F.01

Come si riparte? Credo facendo suonare un buon disco e sorseggiando una camomilla. Forse è sufficiente, forse no, ma ha importanza? Servono foglie di Negrita, e note di XXX. Tutto qui, semplicemente. Appesi come spighe di grano in attesa che il vento ci porti via. Fumati, sfumati. Oggi è una di quelle giornate in cui ho ripreso contatto con la realtà. Ho visto il sole sorgere, l’ho visto tramontare. Ho visto le vecchie amicizie mischiarsi alle nuove, un vecchio amore incontrare una nuova ossessione. Ho capito che non ha importanza. Non ci sono risposte a certe domande. Solo il tempo che scorre, nulla di più. Qualche “anche io” che fa piacere. Magari uno spritz. O più semplicemente una birra. E il profumo della miscela di una vecchia moto 2 tempi. Magari i discorsi sui carter. Le foto di un matrimonio a cui nessuno di noi sarebbe voluto andare. Il sapore della torta. O il sapore che ho ora in bocca. Non so, se avete provato il solfato di cocaina mescolato alla marijuana, il sapore che percepisco è quello. E ‘fanculo!

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Pillole – Bourbon – Donnie Darko

Conosco quel tono. È il “fai come vuoi” che suona come una resa. Ma non lo faccio di proposito. Provocare quel tono, dico.
Camera mia è un luogo piacevole: la trapunta colorata, le maledette stampe di Snoopy alle pareti, la lampada de La Pantera Rosa. E il comodino, con quelle maledette pillole. Coperchio giallo, confezione trasparente. Solo per via orale!
Orale. Ora-le. Ora-le-prendo.
Dove ho messo le sigarette? Ah, già! Non le ho ricomprate: ho smesso di fumare. E ho anche ripreso, e smesso nuovamente. È solo questione di tempo. Ero innamorato di una persona tempo fa, ma scopavo con un’altra ed ero ossessionato da un’altra ancora.
È sempre stato così.
Sin dal liceo. Sin da quando il mio cazzo è diventato un intrattenimento anatomico condivisibile. Ossessioni. Abbastanza da provare il suicidio di uno psicologo suicida. Che poi sarebbe una mia fantasia: immagino uno psicologo che vuole morire, e mi usa come ultimo atto della sua miserabile e alquanto inutile vita. Vita. Vivi finché muori no? O finché non muore il mio amico immaginario.
Ho delle voci in testa.
Ma non tipo Donnie Darko. Né tipo JD.
Qualcosa vagamente più asiatico; ma senza quella pallidissima retrospettiva critica da cineforum di sinistra. Tipo Nanni Moretti, con gente alla Nanni Moretti, ma senza Nanni Moretti. Ma con la Nutella. Marchio registrato.
E le mie voci interiori sono fondamentalmente allegre.
Non so se avete presente Jack Palance, in quel film con Billy Crystal e Bruno Kirby. Una roba del genere, con i cavalli e le vacche. Ecco, le voci ricordano quella di Jack Palance. E sono voci che cantano sempre la stessa canzone, che decantano la medesima filastrocca e recitano la medesima poesia. Che poi è tutta roba mia. La canzone, la filastrocca, la poesia.
Sembra una cazzata, ma è così.
Comunque usiamo la bocca per quel che serve. E dato che non ho una fessa da leccare, giù la pastiglia. Accompagnandola con una sorsata di Bourbon; anzi due.
Smorfia disgustata.
Come vi piacerebbe morire? Salvo di infarto mentre scopate.
Come? Non avete un come preferito?
No, no, non mi rispondete. Ho della roba buona da sniffare, unitevi a me. Non chiamate la polizia. Non ci stiamo scopando una minorenne, ci stiamo solo drogando. Lasciateci scegliere come suicidarci. Mettete su i Tears For Fears e passatemi il bourbon.
Le pillole…
Giusto, le maledette pillole. Le trovate sopra la lettera, quella scritta con il sangue. No, non è una nota di suicidio; ma una dichiarazione d’amore che non spedirò mai. Va bene così, pillole e bourbon. E Donnie Darko.
È successo qualcosa… da qualche parte e a qualcuno… ma non a me. A-me. Amen!

