Le dimensioni contano – Parte 29

Durante il tragitto verso casa pensai a mio marito e a ciò che mi ero persa: il primo incontro, il primo bacio, la prima scopata, il primo weekend assieme, la prima cena, il primo “ti amo”, la prima volta assieme al mare, la prima lite, il primo concerto assieme e il suo primo “in verità Irene Grandi mi fa cagare”. E poi il fidanzamento, il matrimonio, l’ormai celebre karaoke sulle note di Mio dolcissimo amorela scelta della casa e dei mobili, l’acquisto di quel cassonetto motorizzato noto ai più come Fiat Punto.
«Eccomi», affermai entrando in casa. Dissi “eccomi”, ma in realtà intendevo “abbassati pantaloni e boxer, che ti succhio il cazzo finché non ti si seccano le palle”.
Ma lui non aveva voglia di scopare. Anzi, dopo aver letto il contenuto dell’agenda rossa, l’ultima attività che avrebbe voluto fare assieme a me era proprio il sesso. Non appena mi vide si alzò di scatto dal divano e sospirò. Mi guardò accigliato, con espressione preoccupata. Sembrava quasi in lutto e non serviva chissà quale attitudine alla psicologia per ipotizzare che fosse turbato.
«Tutto ok?»
Rispose con una smorfia. «Quanti anni ha tua madre?» chiese enigmatico.
«Quarantatré».
«E tua nonna ne ha sessantasei, giusto?» domandò retoricamente.
Risposi annuendo.
«Se tua bisnonna fosse viva, sarebbe un’ottantanovenne», continuò lui.
Ancora non capivo. «Diventate madri a ventitré anni. Non prima e non dopo», rivelò allora con rabbia, scuotendo l’agenda rossa.«È scritto qui dentro».
Restai basita. Quella dell’età era una questione notevole, che non mi convinceva. Se potevo diventar madre solo a ventitré anni, come mai ero rimasta incinta a venti? Purtroppo la risposta a quel quesito era più ovvia di certe battute di Enrico Papi, che di quei tempi ci massacrava i coglioni con quello scempio neurologico televisivo chiamato Sarabanda. Restare incinta non significava diventar madre.
«Bella merda!» commentai quindi sottomettendomi all’imprescindibile volere degli universi paralleli. «Mi dispiace», aggiunsi quindi, conscia che mio marito fosse soprattutto arrabbiato.
Sposandomi, aveva probabilmente accettato tutte le mie stranezze. Ma presumo che non volesse avere figli solo secondo i voleri dei miei viaggi interdimensionali. Voleva decidere, come ogni cazzo di cristiano che non resta fottuto da un preservativo bucato o da una sveltina da ubriaco. «Grandissima merda!» commentò ribadendo il mio concetto precedente.
Mi avvicinai per abbracciarlo, ma fu lui ad abbracciare me. Provai a ripetergli il mio dispiacere, ma fu lui a dispiacersi per me. Avrei voluto rassicurarlo, affermando che tutto sarebbe andato bene, che gli sarei stata vicina, e altre vaccate melense da libro di Susanna Tamaro, ma accadde il contrario: fu lui a rassicurarmi, ripetendomi che tutto sarebbe andato per il meglio e che mi sarebbe stato vicino, e mi avrebbe amato e…

