Le dimensioni contano – Parte 32

«Tutto bene?» mi chiese la mia compagna di cella, una pachidermica cinquantenne con inquietanti avambracci da muratore e raccapriccianti tatuaggi da rapper bianco. Appeso alle pareti un poster di Sarcina il cantante de Le vibrazioni, che credo fosse parte della condanna. Dovevo aver litigato recentemente: ero dolorante alla schiena e tastandomi le labbra mi accorsi di essere nuovamente senza denti. Parlare fu terribile. Senza gli incisivi, fischiavo quando pronunciavo certe lettere.
«Cosa succede?» chiese ancora l’elefantessa tatuata.
Scossi il capo. «Ho avuto un incubo», le mentii.
Perché diavolo mi trovavo dietro le sbarre? Ipotizzai per l’omicidio del mio patrigno,  ma non potevo essere più lontana dalla verità. Il mio patrigno era vivo e vegeto e si prendeva cura del mio fratellastro. Io invece scontavo l’ergastolo per l’omicidio di mia madre.
«Devono avermi incastrato», affermai con un tono alla Charles Bronson sdentata.

Quando nel pomeriggio ottenni da mio avvocato una copia del fascicolo del mio processo, mi ritrovai al cospetto di prove schiaccianti. Avevo ucciso davvero mia madre, ed ero anche reo-confessa. Quattro anni prima avevo accompagnato mia madre a far compere. Durante il tragitto di ritorno avevo finto un malore, costringendo mia madre ad accostare in una piazzola. A quel punto l’avevo convinta a seguirmi sul ciglio di uno strapiombo, per poi spingerla sotto. Era lo stesso punto in cui in altri universi accadeva l’incidente in moto del mio patrigno.
«Porca puttana assassina», sussurrai osservando le foto del cadavere di mia madre.
Avrei voluto piangere, ma la mia fica pulsava come il cruscotto di una Fiat Panda poco prima della fusione della guarnizione della testata: ero eccitata dall’idea del matricidio. Lo trovai inquietante.
Proseguii con la lettura e scoprii che, secondo la psichiatra e lo psicologo incaricati dal tribunale, avrei voluto punire mia madre per non esserci stata quando ero stata stuprata da un aggressore ignoto. «Aggressore ignoto?» lessi ad alta voce.
«Leggi a voce bassa, puttanella», mi ammonì il pachiderma tatuato.
«Scusa, grassona», affermai involontariamente.
«Grassona a chi, puttanella?»
La mia compagnetta di cella si mostrò piuttosto contrariata dal mio linguaggio. E il suo essere contrariata si palesò non appena saltò giù dalla branda e mi afferrò per il collo, sollevandomi da terra. «Vieni da meeeee», cantava sarcastica, «abbracciami e fammi sentire cheeeeee…»
Mi sentivo soffocare. Provai a resistere, colpendo con un calcio la pancia lardosa della cicciona tatuata, ma senza successo. La mia compagna di cella infatti mi scagliò sul letto e mi salì sopra, poggiandomi un ginocchio sullo stomaco e premendo con forza. Quindi si voltò sedendosi sul mio viso. Un liquido caldo, viscido e appiccicoso mi colpì sul sopracciglio sinistro e mi si spalmò sullo zigomo, centrando infine la bocca. Quella stronza cicciona mi aveva cagato sul viso. «Non permetterti più, troia ammazza-madri», aggiunse prima di darmi la “buonanotte” con un pugno sul volto, che mi fece perdere i sensi.
Mi risvegliai in infermeria, con un braccio ingessato. Ero dolorante, attonita, un poco come quando si resta con la testa sotto il sole, all’ora di pranzo, magari all’equatore, senza cappellino e senza capelli, per una cinquantina di minuti. Ero più stordita di un’Antonella Elia cresciuta da una Laura Freddi lobotomizzata.
«Quella stronzona grassa mi ha fatto perdere i sensi», affermai mentre l’infermiera mi ficcava un ago nel braccio sinistro.
Ma non ero in infermeria per l’aggressione. Alla mia sinistra, disteso su una barella e coperto da un lenzuolo rosso insanguinato, giaceva il corpo esanime della mia compagna di cella. L’avevo uccisa io? Come ci ero riuscita? E con cosa? Ma soprattutto, perché non me lo ricordavo?!
Il dramma era che non mi sentivo in colpa né per la cicciona, né per mia madre.
«Come ho ucciso quell’ammasso di grasso?» chiesi all’infermiera.
Mi fissò con biasimo. «Mi dai i brividi», disse.
Quindi mi fece una seconda iniezione di non so cosa e mi addormentai. Al risveglio ero nuovamente fuori dalla cuspide. Ero sola, in una stanza matrimoniale in cui non c’erano segni di eventuali mariti o scopamici. Di fianco al letto vidi un comodino, sopra il quale un Nokia 3310 in carica. Lo presi e tra gli sms c’era la buonanotte di mia madre. Sorrisi, era viva.
Poi piansi. Piansi per aver ucciso la compagna di cella. Piansi per aver ucciso mia madre. Piansi per aver ucciso più volte il mio patrigno. Piansi per la nonna, che mi mancava. Piansi per l’aborto. Piansi per lo stupro. Piansi per Sonia e Carolina, ma anche tutte quelle persone a cui mi ero affezionata ma che improvvisamene erano scomparse. Ma soprattutto piansi per aver perso mio marito, che mi mancava da morire. Piangevo perché mi ero rotta di vivere quell’esistenza.
«Mamma?» le chiesi quando mi rispose al telefono.
«Che c’è?»
«Le ovaie: se me le faccio levare, finiscono i viaggi interdimensionali, no?!»
Silenzio.

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Le dimensioni contano – Parte 31

Mia madre sbiancò. Non essendo assolutamente superstiziosa, ero però quasi sicura che non ci fosse pericolo per suo marito.
Le mie ipotesi trovarono conferma un’ora più tardi quando venimmo avvertite della morte di mia nonna. L’incidente fatale non era stato stradale, ma domestico: nonna e il marito erano morti folgorati nella vasca da bagno.
«È crepata come è vissuta: scopando!» affermai con pessimo gusto.
«Non è così che doveva andare», commentò però mia madre. «Nell’universo da cui vengo, a morire folgorato è mio marito», rivelò con un sollievo piuttosto innaturale per chi ha appena appreso la morte di un genitore.
«Nel mio universo era invece proprio nonna a morire», confidai.
Mia madre mi guardò perplessa. «Allora perché mi hai mentito?»
«Perché l’ultima volta che ho salvato la nonna è morta una…» mi interruppi a causa dell’arrivo del marito di mia madre.
Non era lo stronzo che mi aveva violentata nella cuspide. Era Andrea, il padre di Sonia e Carolina. Avrei dovuto indagar meglio a riguardo, ma c’era da organizzare un doppio funerale e far finta che ci dispiacesse.

