Braccio VI

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(immagine presa dal web)

La cena è il momento più importante della giornata: godiamocelo. È quel momento in cui riuscite a ficcare qualcosa in bocca a vostra moglie e farla tacere. Il matrimonio è una una sorta di commedia picaresca che apprezziamo fino al momento in cui non ci viene la folle idea di organizzarne uno. Quando qualcuno usa troppo spesso la parola “amore”, ho l’impressione che cerchi soprattutto di catechizzare se stesso. E il matrimonio è questo: due persone insicure che si catechizzano in un modo molto costoso e sfiancante. Per questo a un certo punto ti ritrovi con un coltello sanguinante in mano e il cadavere di tua moglie riverso sul tappeto. Poco male però: quel tappeto lo odiavo.

«Hai capito le regole?»
«Ho due lauree».
«Ripetilo quando sarai in doccia, e ti farai tanti amici. E ora muoviti testa di cazzo».

Il primo giorno in prigione è come il primo giorno di scuola: ti senti in trappola, piangi, vuoi la mamma e sei circondato da persone che non conosci e che non aspiri a conoscere. Qui al Braccio 6, ora, la vita di tutti i giorni non è definibile nemmeno “vita”. La reclusione è il risultato di tante scelta di merda, ma la libertà non è molto diversa. Stare in carcere è come stare in ufficio: qualcuno lavora tanto e tace, qualche altro, al contrario, si lamenta tanto ma lavora poco; in oltre, come in ufficio, lo scopo del gioco è mettersela in culo a vicenda. Lo so, quest’ultima era scontata.

«Non fischiettare».
«Perdonami camerata».
«Chiamami Jack».
«Ma ti chiami Andrea…»
«Sì, ma “Jack” fa molto Sit-Com sulla vita in carcere».
«I protagonisti delle Sit-Com non si prendono i funghi in doccia».

Andrea è del mio paese. Ci conosciamo da quando lui era un adolescente bugiardo e io un bambino credulone: mi aveva convinto che lavorasse alla Nasa. Beh, comunque gli è andata meglio che a me. Mi sorride. Sorrido anche io in realtà. Sono di buon umore sinceramente, perché nonostante tutto mi sto affezionando a questo branco di infidi bastardi sodomiti. Il guaio dell’ambientarsi in carcere è che nessuno dei tuoi familiari lo apprezza. Del resto avete mai sentito una madre orgogliosa del proprio figliolo che si è integrato benissimo in mezzo agli altri assassini?

«A chi scrivi?»
«A mia moglie».
«Tua moglie è morta!»
«I suoi parenti no: e dato che non la riceve lei, la recapitano a loro».
«Sei uno stronzo».
«Beh! Non è che sono in galera per aver rubato una confezione di pile al supermercato».

Molti carcerati passano metà del loro tempo a pianificare una vita che una volta fuori dalle sbarre non vivranno mai. Il brutto di noi assassini è la consapevolezza: il pentimento non è un sentimento, ma un’attenuante. Fuori dal carcere continuerei ad uccidere, ne sono certo, ne sono certo perché da quando sono qui dentro mi sono pentito di tutto fuorché di aver fatto secca quella troia. Ah, giusto. Non vi ho detto perché l’ho uccisa.

Era l’ora di cena. Lei aveva fatto i bastoncini di pesce e i fagiolini al vapore. Io odio i fagiolini. Non è che sono uno psicopatico e commetto un uxoricidio per via delle verdure al vapore; sono uno psicopatico che usa il pretesto dei fagiolini per evitare un costoso divorzio. Quella puttana, infatti, aveva scoperto che le mettessi le corna. Non so se mi seguite, ma io odio gli avvocati. E poi ci va tempo per un processo. Credo di averla uccisa soprattutto per pigrizia, perché non avevo voglia di accollarmi tutte quelle lettere e udienze eccetera eccetera. Alla fine ho sollevato anche lei da un peso, non deve vivere con la vergogna del tradimento nel cuore. E qui, come già detto, mi sono ambientato bene. Ma sapete il colmo di tutta questa vicenda? Oggi è giovedì, e per cena ci servono i fagiolini bolliti.

