God Save the Queen

Gli amici? Erano i nostri accordi. C’era sintonia tra noi, e non solo metaforica. Eravamo quelli non abbastanza fichi per stare con gli altri che avevano il motorino; anche perché non avevamo il motorino. Ma avevamo la chitarra, e sapevamo suonare tutta Salvation, dei Rancid. Che nessuno ricorda. Ma la ricordiamo noi, ed è ciò che conta. Gli amici? quelli che condividono un ricordo che nessun altro condividerebbe. Nel nostro caso gli amici erano coraggiosi, oltre che stupidi. Come quando si andava a suonare in luoghi dimenticati da Dio, e il pubblico era composto solo da vecchi. E noi sul palco a suonare punk. 70 enni che ci guardavano come alieni mentre suonavamo God Save The Queen. E i nostri amici là sotto. Non erano mai più di 3-4. Conoscevano le canzoni. E quando stavi al microfono, cercavi i loro occhi. Volevi sincerarti che stessero cantando. Gli amici? quelli che sai che cantano anche quando non li guardi. Poi sono cresciuti. E ora che ti incontrano, con moglie e figlio, la terza o quarta domanda è sempre la stessa: “stai ancora suonando?”. Perché hanno sempre qualcosa da proporti. Una cover band degli skunk anansie, oppure “facciamo Ben Harper”. Sì, troviamo il tempo. Gli amici? Quelli che promettono di trovare il tempo, ma non ci riescono mai. Eppure ci provano, quello sempre.

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Le dimensioni contano – Parte 34

«Il dottor Lafitte è tuo nonno», rivelò mestamente mia madre.
Impossibile. Mia nonna prima di morire aveva parlato di un inglese, e se la Geografia non mi ingannava, o se non mutava da universo a universo, tra Belgio e Inghilterra c’erano differenze notevoli. Inoltre non vedevo grandi somiglianze tra Lafitte e mia madre, esclusi gli occhi azzurri e le labbra carnose. Soprattutto, se io non sapevo nulla di mio padre, come poteva la mia vecchia sapere qualcosa del suo? Mi sembrava solo un colpo di teatro, e piuttosto mal riuscito.
«Nonna ha detto che ti ha concepita con un inglese», obbiettai infatti.
Mia madre sospirò. «Tua nonna ti ha mentito e…» si interruppe. «Lasciamo stare», riprese smettendo di guardarmi in volto. «Hai ragione tu, comportiamoci come due sconosciute, esci pure dalla mia vita», concluse.
Non so se sperasse che pronunciare quelle parole con tono apparentemente remissivo mi convincesse a cambiare idea, o a fidarmi ancora di lei. So che ero effettivamente stanca di non risposte o risposte elusive, e che non nutrii alcun senso di colpa quando me ne andai. In fondo mia madre aveva Andrea, e credo le bastasse: aveva un cazzo e credeva alle sue bugie.