Nei giorni successivi mio marito continuò a studiare l’agenda rossa, illustrandomi passo per passo ciò che scopriva in quelle pagine. Ero abituata a mia madre, che aveva taciuto per vent’anni; mio marito invece parlava subito. Alcune rivelazioni furono per lo più inutili: viaggiavo tra gli universi per via di un’anomalia genetica ereditaria – grazie al cazzo; la mia famiglia era ricca, ma non avrei visto un quattrino fino alla morte di mia madre; mia nonna era stata sposata con un armatore polacco.
«Nessuna spiegazione invece sul perché il mio patrigno resuscita tra un universo e un altro» raccontai una sera proprio all’ex moglie dell’armatore polacco.
«C’è scritto che nella cuspide accade quello che non può accadere negli altri universi?» chiese conferma mia nonna.
«C’è scritto», replicai, avvertendo improvvisamente una piccola fitta allo stomaco. «Porco Giuda!» imprecai immediatamente.
Era passato un mese dall’aborto, il ciclo stava per tornare. Avevo paura, mi seccava perdere mio marito. Mi aveva fatta sentire protetta, amata e … «Non è detto che lo perda…» disse teneramente mia nonna.
«Secondo te lo perdo?»
Mi sorrise. «Starà bene», affermò, abbracciandomi.
Poi per la prima volta mi raccontò del padre di mia madre: «ero a Manchester, con mio marito»,  raccontò sorseggiando un sorbetto al limone, quando con “sorbetto al limone” si intende “un bicchiere di bourbon” e con “sorseggiando” si intende “tracannare”. «Un giorno incontro questo biondino, al porto. Disse di essere italiano, ma puzzava come un danese».
«Come puzza un danese?»
«Puzza come un italiano. Solo che è biondo».
Sorrisi. «E poi?» chiesi curiosa.
«Poi mi portò a bere e mi baciò al tramonto», raccontò insolitamente romantica. Strano, solitamente lei era quella che si vantava di dare ancora il culo
«Non basta un bacio per ingravidare una donna», ricordai maliziosa.
Sorrise. «Noi non siamo come le altre», affermò sibillina. «Ma ci sono cose che voglio raccontare, e altre che voglio tenere per me. Questa è una di quelle che voglio tenere per me».
«Ti manca?»
Sorrise. Era un “sì”. «Ora vai a casa», disse. «Certe cazzate sentimentali lasciamole a quei filmacci con Meg Ryan dove la nonna sta per tirare le cuoia».
Furono le sue ultime parole: morì due ore più tardi, investita dalla vedova di Ivan.

Annunci

Le dimensioni contano – Parte 23

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia per universi paralleli.

Dopo aver ascoltato la descrizione di Ivan, ritenni piuttosto irragionevole che Matteo Pinna non fosse il reload interdimensionale di Luca/Marco, il mio patrigno. Non mi faceva certo piacere sapere nuovamente in vita lo stronzo che mi aveva violentata nella cuspide. Cominciai a percepire un forte stato d’ansia, e credo che la mia fosse una reazione piuttosto giustificata. Dovevo però prima occuparmi di Ivan, che speravo ancora di salvare.
«Tutto bene?» chiese il mio scopamico, che sembrava gradire la cucina di mia nonna.
Risposi annuendo. «Ho bisogno della tua macchina questo pomeriggio», provai quindi. «Mi serve per un’oretta, poi te la riporto nel parcheggio dell’ufficio».
L’idea era sfasciare la macchina di Ivan. Senza quella, almeno secondo me, non avrebbe avuto alcun incidente. Sapevo anche come distruggerla, ricorrendo a un cinematografico mattone sull’acceleratore. Ma ancora una volta le mie idee alla Will Coyote impattarono bruscamente contro il razionale cinismo della realtà.
«Mia moglie non è bionda», mi ricordò infatti Ivan. «Se ti presto la macchina, poi devo farla lavare. Non ne ho né voglia, né tempo», aggiunse con educata franchezza. «Chiama un taxi».
«Che è successo alla tua Golf?» chiese preoccupata mia nonna, che evidentemente non aveva capito un’emerita mazza delle mie intenzioni.
«È un New Beetle, nonna», affermai seccata. «E comunque è dal meccanico».
«Tu hai una Golf», mi corresse Ivan, «ed è parcheggiata qui sotto».
Oltre che privarmi del mio adorato New Beetle, sembrava che gli universi paralleli non volessero lasciarmi tenere le briglie della mia vita, invitandomi tra le righe a ficcarmi in culo tutte le mie inutili convinzioni sul libero arbitrio.
Era dura. Mi sentivo in colpa per Ivan, anche se non era ancora accaduto nulla. Ero seduta a tavola con una persona in quel momento sana, ma destinata a diventare un vegetale; avevo di fronte l’uomo che avrebbe pagato un prezzo carissimo, ingiustamente, per il mio tentato suicidio pochi universi prima.
«Allora ci vediamo più tardi?» chiese Ivan quando lo accompagnai alla porta, mezz’ora più tardi.
Era una domanda difficile. Avevo l’impressione che qualsiasi mia decisione fosse inutile, insignificante. Inoltre avevo paradossalmente voglia di scoparci, la mia vagina era in modalità piogge pluviali da diversi minuti. Bizzarro, dato che poche ore prima, anche se solo dal mio punto di vista, avevo patito uno stupro.
«Vi vedete più tardi?» domandò mia nonna quando tornai in cucina.
Lo tenni per me. «Vado a cercare mamma», affermai invece, prima di aprire il cassetto delle posate e frugarci dentro.
«Cosa cerchi?»
«Questa», replicai mostrando la pistola.
«Vuoi ucciderla?» chiese spaventata mia nonna, tremando.
Scossi il capo in segno di diniego, anche perché l’arma era scarica.