A proposito, qui dentro si fa sesso, anche se siamo solo uomini e anche se non ci va di farlo.

L’altra bionda succhiava meglio. (Finale)

Train set and match spied under the blind
Shiny and contoured the railway winds
And I’ve heard the sound from my cousin’s bed
The hiss of the train at the railway head
Always the summers are slipping away

Porcupine Tree – Trains

 

 

«Uno per Roma».
«Andata e ritorno?» mi chiedi con gentilezza.
«È indifferente».

Sei una bella ragazza, hai un bel corpo, hai un bel viso e, dal mio punto di vista, dal mio sessista punto di vista, con questo corpo non dovresti lavorare in tabaccheria. O forse sì, forse oltre che sessista sono anche presuntuoso, forse ho la presunzione che al prossimo non piaccia il proprio lavoro solo perché a me non piace il mio.

Così mi trovo seduto nella sala aspetto, ad osservare te, te, te e anche te. Osservo tutte voi, mie care belle figliole, osservo tutte quelle con cui passerei volentieri la notte, ma da cui fuggirei poi al risveglio. Sono cambiato nel tempo, sono diventato tipo da caffè, croissant e La Repubblica. Sono tra quelli che dal giornalaio ci vanno soprattutto per farsi la passeggiata, uno dei troppi che “tanto il 90% delle notizie le leggo da internet”. Le edicole non sono più il paradiso delle riviste erotiche, non scorgi più certi cazzoni o tettone invitanti esposti di fianco ai vari surrogati de La Settimana Enigmistica. Le edicole non sono nemmeno più il covo dell’informazione, ed è sbagliato, è sbagliato perché leggiamo meno e molto peggio. Il gossip tira più dell’approfondimento, sappiamo tutto della vita sessuale di Belen, ma non sappiamo quasi nulla di quanto avviene a Taiwan, Taipei o in posti generalmente costretti al trafiletto giornalistico. Lo so, sono discorsi da anziano catarroso e pessimista, ma ecco, prima o poi bisogna cominciare ad invecchiare, no?

«Dove va?» chiedi accomodandoti nel sedile di fronte al mio.
«Roma», ti sorrido gentilmente «tu?»
«Germania».
«La Germania è a Nord», ti faccio notare «questo treno invece va verso Sud».
«Non ci vado da sola in Germania».

E così esci dalla mia vita prima ancora di entrarci, facendomi notare che in Germania non andrai sola. Tu hai voglia di chiacchierare con me, ne hai voglia più per desiderio di compagnia che per eccitazione. Per me è il rovescio, è più desiderio di eccitazione che voglia di compagnia. C’era un fumetto che mi piaceva parecchio, era un fumetto a carattere pornografico, un fumetto che mostrava una scena in treno tra sconosciuti. C’era una lei che indossava delle scarpe con il tacco, scarpe da cui liberava il piede destro, per poi poggiarlo sul pacco di lui. È un’immagine che ho sempre trovato eccitante, un’immagine che, di fatto, mi accompagna in ogni singolo viaggio in treno che affronto.

«Perché va a Roma?»
«Lavoro» rispondo, ma rispondo con una bugia.
Non vado a Roma per lavoro, ci vado per tornare nel luogo in cui io e la bionda toscana ci siamo incontrati. Era una tabaccheria, la sua tabaccheria, quella in cui vendeva i gratta e vinci mentre canticchiava “Male di Miele”. Avevo acquistato qualcosa, forse delle sigarette o forse un biglietto dell’autobus, o forse entrambi o nessuno dei due.

«Come ti chiami?» le chiesi quando mi diede il resto.
«Fa davvero la differenza sapere come mi chiamo?»