Trascorsero due anni e mezzo, durante i quali alcune situazioni restarono identiche. Mia nonna non resuscitò; nessuna traccia dell’uomo che era stato mio marito; preferivo la fica al cazzo; Andrea e mamma erano una coppia, anche se non sempre sposata.
Quello tra la mia vecchia e il compagno era un rapporto solido, ma privo di amore. O meglio, non percepivo in loro quei sentimenti che per un mese avevo provato per il biondo palestrato.
«A chi scrivi?» mi chiese Andrea una notte, sorprendendomi al computer, connessa a mirc.
«A un vecchio compagno di classe», mentii. Stavo invece chattando con Giovanni, che altri non era che l’ennesima versione di Luca/Marco/Matteo.
Non sentivo l’impulso di essere sincera con mia madre e il suo attuale compagno, e mentire non mi generava sensi di colpa. Anzi, mi sembrava invece di proteggerli, perché meno cose raccontavo e a meno pericoli li esponevo; almeno secondo il mio punto di vista.
«In pratica scrivi a uno che vorresti ti scopasse?» domandò prontamente mia madre.
Non replicai e chiusi la chat, anche perché ormai avevo raggiunto il mio scopo: Giovanni mi aveva proposto di vederci nel suo studio. In quell’universo era laureato in fisica, ma si occupava di tutt’altro. Era un fotografo professionista, piuttosto stimato tra l’altro.
Lo incontrai due giorni dopo, subito dopo pranzo, se con “pranzo” si intende “farmi sottomettere da una quarantenne che mi aveva fatto trascorrere la mattinata a leccarle i piedi e il tacco delle décolleté”.
«Dio mi odia e ascolta le vibrazioni», affermai sarcastica entrando nello studio fotografico di Giovanni sulle note di Vieni da Me. Ma se ero sopravvissuta a Marco Masini, potevo cavarmela egregiamente anche con Sarcina.
In quell’universo il mio “patrigno” era sovrappeso e quasi completamente calvo. Sembrava il personaggio di un porno, cioè il marito ciccione con cui è sposata la bonazza di turno che ha bisogno di essere infilzata come un totano da un cazzone oversize.
A prescindere dai miei voli pindarici bolder, lo studio di Giovanni era l’ultimo posto dove avrei portato un bambino indisciplinato: c’erano oggetti luminosi e colorati in ogni angolo, e sembravano tutti tanto fragili quanto costosi.
«A cosa serve questo», chiesi curiosa avvicinando pericolosamente l’indice a un oggetto che ruotando emetteva una luce colorata.
«Se lo tocchi, ad ammazzarti», spiegò lui. «Quella è alta tensione».
«Di cosa volevi parlarmi?» domandai allontanando il dito da quell’affare coloroso che comunque non poteva uccidermi, visto che non avevo ancora messo al mondo una marmocchia.
«A breve rientrerai nella cuspide», mi disse.
«Bene», risposi. «Consigli?»
Sorrise. «Sì, ignora tutto ciò che capiterà là dentro».
Nulla che non mi avesse già detto mia madre. «Che differenza c’è tra la cuspide e gli altri universi?» domandai allora, sperando di scoprire qualcosa di nuovo.
«La cuspide è come la sponda da biliardo e tu sei la palla», sintetizzò con chiarezza Giovanni. «Non puoi andare oltre, perché quando ci sbatti sopra torni indietro».
Gli chiesi allora come facesse a prevedere il mio ingresso nella cuspide. Mi rispose usando nozioni complesse di matematica, fisica e filosofia, campi di studio che in quell’universo mi attiravano quanto gli involtini di cervo e cinghiale stuzzicano l’appetito di un vegetariano.
Ringraziai Giovanni, se con “ringraziare” si intende “spingerlo contro quell’affare colorato che lui mi aveva invitato a non toccare, e che lo uccise in modo atroce e doloroso”.
Le feci franca, ma dieci dopo entrai nella cuspide, dove ero una carcerata.

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Le dimensioni contano – Parte 29

Durante il tragitto verso casa pensai a mio marito e a ciò che mi ero persa: il primo incontro, il primo bacio, la prima scopata, il primo weekend assieme, la prima cena, il primo “ti amo”, la prima volta assieme al mare, la prima lite, il primo concerto assieme e il suo primo “in verità Irene Grandi mi fa cagare”. E poi il fidanzamento, il matrimonio, l’ormai celebre karaoke sulle note di Mio dolcissimo amorela scelta della casa e dei mobili, l’acquisto di quel cassonetto motorizzato noto ai più come Fiat Punto.
«Eccomi», affermai entrando in casa. Dissi “eccomi”, ma in realtà intendevo “abbassati pantaloni e boxer, che ti succhio il cazzo finché non ti si seccano le palle”.
Ma lui non aveva voglia di scopare. Anzi, dopo aver letto il contenuto dell’agenda rossa, l’ultima attività che avrebbe voluto fare assieme a me era proprio il sesso. Non appena mi vide si alzò di scatto dal divano e sospirò. Mi guardò accigliato, con espressione preoccupata. Sembrava quasi in lutto e non serviva chissà quale attitudine alla psicologia per ipotizzare che fosse turbato.
«Tutto ok?»
Rispose con una smorfia. «Quanti anni ha tua madre?» chiese enigmatico.
«Quarantatré».
«E tua nonna ne ha sessantasei, giusto?» domandò retoricamente.
Risposi annuendo.
«Se tua bisnonna fosse viva, sarebbe un’ottantanovenne», continuò lui.
Ancora non capivo. «Diventate madri a ventitré anni. Non prima e non dopo», rivelò allora con rabbia, scuotendo l’agenda rossa.«È scritto qui dentro».
Restai basita. Quella dell’età era una questione notevole, che non mi convinceva. Se potevo diventar madre solo a ventitré anni, come mai ero rimasta incinta a venti? Purtroppo la risposta a quel quesito era più ovvia di certe battute di Enrico Papi, che di quei tempi ci massacrava i coglioni con quello scempio neurologico televisivo chiamato Sarabanda. Restare incinta non significava diventar madre.
«Bella merda!» commentai quindi sottomettendomi all’imprescindibile volere degli universi paralleli. «Mi dispiace», aggiunsi quindi, conscia che mio marito fosse soprattutto arrabbiato.
Sposandomi, aveva probabilmente accettato tutte le mie stranezze. Ma presumo che non volesse avere figli solo secondo i voleri dei miei viaggi interdimensionali. Voleva decidere, come ogni cazzo di cristiano che non resta fottuto da un preservativo bucato o da una sveltina da ubriaco. «Grandissima merda!» commentò ribadendo il mio concetto precedente.
Mi avvicinai per abbracciarlo, ma fu lui ad abbracciare me. Provai a ripetergli il mio dispiacere, ma fu lui a dispiacersi per me. Avrei voluto rassicurarlo, affermando che tutto sarebbe andato bene, che gli sarei stata vicina, e altre vaccate melense da libro di Susanna Tamaro, ma accadde il contrario: fu lui a rassicurarmi, ripetendomi che tutto sarebbe andato per il meglio e che mi sarebbe stato vicino, e mi avrebbe amato e…