Crononauta!

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  • immagine presa dal web

I bambini fanno dei disegni. Disegnano quartieri, città e altre inutili cazzate che poi le madri appendono al frigorifero con la calamita di Spongebob. I bambini disegnano tutto, ma non i parrucchieri. Nei film i cattivi fumano, ma si tagliano i capelli da soli. Dal parrucchiere vanno solo i mafiosi, e qualche crononauta che torna indietro nel tempo. Mi manca il mio parrucchiere. Un tempo, quando avevo le palle girate, andavo dal parrucchiere. Poi è morto, e ho cominciato a tagliarmi i capelli da solo. Come i cattivi. Non amo lo sport, e per questo non vado dagli altri parrucchieri. Non mi va di parlare di calcio con chi sa parlare solo di calcio. Sarebbe come far sesso con un altro uomo che, tra l’altro, scopa di continuo. Non basta un argomento in comune a far conversazione, né basta argomentare per conversare. Quelle sul saper parlare di tutto sono solo socio-cazzate da psicologo. Io apprezzo le compagnie silenziose… per questo amo l’alcol. E no, non esiste un parrucchiere dove mi troverei meglio. Non credo alle eccezioni. Mi taglio i capelli da solo, tanto ho tempo: lei manca spesso. Sono fidanzato con una prostituta, ed è un notevole vantaggio: non ho il dubbio che mi cornifichi o meno. Però mi ama, ne sono certo. Dubito che stia con me per il sesso. È sensato, anche se mi mette ansia. Sono un ansioso. Prego di continuo, ma non credo in Dio. Io non prego per devozione, ma per superstizione. È una bella differenza. Intanto i bambini disegnano; i bambini disegnano quartieri senza parrucchieri. E il sole che sorride.
Imparate che il sole non sorride; imparate a far colazione; imparate a scrivere al buio; imparate a sognare a luce; imparate a memoria l’orario dei treni; imparate a tagliarvi i capelli da soli.
Sono sei anni che aspetto l’Autobus, ma non è ancora passato. Ma ho tagliato tante volte i capelli!

Tones of homes – Sborra a fiumi.

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Siamo morti in quelle strade in cui voi siete nati. Siamo collassati in quelle circostanze in cui voi vi siete fortificati. Ci siamo bagnati dell’umidità da cui voi vi siete asciugati.

E se nemmeno i cani annusavano la nostra muffa, voi l’avete trasformata in arte neorealista. E i vecchi film venivano proiettati sulle nostre pareti, mentre il sangue si mescolava su un cucchiaio.

Abbiamo fatto sesso, quello vero, quello che ti togli il preservativo e te ne vai. Abbiamo fatto l’amore, quello vero, quello che ti togli il preservativo e te ne vai. Abbiamo fatto davvero, perché la consapevolezza di aver finito ci ha lasciati andar via.

Il poster Billy Idol, le vecchie agende, la pornografia tra il materasso la rete in acciaio, i Jefferson e “Non dimenticarti di me”.

Metà esistenza.

Le amazzoni con i tacchi alti pascolano ancora sui marciapiedi, sorvegliate da divinità in Mercedes e catene dorate, in quel mondo in cui i luoghi comuni risultano assolutamente veri e disarmanti.

Abbiamo stretto accordi, quelli veri, quelli che ti togli anche qualche sassolino dalle scarpe. Siamo arrivati a compromessi, quelli veri, quelli che invece ti togli proprio le scarpe. Abbiamo compromesso, perché l’eroina non ci ha lasciato scelta.

E se nemmeno i cani pisciavano sulla nostra muffa, voi l’avete assaggiata con le vostre labbra. E i vecchi incubi venivano immortalati sulla nostra cute, mentre la sborra si mescolava nelle mutande.