E così tu, ennesima ragazza bionda con cui condivido la tratta fino a Roma, passi dallo status di possibile partner papabile per un 69 furente, a quello di logorroica compagnia che parla di una marea di argomenti di cui mi importa meno di un cazzo.
Anche la bionda toscana, che poi era umbra ma vive al nord eccetera eccetera, affrontava un sacco di argomenti che non mi interessavo. Ma la lasciavo parlare, e non perché fossi paziente, ma perché mi piaceva il suono della sua voce, anche se pronunciava parole di cui non mi importava nulla. È un poco come una brutta canzone suonata da una buona chitarra, non puoi non ammettere che abbia un bel sound. Ascoltavo poco quindi, la sentivo ma non l’ascoltavo e forse per questo non ho mai saputo come si chiamasse. Forse per questo lei preferisce spedirmi delle fotografie piuttosto che mandarmi delle lettere, lei, che in questo universo digitalizzato e digitalizzante, stampa ancora le foto su carta e scrive le lettere a penna. In fondo la bionda è una partner che al sesso virtuale preferisce quello reale, una donna che alle descrizioni in chat preferisce il sapore del frenulo sulle labbra, una compagna di letto che non crede a un’erezione finché non ne percepisce la consistenza con mano.

«Domani parto» disse un giorno.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante», concluse «mi mancherai».

Non mi disse nemmeno allora come si chiamasse, ma tempo dopo mi contattò su Facebook, per quanto fosse registrata con un nome fittizio, cioè “Caffettiera Bionda”. È stato dai social che ho appreso dove viva, è stato grazie ai social che ho scoperto a luoghi della Toscana è legata e, sempre dai social, ho capito che il mio passaggio nella sua esistenza sia stato importante. No, non ha mai postato nulla di stucchevole riferito a me, nessuna frase triste, nessuna espressione di odio, o quant’altro. Ha solo cominciato a fotografare le caffettiere, ha cominciato a fotografarle per raccontare i suoi viaggi. Quindi, se conosci qualcuna che ha postato foto di caffettiere a Parigi, Amsterdam, Alghero o Roma, quella è lei.

«…così anche lui ha trovato lavoro ad Amburgo e abbiamo deciso di trasferirci». Sorridi. Sorridi dopo aver terminato di raccontarmi la tua vita; sorridi dopo aver ultimato un resoconto che ho finto di ascoltare con attenzione; sorridi perché il mio disinteresse è stato ben celato o forse sorridi perché parlare della tua vita ti mette di buon umore.
«Parlami di te», aggiungi alla fine.
«Ho quarant’anni e faccio un lavoro da ventenne».
«E poi?»
«Conoscevo una ragazza con i capelli viola».
«Era speciale?»
«No», concludo «È stata semplicemente l’ultima non bionda».
«E allora?».
«E allora non vale più la pena parlarne».
Aveva ragione la toscana bionda, aveva ragione quando sosteneva che prima o poi non avrei più parlato della donna dai capelli viola.
«Conoscevo una bionda», riprendo quindi «era umbra, abitava nell’Alessandrino, adorava bere il caffè e ascoltava gli Afterhours. Era uguale a tutte le altre bionde, ma anche assolutamente diversa».

 

Qualche caffettiera prima.

«Domani parto» disse quell’ultima volta.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante, mi mancherai».
«Non mi hai mai detto come ti chiami».
«Nemmeno tu hai raccontato tutto di te».
«Conosci il mio nome».
«Vero, ma non è sufficiente per conoscerti. Di te non so nulla, salvo che ti piaccia dipingere, anche se la pittura non è il tuo lavoro. Mostri solo ciò che ti interessa mostrare, come quando affermi che fai un lavoro da ventenne, senza però specificare che lavoro sia».

E così se ne è andata via e mi ha pagato con la medesima moneta.
So dove vive ma non so come ci sia arrivata; so se sta male, ma non so chi o cosa la ferisca;  so che non mi ha dimenticato, ma non mi ha mai spiegato il perché. So che pensa a me, lo so perché me lo ricorda con le foto delle caffettiere, ma non ho mai capito se il suo sia amore, odio, entrambe le cose o nessuna delle due.

Anna – Sterno/Nuca – Finale.