Nei giorni successivi mio marito continuò a studiare l’agenda rossa, illustrandomi passo per passo ciò che scopriva in quelle pagine. Ero abituata a mia madre, che aveva taciuto per vent’anni; mio marito invece parlava subito. Alcune rivelazioni furono per lo più inutili: viaggiavo tra gli universi per via di un’anomalia genetica ereditaria – grazie al cazzo; la mia famiglia era ricca, ma non avrei visto un quattrino fino alla morte di mia madre; mia nonna era stata sposata con un armatore polacco.
«Nessuna spiegazione invece sul perché il mio patrigno resuscita tra un universo e un altro» raccontai una sera proprio all’ex moglie dell’armatore polacco.
«C’è scritto che nella cuspide accade quello che non può accadere negli altri universi?» chiese conferma mia nonna.
«C’è scritto», replicai, avvertendo improvvisamente una piccola fitta allo stomaco. «Porco Giuda!» imprecai immediatamente.
Era passato un mese dall’aborto, il ciclo stava per tornare. Avevo paura, mi seccava perdere mio marito. Mi aveva fatta sentire protetta, amata e … «Non è detto che lo perda…» disse teneramente mia nonna.
«Secondo te lo perdo?»
Mi sorrise. «Starà bene», affermò, abbracciandomi.
Poi per la prima volta mi raccontò del padre di mia madre: «ero a Manchester, con mio marito»,  raccontò sorseggiando un sorbetto al limone, quando con “sorbetto al limone” si intende “un bicchiere di bourbon” e con “sorseggiando” si intende “tracannare”. «Un giorno incontro questo biondino, al porto. Disse di essere italiano, ma puzzava come un danese».
«Come puzza un danese?»
«Puzza come un italiano. Solo che è biondo».
Sorrisi. «E poi?» chiesi curiosa.
«Poi mi portò a bere e mi baciò al tramonto», raccontò insolitamente romantica. Strano, solitamente lei era quella che si vantava di dare ancora il culo
«Non basta un bacio per ingravidare una donna», ricordai maliziosa.
Sorrise. «Noi non siamo come le altre», affermò sibillina. «Ma ci sono cose che voglio raccontare, e altre che voglio tenere per me. Questa è una di quelle che voglio tenere per me».
«Ti manca?»
Sorrise. Era un “sì”. «Ora vai a casa», disse. «Certe cazzate sentimentali lasciamole a quei filmacci con Meg Ryan dove la nonna sta per tirare le cuoia».
Furono le sue ultime parole: morì due ore più tardi, investita dalla vedova di Ivan.

Le dimensioni contano – Parte 28

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Nel 2000 si ritrova improvvisamente sposata e forse incinta. Tuttavia, dopo l’ennesimo incontro con il suo patrigno, le sue cosce si sporcano di sangue.

Due chiazze rosse partivano dalla figa allargandosi sulle cosce. Mi resi conto della situazione e chiamai disperata mio marito, che accorse. Mi aiutò a rivestirmi e mi accompagnò al pronto soccorso, dove si prese silenziosamente cura di me, standomi vicino e mostrandosi sempre calmo mentre venivo visitata. Vacillò solo quando il medico di turno ci confermò l’aborto.
«Dovevo stare più attenta», provai a scusarmi osservando gli occhi lucidi ma orgogliosi di mio marito. Credo che non volesse piangere davanti a me, e lo ammirai per questo. «Mi dispiace tanto, mio vcr1».
Ma lui scosse il capo. «La colpa è mia: dovevo prendermi cura di voi mia cara avcr2», sussurrò con evidente rammarico.
In altri universi una gravidanza mi sarebbe sembrata un dramma. Eppure in quel momento non desideravo altro che un bambino. Non volevo solo per me, ma anche per la persona che mi stava accanto.
Molte erano le stranezze di quella dimensione: il mio matrimonio; la voglia di procreare; una Fiat in garage; un disco di Irene Grandi che a quanto pare ascoltavo fino allo sfinimento. Dovrebbe essere prevista la tortura per chi, al volante di una Punto bianca, fa suonare ogni giorno Mio dolcissimo amore.

Una volta dimessa andai a trovare mia madre. In teoria sarebbe dovuto succedere il rovescio; ma quando mio marito le aveva detto del ricovero, lei aveva replicato di avere troppo da fare per, testuali parole, “perdere tempo dietro certi inevitabili episodi”. Superfluo aggiungere quanto mi infastidì quella risposta.
«Sei una stronza!» affermai infatti quando mi aprì la porta.
Mia madre non replicò, né parve seccata dal mio tono. «Entra», mi invitò invece, «ci prendiamo un tè tra ragazze».
«Nemmeno morta», affermai orgoglioNa. «E non sei più una ragazza, stronza rotta in culo!»
La stronza rotta in culo mi afferrò per il polso destro e mi trascinò dentro casa, accompagnandomi in cucina a suon di spintoni. Scostò una sedia per farmi sedere. Ovviamente non ero d’accordo e rifiutai la sua offerta. A quel punto venni colpita da un violento ceffone: mi accomodai. Ero nervosa e arrabbiata. Scoppiai a piangere come un telecronista Rai ogni volta che la Ferrari di Schumacher andava in merda.
«Perché frigni?» chiese la mia vecchia, quasi sdegnata.
«Perché ho perso un figlio, e tu mi prendi a schiaffi», risposi in un modo insolitamente candido.
Ma lei non commentò, né parve turbata. Sembrava quasi non mi avesse sentita. Nessuno le aveva strappato le corde vocali, o traforato il timpano con un grosso trapano. Forse aveva regalato il cuore all’uomo di latta de Il Mago di Oz. O più semplicemente era la stessa stronza di sempre. Ero io quella sbagliata.
«Mamma», riprovai quando versò il tè nelle tazze, «ho appena abortito», feci notare. «Dimmi qualcosa».
Sorrise imbarazzata. «Qualcosa!» rispose sorseggiando.
Era una battuta vecchia e per nulla divertente: non risi. Non capivo cosa la infastidisse. Non voleva diventare nonna a quarantatré anni? Non mi considerava capace di badare a un dispensa-merda-frignante? La mia gravidanza creava un qualche casino interdimensionale e qualcuno a lei molto caro, nel senso che ci scopava, rischiava di sparire dalla faccia della terra? Era incazzata perché il Cagliari3 aveva vinto e la Torres aveva invece fatto l’ennesima figura del cazzo? Era seccata perché non l’avevo mai portata con me a un concerto di Irene Grandi? Inutile ipotizzare, facevo prima a chiedere.
«Cosa ti disturba?»
Non mi rispose. Eravamo sedute a tavola, ciascuna con una tazza di tè caldo davanti. Non c’era dunque motivo che si alzasse per mettere nuovamente il bollitore sul fornello.
«Cosa Cristo fai?» indagai spazientita e incredula.
«Faccio il tè», replicò con una naturalezza disarmante.
Il suo era un comportamento senza senso, quanto passarsi il Silk Epil dopo essersi fatta la ceretta, o lavarsi la fica prima di pisciare, o incenerire la cenere, o peggio ancora, mettere su un disco di Marco Masini mentre alla radio passano Bella Stronza.
«Non serve che rifai il tè».
Ma mia madre era prigioniera di un suo strano mondo alienante. Osserva il bollitore inutilmente sul fornello, estranea alle mie parole e alla realtà circostante. Non avevo mai osservato un comportamento tanto dissociato da parte sua.
«Parli?», incalzai polemica, ma inutilmente. «Cosa non mi stai dicendo?» insistetti con un tono meno aggressivo.
Non mi rispose e al suo posto probabilmente avrei fatto lo stesso. Nello stesso momento mio marito, analizzando l’agenda rossa, capì due dettagli che mia madre non mi voleva rivelare e che forse avrei potuto capire da sola.