Tornando verso casa individuai un luogo in cui ero stata prima di entrare nella cuspide. Era lo studio fotografico del mio patrigno, quello che si chiamava come il quartetto di evangelisti non apocrifi. Lo stronzo era ancora vivo e quando mi vide entrare non sembrò esattamente felice della mia presenza.
«Bentornata! A cosa devo il dispiacere?» cominciò tiepidamente, non appena si liberò di un cliente. «Sei venuta a scusarti?»
«Scusarmi di cosa?»
«Avevamo un appuntamento io e te», disse. «Un appuntamento a cui non ti sei mai presentata».
Sollevai le spalle. «Non mi ricordo», risposi sinceramente. «L’ultima volta che ci siamo visti stavo per entrare nella cuspide», rivelai con franchezza, omettendo ovviamente di averlo ucciso in quell’occasione.
Mi guardai attorno alla ricerca dell’arma del delitto, cioè l’affare girevole che funzionava con l’alta tensione. C’era, era poggiato su una mensola a pochi metri da me; ma era spento e scollegato dalla presa. Mi avvicinai incuriosita, più che altro per verificare la corrispondenza di quell’affare tra universi paralleli: sembrava identico a come lo ricordavo.
«Ho oggetti più interessanti di quel coso», rivelò Giovanni, o come diavolo si chiamava quel bastardo del mio patrigno. «E comunque è guasto!»
Peccato. Ogni oggetto capace di mandare al camposanto uno stupratore non meritava di guastarsi; in particolare se quella stuprata ero io.
Iperboli a parte, mi resi conto di una questione che mi era sfuggita: ero passata per la cuspide. Dunque la chiacchierata tra me e il mio patrigno – che dal mio punto di vista era avvenuta due universi prima – nella dimensione in cui mi trovavo non c’era mai stata. Di conseguenza potevo approfittarne per avere risposte sui nuovi sviluppi e sulle nuove cose che avevo scoperto, sperando che Giovanni non rispondesse in modo eccessivamente complicato.
«Posso farmi togliere le ovaie?» chiesi quindi.
Il mio patrigno sorrise. «Se ti sparassi in testa, moriresti?»
La sua non era una domanda, ma una risposta. Le sue parole però smentivano certi atteggiamenti che aveva avuto nei miei confronti prima che lo uccidessi l’ultima volta: sapeva che non potevo morire, eppure mi aveva messo in allerta per evitare che mi folgorassi. Non aveva senso. Mia madre non era dunque l’unica a mentirmi. Ora capivo perché in alcuni universi lei e il mio stupratore erano sposati: bugiardo con bugiarda, coppia eccellente.
«Prima di entrare nella cuspide ti ho ucciso», rivelai allora. «Ti ho spinto contro questo affare con l’alta tensione», aggiunsi.
Giovanni sorrise soddisfatto. «Vediamo se indovino: vedi quell’affare che emette un fascio colorato, ti incuriosisci, provi a toccarlo e io ti metto in guardia, avvertendoti che potrebbe ucciderti».
Deglutii. «No!» mentii.
«Bugiarda…» sussurrò compiaciuto.
Il mio odio nei confronti di quell’uomo era immenso e assolutamente irragionevole, molto più del fastidio che nutrivo ogni volta che in tv passavano il videoclip di Vieni da me de Le vibrazioni.
L’idea che Giovanni potesse prevedere le mie mosse mi dava letteralmente sui nervi. Stavo per andarmene ma il mio Nokia 3310 squillò: era un’amica di mia madre, Laura.
«Andrea è morto», disse in lacrime. «Un incidente a lavoro».
Il mio patrigno mi osservò sbiancare. «È morto il tizio che si scopa tua madre. Giusto?»
Non risposi. E con “non risposi” intendo “provai a colpirlo con una ginocchiata sullo stomaco”, se con “stomaco” si intende “scroto”.
«Se lo sapevi, perché non mi hai avvertita», chiesi dopo che schivò il colpo scostandosi, e facendomi finire contro la parete. Era stata più goffa di Duffy Duck quando prova a non sfigurare di fianco a Bugs Bunny.
Giovanni scosse il capo, ma mi porse la mano per aiutarmi a sollevarmi. «L’ho fatto, ti ho allertata; ma gli universi hanno probabilmente impedito che la notizia ti arrivasse», replicò con tono stranamente paterno. «Secondo il teorema di bla bla bla bla e bla bla bla bla bla…» Non lo ascoltai, né gli credetti; in realtà non ci capii nulla. Inoltre rischiavo di aggredirlo ancora, e farmi nuovamente e goffamente del male.
Mi dispiaceva per Andrea. Prima dei miei viaggi tra gli universi, lui e Barbara erano state le persone che mi ospitavano a casa nei weekend e che badavano a me quando mia nonna si faceva scopare da chissà chi; erano stati i genitori di Sonia, la mia migliore amica e compagna di ogni mia esperienza felice durante l’infanzia. Andrea aveva rappresentato un pezzo importante del mio passato “normale”, un frammento del mio essere stata uguale a tutti gli altri esseri umani unidimensionali.
Due giorni dopo mi venne il ciclo. Al risveglio mi ritrovai a Londra, in un appartamento condiviso con tre ragazze. Ero incinta.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

Rock and roll star.

Parzialmente ispirata da Don’t Look Back in Anger, nel blog meraviglioso di Quidmarino