Mi chiamo Anna e sorrido a un passante. Ho quarant’anni, ma non  da sempre: una volta ero una bambina con i capelli rossi e gli occhi chiari. Poi a dodici anni sono diventata donna; a tredici ho dato il mio primo bacio; a quattordici ho cominciato a fumare; a quindici ho trovato l’amore; a sedici ho scoperto i Cranberries; a vent’anni ho preso un cucciolo di Labrador che ho chiamato Linger; a venticinque ho lasciato la facoltà di mediazione culturale perché il mio fidanzato me lo ha imposto; a trenta ho preso la laurea in Matematica e Fisica. A trentuno anni mi sono infine sposata. Il resto ve l’ho raccontato, quindi sapete che a trentadue anni abbia vinto il concorso come docente liceale, che a trentatré abbia preso un gatto che ho chiamato Ercole, che a trentaquattro sia rimasta inutilmente incinta, che a trentacinque mi sia tatuata una lumachina sul ventre e che a trentasei abbia smesso di fumare perché il mio subconscio preferiva pensare che mia figlia fosse nata morta per via delle sigarette e non per le percosse ricevute pochi giorni prima del parto. Ricorderete inoltre che a trentasette anni mi sia fatta un piercing all’ombelico e che a trentotto il mio ex, dopo avergli chiesto il divorzio, mi abbia sfregiata con una bottigliata. Ora ho quarant’anni e, come vi dicevo, sorrido a un passante.

Mi chiamo Passante e sono un vigliacco. Osservo una persona armata avvicinarsi a una quarantenne, e vedo che la uccide. Io sarò colui che soccorrerà la vittima, quello che denuncerà l’accaduto ma anche quello che non si  prenderà la briga di descrivere alle autorità un’omicida e un omicidio che ha visto benissimo. Sono un passante che non vuole essere un testimone.

Mi chiamo Anna, ho diciassette anni, non possiedo animali e sono fidanzata. Abito in un paese dove non succede mai nulla, fumo sigarette al mentolo e, quando ascolto Linger, penso al mio primissimo bacio con quel ragazzo che oggi è diventato il mio migliore amico. Paolo è l’unico a conoscenza dei miei lividi sulla spalla, sull’ombelico e non in un altro parte del mio corpo che mi vergogno di nominare; forse dovrei ascoltare i suoi consigli o forse no. So che Roberto non mi colpirà più, me lo ha giurato e mentre giurava piangeva. Un uomo che piange è un uomo sincero, no?

Mi chiamo Paolo ma vengo spesso chiamato Ercole, o meglio, è lei che mi chiama così, da sempre, da quando eravamo due bambini travestiti da adolescenti o viceversa, da quando quello che sembrava amore probabilmente era affetto fraterno, o viceversa. Piove, ma lei non esce di casa senza ombrello, mai, con quell’ombrello bordeaux che ci ha fatti ritrovare poco meno di un anno fa. Sorrido, sorrido perché ho appena visualizzato la foto mentale in cui Lei si avvicina per lasciarsi baciare mentre la chiamo Ebe, come facevo quando ci incontravamo per un caffè nel chiosco della facoltà di lingue. Tuttavia, anche se sono passati tre lustri, non dimenticherò mai il giorno in cui non si presentò: per questo sono preoccupato, perché ogni volta che non la vedo arrivare ripenso a quando la persi per la seconda volta.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire».

Bang.

Mi chiamavo Anna, avevo quarant’anni, possedevo un gatto e mi ero appena fidanzata. Abitavo in una città dove nevicava spesso, fumavo un tipo di sigarette che il tabaccaio mi metteva da parte e conoscevo a memoria tutti i testi dei Cranberries. Avevo una cicatrice sulla spalla sinistra, un piercing all’ombelico e un tatuaggio non vi dico dove. Insegnavo matematica e fisica in un liceo classico cittadino, avevo i capelli rossi e possedevo un ombrello bordeaux. Un regista ha girato un film sulla mia storia: è un gran bel film secondo i miei allievi, anche se credo che alcuni dettagli siano inesatti. La pellicola si conclude infatti con il mio ex marito che prima di sparare mi fa notare che una volta When You are Gone la cantassi per lui, ma non è vero, anche perché mi ha sparato alla nuca e non nello sterno.

I codardi, del resto, colpiscono sempre alle spalle.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla

2 – Ombelico

3 – Ventre

4 – Occhi

 

Nota dell’autore.
E’ la prima volta che un racconto mi prende tanto come è stato per Anna. E’ nata lunedì pomeriggio, 5 giorni fa, eppure mi sembra di conoscerla da sempre. Temevo che visto l’argomento trattato potessi crearmi delle antipatie invece credo abbiate gradito parecchio le vicende di questa ragazza. Vi ringrazio di cuore, come mai ho fatto in passato.
Carlo.