1 vcr = vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
2 avcr = altro vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
3 non corre buon sangue tra tifosi del Cagliari Calcio e della Torres (la squadra di Sassari).

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Le dimensioni contano – Parte 27

All’età di vent’anni avevo già un “curriculum” piuttosto raccapricciante. Due omicidi a sangue freddo; due coetanee sfregiate; parecchi episodi di aggressione, uno dei quali nei confronti di mia madre. In ragion di ciò, avrei dovuto possedere un cinismo identico a quello di Sentenza, il cattivo in Il Buono, il Brutto e il Cattivo; eppure quel giorno un’innocente bugia raccontata a mio marito mi sembra quasi un crimine contro l’umanità.
«Che cazzo di macchina guido in questo cazzo di universo?» sussurrai con un eloquio da principessa di Stock Hutson Ville, girando per il quartiere dove abitavo. Essendo una domanda posta a me stessa, non ci sarebbe stata risposta. Non potendo, né volendo, tornare in casa per controllare nel quaderno, o chiedere a un marito di cui ancora non conoscevo il nome, decisi di rinunciare all’auto e prendere l’autobus.
Il convoglio della linea 1, come al solito, era pulito quanto il pavimento di un porcile abitato da suini affetti da dissenteria. Un tizio sdentato si sedette al mio fianco e cominciò a cantare una versione roca di Moi Lolita di Alizee. Gli sorrisi, regalandogli 5000 lire nella speranza che si levasse dai coglioni; in realtà, pur di liberarmene, gli avrei anche succhiato il cazzo. Mi fu però sufficiente scendere alla fermata successiva, piuttosto vicina al luogo dove, almeno negli universi precedenti, lavorava Ivan. Venni però fermata a metà strada.
«Chiunque cerchi, è morto!» disse una voce a me familiare, che mi sorprese alle spalle. Era quella merda del mio patrigno, che a quanto pare aveva più vite di Phoenix de I cavalieri dello zodiaco.
Luca/Marco/Matteo, o come diavolo si chiamava, era poggiato a un lampione e fumava. Forse voleva a risultare criptico, ma ai miei occhi era sempre il bastardo vigliacco che meritava di crepare sventrato vivo da un branco di dingo affamati, con buona pace del discorso fattomi da mia madre nell’universo precedente.
«Non può essere morto», obbiettai nervosamente, riferendomi a Ivan. «Non aveva ragione di morire in questo un…» mi interruppi.
«In questo universo?», chiese tiepido il mio patrigno, mostrandomi e poi porgendomi l’agenda rossa.
La sfogliai ma non ci capii granché. Era solo appunti di fisica, schemi, linee e formule, tutte robe che mi risultavano familiari quanto le tecniche di canto usate per lo Yodel, o l’approccio riproduttivo tra i licaoni, o le oscure ragioni antropologiche che stavano spingendo migliaia di italiani ad apprezzare i merdosissimi Lunapop.
«Che ne è stato di Ivan?» domandai dispiaciuta solo in parte per il destino del mio ex scopamico. L’affetto che provavo per mio marito sembrava soffocare l’empatia per chiunque altro.
«Morto», ribadì il mio patrigno senza spiegarmi il come. «Posso aiutarti», aggiunse però. «Ma voglio capire una cosa: quante volte sei stata nella cuspide».
«Due», risposi. «A quindici e vent’anni anni», rivelai, omettendo che la seconda volta mi avesse violentato. «Ora dimmi di Ivan o ti uccido», minacciai.
Mi fissò divertito. «Qui non puoi uccidermi, Candy Candy», affermò in maniera stranamente paterna. «In questo universo sei una sposina bionda che ha cantato Mio dolcissimo amore al karaoke, il giorno che si è sposata», continuò fastidioso, prima di tirare fuori una pistola dalla tasca del trench che indossava. Era un’automatica, la stessa che nell’universo precedente avevo utilizzato per un doppio omicidio. «Prendila!» ordinò.
Non ci riuscì. Provai più volte ad afferrare quell’arma, ma le mie mani tremavano. Mi mancava l’attitudine violenta, quello spirito mi aveva portata in passato ad aggredire e uccidere con naturalezza. Fu molto strano e per certi versi inquietante. Ma in cuor mio ero felice di non saper più maneggiare un’arma, anche se mi rodeva che ciò accadesse proprio al cospetto di quella merda del mio patrigno.
«Dimmi di Ivan», provai per la terza volta.
Mi fissò ancora con affetto. «La sua presenza compensava l’assenza di tuo marito», spiegò in modo per me poco chiaro.
«È il contrario!» obbiettai.
Ma lui scosse il capo, facendo nuovamente sparire l’arma e compiendo un passo all’indietro. «Muori per nascere, o nasci per morire?» chiese sibillino, prima di allontanarsi improvvisamente. Provai a seguirlo, ma lui prima affretto il passo, quindi iniziò a correre. Ero piuttosto in forma, quindi non feci troppa fatica a raggiungerlo. A un tratto si arrestò, voltandosi e puntandomi contro la pistola. In un altro universo forse avrei provato a disarmarlo, magari colpendolo con qualche mossa di chissà quale arte marziale imparata chissà quando da chissà chi e chissà come o perché. Ma in quell’universo accadde qualcosa d’altro.
«Credo di essermi letteralmente cagata sotto!» raccontai a mio marito, una volta tornata a casa. «Ho bisogno di una doccia»
Lui mi abbracciò, dispensando poi l’ennesima frase melensa. Era una colossale cagata sentimentale, distante anni luce dal genere di rapporti interpersonali plug & play che avevo sempre portato avanti durante la mia breve e confusa vita da adulta. Eppure, quelle stramaledette frasi zuccherose mi facevano venire gli occhi a cuoricino. Avendo però bisogno di una doccia, sciolsi l’abbraccio rispondendo con una frase perfetta per un libro di Moccia.
Ma tutto quell’amore ipoglicemico si sciolse quando mi spogliai. Quella che sentivo nelle mutande non era merda, ma sangue.

