a viaggiare tra gli universi sei anni prima, “partendo” da una dimensione in cui sospettavo che Andrea e mia madre scopassero. Non mi stupì dunque apprendere di una precedente relazione tra Marco e la madre di Sonia, che consideravo come l’ennesima compensazione tra un universo e l’altro. Mi seccava la morte Barbara, verso la quale in passato avevo nutrito un certo affetto; e mi scocciava apprenderlo da Andrea.
«Perché mi hai cercato?» chiesi anche per cambiare argomento.
Mi guardò scettico. «Non sono stato io a cercarti. Sei stata tu a contattarmi via email», rivelò con voce calma.
Era il 1998 e alle mie orecchie la parola email risuonava familiare quanto ustilaginacee, incunabolo o fisting. Ero stata in universi dove sapevo usare il computer, in particolare quelli in cui ero una studentessa di un istituto tecnico. In quello in cui mi trovavo ero però più ferrata su Seneca e Italo Svevo. Per me il computer era un giocattolo costoso e ingombrante, un passatempo serale per tutta quella gente con cui nessuno voleva chiavare o semplicemente uscire.
Non sapendo se Andrea sapesse o meno dei miei spostamenti interdimensionali, mi adattai: «Mi sono espressa male», mentii quindi. «Credevo ti facessi vivo prima».
«Prima non avevo questo», spiegò aprendo la sua valigetta, da cui tirò fuori un’agenda rossa.
«Piuttosto vecchia», commentai dopo averne osservato i bordi usurati e la copertina scolorita. «Apparteneva a Barbara?» chiesi.
Ancora una volta Andrea mi fissò affettuosamente. Probabilmente conosceva più dettagli di quanti non ne conoscessi io, notizie che aveva paradossalmente appreso da una delle tante me. Mi chiesi come mai fossi all’oscuro da certe informazioni, domandandomi se me le fossi nascosta da sola, o se fossero intervenute mia madre e mia nonna.
«Marco ero una persona singolare», mi spiegò Andrea con l’ammirazione di chi ha visto crepare il tizio che gli scopava la futura moglie. «E qui dentro ha scritto certe robe che spero di non aver capito».
«Che significa?»
Non rispose. «Fingi che sia morto anche io», ordinò bruscamente. «Perché non ti aiuterò più in futuro».
Io annuii e lui si congedò. Tornando verso casa due lacrime impattarono rapidamente contro le mie labbra. Per me Andrea era ancora il padre di Sonia e rappresentava l’ultimo scampolo superstite della mia infanzia unidimensionale. Ricordavo di aver cenato a casa sua, di aver giocato nel suo salotto e aver cagato nel suo water. Certo, non era avvenuto nell’universo in cui mi trovavo in quel momento; ma ricordavo di averlo vissuto e non riuscivo a dimenticarlo.
«Cos’è quella roba?» chiese mia madre quando mi sorprese a leggere l’agenda di Marco.
«È ciò che immagini», risposi senza sollevare lo sguardo, nemmeno fossi la protagonista di un porno dai toni noir. «Magari potresti aiutarmi a decifrare qualche passaggio, per me è arabo».
In quelle pagine era scritte informazioni complesse, molte delle quali per me incomprensibili. Non era solo la fisica a turbarmi, ma tutti i riferimenti alla biologia evolutiva e all’esistenzialismo filosofico. Marco aveva avuto un interesse molto ampio nei confronti degli universi paralleli, come se fosse stato più curioso di capirne il perché, piuttosto che il funzionamento. In soldoni, il mio patrigno era stato una specie di secchione.
«Se capissi quella roba, non credi che avrei già provato a spiegartela?» chiese mia madre con tono apparentemente retorico.
«Non so più se mi fido di te», ammisi.
«Non devi fidarti di me», si inalberò diventando rossa come il culo di uno scimpanzé. «Ma fatti una domanda onesta una volta buona: credi davvero che io abbia scelto di mettere al mondo una figlia, sapendo che sarebbe stata destinata a quest’esistenza del cazzo?»
Stavo per risponderle, ma mi scagliò contro un vecchio vaso in porcellana. Esattamente come capitato con It, mi prese in pieno.