Anna – Occhi.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni, ho gli occhi celesti e ho una ragione per spiegare tutto quel che sono. Ho un fidanzato perché sono affascinante; possiedo un gatto perché sono accondiscendente; adoro la neve perché sono ottimista; fumo perché sono imperfetta; canto i Cranberries perché sono istintiva; adoro la matematica perché sono irrazionale; ho un solo tatuaggio perché sono selettiva; ho un piercing perché sono impudente; mi tingo spesso i capelli di biondo perché sono volubile e non mi importa se non ti sta bene, deve andare bene a me. Mi chiama Anna e oltre gli occhi celesti noterai una cicatrice sulla mia spalla sinistra e, tra le tante altre Anna che definiresti affascinanti, accondiscendenti, ottimiste, imperfette, istintive, irrazionali, selettive, impudenti e volubili, io sarò sempre l’unica ad essere stata sfregiata.

Sono la neve e ogni tanto mi poggio sulle spalle di una trentatreenne sposata e che possiede un gatto. Passo spesso da queste parti, mi piace abbassare le temperature diventando così un pretesto per scaldarsi con una sigaretta o con un abbraccio, e nessun brano dei Cranberries è abbastanza romantico come quando dipingo i parchi di bianco. Sono il motivo che porta le persone a coprirsi spalle, piercing e tatuaggi; sono il perché molte capigliature bionde, anche se tinte, sono costrette a rifugiarsi sotto una cuffia di lana. Sono la neve e spesso mi poggio sulle fronde prossime a un liceo classico cittadino, distraendo sia gli allievi sia gli occhi celesti di una docente di matematica e fisica.

Mi chiamo Anna, ho trentatré anni e abito con mio marito. Oggi spiegherò gli Insiemi finiti, io che di “infinito” conosco solo il concetto matematico, dato che tutto il resto infinito non è: come la neve che prima o poi si scioglie; come le sigarette che devi costantemente ricomprare; come la tinta dai capelli che lentamente scompare; o come una I liceo che già a metà Giugno non è più tale. Infinito come uno sfregio, un piercing o un tatuaggio; infinito ma non eterno, come il ricordo del mio adorato Linger.

Sono un ciliegio ma non cercarmi nella città in cui nevica spesso e in cui i tabaccai vendono le sigarette al mentolo. Faccio ombra però, faccio ombra a una trentaduenne che osserva il deserto di questa valle che nessuno vuole più coltivare da quando il fiume locale ha preso l’hobby di esondare per distruggere mesi di raccolto. Non è la prima volta che Anna viene a trovarmi e anzi, il mio tronco sorregge la sua schiena da parecchio, già da prima che vincesse il concorso ministeriale, prima ancora che scegliesse di abbandonare Mediazione Culturale per passare, anche se ormai venticinquenne, a Matematica e Fisica. Anna venne a trovarmi anche il giorno in cui il fidanzato le fece un occhio viola solo perché un collega metallaro le aveva dedicato Behind Blue Eyes… e sono conscio che non c’entri un cazzo, ma all’epoca Linger era ancora un cucciolo di Labrador.

Mi chiamo Anna, ho trentadue anni e osservo mio marito allontanarsi felice, seguito dall’inconsapevole Linger. Da queste parti nevica spesso e a volte mi chiedo se la neve decida o meno se e quanto colorare di bianco le nostre giornate, o se cadere per coprire i cadaveri di sigaretta che buttiamo vergognosamente sul marciapiede. Comunque, se non voglio ammalarmi, dovrei acquistare un ombrello, un ombrello robusto ed elegante, possibilmente femminile. Da bambina credevo che la femminilità fosse insita nella mia folta capigliatura; durante l’adolescenza pensavo fosse sufficiente mostrare l’ombelico; da adulta ho capito che, anche se hai delle belle spalle, agli uomini interessi soprattutto la fica. O forse per essere femminili sono sufficienti due occhi chiarissimi che trasmettono sensualità e fragilità. I miei sono occhi che oggi diventano rossi, oggi che è il più felice tra i miei giorni tristi, oggi che riceverò la lettera d’assunzione, oggi che il veterinario ci comunicherà che dovrà abbattere il cane, con grande gioia di mio marito.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire, ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire e inoltre tu non sei reale».