Le dimensioni contano – Parte 25

Avevo compiuto un duplice omicidio, ma nessuno mi aveva vista sparare. Avevo anche un alibi pronto, ma non capitò l’occasione di utilizzarlo. Le poche informazioni fornite dai “testimoni” allontanarono gli inquirenti dalla sottoscritta: si cercava un nordafricano alto circa un metro e ottanta, sulla trentina, che il giorno dei due delitti indossava una felpa dei Blink 182.

Pochi giorni dopo mi svegliai all’alba per andare a correre. Nel pomeriggio avevo in programma un colloquio di lavoro e volevo sfogare tutta la tensione accumulata: mia madre mi aveva infatti tagliato i fondi e non sapevo come pagare affitto e bollette. Non mi andava assolutamente di andare a vivere da mia nonna, rischiando di sorprenderla a trastullare uno dei suoi tanti scopamici con il cazzo avvizzito.
Avevo percorso circa un chilometro e mezzo al “trotto”, quando qualcuno mi sorprese da dietro, colpendomi al polpaccio sinistro.
«Tua nonna sta facendo un gran lavoro», constatò mia madre brandendo una mazza da baseball. «Gli sbirri cercano un negro, non una bionda viziata che non conosce il senso di colpa».
Mi aveva colpita bene, il polpaccio mi faceva un male boia. «Ivan era destinato a una vita da vegetale. Il tuo ex marito mi ha violentata nella cuspide», mi giustificai convinta di aver ragione.
Mia madre scosse il capo e mi fissò severamente. «Sei come tua nonna. Prima vieni tu, poi tutti gli altri, comprese le altre te. Ti ho detto tante volte di ignorare la cuspide. Sai bene che il Matteo di un universo è differente da quello che trovi nel successivo. Eppure te ne freghi delle mie parole, e ascolti solo la tua irragionevole voglia di vendetta. Siete come due cagne, nonna e nipote: quando avete lo stimolo di cagare, lo fate subito, fregandovene del dove e del con chi siete. E se avete voglia di far sesso, ci passa qualsiasi cosa abbia un cazzo tra le cosce».
Non replicai. Pensai fosse arrabbiata perché le avevo ucciso l’ex marito, che parlasse a quella maniera guidata dall’ira.
«Tua nonna, quando ha potuto, ha scelto sé stessa. E infatti è morta Carolina», aggiunse ancora. « Vuoi somigliare a una persona simile?».
Un gran bel discorso sul come comportarsi! Pronunciato però dalla stessa persona che pochi istanti prima aveva colpito la figlia con una mazzata.
Rispettavo mia madre, credevo nella buona fede delle sue parole; ma un’opinione non diventa realtà assoluta solo perché ne è convinto chi la sostiene. Mamma difendeva Matteo, dimenticandosi che lui probabilmente mi stesse pedinando. Allo stesso modo potevo capire tutte le perplessità sul come avevo trattato il cadavere di Ivan, ma ero assolutamente certa di aver agito innanzitutto per pietà e non per sadismo.
«Non fare la santa», replicai quindi. «Hai tradito tuo marito, e non hai mai rivelato a tua figlia il nome del padre. Quindi prendi i tuoi discorsi da ipocrita e portateli a ‘fanculo».
«Se ti rivelassi il nome di tuo padre, probabilmente lo uccideresti», ipotizzò lei, andandosene senza soccorrermi. Non che ci fosse bisogno di infermieri o medici, dato che mi venne solo un grosso livido.
Nel pomeriggio mi recai al colloquio. Fu una farsa. I proprietari della società immobiliare erano grandi amici di mia nonna, quindi sarebbero stati pronti ad assumermi anche se avessi cagato sul loro tavolo o se li avessi chiamati “scopa-pecore“. Era gentaglia, personaggi pronti a fottere il cliente. Firmando il contratto diedi ragione a mia madre: ero un’opportunista egocentrica.

Il mio lavoro da venditrice di case durò una decina di giorni, poi mi vennero le mestruazioni. Al risveglio mi ritrovai a letto con un palestrato sulla ventina, un ragazzo biondo e palestrato, piuttosto carino e palestrato, dote random e palestrato. Vorrei affermare che tutti quei muscoli mi lasciassero indifferente, ma dopo pochi secondi le mie mani stavano già percorrendo le linee degli addominali scolpiti che mi ero ritrovata sotto il naso.
Quando scesi più in basso, trovai un obelisco di carne piuttosto impressionante.
«Mmm…» mugolai eccitata.
«È tardi!» disse Mastrolindo, sollevandosi dal letto e coprendosi il cazzone con un paio di boxer.
Mi aspettavo che recitasse il canovaccio da post-scopata-sporadica, del genere “è-stato-bello-sei-meravigliosa-ma-ero-confuso-scusami-e-ora-perdiamoci-di-vista
Non disse nulla invece. Mi alzai anche io dal letto e cominciai vanamente a cercare i miei indumenti. «Dove diavolo ho messo le mie mutande e…» e mi interruppi: abitavo lì.
Quella camera da letto pullulava di indumenti e oggetti che non potevano che essere miei: il quaderno con Snoopy in copertina; i vecchi dischi dei New Kids on The Block e la collezione di Hit Mania Dance; abiti color porpora, la mia tonalità preferita.
Inoltre c’erano foto varie incorniciate e appese alle pareti: io e il palestrato al mare; io e il palestrato a Gardaland; io e il palestrato a Parigi sotto la Torre Eiffel; io e il palestrato il giorno del nostro… «Cristo Santo!» berciai osservando la foto in cui indossavo l’abito da sposa.
«Hai rifatto il test?» chiese però Mister Cazzone.
«Quale test?»
Mi fissò perplesso: «quello di gravidanza…»

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Le dimensioni contano – Parte 24