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Vivi la tua vita in città, senza alcuna via di uscita.
Le serate le trascorri al bar. Frequenti gli amici di sempre, che poi non sono nemmeno amici, ma una compagnia. Le amicizie non esistono, solo persone con cui sprecare assieme il troppo tempo inutile. Non hai una persona a cui confidare i tuoi tormenti, e perciò bevi.
Da queste parti chi lavora in un pub raccoglie più confessioni dei preti, nonché consensi. Fai la comunione con i chips & fish, che sono tanto fottutamente buone da lasciarti credere che forse siano più adatte dell’ostia per il ruolo di Corpo di Cristo.
La rissa non è una deriva sociale, ma puro folklore. Non ci si picchia per rabbia, ma per tenersi allenati a vicenda. Si fa a botte finché non si perdono i sensi. E spesso chi ti manda KO veglia su di te finché non ti risvegli. Poi tornate a casa assieme, chiamandovi “amico” a vicenda.
Chiudi la giornata in mutande, dopo aver lavato i denti, ascoltando una di quelle stazioni radiofoniche che mandano Bowie, poi i Quiet Riot, ancora Bowie, i Joy Division, Bowie e i Mott The Hoople (la canzone con Bowie).
L’ultima sigaretta la condividi con l’emicrania da sbronza e rissa, rimasticando un’immagine mentale color porpora, tagliata come i vecchi filmini della tua infanzia, sui Super8. Quei filmini con la tua famiglia sorridente e tutt’altro che felice. La famiglia appunto, quella roba a cui tu non pensi mai. Del resto hai visto come sono finiti Ian Curtis e Deborah: prima o poi si incontra Annik.
Però non sei solo. Hai una fidanzata di cui non conosci il secondo nome, né il cognome, né l’indirizzo di casa. Ci stai assieme perché scopa bene, anzi, perché non le fa schifo scopare con te. Vi vedete ogni tre giorni. Vi divertite per venti/trenta minuti e poi vi rilassate con qualche sterlina d’erba. A volte lei ti telefona, ma solo se ha bisogno di un passaggio. Tu invece non la chiami mai. Del resto non avresti nulla da raccontarle. Non sei mica bravo con le parole. Ogni volta che vuoi esprimere un’emozione, accendi lo stereo e lasci che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Tu ti limiti a livellare il volume, rigorosamente fastidioso. Se sei incazzato, lasci che i Sex Pistols urlino al tuo posto. Se sei triste, assecondi la malinconia dei Bahuaus. E quando sei felice… beh, non sei mai felice.
Sei il re del cibo in scatola. Sei quel genere di personaggio che alle diete macrobiotiche preferisce il digiuno. Non sei mai andato a correre in vita tua. Lo sport lo segui solo in Tv. Quando vai a giocare a calcio, lo fai nella speranza di fare a botte con i ragazzi dell’altro rione. Hai trascorso gli anni della scuola ad annusare il meglio della letteratura inglese, ma poi hai scoperto il punk, il glam e il glam in chiave punk. Hai imparato l’importanza del muro di chitarre, e di testi privi di senso come quello di Supersonic. E c’eri anche tu a Knebworth Park, assieme ad altre 165000 persone, ad osservare i fratelli Gallagher mettere in scena una set list da serata al club, suonata freneticamente. Gli Oasis che quella notte ribadirono con un ruvido rock and roll quanto gli inglesi siano probabilmente animali da Pub anche nei grandi spazi. E tu in mezzo, a brillare, come una delle 165000 stelle del Rock and roll. Quella notte eri una stella del rock and roll e nient’altro. Solo una stella del rock and roll. E alla fine, sulle note di I am the Walrus, eri ancora ubriaco di Champagne Supernova.

Oasis – Rock and roll star.

I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
You’re not down with who I am
Look at you now you’re all in my hands tonight
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll

La rompipalle – Parte 1

Era una giornata piuttosto umida, confortata da un vento soffiava da Sud Ovest a 9 miglia orarie. I termometri segnalavano una temperatura esterna di 75° sulla scala Fahrenheit, mentre sembrava scongiurato il rischio di pioggia.
Da pochi minuti erano passate le undici e Janet si apprestava ad intervistare la quarta candidata della mattinata. C’era da riempire una scrivania vuota nel reparto design, e sembrava che tutti gli architetti di Boston morissero dalla voglia di lavorare alla Hansen & Llyoid.
L’afroamericana rilesse gli appunti sull’ultimo colloquio, concludendo che una laurea ad Harvard amplificasse la presunzione di chi, come la venticinquenne che aveva appena lasciato il suo ufficio, si aspettava di essere accolto con tanto di tappeto rosso. Da quando esisteva internet inoltre, era diventato complesso scegliere designer capaci: il web aveva amplificato la tendenza a plagiare il lavoro altrui. I giovani architetti si sentivano avanguardisti, freschi, anti-convenzionali e rivoluzionari. Ma tutta questa presunta modernità ed innovazione si sintetizzava nello scimmiottamento di Frank Llyoid Wright e Le Corbusier, entrambi oramai morti da oltre mezzo secolo.
Infine, rimuginando la scontata considerazione “una volta era meglio”, Janet sollevò la cornetta chiamando la reception. «Fai entrare la prossima», disse a voce bassa e paziente.
La “prossima” era una ventitreenne finlandese. Si era trasferita in Massachusetts da poche settimane e, da quanto aveva scritto nel curriculum, la sua esperienza in ambito architettonico era piuttosto scarsa. Non possedeva nemmeno titoli adeguati, ma una laurea in Biologia. Avevo scritto di aver l’hobby della pittura, ma non era certo una referenza sufficiente. Nonostante ciò, Janet l’aveva selezionata comunque: era curiosa di sapere cosa avesse spinto la finnica a rispondere all’annuncio.
Tempo pochi minuti e l’afro-americana si ritrovò la giovane bionda davanti. Klaudia era di una bellezza piuttosto inusitata: lineamenti baltici; occhi grandi, chiari, e inespressivi; labbra carnose, rosate; carnagione piuttosto chiara, tanto da sembrare pallida. Il fisico era quello di una pornostar, con un seno irragionevolmente grosso su una donna tanto magra. L’abbigliamento invece era tutt’altro che pornografico: anfibi, pantacollant neri e felpa dei Megadeth. Janet ipotizzò che Klaudia non avesse chiaro il concetto di dress code.
«Non ci presenta vestite a quella maniera», la ammonì infatti. «La Hansen & Llyoid non è Google o Yahoo: ci si veste a una certa maniera».
La finnica, più perplessa che mortificata, sollevò le spalle. Oramai era lì, non poteva certo tornare a casa a cambiarsi. E poi, se ci avesse pensato bene, probabilmente non possedeva un solo capo adatto a quel genere di colloquio. Janet, per esempio, indossava un costoso tailleur color cenere. Klaudia concluse invece di non aver mai posseduto una giacca in vita sua.
«Lei parla inglese?» chiese ancora l’afro-americana.
«No», replicò sinceramente la bionda. «Mi faccio capire».
«Ti fai capire?»
La finnica annuì. «Però so disegnare», aggiunse entusiasta, palesando sia il marcato accento uralico, sia l’evidenza carenza di qualsiasi attitudine formale. «Tu sai disegnare?»
Janet, in parte divertita, si sforzò per osservare la bionda con profondo biasimo, ma non ci riuscì. Intuì di trovarsi al cospetto di una sontuosa rottura di palle, uno di quegli elementi irritanti e saccenti che è meglio perdere che trovare. Eppure avrebbe pagato per vederla in azione assieme alle vecchie cariatidi conservatrici e repubblicane che mandavano avanti quello studio architettonico per clientela snob. «Non so disegnare», le disse con tono materno. «Ma a noi serve una progettista, non una biologa capace di raffigurare un cavallo».
Klaudia annuì. «Una designer», puntualizzò. «Linee e curve», aggiunse candidamente. «Nulla di complesso».
L’afroamericana sorrise ancora, immaginando come avrebbe reagito il vecchio Llyoid, orgoglioso dei propri cinquant’anni di progetti intricati e ricercati, alla definizione “nulla di complesso”. «Perché mai dovrei assumerti?» le chiese infine.
Klaudia chiese e ottenne un foglio di carta e una matita. Disegnò un tavolo, piuttosto semplice: piano orizzontale e quattro gambe. Sembrava un disegno semplice, quasi insignificante. Invece mostrò l’enorme talento nel tratto della scandinava, la capacità di sintesi e l’assoluta velocità di realizzazione. Janet si sorprese, ma Klaudia era ciò che serviva alla Hansen & Llyoid.
«Ok», concluse infine. «Avrai una chance», aggiunse con una soddisfazione molto personale. «Ma vestiti decentemente: da architetto, non da giovane metallara».
Klaudia annuì entuasiasta, ma il giorno dopo si presentò in ufficio con la t-shirt di Unknown Pleasures. Del resto, dal punto di vista di Klaudia, un buon architetto non poteva non amare i Joy Division.

Tra parenti, sì.