Pochi giorni dopo rientrai da scuola. Indossavo un berretto, perché dovevo coprire in qualche modo i due lividi sopra la testa. Io e mia madre non ci parlavamo dall’episodio del vaso. Ero dunque pronta all’ennesima giornata di reciproco silenzio, quando la trovai in cucina che ancheggiava sulle note di Acida dei Prozac +.
«Ciao tesoro mio», salutò affettuosamente. «Che hai fatto in testa?»
«Una stronza mi ha tirato contro un vaso di porcellana», affermai sarcastica.
«Scherzi?» chiese preoccupata con la faccia di chi ha appena scartato una barretta di merda credendola Gianduia.
Non era più quella della sera prima, e a quanto pare l’altra lei non le aveva lasciato alcun appunto sul diario. Mi trovavo dunque di fronte a un bivio: inquietarla con la verità o rassicurarla con una bugia?

<< Parte 16

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Le dimensioni contano – Parte 16

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Una telefonata improvvisa la spinge a saltare la scuola, ma la madre la incalza e non sembra lasciarla andar via senza un chiarimento.

Mia madre non sembrava intenzionata a desistere e io non avevo un motivo ragionevole per mentire ancora sul mio appuntamento. In fin dei conti era una faccenda che in parte la riguardava, e di cui poteva magari conoscere dettagli che magari a me sfuggivano. Se inizialmente avevo taciuto, era stato solo per non coinvolgere anche lei nell’ennesima questione interdimensionale e lasciarle invece un poco di serenità e normalità. Presumo che a parti invertite lei avrebbe fatto altrettanto.
«Devo vedere Andrea», confessai allora. «Era lui ieri al telefono».
Mi fissò perplessa. «Andrea chi?»
«Il marito di Barbara, la nostra dentista», spiegai. «Il padre di Carolina», aggiunsi sottovoce, inibita dal cordoglio.
Il ricordo di quella tragedia era ancora doloroso, soprattutto perché dopo sei anni continuavo a ritenermi responsabile. Non era certo un lutto che potevo affrontare con una psicologa, perché avrei dovuto rivelare la mia capacità di spostarmi tra gli universi; né potevo confidarmi con le mie amiche, perché avrei dovuto tacere su un sacco di sfumature. E certamente non potevo parlarne con mia nonna, la cui sopravvivenza era stata compensata dalla morte di Carolina.
«Incontri Andrea: interessante!» esclamò mia madre. «Ma non facevi prima a dirmi subito la verità?» chiese retoricamente.
«Non volevo turbarti», ammisi.
Scosse il capo. «Mi vedi turbata?» chiese. «In universo ti ho vista ammazzare il cane dei vicini con un rastrello arrugginito, e in un altro hai provato a darmi fuoco», rivelò. «Ormai non mi turba più nulla di te».
Rimasi gelata da quelle parole. Non mi colpì apprendere di altre me capaci di gesti tanto brutali ed efferati, perché comunque avevo sulla coscienza l’occhio di Emma, i denti di Carolina e l’aggressione a Pamela. Mi impressionò però la naturalezza che accompagnò quell’affermazione di mia madre, l’agghiacciante percezione di essere considerata inquietante.
«Faccio così… così tanta paura?» le domandai esitante.
Mia madre sorrise amaramente. «A dodici anni hai quasi reso cieca una coetanea», mi rammentò cinica, guardandomi negli occhi, «per anni hai avuto la freddezza di inciderti  con un bisturi», disse. «Dio solo sa se e quanto ti eccidi quando vedi sangue», aggiunse severa. «Secondo te, una figlia che fa queste cose mette paura?»
Non le risposi, non me ne diede il tempo. Lasciò cadere il mio zaino sul marciapiede e si allontanò.