Ivan si presentò a casa mia canticchiando All The Small Thing dei Blink 182. Erano appena trascorse le cinque del pomeriggio, come ogni altra volta in cui ci incontravamo per fottere. Coerentemente con le nostre consuetudini, il mio scopamico si tolse la giacca e la piegò ordinatamente, adagiandola poi su un bracciolo del divano. Quindi si spostò verso la cucina, poggiando la schiena al bordo tavolo, in attesa che gli offrissi da bere. Il canovaccio prevedeva che sorseggiassimo mezza birra a testa, prima che lui mi saltasse addosso ficcandomi la lingua in bocca.
«Non ti va proprio?» chiese invece dopo che rifiutai il suo bacio e mi scostai.
Sorrisi imbarazzata. «Non vorrei mai avere un marito come te», dissi sinceramente, anche se non con estrema franchezza. Effettivamente non avrei mai voluto essere sposata con uno che mi tradiva, in particolare con una come me.
Però ero anche piuttosto eccitata da Ivan, non lo nascondo. Il fatto poi che quella potesse essere l’ultima scopata della sua esistenza, con successivo incidente stradale e semi-eterna degenza vegetativa in un letto d’ospedale, non faceva che alimentare la mia perversa libido. Mi sentivo una sorta di vedova nera. O forse ero inconsciamente incazzata con l’universo maschile – chi non lo sarebbe stata dopo uno stupro? – e usavo Ivan per vendicare quanto subito nella cuspide.
«Quindi è così che funziona?» mi chiese seccato. «Ti fai fottere finché non trovi di meglio, e poi scopri un’etica squallida da filmino romantico con Meg Ryan?»
Sollevai le spalle.
«Che schifo!» commentò infine lui, avviandosi furente verso la sala per recuperare e indossare la giacca, prima di andarsene via sbattendo la porta.
«Scusami», sussurrai a beneficio di nessuno, posando gli occhi sul display del forno microonde. «Le cinque e cinque», lessi sottovoce.
Nell’universo in cui ero stata, l’incidente di Ivan avveniva alle sei e tre quarti. Ma da casa mia a casa sua la distanza era inferiore ai sei chilometri. Ritenni dunque improbabile che il mio ormai ex scopamico impiegasse tutto quel tempo per tornare dalla moglie. Ipotizzai inoltre che, non avendo alcuna fretta, non avesse più un motivo ragionevole per eccedere con la velocità. Eppure alle 18:47, Ivan si schiantò a quasi 170 km/h contro un grosso castagno.
«In genere la cuspide è utile perché ci permette di sistemare le cose», affermò quella sera mia nonna. «Non era mai capitato che un evento risultasse inevitabile», mi spiegò perplessa.
Ero una maschera di lacrime, ma non mi andava di parlare ancora degli universi, del destino e di tutte quelle irritanti cazzate sul libero arbitrio. «Conosci qualcuno in ospedale?» domandai invece.
«Sinceramente no», replicò lei laconica.
«Ti sei scopata mezza Sassari, ma nessun primario, medico generico, infermiere, tirocinante o sciamano che lavora in ospedale?»
Non prese bene le mie parole. Scosse il capo e mi fissò con severità e biasimo. Mia madre forse mi avrebbe colpita con un ceffone. Mia nonna invece scelse il silenzio, ignorando le mie scus e andandosene senza dir nulla.
Però non restò zitta a lungo. Raccontò la nostra conversazione a qualcuno, un qualcuno che poteva capire e addirittura aiutarmi.
«Conosco io qualcuno in ospedale», mi informò mia madre mezz’ora più tardi, quando mi telefonò.
Quella notte un non specificato blackout spense per circa un’ora le telecamere che vigilavano il reparto in cui era ricoverato Ivan. La guardia giurata, gli infermieri, dottori di turno e anche un degente che era semplicemente andato a pisciare, finsero di non vedermi passare. Ciascuno aveva il proprio prezzo e io soldi a sufficienza per comprarli.
«So che la pagherò cara», dissi osservando quel che restava del mio ex scopamico, attaccato a macchine e respiratori.
C’erano molti modi per dargli quella leggerissima spinta che lo separava da quel qualsiasi cosa che c’è dopo la morte. Avrei potuto fargli una puntura di insulina, o di una qualche sostanza che lo mandasse in overdose, ma ero terrorizzata dagli aghi. Scelsi allora la via più semplice. Posai la canna della pistola al centro della fronte di Ivan. Chiusi gli occhi, inspirai e mentre espiravo premetti il grilletto.
Fu sufficiente quel colpo a ucciderlo. Ma ci presi gusto e sparai anche negli occhi di quello che era oramai un cadavere. Poi sotto la mascella. Poi allo stomaco. Poi due volte nello scroto. Infine mi resi conto di avere un perverso problema di sadismo, ma sparai altri tre colpi.

«Ehi!» sentii chiamarmi da dietro quando uscii dall’ospedale.
Mi voltai. Era il mio patrigno, lo stronzo che mi aveva violentata nella cuspide. Avevo la pistola con me, e morivo dalla voglia di utilizzare le sette pallottole che erano avanzate nel caricatore. Ma in quel momento avevo premura di allontanarmi, perché a breve i medici avrebbero finto di rendersi conto di Ivan e avrebbero allertato le autorità.
Tuttavia cambiai idea e premetti ancora il grilletto.

Le dimensioni contano – Parte 23

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia per universi paralleli.

Dopo aver ascoltato la descrizione di Ivan, ritenni piuttosto irragionevole che Matteo Pinna non fosse il reload interdimensionale di Luca/Marco, il mio patrigno. Non mi faceva certo piacere sapere nuovamente in vita lo stronzo che mi aveva violentata nella cuspide. Cominciai a percepire un forte stato d’ansia, e credo che la mia fosse una reazione piuttosto giustificata. Dovevo però prima occuparmi di Ivan, che speravo ancora di salvare.
«Tutto bene?» chiese il mio scopamico, che sembrava gradire la cucina di mia nonna.
Risposi annuendo. «Ho bisogno della tua macchina questo pomeriggio», provai quindi. «Mi serve per un’oretta, poi te la riporto nel parcheggio dell’ufficio».
L’idea era sfasciare la macchina di Ivan. Senza quella, almeno secondo me, non avrebbe avuto alcun incidente. Sapevo anche come distruggerla, ricorrendo a un cinematografico mattone sull’acceleratore. Ma ancora una volta le mie idee alla Will Coyote impattarono bruscamente contro il razionale cinismo della realtà.
«Mia moglie non è bionda», mi ricordò infatti Ivan. «Se ti presto la macchina, poi devo farla lavare. Non ne ho né voglia, né tempo», aggiunse con educata franchezza. «Chiama un taxi».
«Che è successo alla tua Golf?» chiese preoccupata mia nonna, che evidentemente non aveva capito un’emerita mazza delle mie intenzioni.
«È un New Beetle, nonna», affermai seccata. «E comunque è dal meccanico».
«Tu hai una Golf», mi corresse Ivan, «ed è parcheggiata qui sotto».
Oltre che privarmi del mio adorato New Beetle, sembrava che gli universi paralleli non volessero lasciarmi tenere le briglie della mia vita, invitandomi tra le righe a ficcarmi in culo tutte le mie inutili convinzioni sul libero arbitrio.
Era dura. Mi sentivo in colpa per Ivan, anche se non era ancora accaduto nulla. Ero seduta a tavola con una persona in quel momento sana, ma destinata a diventare un vegetale; avevo di fronte l’uomo che avrebbe pagato un prezzo carissimo, ingiustamente, per il mio tentato suicidio pochi universi prima.
«Allora ci vediamo più tardi?» chiese Ivan quando lo accompagnai alla porta, mezz’ora più tardi.
Era una domanda difficile. Avevo l’impressione che qualsiasi mia decisione fosse inutile, insignificante. Inoltre avevo paradossalmente voglia di scoparci, la mia vagina era in modalità piogge pluviali da diversi minuti. Bizzarro, dato che poche ore prima, anche se solo dal mio punto di vista, avevo patito uno stupro.
«Vi vedete più tardi?» domandò mia nonna quando tornai in cucina.
Lo tenni per me. «Vado a cercare mamma», affermai invece, prima di aprire il cassetto delle posate e frugarci dentro.
«Cosa cerchi?»
«Questa», replicai mostrando la pistola.
«Vuoi ucciderla?» chiese spaventata mia nonna, tremando.
Scossi il capo in segno di diniego, anche perché l’arma era scarica.

