#frammento 50

Giurare di cambiare e tante altre simili promesse che non andrebbero mai avanzate:
poi è necessario mantenere, e la coerenza, è risaputo, non è di questi tempi. Proprio
come lui che tornò da Lei, quando Lei lo richiamò. Si diedero reciproche colpe, ma poi
ma poi, sì, poi, e ancora poi, quando dichiararono di volersi ancora, e si ricominciò
e tutto da capo, in un esplosione di lacrime e affetto. Parlare di quanto abbiano perso.
Quel senso di vuoto percepito per lunghi X giorni, riempendo il vuoto su whatsapp.
O forse no! Forse è solo un riverbero retorico che fa sopravvivere un tedioso romanticismo. Perché è troppo presto giurare affetto senza avere la cautela di osservare le cicatrici.
Che poi esiste un motivo se, per esempio, lunedì e giovedì hanno quei nomi diversi:
sono giorni differenti in fondo. Non si assomigliano, esclusi alba e tramonto in comune.
E le persone non fanno differenza. O meglio, poche persone fanno differenza. Raramente
quelle attenzioni che il lunedì colmano ogni vecchio vuoto sono già scemate il giovedì,
ma ogni singola parola che Lei pronuncia puzza della stessa identica merda già masticata. L’amarezza percepita tempo prima, l’incapacità di perdonare, di credere alle rassicurazioni. Anche quando giura di amarlo, che le frasi pronunciate talvolta sono solo frasi: è colpevole!
è Lui il vero colpevole, così feroce da cercare un pretesto per mollarla così, di botto, con un… punto.

AA112

Sono uscito a passeggiare. Stamane.
C’era una luna enorme, tipo film apocalittico, ma senza apocalisse.
Dall’altra parte l’alba.
Così ho fatto due calcoli, e ho capito che la luna fosse ad Ovest, probabilmente.
112, uno dei giorni che amo meno.
Si è dimesso Ratzinger 4 anni fa, ma non ricordo l’112 per motivi politico-religiosi.
Fregacazzi del papa.
Anzi mi interessa, ma solo perché mi sta sui coglioni.
Quello nuovo ovviamente, l’argentino. Lo so, Bergoglio è buono e bla bla bla, ma a me sta sul cazzo comunque.
Non ti affezioni a Hitler perché è vegetariano, no?
E quindi non ti affezioni al papa perché segue il calcio, giusto?
Probabilmente no, voi siete meno cinici di me.

Mi piacete cari follower.
Mi piacete perché voi non siete dei lettori, no, voi siete blogger. Mi piace chi sa scrivere.
Voi avete la vostra storia, più o meno pesante, e la raccontate, in modo più o meno romantico.
E questo mi piace.
Qui non ci si sfoga, qui si posta. È diverso.
È intrinseco che sia uno sfogo, non è necessario dichiararlo.
A proposito, mi sono perso.

Di cosa parlavamo? Ah, giusto, la mia passeggiata.

C’era quella cazzo di luna, stamattina intendo.
E l’alba dall’altra parte. A Ovest.
Perché il sole sorge a Ovest, giusto?
No diamine, a Ovest c’era la maledetta luna. A Est il sole che viene su come un cazzo alla vista di una tettona.

E pensavo agli affari miei, tipo mani in tasca e ragionamenti del genere “questa settimana è stata una cacca!!”
Ho ripensato a quel 112. Non l’auto, ma l’11/2.
Ho ripensato al sonno, al nervosismo, alle liti, a tutto quel gelo interiore percepito in quelle ore.
Ho concluso che nonostante tutto potesse andar peggio.
Tipo quella barzelletta dove un uomo precipita dentro un carrello di letame.
Ma ve la racconto un’altra volta, tanto non fa nemmeno ridere.

Scivola.

La notte scivola via. L osserva la città dalla finestra e fuma. Tra un tram e una coppia che si bacia, ascolta il respiro della figlia, che ha addormentato e che non appartiene al marito.
Ma importa? Probabilmente no. Essere una famiglia non significa essere perfetti. Una madre che fuma non é perfetta, no? E poi è più imperfetta una madre che non sorride.
Certo, agli occhi altrui potrebbe essere stata una troia. E forse, per proteggere la bambina, non le dispiace passare come tale.
Sì, è bello passare per cattivi se questo distoglie l’attenzione del resto.
In fondo lei non ha tradito nessuno, ha solo scopato con l’uomo sbagliato. Lo ha scopato da single, in momento in cui si sentiva una nullità perché abbandonata dalla persona che amava da anni. E non importa il come e il perché, tanto il mondo attorno chiacchiera a prescindere.
Sì, lei è quella che fa bene i pompini. È quella che lascia che il partner le schizzi in bocca. E non perché sia una puttana: perché le piace dare piacere.
In fondo il mondo è fatto così.
Esistono uomini che stanno mezz’ora tra le gambe della compagna a leccare ogni centimetro di fica possibile; e non perché sono dei pervertiti, ma perché talvolta è il modo migliore di esprimere amore, l’affetto proibito.