Raggiunsi la stazione in leggero anticipo e ne approfittai per fare colazione. Malauguratamente entrai in un locale dove avevano finito il caffè, e dunque ordinai un bicchiere di grappa.
«Non ho finito il caffè», obbiettò però il barista. «E mi sembri troppo piccina per far colazione con la grappa», aggiunse paterno, mentre i suoi occhi da barracuda prendevano accuratamente le misure delle mie tette.
«Sai che potrei essere tua figlia, vero?» gli feci notare.
Smise di guardarmi il décolleté e mi servì un caffè corretto con la Sambuca, che tra l’altro non mi fece nemmeno pagare. Lo ringraziai, ma con la stessa riconoscenza che in genere si dispensa per chi ti stappa una fogna o per un pizzaiolo che si è appena scaccolato ma ha l’accortezza di lavarsi le mani prima di impastare la pizza.
Uscita dal bar, mi diressi verso i treni. Quindi, passeggiando lentamente, raggiunsi il binario 4. Non vedendo subito Andrea, cercai una panchina per sedermi.
«Ma dove cazzo è finito?» sospirai quando mi resi conto che l’orologio sopra la mia testa segnava le 8:10 passate. «Merda», berciai subito dopo, rendendomi conto dell’enorme “4” azzurro su sfondo bianco appeso di fianco all’orologio: avevo sbagliato binario.
Mi sentii più stupida di quelli che provano a lavarsi i denti con una la levigatrice per il marmo. Speravo che non se ne fosse andato, anche perché non avevo idea di come contattarlo per scusarmi e chiedergli un eventuale secondo appuntamento. Per mia fortuna Andrea aveva avuto la pazienza di attendere, anche se fumava con l’enfasi di quelli che si ficcano una sigaretta calda tra le labbra per soffocare il desiderio di una colorita e catartica successione di roboanti bestemmie.
«Scusa il ritardo», cominciai avvicinandomi.
«Scusa un cazzo», rispose bruscamente. «Tra venti minuti devo essere in ufficio».
Sospirai. «Mi dispiace», mi scusai retoricamente, provando a sorridergli. «Come sta Barbara?»
Non rispose e mi fissò con astio: Barbara era morta nel 1976, assieme a Marco, ma io non lo sapevo.

<< Parte 15

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Le dimensioni contano – Parte 14

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo aver vanamente cercato di contattare il suo patrigno Marco, si risveglia a letto con un coetaneo.

Il pene di Daniele mi penetrò lentamente, insinuandosi piano piano nella cavità anale e dilatandola. Provai più dolore che piacere, ma ero anche piuttosto eccitata. A differenza del corpo che mi ospitava, non ero mai stata a letto con un uomo. Credo sia tipo non aver mai visto il mare ed essere improvvisamente scagliata giù nell’oceano da un aereo in volo: spaventoso, ma anche emozionante e sorprendente.
«Ti amo», sussurrò dolcemente il mio giovane partner, dopo avermi farcito lo sfintere di sborra.
Non poteva scegliere un momento meno romantico!
«Me ne vado a casa», replicai algente. «È stato divertente», aggiunsi più per gentilezza che per convinzione, «dovremmo rifarlo prima o poi».
Non credo che Daniele si aspettasse quella risposta. Non avevo però intenzione di giocarmi il primo “ti amo” della mia vita in un frangente simile; sicuramente non con lui, che in un altro universo mi aveva preferito quella cicciona di Pamela.
Inoltre non avevo intenzione di scoparci nuovamente. Ma dopo quella risposta mancata, la relazione tra noi, o qualsiasi cosa fosse, era da considerarsi conclusa.
«Non è lo stesso Daniele», mi ammonì mia madre a casa, un’ora più tardi, dopo che gliene parlai. «È come punire un figlio per le colpe del padre».
Non aveva torto, e infatti non obiettai. Però non potevo sempre ragionare interdimensionalmente, in particolare se si parlava di dignità personale.
Il Daniele in un universo A era diverso dal Daniele in un Universo B, lo sapevo bene. Ma vivendo la mia esistenza da una sola prospettiva, delusioni e brutti ricordi non si cancellavano cambiando dimensione. Del resto è semplice essere razionali quando i cazzi amari devono inghiottirli altri.
«È chiaro?» insistette mia madre.
Annuii. «Che ne è di Marco?» cambiai però argomento.
«Chi è Marco?»
«Il tuo ex marito».
In quella dimensione non c’era nessun ex marito. Marco era morto nel 1976, precipitato in un burrone dopo essere stato disarcionato dalla sua Benelli 354.
L’incidente era avvenuto nello stesso tornante dove mia madre, nell’universo precedente, mi aveva parlato per la prima volta di lui. Viste le circostanze, a prescindere da presunte coincidenze, risultava piuttosto improbabile supporre che Marco fosse mio padre.
«Era vivo nell’universo da cui vengo», affermai. «Anche se non si faceva trovare».
«Marco sapeva dei viaggi», confessò mia madre. «E sapeva sfruttare la cuspide», aggiunse. «Per questo è morto», concluse sibillina.
«Non ti capisco», ammisi. «E perché sapeva dei viaggi?»
Mia madre sorrise malinconicamente. «Un giorno capirai», chiosò.
Il discorso si chiuse lì. Nei giorni successivi ogni mio tentativo di parlare di Marco con mamma o nonna veniva immediatamente soffocato, spesso bruscamente.
Frustata, speravo vanamente di ritrovare il mio “patrigno” vivo nell’universo successivo. Ma come mi spiegò mia nonna, più ci si allontana dalla cuspide e più gli universi tendono ad assomigliarsi tra loro. Inizialmente non capii quelle parole, ma lentamente le constatai empiricamente: per qualche tempo mi risvegliai infatti in dimensioni piuttosto simili tra loro.

