Le dimensioni contano – Parte 34

«Il dottor Lafitte è tuo nonno», rivelò mestamente mia madre.
Impossibile. Mia nonna prima di morire aveva parlato di un inglese, e se la Geografia non mi ingannava, o se non mutava da universo a universo, tra Belgio e Inghilterra c’erano differenze notevoli. Inoltre non vedevo grandi somiglianze tra Lafitte e mia madre, esclusi gli occhi azzurri e le labbra carnose. Soprattutto, se io non sapevo nulla di mio padre, come poteva la mia vecchia sapere qualcosa del suo? Mi sembrava solo un colpo di teatro, e piuttosto mal riuscito.
«Nonna ha detto che ti ha concepita con un inglese», obbiettai infatti.
Mia madre sospirò. «Tua nonna ti ha mentito e…» si interruppe. «Lasciamo stare», riprese smettendo di guardarmi in volto. «Hai ragione tu, comportiamoci come due sconosciute, esci pure dalla mia vita», concluse.
Non so se sperasse che pronunciare quelle parole con tono apparentemente remissivo mi convincesse a cambiare idea, o a fidarmi ancora di lei. So che ero effettivamente stanca di non risposte o risposte elusive, e che non nutrii alcun senso di colpa quando me ne andai. In fondo mia madre aveva Andrea, e credo le bastasse: aveva un cazzo e credeva alle sue bugie.

Tornando verso casa individuai un luogo in cui ero stata prima di entrare nella cuspide. Era lo studio fotografico del mio patrigno, quello che si chiamava come il quartetto di evangelisti non apocrifi. Lo stronzo era ancora vivo e quando mi vide entrare non sembrò esattamente felice della mia presenza.
«Bentornata! A cosa devo il dispiacere?» cominciò tiepidamente, non appena si liberò di un cliente. «Sei venuta a scusarti?»
«Scusarmi di cosa?»
«Avevamo un appuntamento io e te», disse. «Un appuntamento a cui non ti sei mai presentata».
Sollevai le spalle. «Non mi ricordo», risposi sinceramente. «L’ultima volta che ci siamo visti stavo per entrare nella cuspide», rivelai con franchezza, omettendo ovviamente di averlo ucciso in quell’occasione.
Mi guardai attorno alla ricerca dell’arma del delitto, cioè l’affare girevole che funzionava con l’alta tensione. C’era, era poggiato su una mensola a pochi metri da me; ma era spento e scollegato dalla presa. Mi avvicinai incuriosita, più che altro per verificare la corrispondenza di quell’affare tra universi paralleli: sembrava identico a come lo ricordavo.
«Ho oggetti più interessanti di quel coso», rivelò Giovanni, o come diavolo si chiamava quel bastardo del mio patrigno. «E comunque è guasto!»
Peccato. Ogni oggetto capace di mandare al camposanto uno stupratore non meritava di guastarsi; in particolare se quella stuprata ero io.
Iperboli a parte, mi resi conto di una questione che mi era sfuggita: ero passata per la cuspide. Dunque la chiacchierata tra me e il mio patrigno – che dal mio punto di vista era avvenuta due universi prima – nella dimensione in cui mi trovavo non c’era mai stata. Di conseguenza potevo approfittarne per avere risposte sui nuovi sviluppi e sulle nuove cose che avevo scoperto, sperando che Giovanni non rispondesse in modo eccessivamente complicato.