Proibito appunto, come a quanto pare è il sesso da single.
Come se non fosse concepibile essere feriti. Come se fosse necessario dover rispettare le decisioni altrui e contemporaneamente sacrificarsi su ogni altro fronte.
Ha una fede al dito ora. È sposata dall’uomo che l’ha fatta sentire una merda. L’uomo che è tornato, ma che quando ha scoperto la gravidanza l’ha pestata sperando di provocarle un aborto.
E si parla di errori. Sì, un errore. Capita talvolta, dicono. Dipende dalla confusione.
Ma lei non parla di errori, per carità. No, non lo farà mai. No.
Si volta con la sigaretta accesa, osserva la figlia e sorride.
Un figlio non è mai un errore e qualsiasi cosa accada resterà sempre un figlio. Quella bimba è creta ancora vergine da svezzare, e magari educare al rispetto. L osserva la fede al dito. Pensa all’idea generale di fedeltà, alla devozione che comunque l’uomo che amava, ha amato e ancora ama, non ha mai avuto per lei.
Se l’avesse amata davvero, non l’avrebbe mollata. E se l’avesse amata, non sarebbe tornato con presunzione.
Sicuramente, amandola, avrebbe accettato l’errore.
Invece resta un vuoto che secondo gli altri dovrebbe riempire con il senso di colpa, ma che lei riempie con i sorrisi di Creta.
Ecco, le valigie servono a sorridere. Sono state riempite per portare la creta altrove. Non si può insegnare il rispetto e l’affetto se la figura maschile di casa tratta quella femminile da puttana.
E forse è un errore andarsene senza lavoro, senza soldi, senza un’idea sul come cavarsela.

Ma se tutti gli errori hanno la risata candida di Creta, ben vengano gli errori.

Vittima 15

Il trucco per salvarsi, in genere, è scritto nel primo capitolo.
Hai mai letto il primo capitolo?
Capita a volte che, per circostanze complesse, il giorno di festa non sia esattamente felice.
Potrebbe anche capitare di ritrovarsi da soli, ma non sempre, a volta Qualcuno, con la “Q” maiuscola, c’è.
Tu c’eri, anche se lui quasi non se ne accorse: fu una giornata dolorosa, una di quelle che tempo dopo, apprezzando le altre, si ricorda come un brutto momento.
A volte funziona come nei film della domenica pomeriggio, con due adolescenti, anche se quasi adulti, che si incrociano, vestiti con camicia e prendisole sottile, di fianco all’unico albero che cresce di fianco a un lago. Ed è tutto così incantato, dal sorriso di lei, al riflesso del sole negli occhi di lui.
A volte però, non sempre.

Quella volta Lei indossava una felpa di Topolino, tanto anni 80, e lui un vecchio maglione che metteva solo a casa, e solo se nessuno lo vedeva; ma lei non era nessuno e anzi, era l’esatto opposto.
Sorrise, anche se non doveva, e provò a farci l’amore, anche se non doveva, e si incazzò, anche se non doveva; anche lui si incazzò, e poi pianse, e poi disse di non aver pianto e poi… e poi Lei fece una promessa intensa e solenne.
E poi non piansero più, smisero di bisticciare e ricominciarono ad amarsi in modo maldestro e inconsueto. C’era così una volta una favola che, per quanto imbarazzante, iniziava senza un “c’era una volta”. Non è il caso però di dare importanza alle liturgie: conta la sostanza in fondo, e questa dovrebbe essere l’unica morale consentita.

Oppure è come quella barzelletta, quella dove chiedi retoricamente quale sia il più accogliente e lussuoso ospizio di Mosca; per la cronaca, è il Cremlino. Così, storielle russe a parte, è di nuovo 7 Gennaio, tanto tempo dopo. Il maledetto albero nei pressi dello scontatissimo lago aspetta una coppia in camicia e prendisole e, probabilmente, almeno una volta a settimana, non è singolare che questo fatto si verifichi.
Gli elementi in discussione nella fatalità dell’esistenza sono come uno straccio intinto di veleno: è forviante, perché magari è messo lì per smacchiare qualcosa e non per ammazzare qualcuno.
Nel mondo reale in fondo, in quello in cui si passano le feste in casa a maledire sui social le feste passate in casa, ci si è trasformati in giudici plagiati dagli stati d’animo.