«Nemmeno tu lo sei e il tuo tempo è scaduto».

Bang.

Domani il finale.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla.

2 – Ombelico

3 – Ventre.

Anna – Ventre.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e non sono coerente: amo a dispetto delle cicatrici; possiedo un gatto nonostante preferisca i cani; adoro la neve ma non so sciare; detesto il sapore del tabacco eppure fumo; anche se conosco tutte le canzoni dei Cranberries, alla fine canto sempre la stessa; sono una rossa che passa spesso per bionda; non sembro tatuata eppure lo sono e insegno la materia meno coerente con la filosofia didattica di un liceo classico. Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e racconto la mia storia partendo dalla fine senza tuttavia rivelare il finale.

Mi chiamo Terzo e sono un capitolo nella storia di Anna. La protagonista è una trentacinquenne sposata che possiede un gatto di nome Ercole. In questa città nevica spesso, i tabaccai vendono le sigarette al mentolo e le emittenti indipendenti talvolta passano i Cranberries. Anna sente una mano poggiarsi sulla spalla, sorride malinconicamente e poi sospira osservando l’ombelico nudo mentre una sosia di Brody Dalle le tatua una lumachina sul basso ventre. E, mentre l’inchiostro penetra sotto la pelle, Anna prova dolore, un dolore fisico definibile “impercettibile” rispetto a quello emotivo che la dilania da tempo. Anna coabita con un dolore che cerca di ignorare provando a concentrarsi su come domani imposterà il discorso sulla Termodinamica.

Mi chiamo Anna, ho trentacinque anni e vivo con Ercole, con mio marito e, purtroppo, con nessun altro. Fuori nevica, ma piango; fumo malinconicamente una sigaretta, mentre la radio passa Ode To My Family. C’è mio marito alle mie spalle, mi consola e sancisce la sua presenza; la mia mano scorre dal seno verso il basso ma si ferma all’ombelico perché non riesco a scendere dove percepirei nuovamente il lancinante vuoto provato in questi minuti. Comincio nuovamente a singhiozzare ma non spengo la radio. Non la spengo perché sono stati i miei allievi a dedicarmi la canzone, loro, mie povere adorabili e, in questo momento, inconsapevoli stelline.

Mi chiamo Roberto e sono il marito di Anna. Mia moglie ha trentaquattro anni e in questo preciso istante tiene Ercole in grembo accarezzandolo sotto il collo. In questa città nevica spesso ma il bianco non è il colore predominante nella nostra esistenza, non quanto il rosso almeno: come quello del pacchetto delle sigarette che fumiamo entrambi; o come quello dei mirtilli che qui dentro non mancano mai. Mia moglie adora i baci sulle spalle mentre con una mano le sfioro l’ombelico e con l’altra le accarezzo la vagina. Anna insegna Matematica e Fisica in un liceo classico cittadino, ma stamane non ha parlato di Termodinamica perchè ha preferito offrire un gelato ai propri allievi. I diciassettenni ne hanno intuito il motivo, nonostante lei non abbia esplicitato alcunché, e alcuni tra loro l’hanno anche abbracciata ma, per mia fortuna, i medici nelle prossime settimane non saranno altrettanto arguti da capire che il livido violaceo vicino all’anca non sia frutto di una caduta.