Speravo che la canna di una semiautomatica convincesse mia madre a raccontarmi ciò che ancora si ostinava a nascondere riguardo gli universi paralleli.
Speravo male però.
«Spara!» mi sfidò mia madre quando le puntai la pistola alla gola.
Non mi temeva. Del resto ero la prima a non voler vivere, e lei si trovava nella mia stessa convinzione. Minacciarla con un’arma era efficace quanto provare a incendiare un bosco scorreggiando su un cerino acceso.
«Una volta eri più rapida e decisa», osservò infatti mia madre. «Ti sei rammollita in questi due anni».
Stavo pestando un cavallo morto.
Abbassai la pistola e feci un passo indietro, non solo metaforicamente. Mia madre mi guardò con soddisfazione e, almeno credo, un briciolo di affetto materno. «Sei sempre molto bella», dichiarò sorridente, accarezzandomi la guancia destra.
«Come fai a vivere lontana da tua figlia?» le chiesi. «Mi manchi!»
«Non ti ho mandata via io, sei tu che te ne sei andata», affermò con estrema calma.
«Che cazzo dici?»
«Abbi cura di te», tagliò corto, sparendo oltre il portoncino d’ingresso del suo palazzo.
«Che cazzo dici?» urlai ancora isterica, inutilmente.
Diceva la verità.
Il mio patrigno non era morto, dunque non era esistita alcuna lite causata dall’agenda rossa. Di conseguenza non avevo mai aggredito mia madre, né lei mi aveva mandata via.
Guidando verso casa feci due cose: spegnere la radio, perché All The Small Thing mi aveva rotto i coglioni; pormi delle domande.
Perché nei miei appunti non si parlava di Matteo/Luca/Marco? Perché ero andata via da casa di mia madre? Perché lei si rifiutava di rispondere alle mie telefonate, ma mi pagava le bollette e l’affitto? Ivan avrebbe avuto o meno l’incidente?
L’ultima domanda trovò risposta nelle ore successive.

Le dimensioni contano – Parte 22

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Rientrata nella nella cuspide, viene violentata dal patrigno.

Al risveglio mi ritrovai nel mio appartamento al centro di Sassari, quello dove avevo trascorso l’ultimo biennio. I dolori erano scomparsi, ma non la rabbia e la frustrazione per ciò che avevo subito dal mio patrigno Luca/Marco.
Inoltre mi sentivo disorientata e insicura. Anche se ipotizzavo di essere stata nella cuspide, non ne ero certa. Avevo bisogno di confrontarmi.
La radiosveglia segnava “1:23 AM”, ma composi ugualmente il numero di mia madre. Dopo alcuni squilli mi rispose: «chi parla?» cominciò con voce cavernosa e assonnata.
«Sono io», rivelai amaramente, sperando che non chiudesse la chiamata.
«Sai che ore sono?» chiese severamente dopo un breve silenzio.
Inutile rispondere a una domanda retorica. «Credo di essere stata nella cuspide», dichiarai invece. «E mi è successo qualcosa di…» pensai a una parola adeguata, «mi è successo qualcosa di piuttosto grave».
La chiamata si interruppe su “piuttosto”. Evidentemente in quel periodo l’unico modo per richiamare l’attenzione di mia madre era spararmi in bocca. Ma non avevo alcuna intenzione di ripetere quell’esperienza.
Decisi allora di rivolgermi a mia nonna, sperando che non fosse impegnata a farsi squallidamente scopare da uno dei tanti tardoni che rimorchiava al corso di ballo latino-americano.
«Ti disturbo?» mi sincerai temendo una risposta affermativa.
«È l’una e mezzo di notte!» constatò lei, sibillina. «Che succede?»
Rivelai cosa avevo subito nella cuspide. Lei mi ascoltò in silenzio, senza commentare. Allora le raccontai sia del mio tentato suicidio, sia l’incidente di Ivan nell’universo successivo. «Mi avete detto che non posso uccidermi, e che prima devo concepire una figlia», aggiunsi sperando in un riscontro differente.
Ma mia nonna continuava a tacere, forse perché immaginava cosa sarebbe accaduto nelle ore successive.
«Tieni gli occhi aperti», si limitò a dire prima di darmi la buonanotte.
Trascorsi le ore successive a rileggere gli appunti nel quaderno con Snoopy in copertina. All’alba giunsi a due conclusioni importanti: uno, la cuspide mi aveva rispedita indietro di circa un mese; due, Ivan stava bene e non aveva ancora avuto alcun incidente.
Cominciai a chiedermi se avessi dovuto o meno mettere in allerta il mio scopamico. Certo non potevo essere esplicita o sincera con lui, mi avrebbe presa per matta.
Per un attimo ipotizzai ottimisticamente di trovarmi in un universo dove Ivan non aveva l’incidente. Poi mi ricordai che la mia esistenza stava alle buone notizie quanto Mussolini all’antifascismo.
Scelsi quindi quella che mi sembrava la soluzione più sicura.
«Cosa vuoi?» cominciò Ivan quando gli telefonai poco prima delle nove del mattino. «Non devi mai chiamarmi a questo numero, nemmeno se ti è spappolata la fica».
«Volevo solo dirti che tra noi è finita e che non voglio più sentirti!» affermai laconica, interrompendo bruscamente la chiamata.
Secondo il mio ragionamento, avevo appena chiuso definitivamente la storia con Ivan. Dunque lui non sarebbe più venuto a casa mia e non avrebbe avuto alcun motivo per far tardi quella sera. Di conseguenza non sarebbe stato costretto a rientrare dalla moglie a velocità folle e non avrebbe avuto alcun incidente. Ero assolutamente certa che quella breve telefonata sarebbe stata sufficiente a salvarlo. Ma tra le tante, avevo escluso dall’equazione una variabile piuttosto importante: Ivan.
«Che ci fai qui?» gli chiesi quando piombò a casa mia verso l’ora di pranzo.
«Dobbiamo parlare», disse con voce seccata, innervosendosi ulteriormente quando ipotizzò che avessi ospiti. «Perché non mi fai entrare?» chiese infatti con tono polemico. «Chi c’è dentro?»
«Non è affar tuo», tagliai corto imbarazzata. «Ora torna a lavoro».
Non mi ascoltò. Mi diede invece una manata per scostarmi ed entrò in casa. Per fortuna di tutti, in cucina non trovò chi credeva. Ma penso sarebbe stato meglio imbattersi in un altro uomo piuttosto che in una sessantasettenne perennemente ingrifficata. L’atmosfera era resa ancora più imbarazzante dal video di All The Small Things dei Blink 182.
«Sono mortificato», commentò allora Ivan, che ovviamente non ipotizzava alcuna mia perversione lesbo-granny. «Vi chiedo scusa», aggiunse contrito.
«Non male, man», commentò invece prontamente mia nonna, che se fosse stata un cartone animato, avrebbe guardato il mio amico con pupille a forma di minchia. «Angel si ferma a pranzo con noi?» mi chiese poi.
«Enghel?» si informò perplesso Ivan, che evidentemente non era ferrato sui personaggi di Buffy L’ammazzavampiri. «Se mi volete, mi fermo volentieri», aggiunse però.
Raramente ospitavo a pranzo o cena chi ficcava il proprio cetriolone nei vari orifizi del mio corpo. Essendo però quella una circostanza particolare, cercai di adattarmi. Mi adattai meno alla metaforica bomba che stava metaforicamente per esplodermi sotto il mio metaforico culo, e che mi fece passare tutt’altro che metaforicamente il mio per nulla metaforico appetito.
«Questa mattina ho conosciuto un certo Matteo Pinna», raccontò Ivan. «Sostiene di essere il marito di tua madre».