La promessa?
Giusto, ci fu una promessa.
Venne mantenuta?
In parte sì, anche se in modo intransitivo e penoso.
Ma forse è meglio, la pena è lo specchio di questo periodo.
Ma rilassati, non userò lo straccio intinto di veleno su di te: quello lo uso per smacchiare il sangue dalle mie lame.
C’è dunque chi taglia i rami agli alberi, e chi invece amputa le braccia a partner casuali. A volte ne ha un motivo, altre volte è solo il finale alternativo di una fiaba e, altre volte ancora, è così e basta.
E ora ci starebbe un “e vissero tutti felici e contenti” ma non sarà il tuo caso.
Certo, se avessi letto il primo capitolo, ora ti salveresti.
Peccato.

Anche ai coprofagi piace il bacon.

L’Olanda? In giornate come oggi ha un aspetto devastante. Ha quella faccia da ciccione appena sveglio, con gli occhi spiritati di chi mangerebbe anche merda se il cuoco la friggesse con il bacon. Che poi solo i ciccioni associano il lemma “bacon” alla pancetta; noi altri quando si parla di Bacon, pensiamo a Bacone, Francis Bacon, il filosofo inglese, quello che disse che la Verità è figlia del tempo. È vero in fondo, molte volte è sufficiente aspettare per constatare come davvero vadano le cose. In cucina il tempo è sovrano, sempre: se hai fretta, il cibo esce crudo; se sei lento, il cibo esce scotto o bruciato. Ma quegli stronzi la fuori mica lo sanno. Non pensano certo a Bacone quando si affollano sul vassoio dei croissant caldi, e sicuramente non apprezzano che siano cotti a puntino. E noi qui, pazienti e gentili, a farci insultare da questo ginepraio di pseudotossici invasati che scelgono l’Olanda per le prostitute e i cofè-shop. È tutto qui? Siamo solo puttane e droga? Per gli italiani sì. Vengono a trovarci solo per quello, perché sono troppo stupidi per accorgersi davvero di quanto sia meravigliosa questa terra. Ed è questo che li fotte, questo loro non rendersi mai conto del contesto in cui svolgono le loro attività preferite: litigare e protestare in modo chiassoso. Certo, non sono tutti così, ma le eccezioni sono talmente poche da diventare irrilevanti.

Lui è un’eccezione. Di chi parlo? Del tizio seduto al tavolo centrale, quello con i capelli rasati e con quella strana escoriazione al polso sinistro, escoriazione che nessuno probabilmente noterà. Lui è sempre silenzioso, fa la fila, non protesta ed è educato. Brav’uomo? Non saprei. Molti miei dipendenti sono suoi clienti e sinceramente credo che un pusher educato resti comunque un pericolo. Anche quell’altra è educata. Quella tizia lì, la bionda. Quella che sta entrando nella sala e sta raggiungendo il pusher al tavolo. La loro storia è interessante e ve la racconterei se la conoscessi o se avessi tempo o se avessi voglia. Ma mi chiamano in cucina, mi chiamano perché il latte è quasi pronto e non possiamo certo portarlo in sala senza prima sputarci dentro. Del resto agli italiani non piace che non si sputi nel cibo, perché non si sentirebbero a casa.

Dimenticavo: se vi interessa la storia del pusher e della bionda, la trovate qui. Gratis. Boh, approfittatene. A voi italiani piace la roba gratis no? Alla prossima.

  • Klepsydra è scritto a quattro mani con B. Polare

 
In alternativa Klepsydra lo trovate anche su Le Storie di B al seguente link:
LeStorieDiB

L’altra bionda succhiava meglio. (pt. 4)

«Ti piace?»

E` ovvio che mi piaccia, la perversione piace sempre, è la perversione a rendere indimenticabile il sesso, è la perversione a sancire la differenza tra una scopamicizia “tanto per..” e un’appagante serie di scopate. La perversione è una delle forme di fiducia più imponenti che riesco ad immaginare, la perversione è figlia di un mutuo accordo tra partner, un mutuo accordo spontaneo che nasce in uno scambio di sguardi, senza bisogno di liturgie o accordi verbali. Perversione non è sesso anale, perversione è incularsi facendo finta che il sesso anale sia proibito; perversione non è fellatio, footjob o un dildo color porpora; perversione è sfondare una fica con una caffettiera da 1.

«Sei stato bene?»
«Sì».
«Posso accendere la radio?»
«Sì», rispondo gentilmente «ma non quella».