Speravo che la canna di una semiautomatica convincesse mia madre a raccontarmi ciò che ancora si ostinava a nascondere riguardo gli universi paralleli.
Speravo male però.
«Spara!» mi sfidò mia madre quando le puntai la pistola alla gola.
Non mi temeva. Del resto ero la prima a non voler vivere, e lei si trovava nella mia stessa convinzione. Minacciarla con un’arma era efficace quanto provare a incendiare un bosco scorreggiando su un cerino acceso.
«Una volta eri più rapida e decisa», osservò infatti mia madre. «Ti sei rammollita in questi due anni».
Stavo pestando un cavallo morto.
Abbassai la pistola e feci un passo indietro, non solo metaforicamente. Mia madre mi guardò con soddisfazione e, almeno credo, un briciolo di affetto materno. «Sei sempre molto bella», dichiarò sorridente, accarezzandomi la guancia destra.
«Come fai a vivere lontana da tua figlia?» le chiesi. «Mi manchi!»
«Non ti ho mandata via io, sei tu che te ne sei andata», affermò con estrema calma.
«Che cazzo dici?»
«Abbi cura di te», tagliò corto, sparendo oltre il portoncino d’ingresso del suo palazzo.
«Che cazzo dici?» urlai ancora isterica, inutilmente.
Diceva la verità.
Il mio patrigno non era morto, dunque non era esistita alcuna lite causata dall’agenda rossa. Di conseguenza non avevo mai aggredito mia madre, né lei mi aveva mandata via.
Guidando verso casa feci due cose: spegnere la radio, perché All The Small Thing mi aveva rotto i coglioni; pormi delle domande.
Perché nei miei appunti non si parlava di Matteo/Luca/Marco? Perché ero andata via da casa di mia madre? Perché lei si rifiutava di rispondere alle mie telefonate, ma mi pagava le bollette e l’affitto? Ivan avrebbe avuto o meno l’incidente?
L’ultima domanda trovò risposta nelle ore successive.

Anna.

Era la notte di San Silvestro del 1979 e, per motivi che a breve capirete, mia madre non aveva alcuna voglia di far festa. In ospedale, il personale di turno era così ridotto all’essenziale da risultare insufficiente in caso di improvvisa emergenza, emergenza che, per fortuna di tutti, quella notte non si verificò. L’atmosfera era anzi tanto rilassata, che in uno sgabuzzino del quarto piano, dove a rigor di logica dovevano esserci solo scope e grossi rotoli di carta industriale, qualcuno accoglieva il 1980 nella maniera migliore: un’infermiera ventenne si stava lasciando scopare da un internista trentacinquenne che, da quanto le aveva raccontato, era in pieni crisi coniugale. Presunta crisi coniugale a cui aveva creduto anche mia madre, ingravidata in primavera da un coglione che, pochi giorni prima della mia nascita, era diventato padre di Anna, la mia sorellastra. Così, poche ore dopo la mezzanotte, all’alba del Capodanno del 1980, sono nata io.
Nei giorni successivi, mio padre venne a riconoscermi, e non si presentò da solo. Nella nursery, la moglie di papà conosceva per la prima volte mia madre, stranamente amichevole, e la perdonava per essersi portata a letto il marito, proponendole anzi di trasferirsi in una casa sfitta non lontana dalla loro, in modo che io e Anna potessimo crescere vicine. E nell’imbarazzante silenzio dei presenti, convinti che mia madre spolpasse viva la legittima consorte del padre illegittimo di sua figlia, si udì la sola risposta che chiunque quel giorno avrebbe escluso a priori: «farebbe piacere anche a me che le bambine crescessero vicine», disse infatti, «e non mi dispiacerebbe se tu mi perdonassi».
E così Katia perdonò mia madre. E nelle settimane successive cominciarono davvero a frequentarsi: si vedevano per un tè o un toast; si facevano le unghie a vicenda; si prestavano i dischi. Io e Anna venivamo educate come sorelle, obbligate a rispettarci, essere leali e solidali l’un l’altra. Il mattino, quando Katia lavorava, era mia madre ad occuparsi di entrambe; il pomeriggio, quando mamma faceva la cameriera in un bar cittadino, stavo a casa di papà. Venivamo pettinate in modo identico, oppure simmetrico: se Anna aveva la coda sulla destra, io l’avevo a sinistra; se lei aveva la riga da una parte, io l’avevo dall’altra. Ovviamente ci compravano gli stessi vestiti e le stesse scarpe. In breve, io e mia sorella abbiamo trascorso in simbiosi il primo biennio delle nostre bizzarre esistenze.
L’unico non coinvolto in questo strano circo del “volemose bene comunque” era papà, che ne era la causa. Se passava del tempo con me, non lo passava con Anna, e viceversa. A lui non piaceva che le due famiglie crescessero assieme. Soprattutto non sopportava Francois, il compagno corso di mia madre. Francois era un cuoco francese che, in due anni di convivenza, avrò visto sì e no tre o quattro volte con indosso un paio di mutande. Aveva un pene grosso quanto alcuni miei bambolotti, e credo che quel cazzo da bovino fosse l’unico motivo che lo legasse a mia madre. Il francese era un perdigiorno cronico, rumoroso e perennemente in bolletta. Una donna sana di mente lo avrebbe lasciato dopo 2 ore: mia madre ci mise due anni a levarselo dalle ovaie.