I parenti che speri non vengano a trovarti. Quelli che invece speri nemmeno ti chiamino. Quelli con cui inventi scuse per non farti trovare. Quelli che ti trovano comunque. Quelli che trovano divertente attaccarsi al citofono. Quelli che da trentacinque anni salutano con “buongiorgio“. Quelli che si presentano a casa tua alle 13:00, quando sei oramai seduto a tavola. Quelli che “non vogliamo disturbare”, ma disturbano ugualmente. Quelli che si sono dimenticati la discrezione. Quelli che proprio non l’hanno mai imparata. Quelli bugiardi. Quelli bugiardi e presuntuosi. Quelli bugiardi e presuntuosi e saccenti. Quelli che si muovono portandosi dietro i suoceri. Quelli che si portano dietro suoceri più irritanti dell’acido solforico. Quelli che vanno al mare a mezzogiorno. Quelli che fanno un sacco di foto. Quelli che, anche se non ti importa, poi le foto te le mandano via Whatsapp. Quelli che, non trovandoti su Whatsapp, ti cercano su Telegram. E su Instagram. E su WordPress. Quelli che “rifatti Facebook, così vedi le foto”. Quelli che per farti vedere quelle strafottutte foto (piedi, tramonti e piedi al tramonto) ti aprirebbero le palpebre come accade al povero Alex DeLarge in Arancia Meccanica. Quelli che non hanno visto Arancia Meccanica perché, dicono, è noioso. Quelli che hanno visto cento volte l’inizio di Full Metal Jacket, eppure non ne conoscono il finale. Quelli che non hanno riso per Il Dottor Stranamore. Quelli che confondono Jeremy Irons con James Mason. Quelli che hanno fatto la naja. Quelli che durante la naja non le prendevano mai, dicono. Quelli che non le hanno mai prese, dicono, e che una volta sono usciti con Federica Fontana. Quelli che abitavano nel condominio di Del Piero. Quelli che “forse non lo sai, ma Del Piero è gay”. Quelli che malauguratamente hanno poi davvero incontrato Del Piero, ma, nonostante le nostre sollecitazioni, non si sono però avvicinati a ricordargli di quando abitavano nello stesso condominio. Quelli che “lasciamo in pace Alex, che si infastidisce”. Quelli che si infastidiscono se insisti. Quelli che si infastidiscono all’idea di risultare indifferenti. Quelli che si incazzano quando si rendono conto di risultare effettivamente indifferenti. Quelli che, se non ti fossero parenti, non frequenteresti nemmeno dopo tortura. Quelli che la tortura è frequentarli. Quelli che non sanno di essere i parenti che tu speri non vengano mai a trovarti. E torturarti. E tra parenti: sì, avete rotto i coglioni!

Bonucci al milan

Stagione 2017 – Lunedinsella

Con i test invernali di Jerez/Portumao della Superbike, mercoledì è cominciato il mondiale 2017.
Nelle derivate di serie perdiamo Brooks, Giugliano e Guintoli, che volano in Inghilterra, ma assistiamo al ritorno di Laverty e Melandri (32 vittorie in due) e all’arrivo di Bradl (iridato 2011 in moto2 contro Marquez).
Il quadro mostrato tra Spagna e Portogallo è dipinto con gli stessi colori che hanno caratterizzato le ultime due stagioni: Rosso e Verde. Ducati e Kawasaki sembrano avere qualcosa in più, sia le factory, sia i kit clienti. Rea sembra l’ammazza-categoria ammirato a inizio 2015 e 2016, Sykes resta clamoroso nel giro secco, Davies ha dominato sabato in Portogallo e Melandri si è adatto in fretta alla Panigale.
Non è più una sorpresa Savadori, passato al team Milwakee. L’italiano è riuscito a portare l’Aprilia RSV al secondo posto globale della due giorni spagnola, disturbando così l’egemonia della bicilindrica Ducati e della Ninja. Fa altrettanto Laverty a Portimao, piazzandosi secondo dietro a Davies. L’Aprilia non è la moto migliore, ma è vicina alle prime due.
Deludono ancora Honda e Yamaha. La dea alata ha portato in pista una moto nuova, più leggera e potente, ma il distacco dalle prime è quasi prossimo al secondo. La quattro cilindri dei tre diapason fa anche peggio, confortata da qualche blitz del solito Lowes.
Buono nel complesso il livello 2017 della categoria, con nomi come De Angelis, Russo, Fores sulle private. Deludono notevolmente le Bmw, spesso lontane e apparentemente complesse da gestire.

In MotoGp si è cominciato invece stamattina. Si prospetta una stagione di transizione, visto che su 12 ufficiali, solo Rossi, Pedrosa, Marquez e Dovizioso ricominceranno dalla moto 2016.
Il più atteso è ovviamente Lorenzo, che dopo aver lottato a lungo per il mondiale dovrà ricominciare da un team che aspira a vincere 3-4 gare all’anno -con buona pace per l’ottimismo delle dichiarazione pre-season.
Attenti a Rins, è un cascatore ma è veloce, e arriva quasi senza palmares su una moto ufficiale che non è lontana dalle prime e che non nutre l’ansia di vincere per forza il titolo. Stoner cominciò così nel 2007.
Sono curioso invece di vedere quanto cresceranno le Ducati, quanto Vinales saprà mostrarsi cattivo in gara nel corpo a corpo e quanto Iannone riuscirà a fare con una moto più morbida.
Dopo 6 anni, ho finalmente anche un pilota preferito da tifare, visto che quest’anno sulla Tech-3 vedremo il francese Zarco. Non è candidato né al titolo, né alla vittoria di GP, ma spero di vederlo qualche volta sul podio. Mezzo e circostanze permettendo.

Vittima 14

C’è una vecchia canzone dei R.e.m., che adoro, le cui liriche parlano di talune parole particolari. La conosci?