Possiedo tre impianti stereo portatili, di cui due sono combo e il terzo è un assemblato vagamente professionale. Uno dei combo è qui, in camera da letto, e non viene acceso da parecchio tempo, da un pomeriggio autunnale di parecchi autunni fa. Avere quarant’anni significa guadagnare tempo, significa essere tonici e brillanti, ma anche essere saggi e, se si è letto abbastanza, sufficientemente edotti. Avere quarant’anni significa non sentire il peso di un lustro che passa, significa percepire “cinque anni fa” come un lasso di tempo ragionevolmente breve, nonostante non lo sia. Questa radio deve restare come è ora, spenta e silenziosa. Questa radio, l’ultima volta in cui è stata utilizzata, ha suonato Ghost in The Machine dei Police. Questa radio è spenta da un lontano Novembre, da un giorno cupo in cui The Invisible Sun ha fatto da colonna sonora a un’ultima silenziosa sigaretta. Il CD è ancora dentro, un CD non mio, un CD che non essendo mio non mi sento in diritto di ascoltare, un CD di cui tuttavia non possiedo alcuna custodia e che quindi non mi va di rimuovere dal lettore. Quel Ghost In The Machine sta li, da quando la ragazza con i capelli viola lo ha fatto suonare.

«Non credevo ti piacessero i Police», affermi con tenerezza.
«Credevi bene», replico con eccesso di retorica da patetico film noir anni 80 con protagonista Andy Garcia. Ma non sono Andy Garcia, non lo sono perché non ho recitato ne Il Padrino Parte III, perché non ho il fascino da gangster con la faccia d’angelo, perché non sono abbastanza noioso.

«Posso mettere gli Afterhours
«Piuttosto mi lascio inculare da un rude e irrispettoso negrone superdotato in astinenza da un decennio».

La bionda toscana adorava Manuel Agnelli e soci, ma giungemmo al compromesso che io avrei continuato a lubrificarle il buco del culo con la lingua, se e solo se lei mi avesse dispensato da Male di Miele, Non è per sempre e tutte le puttanate successive. Che poi ok, definirle “puttanate” è assolutamente soggettivo, ma ho un’età in cui posso cominciare a vomitare la prima stronzata che mi passa per il cervello, senza dover necessariamente essere politicamente corretto. E poi, fino a prova contraria, per la bionda toscana non è stato complesso scegliere tra le rime di Dentro Marylin o il mio rimming dentro di lei. Presumo che per quanto gli Afterhours siano apprezzati, o apprezzabili, non vengano comunque prima di un devoto lavoretto fatto con la lingua. 

«Li metto uguale», sorridi convinta che forse mi piaceranno, «ti ho succhiato il cazzo due volte, quindi lasciami scegliere la colonna sonora».

Ed eccoci così al compromesso, cioè lo snodo prioritario di qualsiasi relazione, che sia questa erotica e/o emotiva, o che sia semplicemente un rapporto interpersonale lievemente sincero. Il compromesso è quell’accorgimento che alla scuola materna alterna “l’ora d’aria” alle prove di scrittura; il compromesso è quell’accorgimento che ti costringe a star seduto a studiare le tabelline, per poi goderti in santa pace il tiro della tigre di Mark Landers; il compromesso è quell’accorgimento che ti convince a tenere per mano il tuo primo amore, anche se ti imbarazza farlo, in modo che poi lei ti masturbi in un qualche cespuglio non troppo nascosto. Il compromesso è quell’accorgimento che ogni tanto ti fa rinunciare alle altre fiche, in particolare se quella che ti lasciano leccare ti piace parecchio.

«Fai come vuoi».

Ed eccomi quindi a casa mia, nudo, sdraiato prono sul mio letto, ancora sporco di sborra. Sono qui, rilassato, ad ascoltare i tutt’altro che rilassanti Afterhours, mentre osservo la soddisfazione da piccola vittoria dipingersi sul tuo volto. Ma credo sia questa la differenza maggiore tra una partner e un’altra: alla bionda toscana ho concesso tante piccole vittorie, perché quando sorrideva soddisfatta il suo volto diventava ancora più bello. A quelle come te invece, concedo una vittoria come premio di consolazione per il successivo e metaforico ma indiscutibile calcio in culo con cui ti congederò dalla mia esistenza. L’attrazione sessuale è anche una questione di lineamenti, se mentre le sali sul dorso, ficcandole il cazzo tra le labbra, la prima cosa che ti viene in mente è “madonna che bel viso”, allora sei destinato a scoparci assieme molte altre volte. Se penso alla bionda toscana, che poi è umbra e vive nel nord Italia, mi viene in mente quanto mi piacessero i suoi occhi, devoti ed eccitati, mentre con la lingua risaliva dallo scroto fino alla punta dell’asta.