Un uomo mediocre si incula una porno bionda. (Appunti)

Il fuoco che non arde nella tana del cane. Un vortice di vento trasporta i pettegolezzi notturni, riverberati da un fornaio adultero. Protagonista principale di questo racconto è un personaggio mediocre, perciò più adatto al ruolo di comparsa. Immaginate dunque un uomo che cena con zuppa fredda di fagioli, condita con lacrime di disperazione. Immaginate un bicchiere alcolico vuotato costantemente, ma riempito di volta in volta da vino dozzinale e puzzolente d’aceto. Lo visualizzate quel genere di individuo che guarda esclusivamente documentari in bianco e nero? Documentari sottotitolati, per giunta. Mediocrità a buon mercato, guarnita dal dizionario di sinonimi e contrari: bassezza, insignificanza, scarsità, inettitudine.
E poi lei, porno-bionda che nei film noir si innamora dello sfigato autobiografico; una di quelle femmine che nella realtà si fanno stantuffare da un superdotato palestrato. Porchiddio, quanto ci starebbe bene una colonna sonora di Donald Fagen. Troppo dispendiosa per questo mediocre show.
La porno-bionda entra in scena quando il sipario si alza. È il secondo atto, ma la giunonica protagonista non si spoglierà prima del terzo, anche se tutto dipende dalla forza dell’improvvisazione.
In platea, fumando una Winston nonostante il cartello “vietato fumare Winston“, un critico frustrato prende appunti. «Che spettacolo indegno», sussurra, «diorrottinculo», impreca quindi sottovoce, «l’ennesima boiata ripetitiva che occupa uno spazio che dovrebbe essere destinato ai veri drammaturghi».
Diversa l’opinione del proprietario del teatro, che non può permettersi né Cats, né Rent, né Mamma Mia. Qualsiasi cazzata che venda qualche biglietto gli va dunque bene.
Felici anche i costumisti, più che altro per la gioia di vedere nuda la porno-bionda dietro le quinte.
Infine il regista. Si chiama John Smith, ha cinquant’anni, e continua a mettere in scena frammenti della sua patetica esistenza. Ha divorziato vent’anni fa; è padre di un futuro avvocato, e di una ballerina talentuosa che non ha mai visto danzare. Prega un Iddio pagano che la critica spenda qualche parola di elogio nei suoi confronti, o che la voglia di suicidarsi diventi abbastanza pressante da indurlo a porre fine alla sua inutile esistenza. Eppure dalla platea qualcuno applaude. Del resto anche la mediocrità gode di qualche estimatore. Ma dal pubblico non si applaude al mediocre, ma al décolleté della porno-bionda. Amen.

Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

Amore dislessico.

E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze, sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata. Ma non dimenticherò ciò che ho da fare . Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciare l’eleganza accarezzata, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione. Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita.

Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita. Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciarti accarezzare l’eleganza, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione.Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata.

Mi chiami da te, vivo sguardo, ieri sera. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, suonava la tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità che hai usato nella tua vita, nei tuoi vizi, nelle tue passioni, nelle tue divertenti e ingenue debolezze. Sono impazzito alla birra, e al modo in cui incrociavi gli occhi frugando leggermente la nuca. Che spettacolo l’eleganza, lasciala accarezzare, così come la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo con cui ti sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, potuta massaggiare la nuca. E mi è piaciuto osservarti sorseggiare la tenerezza con cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come ti sono innamorato. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.