Il mio vicino di casa, quando ero bambino, possedeva un Dobermann.
All’epoca, la razza canina tedesca aveva una nomea di pericolosità, e non era ancora di moda, come invece si usa oggi, lasciar aggredire i propri figli da ferocissimi Pitbull.
Il Dobermann, che non aveva né gli occhi rossi né la bava alla bocca, si chiamava Sansone. Lo so, Sansone in teoria è un alano (senza “h” davanti), ma quanti gatti conosci che si chiamano Pippo? E quanti pastori tedeschi che si chiamano Pluto?
Ecco, il Dobermann, che non abbaiava come nei film comico-polizieschi con Eddie Murphy e Brigitte Nielsen, si chiamava Sansone e, ironia della sorte, aveva una strana predilezione per i postini; un poco come l’alano dei cartoni.

Ops, quasi dimenticavo: Sansone, che era un Dobermann e non un alano, aveva l’ano.
Non ridi?
Dovresti ridere. Sto raccontando, senza risparmiare gioviale ironia, un aneddoto divertente.
Lo so, forse l’averti rinchiusa in una gabbia non è stato divertente; né lo è stato costringerti a mangiare cibo per cani per quattro giorni.
Sono un tipo singolare, un assassino molestatore sadico dotato di originalità; per quanto non sarò mai creativo quanto il mio vicino di casa che, come già detto almeno altre due volte, chiamò il proprio Dobermann, come un alano.
Già che siamo in tema: come sta il tuo ano? Il salsicciotto in gomma, che ci ho infilato con invereconda brutalità due giorni fa, ti disturba?

Sanguini ancora?
Ecco un aspetto che detesto di alcune vittime: l’assenza sangue.
Non è cortese non sanguinare. Come non lo è non piangere, implorare o gridare per il dolore.
Non è semplice ingegnarsi per concepire trattamenti sempre più agghiaccianti.
Mettiti nei miei panni: passo intere serate a riflettere sulle atrocità da destinarti, e non è un compito lieve.
L’idea di fondo, che poi è quasi un asintoto di brutalità, è spingersi verso sevizie il cui ricordo renda insonni e frustranti le notti dei parenti delle vittime.

Per questo, e altri motivi, ti fotografo con tanta cura, perché voglio che i tuoi cari possano passare un’esistenza tormentata dalla consapevolezza dell’inutile, e soprattutto ingiusta, sofferenza a cui ti sto esponendo.
E poi è una questione di rispetto: non posso trattare tutte le vittime alla stessa maniera; devo essere originale, se no diventate solo numeri, semplici statistiche. Sarebbe scorretto.
Non uccido numeri, ma persone, e ogni vittima deve essere ricordata per la modalità singolare in cui è stata tragicamente martoriata.

Comunque, tornando al Dobermann Sansone, avevo letto un libro che cominciava con una premessa particolare: i seriali, intesi come assassini seriali, spesso vivono soli. In fondo per trovarmi sarebbe sufficiente circoscrivere la ricerca a chi abita da solo e ha esperienze in lame e macellazione.
Forse gli investigatori non hanno letto il primo capitolo di quel libro, così come voi 14 vittime.

Ops, che sbadato: non ho concluso il discorso sul cane.
Tornando al Dobermann del mio vicino, ora ti mozzerò un piede e lo farò masticare a un Pitbull che, ironia della sorte, ho chiamato Dobermann.
Detto questo, sii cortese: sanguina, urla, piangi e implora, se no tutta questa violenza è ingiustamente sprecata.

Ti infastidisce se, nel mentre, canticchio una vecchia canzone dei R.e.m. le cui liriche parlano di talune parole particolari? Magari la conosci, fa così:

Vittima 17

Come è fatto un puzzle? Prendi una fotografia e la spezzetti.
Semplice, no?
E la verità come è fatta? Alla medesima maniera.

Tu sei la Vittima 17, e non ho intenzione di cambiare questo fatto.
Tu sei predestinata: devi crepare brutalmente stanotte, prima di essere sezionata come una vacca.
Non mi interessa se ti sembra ingiusto, perché in ogni caso, qualora mi prendessero, racconterei una storia struggente sulla mia infanzia.
Mi crederebbero, si commuoverebbero e diventerei io la vittima.
E mi farebbero scrivere un libro che, in seguito, diventerebbe un film con Sean Penn, l’ex marito di Madonna.

Ehi, ma quanta premura! Rilassati.
Rallenta.
Non avere fretta, io non ne ho mai.
Tanto non è una questione di coincidenze, è più una coincidenza di questioni.
In generale non ammazzo a caso: sono seriale, in modo che i profiler impazziscano conoscendo tutto di me. Escluso il mio nome.
Sono molto pignolo, e per questo motivo non mi prendono mai.
Sperano che io sbagli, confidano in un mio errore.
Non provano a migliorarsi, aspettano che cada in fallo.
Ma non uccido mai a caso.