Finale >>

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L’altra bionda succhiava meglio. (pt. 2)

Certi istanti della nostra esistenza sono scanditi dal respiro altrui, respiro altrui che ci culla dolcemente, mentre lo percepiamo per contatto diretto, corpo su corpo. Ricordo il corpo a corpo con la ragazza con i capelli viola, tanto fredda anche nel respirare, come chiunque provenisse da Nord. Veniva da uno di quei posti dove nevica di continuo, uno di quei luoghi in cui il sole si assenta solo per un quarto d’ora, da quelle terre in cui il tasso di suicidi è direttamente proporzionale al reddito pro capite. Aveva gli occhi chiari, quasi trasparenti, e aveva la pelle bianca, quasi pallida, come un metaforico latticino ambulante. Conosceva pochissime parole italiane che, tra l’altro, pronunciava malissimo. Sapeva farsi capire, anche perché non avevamo chissà che da raccontarci. Per gran parte del tempo, infatti, avevamo la bocca occupata dai reciproci genitali.
Ok ok, comincio parlando di esistenze scandite dal respiro altrui e poi parlo di sesso fine a se stesso: lo so, è paradossale, ma viviamo in questa maniera credo, viviamo paradossalmente, in costante incoerenza.

«What time is it?»
«It’s time to go», rispondevo.

La relazione con la ragazza con i capelli viola andava avanti così, bastava un “join me” per trovarci e il resto era sufficiente farlo. Conoscevo poco di lei, conoscevo poco nel senso che sapevo a malapena come si chiamasse, e che venisse da un paese scandinavo. Credo non siano i dati anagrafici a identificare una persona, anzi, nulla è tanto distante dal concetto di singolarità quanto una id card. Nessun documento riporta voci come “single da due settimane” oppure “disillusa per via di un tradimento”; nessun documento amministrativo descrive le aspirazioni di un soggetto; nessun documento istituzionalizzato identifica le principali passioni di un individuo.
La ragazza con i capelli viola, per me, non era che un dato anagrafico, un dato anagrafico con cui facevo sesso, una persona con cui l’intimità era solo fisica. Non sapevo se le piacesse la poesia, né se amasse leggere; non conoscevo il nome di una sola delle sue amiche, sempre che ne avesse di amiche.

«Strano».
«Cosa?»
«Non conoscere il nome delle sue amiche».

Sapevo poco anche della toscana bionda. Per circa due mesi non ho saputo nemmeno come si chiamasse, lei mi chiamava “uomo” e io la chiamavo “ehi bionda”. No, non è che fossi lassista o superficiale, è che, la prima volta in cui parlammo, io mi presentai, ma lei mi rispose, con una domanda retorica, se avesse fatto o meno la differenza il sapere come si chiamasse.
Se fossi curioso?
Lo ero, credo fosse naturale esserlo.
Ma era affascinante l’essere parzialmente ignoranti, era davvero affascinante fare sesso, tanto sesso, con una persona di cui non conoscevo il nome.

«Perché il cappello della ragazza con i capelli viola è ancora qui?»

Giusto, il cappello verde della ragazza con i capelli viola. La bionda toscana è arrivata subito dopo, quindi gli oggetti dell’altra erano ancora presenti, compreso il cappello verde. L’ormai celebre berretto era destinato alla pattumiera, assieme a tanti altri “affetti personali” non miei, ma la toscana mi chiese di non buttarlo. A lei il cappello verde non dispiace, e non come copricapo, tutt’altro, ma come soprammobile, le piaceva vederlo mentre fottevamo.

«Lo guardavo la prima volta che mi hai leccato la fica», mi disse un giorno «vederlo mi eccita, mi ricorda la tua lingua».

Per questo il cappello verde resta li, perché spero di poter affondare nuovamente la mia bocca tra le gambe della bionda.
Lo so, parlo tanto di lei, ma la vita è strana, certi istanti sono scanditi dal respiro altrui, in particolare quegli istanti in cui il respiro altrui manca o quegli istanti in cui il respiro altrui appartiene all’altrui sbagliato.
È un poco come un “vaffanculo”, dipende sempre da chi lo pronuncia e da come lo pronuncia. Ma il suo respiro non lo dimenticherò mai, il modo che aveva di ansimare o di pronunciare ansimante «inculami», in una maniera tanto barbara quanto assolutamente conturbante.
E credo che sì, che la vita sia scandita dal respiro altrui, soprattutto quando il respiro altrui è concitato perché ci stiamo facendo sesso.

Terza Parte >>

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