«Posso farmi togliere le ovaie?» chiesi quindi.
Il mio patrigno sorrise. «Se ti sparassi in testa, moriresti?»
La sua non era una domanda, ma una risposta. Le sue parole però smentivano certi atteggiamenti che aveva avuto nei miei confronti prima che lo uccidessi l’ultima volta: sapeva che non potevo morire, eppure mi aveva messo in allerta per evitare che mi folgorassi. Non aveva senso. Mia madre non era dunque l’unica a mentirmi. Ora capivo perché in alcuni universi lei e il mio stupratore erano sposati: bugiardo con bugiarda, coppia eccellente.
«Prima di entrare nella cuspide ti ho ucciso», rivelai allora. «Ti ho spinto contro questo affare con l’alta tensione», aggiunsi.
Giovanni sorrise soddisfatto. «Vediamo se indovino: vedi quell’affare che emette un fascio colorato, ti incuriosisci, provi a toccarlo e io ti metto in guardia, avvertendoti che potrebbe ucciderti».
Deglutii. «No!» mentii.
«Bugiarda…» sussurrò compiaciuto.
Il mio odio nei confronti di quell’uomo era immenso e assolutamente irragionevole, molto più del fastidio che nutrivo ogni volta che in tv passavano il videoclip di Vieni da me de Le vibrazioni.
L’idea che Giovanni potesse prevedere le mie mosse mi dava letteralmente sui nervi. Stavo per andarmene ma il mio Nokia 3310 squillò: era un’amica di mia madre, Laura.
«Andrea è morto», disse in lacrime. «Un incidente a lavoro».
Il mio patrigno mi osservò sbiancare. «È morto il tizio che si scopa tua madre. Giusto?»
Non risposi. E con “non risposi” intendo “provai a colpirlo con una ginocchiata sullo stomaco”, se con “stomaco” si intende “scroto”.
«Se lo sapevi, perché non mi hai avvertita», chiesi dopo che schivò il colpo scostandosi, e facendomi finire contro la parete. Era stata più goffa di Duffy Duck quando prova a non sfigurare di fianco a Bugs Bunny.
Giovanni scosse il capo, ma mi porse la mano per aiutarmi a sollevarmi. «L’ho fatto, ti ho allertata; ma gli universi hanno probabilmente impedito che la notizia ti arrivasse», replicò con tono stranamente paterno. «Secondo il teorema di bla bla bla bla e bla bla bla bla bla…» Non lo ascoltai, né gli credetti; in realtà non ci capii nulla. Inoltre rischiavo di aggredirlo ancora, e farmi nuovamente e goffamente del male.
Mi dispiaceva per Andrea. Prima dei miei viaggi tra gli universi, lui e Barbara erano state le persone che mi ospitavano a casa nei weekend e che badavano a me quando mia nonna si faceva scopare da chissà chi; erano stati i genitori di Sonia, la mia migliore amica e compagna di ogni mia esperienza felice durante l’infanzia. Andrea aveva rappresentato un pezzo importante del mio passato “normale”, un frammento del mio essere stata uguale a tutti gli altri esseri umani unidimensionali.
Due giorni dopo mi venne il ciclo. Al risveglio mi ritrovai a Londra, in un appartamento condiviso con tre ragazze. Ero incinta.