Quindi non avere fretta, ti ho scelta da tanto e il nostro non sarà un incontro fortuito.
Non è mai un incontro fortuito.
Sarà semplicemente anonimo.

Lo senti questo odore?
È cuoio.
Io adoro il cuoio.
Se devo strozzare, voglio farlo con il cuoio.
Ha un certo fascino, diciamo. È parte delle liturgie che noi, efferati assassini seriali, seguiamo pedissequamente.
Sai, è divertente scoprire l’interesse suscitato dal mio sistema metodico.
È entusiasmante.
La gente, la massa, il pubblico: persone che passano ore a commentare sui social il mio comportamento.
E il bello è che pensano di conoscermi.

Anche i miei vicini si fidano di me: quando vanno fuori città, mi affidano il loro inutile cane.
È interessante pensare che lo stesso uomo che tratta amorevolmente un piccolo segugio, stanotte macellerà a morte una venticinquenne con i capelli rossi.
Che poi non ho nulla contro le rosse; ma, quando ho iniziato ad uccidere, mi divertiva l’idea che si restringesse la mia follia a questa specifica categoria di vittime.
È divertente la precisione, in particolare quando sminuisce la psicologia.

Comunque, ora tocca a te.
Ma non controllare l’orario, non è più importante.
Non arriverai mai in ritardo.
Tu, 17, non arriverai.

L’altra bionda succhiava meglio. (Finale)

Train set and match spied under the blind
Shiny and contoured the railway winds
And I’ve heard the sound from my cousin’s bed
The hiss of the train at the railway head
Always the summers are slipping away

Porcupine Tree – Trains

 

 

«Uno per Roma».
«Andata e ritorno?» mi chiedi con gentilezza.
«È indifferente».

Sei una bella ragazza, hai un bel corpo, hai un bel viso e, dal mio punto di vista, dal mio sessista punto di vista, con questo corpo non dovresti lavorare in tabaccheria. O forse sì, forse oltre che sessista sono anche presuntuoso, forse ho la presunzione che al prossimo non piaccia il proprio lavoro solo perché a me non piace il mio.

Così mi trovo seduto nella sala aspetto, ad osservare te, te, te e anche te. Osservo tutte voi, mie care belle figliole, osservo tutte quelle con cui passerei volentieri la notte, ma da cui fuggirei poi al risveglio. Sono cambiato nel tempo, sono diventato tipo da caffè, croissant e La Repubblica. Sono tra quelli che dal giornalaio ci vanno soprattutto per farsi la passeggiata, uno dei troppi che “tanto il 90% delle notizie le leggo da internet”. Le edicole non sono più il paradiso delle riviste erotiche, non scorgi più certi cazzoni o tettone invitanti esposti di fianco ai vari surrogati de La Settimana Enigmistica. Le edicole non sono nemmeno più il covo dell’informazione, ed è sbagliato, è sbagliato perché leggiamo meno e molto peggio. Il gossip tira più dell’approfondimento, sappiamo tutto della vita sessuale di Belen, ma non sappiamo quasi nulla di quanto avviene a Taiwan, Taipei o in posti generalmente costretti al trafiletto giornalistico. Lo so, sono discorsi da anziano catarroso e pessimista, ma ecco, prima o poi bisogna cominciare ad invecchiare, no?

«Dove va?» chiedi accomodandoti nel sedile di fronte al mio.
«Roma», ti sorrido gentilmente «tu?»
«Germania».
«La Germania è a Nord», ti faccio notare «questo treno invece va verso Sud».
«Non ci vado da sola in Germania».

E così esci dalla mia vita prima ancora di entrarci, facendomi notare che in Germania non andrai sola. Tu hai voglia di chiacchierare con me, ne hai voglia più per desiderio di compagnia che per eccitazione. Per me è il rovescio, è più desiderio di eccitazione che voglia di compagnia. C’era un fumetto che mi piaceva parecchio, era un fumetto a carattere pornografico, un fumetto che mostrava una scena in treno tra sconosciuti. C’era una lei che indossava delle scarpe con il tacco, scarpe da cui liberava il piede destro, per poi poggiarlo sul pacco di lui. È un’immagine che ho sempre trovato eccitante, un’immagine che, di fatto, mi accompagna in ogni singolo viaggio in treno che affronto.