Mi sono innamorato di te al primo sguardo, ieri sera. Ho adorato il tuo profumo, il modo in cui ti muovevi sui tacchi, il suono della tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità con cui hai raccontato la tua vita, i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze. Mi è piaciuto osservarti sorseggiare la birra, e il modo in cui incrociavi gli occhi frugando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino. Che spettacolo l’eleganza nel tuo modo di fumare, così la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo in cui ti sei lasciata accarezzare, piegando leggermente la testa perché potessi massaggiarti la nuca. E sono impazzito per la tenerezza che hai usato nell’unire le tue labbra alle mie, respirando dolcemente. Purtroppo non ti ho chiesto né il numero di telefono, né dove vivi, né come ti chiami. Ma non ti ho dimenticato, né mai lo farò.

Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Riflesso sul muro

Ti osservo nello specchio, ti ho osservata nello specchio. Sei bianca come un petalo di camomilla. Non ho letto i tuoi libri, ma ti ho vista in Tv: io cambio canale quando inquadrano te. Accettalo, quelli come me non si affezionano mai. Vivo fuori città, in un’altra città, dove i pusher sono gentili e le puttane ballano il cha cha cha. Ho un pupazzo di Topolino, la felpa di Pippo. Ascolta i Pantera e guido un Maggiolino. Sono solitario come un peschereccio nei giorni di pioggia. Se la megera ci becca, la passiflora si secca. I miei amici in fila per ordinare una birra, ma preferisco il piscio a una maledetta cameriera isterica. Oxford, Manchester e Parco Sempione, due dita di bourbon e un altro spinello. Riflesso sul muro, tra i poster dei Jam: il mod è morto, Paul Weller non lo è. Non esiste un concetto mai cantato da Vasco, e per la fisica o la filosofia studiate Battiato. Nelle nostre canzoni non canteremo mai “baby” o “love“, o altri concetti che non sono Punk. Ma a trent’anni imbracciamo la chitarra acustica, o peggio l’ukululele, e produciamo latte alle ginocchia non pastorizzato, nemmeno stoccato.
L’ansia in blister da dodici compresse, il gatto che preferisce Barry White alle mie coccole, l’ennesima fidanzata vegetariana che non mangia il mio uccello.
La chitarra acustica che arde nel camino. L’ukululele ficcato in culo al trentenne: ha rotto i coglioni con Somewhere over the rainbow. La band punk diventa dentista, maresciallo, disoccupato e moglie del disoccupato. Battiato in parlamento, Vasco ancora Vasco, Paul Weller sulla cresta dell’onda nonostante la crisi del genere mod. Riflesso sul muro, il testo dei Jam. Rollo ancora, mi sbronzo, Alexanderplatz, Bristol, Cardiff. La cameriera sbocchina un mio amico, la birra che ancora non arriva, il mio amico viene in bocca sulla cameriera. Compriamo un cactus, alla faccia della megera. Siamo soli come marinai all’alba. Vendo il maggiolino, vado al concerto degli Iron. Ho il feticcio di Minnie, Coed, ma mi farei Nonna Papera, Gilf. Stanco di vecchie mignotte, e spacciatori di crack, lascio questa terra per un’altra terra. Quelli come me non li dimentichi mai, lo ribadisco. Non hai conosciuto i miei amici, non mi hai mai visto bisticciare al Luna Park: o cambio argomento quando ne parli. Sei scura come una scure. Ti osservo nello specchio, frantumerò il tuo specchio.

S(ado)m(asochismo) o S(ega)m(entale)