Mi chiamo Anna, ho trentaquattro anni e sono la padrona di un gatto, la moglie di Roberto e … puntini di sospensione. Vivo di colori: come il bianco delle neve di questa città; come l’arancio del filtro delle mie bionde preferite; come il rosso dei palloncini raffigurati sulla copertina di Wake Up And Smell The Coffee; come il celeste che… puntini di sospensione. Sorrido, sorrido pensando ai pesi sempre crescenti che avrò la fortuna di sorreggere sulle mie spalle, sul mio ombelico e sul … puntini di sospensione. Domani sarà complesso interrogare Termodinamica, sarà complicato essere severa con i diciassettenni, anche perché insegno Matematica e non potrò non constatare che la distanza che mi separa da loro sia la stessa che separa loro da … puntini di sospensione. La devozione altrui è scegliere un pomeriggio estivo al parco perché … puntini di sospensione … il compromesso è non fare il bagno perché… puntini di sospensione … “amore” dovrebbe essere perdonare uno schiaffo perché so che lui è nervoso: ma mi sbaglio e dunque via i puntini di sospensione; maledetti merdosi e ipocriti puntini di ‘stocazzo. L’amore è quello che percepirò per nove mesi aspettando ingenuamente e inutilmente che una lumachina bavosa si appresti a rendere meravigliosa la mia miserabile esistenza di colori e violenza domestica.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire».

Ma mi manchi quando non ci sei…

Continua domani.

Capitoli Precedenti:

Spalla.

Ombelico

Anna – Ombelico

Mi chiamo Anna e ho quarant’anni. Ieri avete scoperto che possiedo un gatto e che, nonostante i miei trascorsi infelici, sono riuscita a innamorarmi ancora. Inoltre sapete che abito nella città dove nevica spesso, sapete che fumo sigarette al mentolo e sapete che adoro i Cranberries. Quindi, se nei pressi del liceo classico cittadino vedete una rossa con un ombrello bordeaux, probabilmente non farete fatica a riconoscermi, anche perché siete a conoscenza della cicatrice, del piercing e, anche se non si vede, del tatuaggio.

Mi chiamo diamante e, nonostante l’omonimia con un brano di Zucchero, sono il piercing nell’ombelico di Anna. Anna ha trentasette anni, possiede un gatto e sta divorziando. Abita in una città dove nevica spesso, ha ripreso a fumare e, se si parla di mirtilli, lei pensa ai Cranberries. Anna ama essere baciata sulle spalle, sul ventre e sulla fica, ma ultimamente non le va di farsi toccare. Gli unici complimenti che trova sinceri sono quelli dei suoi allievi di Matematica e Fisica, gli unici che trova privi di qualsiasi forma di sessismo o semplice opportunismo.

Mi chiamo Anna, ho trentasette anni e se siete miei amici su FB saprete già che possiedo un gatto e che sono sposata. I miei post sono ridondanti, sia quelli sulla mia adorata neve, sia quelli sul perché abbia smesso di fumare; e inoltre condivido costantemente sempre gli stessi video dei Cranberries. Mezz’ora fa ero sdraiata su una poltrona sterilizzata in attesa che un Capitan Findus tatuato mi perforasse l’ombelico per quello che è il mio primo piercing. Ovviamente non ne parlerò con i miei allievi, anche se so che i loro commenti sarebbero carini, come lo sono stati la volta che ho fatto i colpi di sole. Mi chiamo Anna e il mio ombrello giallo mi protegge dalla pioggia ma non dalle delusioni: come ora che vorrei fare una sorpresa a mio marito mostrandogli il diamante, mentre la sorpresa me la fa lui facendosi trovare a letto con un’altra. No, non sto piangendo: quelle sui miei zigomi sono gocce di pioggia.

Mi chiamo Ombrello e sono un regalo che ha reso felice una trentaseienne sposata che possiede un gatto. In questa città sono un oggetto indispensabile, lo sono perché nevica spesso e né smettere di fumare o cantare i Cranberries preserva da una polmonite. Sono un regalo di una III liceo nei confronti di una docente di matematica e fisica che, nonostante l’ossessione per la Termodinamica, è sostanzialmente corretta nonché solidale con i ragazzi: come la volta che si è tinta i capelli di verde, pur di difendere l’acconciatura di un’allieva.