«Perché va a Roma?»
«Lavoro» rispondo, ma rispondo con una bugia.
Non vado a Roma per lavoro, ci vado per tornare nel luogo in cui io e la bionda toscana ci siamo incontrati. Era una tabaccheria, la sua tabaccheria, quella in cui vendeva i gratta e vinci mentre canticchiava “Male di Miele”. Avevo acquistato qualcosa, forse delle sigarette o forse un biglietto dell’autobus, o forse entrambi o nessuno dei due.

«Come ti chiami?» le chiesi quando mi diede il resto.
«Fa davvero la differenza sapere come mi chiamo?»

E così tu, ennesima ragazza bionda con cui condivido la tratta fino a Roma, passi dallo status di possibile partner papabile per un 69 furente, a quello di logorroica compagnia che parla di una marea di argomenti di cui mi importa meno di un cazzo.
Anche la bionda toscana, che poi era umbra ma vive al nord eccetera eccetera, affrontava un sacco di argomenti che non mi interessavo. Ma la lasciavo parlare, e non perché fossi paziente, ma perché mi piaceva il suono della sua voce, anche se pronunciava parole di cui non mi importava nulla. È un poco come una brutta canzone suonata da una buona chitarra, non puoi non ammettere che abbia un bel sound. Ascoltavo poco quindi, la sentivo ma non l’ascoltavo e forse per questo non ho mai saputo come si chiamasse. Forse per questo lei preferisce spedirmi delle fotografie piuttosto che mandarmi delle lettere, lei, che in questo universo digitalizzato e digitalizzante, stampa ancora le foto su carta e scrive le lettere a penna. In fondo la bionda è una partner che al sesso virtuale preferisce quello reale, una donna che alle descrizioni in chat preferisce il sapore del frenulo sulle labbra, una compagna di letto che non crede a un’erezione finché non ne percepisce la consistenza con mano.

«Domani parto» disse un giorno.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante», concluse «mi mancherai».

Non mi disse nemmeno allora come si chiamasse, ma tempo dopo mi contattò su Facebook, per quanto fosse registrata con un nome fittizio, cioè “Caffettiera Bionda”. È stato dai social che ho appreso dove viva, è stato grazie ai social che ho scoperto a luoghi della Toscana è legata e, sempre dai social, ho capito che il mio passaggio nella sua esistenza sia stato importante. No, non ha mai postato nulla di stucchevole riferito a me, nessuna frase triste, nessuna espressione di odio, o quant’altro. Ha solo cominciato a fotografare le caffettiere, ha cominciato a fotografarle per raccontare i suoi viaggi. Quindi, se conosci qualcuna che ha postato foto di caffettiere a Parigi, Amsterdam, Alghero o Roma, quella è lei.

«…così anche lui ha trovato lavoro ad Amburgo e abbiamo deciso di trasferirci». Sorridi. Sorridi dopo aver terminato di raccontarmi la tua vita; sorridi dopo aver ultimato un resoconto che ho finto di ascoltare con attenzione; sorridi perché il mio disinteresse è stato ben celato o forse sorridi perché parlare della tua vita ti mette di buon umore.
«Parlami di te», aggiungi alla fine.
«Ho quarant’anni e faccio un lavoro da ventenne».
«E poi?»
«Conoscevo una ragazza con i capelli viola».
«Era speciale?»
«No», concludo «È stata semplicemente l’ultima non bionda».
«E allora?».
«E allora non vale più la pena parlarne».
Aveva ragione la toscana bionda, aveva ragione quando sosteneva che prima o poi non avrei più parlato della donna dai capelli viola.
«Conoscevo una bionda», riprendo quindi «era umbra, abitava nell’Alessandrino, adorava bere il caffè e ascoltava gli Afterhours. Era uguale a tutte le altre bionde, ma anche assolutamente diversa».

 

Qualche caffettiera prima.

«Domani parto» disse quell’ultima volta.
«Dove vai?»
«Non credo sia importante, mi mancherai».
«Non mi hai mai detto come ti chiami».
«Nemmeno tu hai raccontato tutto di te».
«Conosci il mio nome».
«Vero, ma non è sufficiente per conoscerti. Di te non so nulla, salvo che ti piaccia dipingere, anche se la pittura non è il tuo lavoro. Mostri solo ciò che ti interessa mostrare, come quando affermi che fai un lavoro da ventenne, senza però specificare che lavoro sia».

E così se ne è andata via e mi ha pagato con la medesima moneta.
So dove vive ma non so come ci sia arrivata; so se sta male, ma non so chi o cosa la ferisca;  so che non mi ha dimenticato, ma non mi ha mai spiegato il perché. So che pensa a me, lo so perché me lo ricorda con le foto delle caffettiere, ma non ho mai capito se il suo sia amore, odio, entrambe le cose o nessuna delle due.