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Le dimensioni contano – Parte 33

«Farti togliere cosa?» chiese conferma mia madre.
«Le ovaie», le dissi bruscamente. «Senza quelle, niente ciclo. Niente ciclo, niente viaggi interdimensionali. Niente viaggi interdimensionali, niente che vita demmerda
«Nell’ultimo universo in cui mi trovavo», mi disse. «Eri incinta».
Sollevai le spalle. «Qui sono lesbica», affermai, fidandomi di ciò che era accaduto negli ultimi universi in cui ero stata.
«È la prima cosa che sento», rivelò però mia mamma. «Non ti ho mai conosciuta da lesbica».
Evidentemente non ero la sola a trovarmi disorientata in ogni universo in cui mi risvegliavo. Tuttavia mia madre voleva tornare sulla questione delle ovaie. «Provai come te a farmele togliere, ma nessun medico sembrava intenzionato a farlo. E non potevo certo permettermi una clinica privata».
Era una bugia! Il nostro conto in banca diceva che non solo potevamo permetterci di andare in clinica, ma che potessimo costruirne una tutta nostra, demolirla per capriccio e costruirne una seconda.
In ogni caso lasciai stare. Pretendere sincerità da mia madre era come provare a far esondare una diga pisciandoci dentro.
Nei giorni successivi, la mia idea di farmi espiantare le ovaie venne prevedibilmente disattesa da parecchi chirurghi. Nella mia famiglia non esistevano precedenti di tumori all’utero. Inoltre, almeno apparentemente, non c’era alcun motivo per giustificare un’operazione del genere. Alla fine sentivo ripetere più o meno sempre le stesse parole: “si tratta di un intervento rischioso e invasivo”; “se proprio non vuole avere figli, Signorina, usi i contraccettivi”; “esistono tanti farmaci per controllare l’ovulazione”.
Probabilmente se avessi parlato della mia situazione, se avessi rivelato dei viaggi interdimensionali, se avessi raccontato quanto era frustrante la mia esistenza, forse sarebbe andata diversamente. Ma quale medico mi avrebbe dato retta se avessi affermato che il ciclo mi faceva viaggiare per gli universi paralleli? Pensai nessuno, ma mi sbagliavo.
L’ultimo dottore, il belga settantanovenne Robert Lafitte, conosceva la mia situazione. «Altre due donne, parecchi anni fa, provarono questa strada», disse.
Mi illuminai. Non conoscevo nessun’altra che viaggiava tra gli universi e avrei fatto l’impossibile per conoscere la loro identità. Avrei magari provato a contattarle, incontrarle, parlarci. Ma l’ottimismo a volte rende ciechi molto più di una vita trascorsa ad ammazzarsi di seghe, o di un’intera infanzia trascorsa a terminare tutta la serie di Super Mario Bros affumicandosi le orbite con il NES. Le due donne di cui parlava il medico erano mia madre e mia nonna.
«Non ha funzionato», constatai amaramente. «Hanno avuto me, e viaggiano entrambe», dissi. «Anzi», mi corressi. «Mia nonna viaggiava, dato che oramai è morta».
Il chirurgo sembrò scosso. «Non lo sapevo», disse.
La conosceva, probabile se la fosse scopata; era in buona compagnia però, a mia nonna piaceva il cazzo come ai Bush piacevano i soldi dei sauditi. «Perché con mia madre e mia nonna l’operazione non ha funzionato?»
«Perché si sono tirate indietro», spiegò.
Ecco. Il chirurgo mi fece altre domande sulla morte di mia nonna, ma non gli risposi. Insistette ma mi congedai, anche se solo dopo essermi fatta assicurare che mi avrebbe comunque operata.
Ero felice, ma anche turbata. Diventare madre era stata una priorità per un solo mese in tutta la mia vita, mentre smettere di viaggiare era un desiderio che covavo da più dieci anni; ma c’era una domanda che mi frullava in testa.
«Cosa ti ha convinta a concepirmi?» chiesi a mia madre quando la incontrai per pranzo.
Sorrise, ma non mi rispose. Insistetti, ma vanamente.
«Carina questa canzone», commentò invece all’ennesima fastidioso passaggio per radio di Vieni da Me de Le Vibrazioni. «Tra quanto dovrebbero venirti?» si informò in modo irritante.
Sbuffai. «Tra qualche giorno», le dissi. «Ma saranno le ultime», continuai. «La prossima me troverà tutte le informazioni sul dottor Lafitte».
Mi ero infatti incisa nome e indirizzo del chirurgo belga sull’avambraccio sinistro.
«E credi di risvegliarti in un universo dove Lafitte è vivo?» domandò ancora mia madre. «Non hai ancora capito che non sei tu a decidere?»
Ne avevo abbastanza. Se la mia quotidianità interdimensionale era frustrante, lo era ancora di più chi continuava a ricordarmela in maniera disarmante.
Ero stufa di mia madre. Ero stufa dei suoi silenzi, delle sue omissioni, di quell’atteggiamento del cazzo da maestrina. Al suo posto mi sarei sentita in colpa per avermi messa al mondo, o almeno per non avermi preparata ad affrontare al meglio l’esistenza del cazzo che ero costretta a vivere.
«Facciamo che io e te non ci conosciamo», affermai con rabbia, ma convinta. «Non mi sei mai d’aiuto. E affetto ne percepisco poco. Addio mamma!»
«È tuo nonno!» mi disse all’improvviso.