Mi chiamo Anna, ho trentasei anni e possiedo un gatto perché mio marito è allergico ai cani. Abito in una città che spesso si ricopre di neve, ma non potete capire quanto sia stupendo passeggiare in mezzo al bianco con i Cranberries in sottofondo. I miei allievi invece ascoltano tutt’altro e anzi, nessuno tra loro conosce Linger; ma non è un problema, il problema è che spesso non conoscano la Termodinamica e allora devo diventare cattiva. Tuttavia non riesco ad essere crudelmente severa nei loro confronti: perciò a volte fingo di non sentire un suggerimento che dai banchi dovrebbe arrivare alla lavagna circumnavigando la sottoscritta in barba a tutti i principi dell’acustica. Al momento sono nervosa, sono nervosa perché mi hanno consigliato di smettere di fumare se voglio avere un figlio. Lo faccio volentieri anche se mio marito, nonostante la promessa, non farà lo stesso.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

Continua domani.

Puntata di ieri.

Anna – Spalla.

Anna – Spalla.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni, possiedo un gatto e sono fidanzata. Abito in una città dove nevica spesso, fumo un tipo di sigarette che il tabaccaio mi mette da parte e conosco a memoria tutti i testi dei Cranberries. Ho una cicatrice sulla spalla sinistra, un piercing all’ombelico e un tatuaggio non vi dico dove. Insegno matematica e fisica in un liceo classico cittadino, ho i capelli rossi e possiedo un ombrello bordeaux.

Mi chiamo Ombrello bordeaux e sono il nuovo ombrello di Anna. Anna ha trentanove anni, possiede un gatto, e si sta innamorando, anche se sostiene il contrario. Abita in una città dove nevica spesso, canticchia continuamente ed esclusivamente When You Are Gone e fuma un tipo di sigarette il cui profumo copre il mio odore di plastica. Ha un enorme cerotto che parte dall’orecchio sinistro e termina sulla scapola; c’è qualcosa che brilla sotto il reggiseno mentre umide labbra maschili baciano con passione una lumachina tatuata in prossimità della vulva. Anna ha i capelli tinti di biondo e stanotte sarà l’incubo degli allievi della III E che domani dovranno sostenere una verifica sui principi della termodinamica.

Mi chiamo Anna, ho trentanove anni, possiedo un gatto e odio il genere maschile. Abito in una città di cui apprezzo la neve, la mia bocca sa di tabacco mentolato e sto sorridendo perché la radio passa i Cranberries. Detesto chi domanda cosa mi sia fatta alla spalla sinistra, non mi disturba invece dare chiarimenti riguardo il piercing all’ombelico. I miei allievi ultimamente hanno trascurato la termodinamica, giorni fa ho fatto la tinta bionda perché ultimamente mi infastidisce il colore rosso e ho assolutamente bisogno di un nuovo ombrello. Mi chiamo Anna, odio il rosso e il genere maschile, ma sorrido involontariamente al commesso che canticchia When You are Gone mostrandomi un elegante ombrello bordeaux.

Mi chiamo ombrello giallo e sono l’ombrello che è stato dimenticato sul ciglio della strada. La mia ex proprietaria ha trentotto anni e possiede un gatto che le fa compagnia ora che è convalescente. In questo momento Anna canta Linger, come tutte le volte in cui è triste anche se in realtà canta Linger anche quando è felice e, anzi, diciamo che la canta sempre eccetto quando è nervosa, perché allora fuma. Ha il collo sanguinante; è preoccupata per il diamante all’ombelico che spera non si sia infettato; apparentemente non è tatuata. Domani non sarà in grado di spiegare la Termodinamica in uno dei licei più snob di una città in cui molto spesso nevica anche se altre volte piove. E quando piove capita di prendersi una bottigliata, ritrovandosi così i capelli ancora da tingere inzuppati di acqua e sangue.

Mi chiamo Anna, ho trentotto anni e possiedo un gatto che spero non sia preoccupato del mio ritardo. Abito in una città dove quel rompicoglioni del mio ex mi trova facilmente, ho cominciato a fumare le sigarette al mentolo perché sono le uniche che a lui non piacciono e adoro i Cranberries. Insegno la materia più detestata dagli allievi di qualsiasi liceo classico e, fino a dieci minuti fa, le mie sole preoccupazioni erano la termodinamica, il mio ombrello giallo e la possibilità o meno di tingermi nuovamente di biondo. Mi chiamo Anna, oggi piove e il mio ex mi sta per sfregiare.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai.

Continua Domani.