Tre anni dopo ero maggiorenne e, per fortuna, nessuno faceva più suonare Shy Guy, né la ricordava.
Gusti musicali a parte, all’epoca mi lasciavo scopare e viziare da Massimo, detto Max, un coetaneo simpatico, paziente e divertente. Avevamo in comune la passione per i Litfiba, le mie tette, e la sua Fiat Uno Rap che ci portava da ogni parte.
Frequentavamo entrambi l’ultimo anno delle superiori: lui andava alle geometri; io al classico, alle magistrali, allo scientifico, alle industriali, al chimico biologico e al tecnico commerciale; in un universo mi era anche capitato di seguire un corso da parrucchiera.
Scuola a parte, per il resto ero serena, direi quasi felice, finché un giorno…
«Pronto?» cominciai rispondendo al telefono.
«Forse non sai chi sono», spiegò una voce maschile, «ma posso aiutarti», affermò frettolosamente. «Vediamoci domani mattina, verso le otto, alla stazione dei treni, binario 2», indicò prima di interrompere bruscamente la chiamata.
«Merda!» sibilai sottovoce.

<< Parte 13

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Le dimensioni contano – Parte 13

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo aver incontrato il patrigno, scopre che la madre non le ha raccontato tutto.

«Marco?» chiesi conferma.
Mia madre tacque, ma annuì. Inizialmente pensai che non volesse parlarne, ma poi capii che era semplicemente concentrata sulla guida. Non a caso, subito dopo un tornante, rallentò fino a frenare, accostando poi in una piazzola. Non era esattamente il luogo ideale per fermarci, visto che in quel tratto la strada si affacciava su una sorta di precipizio. Ma mia madre non parve preoccuparsene.
«Ho bisogno d’aria», disse scendendo dall’abitacolo e raggiungendo un muretto in pietra.
Mentre la raggiungevo, la osservai tirare fuori un pacco di Winston dal cappotto, e accenderne una. In quindici anni non l’avevo mai vista fumare. Ma in quindici anni non l’avevo nemmeno mai sentita fare ammenda.
«Mi dispiace, amore», mi disse infatti. «Marco non è mio marito solo nella cuspide», affermò con evidente imbarazzo, senza guardarmi negli occhi.
«È mio padre?» le chiesi.
«Boh!» chiosò dopo aver tirato una generosa boccata, che espirò rapidamente.
«Che vuol dire “boh“?»
Sollevò le spalle; poi scosse il capo; quindi i suoi occhi diventarono lucidi. Non pianse però, anche se tremava, forse per il freddo. Era evidentemente turbata, come mai successo prima. Per me fu disarmante scoprirla fragile, non ero abituata.
Tirò un altra boccata, tossì involontariamente, quasi soffocando, e a quel punto scagliò via la sigaretta ancora accesa. In quel momento era più nervosa di una ninfomane mestruata che ha appena scoperto di essere allergica al cazzo.
«Non so se Marco sia o meno tuo padre», rivelò amaramente, «so di averlo tradito più volte», aggiunse mortificata.
«Nella cuspide lui sostiene di non essere mio padre», spiegai.
«Nella cuspide si chiama Luca», mi ricordò lei.
«È rilevante il suo nome?»
La mia domanda morì lì, senza alcuna reazione, come l’ennesimo tentativo di Marco Masini di tornare in classica con un nuovo disco. Mia madre affermava cominciai a ragionare interdimensionalmente. Da qualche parte, continuando a spostarmi tra gli universi, avrei sicuramente trovato un’altra lei che sapeva tutto di mio padre. Ma dovevo ragionare anche al rovescio, includendo Marco nell’equazione.
«Lui potrebbe saperlo?» domandai infatti.
Mia madre ci pensò brevemente e poi annuì: «non è da escludere».
Il resto della storia la appresi piano piano nei giorni successivi. Mamma e Marco si erano conosciuti da bambini. Per otto anni avevano abitato l’uno di fianco all’altra. A dodici anni si erano messi assieme, in un modo candido, affettuoso e innocuo. Sembrava il classico amore adolescenziale, ma nel 1977, quando erano entrambi ventunenni, si sposarono. Si separarono quattro anni dopo, quando io avevo un anno.