La prima volta è stato un semplice “hai da accendere?”
La seconda un “ci siamo già incontrati?”
Quindi “ancora tu?”
E infine “Valentina, piacere. Ma forse ci siamo già presentati!”
Segue un “ok!” alla proposta di un caffè.
E infine, ovviamente, il caffè.
La peggior caffetteria di Cagliari, ma la cameriera più cortese del pianeta.
I soliti discorsi sull’università.
Attendere che la parola “fidanzato/ragazzo” venga o meno fuori.
Eventualmente domandare in modo indiretto la presenza di qualcuno nella sua vita.
L’alzarsi per andare a pagare, che oggi a quanto pare è un atteggiamento sessista, ma a me fa piacere ugualmente.
L’explicit “la prossima volta offri tu!”
La prossima volta che è una passeggiata al parco. – open SM
Un tentativo di bacio, piuttosto maldestro. Non era il momento forse, o non è quella giusta probabilmente. close SM
Metterla sul discorso “che musica senti?”, così cacofonico nella pronuncia e così arrendevole nella sostanza. Parlare di musica a un appuntamento è come farsi una sega durante una scopata, certifica l’assenza di opzioni valide.
Pensare di non chiamarla più, sparire, limitarsi agli auguri al compleanno e qualche like sui social network, quando li inventeranno un domani.
Concentrarsi sull’esame, deconcentrarsi dall’esame, concentrarsi ancora, deconcentrarsi, come ballo di un’eterna estate di fancazzismo.
– open SM Immaginarla sorseggiare il caffè e sorridere, e sorridere close SM –; – open SM immaginarla succhiare un cazzo ed eccitarsi close SM –, arrabbiarsi.
Nel frattempo smetto di fumare, incontro altre donne, adotto un gatto e mi ammalo: scopro di essere allergico ai felini, intollerante alle altre donne, e che la mia forza di volontà è inferiore al desiderio di tabacco.
Così ancora una volta al distributore automatico, per un pacco di Winston, tanto per sentirmi un Kurt Cobain non troppo più allegro, ma decisamente più vivo.
«Ancora tu?»
Sempre sola, sempre angelica nel modo di sorridere, sempre imbarazzante con quel grosso seno che nemmeno le felpe larghe riescono a celare. «Sei arrabbiato con me? Non ti sei più fatto vivo!»
E sentirsi illuminati da un qualche angelo custode pagano, un dio onnipotente della risposta pronta e del bocchino sicuro, l’eterea figura metafisica che protegge noi viandanti nei distributori automatici di sigarette. «Mi interessavi», ammetto con la franchezza da “tanto non ci vedremo più in futuro”, scostandomi in modo che possa comprare le Camel, se non ricordo male. E mentre inserisce le monetine nell’apposita fessura, non mi resta che completare la mia confessione: «e quando hai respinto il bacio, mi sono tirato indietro»
«Quando hai provato a baciarmi?»
Ed è questo il mio problema. Spesso ricordo cose che non ho fatto. O meglio, ricordo gesti che non ho avuto le palle di compiere, convinto di fallire. Per mia fortuna ho smesso di fumare… coff coff!

Just to…

Giorni in cui ti affacci al parapetto, scuoti il capo, e ripeti a te stesso che tre piani non sarebbero sufficienti a garantirti la certezza della fine di tutto. L’idea di berti un cocktail di varechina, ricordandoti poi che una lavanda gastrica risolverebbe il “problema”. Il dramma di un’esistenza asfissiante e ripetitiva; la carenza di certezze scossa ogni tanto da una scopata, magari da una buona birra, ma nulla di più. Piccoli soddisfazioni che pesano nulla in confronto alle gigantesche delusioni. E nessun passo in avanti che ti sembra davvero tale. Come quando metti su gli XX sperando che ti diano la forza di fare un passo specifico, molto più importante. Ma rendersi conto che nemmeno quattro piani sarebbero sufficienti. Ripensare ai cani, che vanno a morire lontano. C’è molta solitudine nella resa, credo abbia a che fare con l’abbandono. O forse con la consapevolezza. O con l’intimità. O nulla di tutto ciò. Passare dagli XX agli Smiths, fino ai Depeche Mode. Sentirsi parte del sistema con Everything Counts, molto più che con Another Brick in The Wall. Fumare, tanto chi se ne frega? E farsi l’ennesima birra. Invece nulla da iniettarsi in endovena, o da sniffare, o da respirare dal vaporizzatore. Sorridere all’ennesimo schiaffo di Ghirardi a Bombolo, trovare la vodka, brindare a un altro probabile inutile risveglio. Concentrarsi sulla forma della spalliera del letto. Ricordarsi che dormi in un matrimoniale, quindi osservarLa raggiungerti, sorriderLe.  Infine capire che non ti sentiresti felice nemmeno se lo fossi, nemmeno se avessi tutto ciò che aspiri a possedere. Non tutte le auto sono concepite per macinare migliaia di chilometri… non tutte le persone sono adatte a vivere a lungo. Alcune invecchiano in fretta, forse appagate dal dionisiaco. O semplicemente si rompono.