Siamo morti in quelle strade in cui voi non siete vissuti. Siamo immortalati da quelle prospettive che non potete capire, e che mai capirete. Ci siamo lavati con la stessa merda che da anni spacciate per civiltà.

Non scusatevi, non possiamo rispondervi tanto.

Zero.

Ci sono centinaia di treni che ogni settimana lasciano questi maledetti binari. Centinaia di treni che puzzano di pendolarismo o emigrazione. Una decontestualizzazione a quattro mori delle forze armate e del disagio giovanile. Tuttavia si fa la fila nei cessi; si fa la fila perché gli amabili vecchietti potrebbero essere pedofili travestiti da amabili vecchietti, e magari non restano a lungo in bagno per questioni di prostata, ma per pratiche onanistiche. Nel frattempo è finito il sapone. Disdetta.

Accendo il lettore, lo accendo mentre osservo il mio volto riflesso nello specchio sozzo di slogan all’uniposca e sborrate notturne. Parte Zero degli Smashing Pumpkins e tutto sembra migliore. Quindi la porta si apre e il bagno centrale si libera. Non c’è carta igienica, ma in compenso uno stronzo grosso quanto un gatto è parcheggiato sul lato della turca. Sollevo le spalle e abbasso la zip: cazzo fuori. Mi metto a pisciare direttamente sulla merda per vederla spappolata dal mio getto.

Mi laverei le mani ma il sapone è finito. Ho dei fazzoletti, ma non li ho qui, li ho lasciati a casa. Mi accontento del dorso dei miei jeans, tanto chi se ne frega di qualche goccia di piscio quando si possiede una lavatrice. Un passante mi chiede da accendere, ma non fumo. Una ragazza mi chiede qualche spicciolo per comprarsi un cappuccino: la accontento, anche se so bene che ci si comprerà una dose. Del resto non ha la faccia da cappuccino.

Una suora mi sorride. Ricambio nonostante la blasfemia sia uno dei miei hobby preferiti. Poi controllo, gli orari ignorando che stia cercando una partenza tra gli arrivi. Il bigliettaio mi guarda, mi osserva: è malato credo. Ha una di quelle malattie ai nervi che ti costringono a stare seduto. O magari no. Magari sono io che sto facendo casino tra i sintomi. Poi tossisco, osservo il dorso della mano e fingo di non vedere il sangue. Sono debilitato, respiro e sorrido. Non sono credibile.

Come per dove? Per casa no? Ho la faccia di chi torna a casa, il malumore di chi torna a casa, le occhiaie di torna a casa, lo scarso entusiasmo di chi torna a casa, il volto scavato di chi deve tornare a casa anche se non ne ha voglia. C’è una cappella, entro e mi inginocchio, anche se non sono molto credibile. Sono opportuno come un orso polare all’equatore. Chiamo, ma nessuna risposta. Forse il mio orgoglio mi rende sordo, o forse quel recapito non esiste. Non resisto.

Entro nella parruccheria di fianco. Non c’è nessuno, mi fanno sedere sulla poltrona. Mi mettono quel cazzo di camice che mi sembra una parafrasi del cappio e quindi arriva la fatidica domanda.

«Come?»

Non so rispondere. È da tanto che non faccio i capelli per me. Le ultime volte non dovevo tagliare troppo perché Lei si arrabbiava. Ma stavolta posso tagliarli quanto diavolo voglio. Sorrido amaramente. Ho gli occhi arrossati e la faccia stanca. Il parrucchiere non legge tra le righe e mi racconta una stupida a barzelletta a sfondo pornografico, che nonostante tutto mi strappa una risata. Ma non ho ancora risposto, diamine, e il barbiere non ha tempo da perdere.

«Zero».

Il mio riflesso, lo specchio sporco.

Puntate Precedenti:


Housemartins
Fun Lovin’ Criminals.