Trascorsi i ventisette giorni successivi provando a contattare Marco. Mia madre mi fornì tutte le informazioni che aveva a disposizione riguardo il suo ex: dove abitava, dove lavorava, chi erano i genitori, numeri di telefono vari.
Ma tutte queste informazioni si rivelarono più inutili del Freddolone alla menta: quell’uomo non voleva essere trovato. Aveva cambiato casa, lavoro e recapiti telefonici. Inoltre era ben protetto, perché chiunque affermava di non saperne nulla.
Alla fine mi venne il ciclo, e di fatto la mia permanenza in quell’universo era al capolinea.
«Dove eri?» mi chiese mia madre l’ultima sera, quando tornai a casa.
«A fanculo», risposi scortesemente. «Ho le mie cose».
Non erano gli ormoni a disturbarmi, ma la consapevolezza che al risveglio mi sarei risvegliata altrove. In realtà, mi disturbava anche l’odiata Shy Guy, che risuonava per l’ennesima volta dalla radio in salotto.
«Dove eri?» incalzò la mia vecchia.
«A cercare Marco», rivelai delusa.
«Marco chi?»
«L’uomo con cui sei stata sposata», aggiunsi mentre lei mi fissava perplessa e incredula,come se le avessi parlato in ostrogoto.
Cercare il mio “patrigno” mi aveva assorto talmente tanto da non rendermi conto che mia madre fosse cambiata. C’era stato un viaggio interdimensionale di cui evidentemente non mi ero accorta. Confidavo però che l’altra lei le avesse lasciato a disposizione le giuste informazioni.
Confidavo male!
Me ne resi conto quando la vidi illuminarsi, come se avesse avuto un’epifania, oppure un orgasmo, o entrambe le cose assieme.
«Marco è ancora vivo?» chiese entusiasta, ma anche disorientata. «Marco qui è ancora vivo?» domandò ancora.
Le sorrisi e annuii.
Avrei voluto, e sicuramente dovuto, rivelarle anche ciò che sapevo. Ma lasciai che fosse l’altra me a farlo, il mattino seguente. Io mi misi a letto, sperando in universo migliore al risveglio.
Ma mi risvegliai tra le braccia di Daniele, mentre il suo cazzo premeva contro il mio buco del culo.

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Le dimensioni contano – Parte 12

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo essere stata nella singolarissima cuspide, si risveglia in un universo canonico. Tuttavia non tutto è ok, visto che un uomo, che altrove è il suo patrigno, sembra essere sulle sue tracce