Le dimensioni contano – Parte 21

Al risveglio nella cuspide, sanguinavo come un cervo sventrato. Il mio patrigno era a pochi metri da me. Nudo, col il pene sporco di sangue, mi guardava estraniato.
«Diavolo!» esclamai spaventata.
Con indosso ciò che restava dei miei indumenti strappati, mi ritrovai stesa supina su un vecchio tappeto in poliestere; il piede sinistro semicoperto da una pantofola, il destro scalzo e impregnato da una sostanza appiccicosa, probabilmente sperma. Ero dolorante praticamente su tutto il corpo. I miei seni erano graffiati e pestati, così come polsi e cosce; una fitta lancinante premeva da dietro il collo; la vagina unta e innaturalmente dilatata; l’ano indolenzito. Infine, un sapore acre mi riempiva la bocca.
«Mi hai stuprata!» conclusi spaventata, cominciando a tremare.
«Non volevo», replicò Luca/Marco, facendo alcuni passi all’indietro.
Non voleva? Che cazzo significava “non volevo”? E io lo volevo secondo lui?
Non esiste un modo per sintetizzare tutte le sensazioni che percepivo. Non era solo nausea, vergogna, rabbia, terrore, ansia e frustrazione. Era anche la puzza di sudore e sborra; avvertire addosso il passaggio indesiderato del corpo altrui; la cute intorpidita dai morsi e dai graffi; la superficie delle mie guance resa appiccicosa da uno strato di bava.
«Rivestiti», ordinò il mio patrigno con un filo di voce, mentre si puliva il cazzo insanguinato.
Non ricordo quando uscì dalla stanza; né se aggiunse qualcosa, o se lo feci io.
Ricordo di essermi rannicchiata, portando le ginocchia sotto il mento, avvolgendo le gambe con le braccia, a difendere ciò che non potevo più proteggere.
Non singhiozzai, né piansi. Ero semplicemente alienata.
C’era una radio accesa da qualche parte, e trasmetteva, quasi ironicamente, All The Small Things dei Blink 182.

«Ti ha cosa?» chiese infatti incredula mia madre al telefono quando poco più tardi la chiamai.
«Mi ha stuprata», le dissi con un filo di voce, prima di essere interrotta.
Credevo di essere sola, credevo che Luca fosse uscito.
Credevo male.
Era nascosto in bagno, da cui uscì rapidamente, fiondandosi su di me.
«Gravissimo errore!» berciò infatti furente, tirando via il connettore del telefono dalla presa.
Mi afferrò quindi per i capelli, strappandomi l’apparecchio dalle mani e colpendomi poi ripetutamente al volto con la cornetta. Infine mi scagliò per terra.
Cercai vanamente di raccogliere le forze e reagire, provando a fuggire scivolando sul petto. Ma ero tramortita e debole. Inoltre una forte emicrania montava per via delle botte appena ricevute sul volto.
«La mia bimba è indisciplinata», affermò allora il mio patrigno con una vocina fastidiosamente eccitata.
«Lasciami, cazzo!» implorai inutilmente.
Mi afferrò per le gambe, tirandomi verso di sé. Quindi si sedette sulla mia schiena, immobilizzandomi facilmente. Fece appena più fatica ad acchiapparmi i polsi; ma quando ci riuscì, li unì con quattro giri di nastro adesivo. Alla stessa maniera mi bloccò le caviglie. La bocca me la lasciò invece libera.
«Ha fame la mia bambina?» iniziò a ripetere sudandomi addosso. «Hai fame piccina, vero?»
Chiusi gli occhi, sperando in un’esplosione atomica, un terremoto, la caduta di un aereo, una pioggia di meteoriti traboccanti di merda e zolfo. In quel momento qualsiasi devastante tragedia mi avrebbe spaventata meno di prendere il cazzo del mio patrigno in bocca.
Ma nulla accadde, come ogni volta che un uomo stupra una donna. Chi violenta ha sempre tutto il tempo per fare i comodi suoi, senza che nulla o nessuno intervenga.
«Stai tranquilla piccina», aggiunse inquietante.
«Sei una merda», lo insultai con orgoglio, provando inutilmente a divincolarmi.
Luca mi colpì con uno schiaffo preciso. «Non costringermi a farti del male!» esclamò nervosamente, premendo poi con un ginocchio contro la mia nuca.
Già! Non avrei dovuto “costringerlo” a farmi del male, per carità. Secondo lui dovevo stare lì passiva a lasciarmi rovinare la vita. Altre forse si sarebbero sottomesse per non aggravare la situazione, per salvarsi la pelle o qualcosa del genere; personalmente preferivo morire piuttosto che regalare un orgasmo a quel lurido verme.
«Ultimo avviso», tuonò ancora, «poi ti faccio rimpiangere di essere nata».
Voleva farmi rimpiangere di essere nata? E come? Non immaginavo nulla che potesse rendere ancora più dolorosa, patetica o miserabile la mia strafottuta esistenza. Mi sentivo più inutile di un cazzo di gomma all’interno di un porcile. Non sapevo cosa ci sarebbe stato dopo, ma uno stupro era un ricordo che avrei rimosso volentieri.
A quel punto mi venne un’idea. «Hai un cazzetto Luca», considerai subdola, «per questo mamma ti ha tradito», lo sfidai con un sorriso fastidioso.
Raggiunsi il mio obbiettivo, anche se il mio patrigno mi diede tante di quelle botte da farmi perdere i sensi.

<< Parte 20

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