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Quell’uomo identico a Luca, mio patrigno nella cuspide, che reggeva tra le mani una videocamera puntata esattamente sulle mie cosce, si rese rapidamente conto che mi stessi dirigendo frettolosamente verso di lui. Non ne fu felice, credo, visto che scattò come un centometrista. Mi si scagliò scontro, investendomi con la furia di un toro imbizzarrito, colpendomi violentemente con una spallata e facendomi ruzzolare a terra. Del resto, l’unico modo che aveva per seminarmi era mettermi prima k.o.
«Ci è riuscito», commento infatti mia madre, «e piuttosto bene».
«Poteva andar peggio», smorzò invece l’ortopedico, uno stangone biondo sulla quarantina che mi bloccava con un tutore la spalla lussata.
Credo che mia madre, da come lo guardava, avesse un debole per quel medico. Generalmente era attratta da chi lavorava in ambito sanitario. Inoltre le piacevano gli individui allampanati, con occhi azzurri e belle mani, esattamente come il quarantenne che si occupava della mia lussazione. L’uomo ideale di mia madre, a pensarci bene, era Clint Eastwood. Malauguratamente, il Buono di Sergio Leone era accasato da tanto, e le belle mani dell’ortopedico, che probabilmente mia madre immaginava far dentro e fuori dalla sua fessa umida, erano munite di perentoria fede nuziale.
«Sei sposato?» domandai comunque civettuolmente, sorridendo poi a mia madre.
«Sì», replicò lui, senza imbarazzo, ma con la ruvidità tipica del “fatti due chili e mezzo di cazzi tuoi, baby”.
«Peccato!» considerai maligna.
Mia madre mi fulminò con lo sguardo, ma non commentò. In genere si sarebbe scusata al mio posto, oppure mi avrebbe fatto notare di essere stata inopportuna. Forse non era in vena di richiami; forse aveva talmente tanta voglia di farsi sborrare le tette dall’ortopedico, e non solo le tette, da temere che parlando le sarebbe scappato qualcosa di magistralmente imbarazzante; forse era invece preoccupata per ciò che mi era successo. O magari, come spesso capitava, l’odore del disinfettante medico la nauseava.
«Ti sei comportata da stronza», mi disse quando ci ritrovammo in auto, dirette verso casa.
«Con il medico?» ridacchiai. «Si vedeva lontano un miglio che volevi fartelo piazzare in culo di fronte a me».
Quell’ultima frase sortì un effetto non esattamente gradito. Raramente mia madre dilatava le narici e mi osservava come se volesse cavarmi via gli occhi con una forchettina per lumache, ma quella volta accadde. Forse avevo ecceduto in confidenza, e probabilmente ero stata piuttosto colorita. Sicuramente stavo trascurando che quella spalla lussata non fosse dovuta solo a un incidente, ma a un episodio più importante e preoccupante.
«Ho esagerato», ammisi. «Scusami!»
Mi sorrise teneramente e sollevò leggermente il volume dell’autoradio. Cominciavo a chiedermi se i DJ potessero suonare anche altri dischi che non fossero Shy Guy di Diane King, visto che la si ascoltava in continuazione su qualsiasi emittente ci si sintonizzasse.
Sicuramente non avevo voglia di ascoltare qualcosa che mi piaceva alla mia vecchia, perché è usanza antropologica che i figli ritengano merda i gusti musicali dei genitori, e viceversa. Con mia madre poi, che andava avanti a suon di Eurodance, Dancehall e Techno, era quasi fisiologico.
«Davvero ti piace questa porcheria?» chiesi infatti.
«È carina», confermò con leggerezza. «Oh lord, have mercy mercy mercy, a man dem in a di party party party», canticchiò felice. «Ora come farai a scrivere?» chiese quindi.
«Con la penna», replicai pungolante, anche se la sua osservazione non era stata fuori luogo. Ero mancina, quindi avrei avuto difficoltà a scrivere e mangiare. Eppure, io ero preoccupata da altri due aspetti: come avrei fatto a sgrillettarmi? Come avrei fatto a pulirmi il culo con la destra, dopo che per quindici anni avevo usato esclusivamente la sinistra?
«Devi stare più attenta in futuro», riprese nel frattempo mia madre. «Tu viaggi tra gli universi, scrivere è fondamentale per una come te», mi ammonì severamente.
Non feci obiezioni. «Quel tizio», spiegai invece parlandole di Luca. «Era uguale a quello che nella cuspide era tuo marito», continuai. «Occhi scuri; stempiato, biondo; mascella grande; sopracciglia strane, tipo alla Jack Nicholson».
«Cosa ti ho detto riguardo la cuspide?»
«Ok», replicai. «La cuspide mostra un mondo che c’entra those majestic catsi con il nostro», affermai sarcastica, «ma quell’individuo mi filmava», le ricordai. «Mi sembra un dettaglio significativo»
Mia madre annuí e si arrese all’evidenza. Non poteva continuare a dirmi solo una parte di ciò che sapeva, doveva darmi modo di difendermi.
«Quell’uomo non si chiama Luca», spiegò allora, quasi mortificata. «Si chiama Marco…»
Lo conosceva.

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