Le dimensioni contano – Parte 32

«Tutto bene?» mi chiese la mia compagna di cella, una pachidermica cinquantenne con inquietanti avambracci da muratore e raccapriccianti tatuaggi da rapper bianco. Appeso alle pareti un poster di Sarcina il cantante de Le vibrazioni, che credo fosse parte della condanna. Dovevo aver litigato recentemente: ero dolorante alla schiena e tastandomi le labbra mi accorsi di essere nuovamente senza denti. Parlare fu terribile. Senza gli incisivi, fischiavo quando pronunciavo certe lettere.
«Cosa succede?» chiese ancora l’elefantessa tatuata.
Scossi il capo. «Ho avuto un incubo», le mentii.
Perché diavolo mi trovavo dietro le sbarre? Ipotizzai per l’omicidio del mio patrigno,  ma non potevo essere più lontana dalla verità. Il mio patrigno era vivo e vegeto e si prendeva cura del mio fratellastro. Io invece scontavo l’ergastolo per l’omicidio di mia madre.
«Devono avermi incastrato», affermai con un tono alla Charles Bronson sdentata.

Quando nel pomeriggio ottenni da mio avvocato una copia del fascicolo del mio processo, mi ritrovai al cospetto di prove schiaccianti. Avevo ucciso davvero mia madre, ed ero anche reo-confessa. Quattro anni prima avevo accompagnato mia madre a far compere. Durante il tragitto di ritorno avevo finto un malore, costringendo mia madre ad accostare in una piazzola. A quel punto l’avevo convinta a seguirmi sul ciglio di uno strapiombo, per poi spingerla sotto. Era lo stesso punto in cui in altri universi accadeva l’incidente in moto del mio patrigno.
«Porca puttana assassina», sussurrai osservando le foto del cadavere di mia madre.
Avrei voluto piangere, ma la mia fica pulsava come il cruscotto di una Fiat Panda poco prima della fusione della guarnizione della testata: ero eccitata dall’idea del matricidio. Lo trovai inquietante.
Proseguii con la lettura e scoprii che, secondo la psichiatra e lo psicologo incaricati dal tribunale, avrei voluto punire mia madre per non esserci stata quando ero stata stuprata da un aggressore ignoto. «Aggressore ignoto?» lessi ad alta voce.
«Leggi a voce bassa, puttanella», mi ammonì il pachiderma tatuato.
«Scusa, grassona», affermai involontariamente.
«Grassona a chi, puttanella?»
La mia compagnetta di cella si mostrò piuttosto contrariata dal mio linguaggio. E il suo essere contrariata si palesò non appena saltò giù dalla branda e mi afferrò per il collo, sollevandomi da terra. «Vieni da meeeee», cantava sarcastica, «abbracciami e fammi sentire cheeeeee…»
Mi sentivo soffocare. Provai a resistere, colpendo con un calcio la pancia lardosa della cicciona tatuata, ma senza successo. La mia compagna di cella infatti mi scagliò sul letto e mi salì sopra, poggiandomi un ginocchio sullo stomaco e premendo con forza. Quindi si voltò sedendosi sul mio viso. Un liquido caldo, viscido e appiccicoso mi colpì sul sopracciglio sinistro e mi si spalmò sullo zigomo, centrando infine la bocca. Quella stronza cicciona mi aveva cagato sul viso. «Non permetterti più, troia ammazza-madri», aggiunse prima di darmi la “buonanotte” con un pugno sul volto, che mi fece perdere i sensi.
Mi risvegliai in infermeria, con un braccio ingessato. Ero dolorante, attonita, un poco come quando si resta con la testa sotto il sole, all’ora di pranzo, magari all’equatore, senza cappellino e senza capelli, per una cinquantina di minuti. Ero più stordita di un’Antonella Elia cresciuta da una Laura Freddi lobotomizzata.
«Quella stronzona grassa mi ha fatto perdere i sensi», affermai mentre l’infermiera mi ficcava un ago nel braccio sinistro.
Ma non ero in infermeria per l’aggressione. Alla mia sinistra, disteso su una barella e coperto da un lenzuolo rosso insanguinato, giaceva il corpo esanime della mia compagna di cella. L’avevo uccisa io? Come ci ero riuscita? E con cosa? Ma soprattutto, perché non me lo ricordavo?!
Il dramma era che non mi sentivo in colpa né per la cicciona, né per mia madre.
«Come ho ucciso quell’ammasso di grasso?» chiesi all’infermiera.
Mi fissò con biasimo. «Mi dai i brividi», disse.
Quindi mi fece una seconda iniezione di non so cosa e mi addormentai. Al risveglio ero nuovamente fuori dalla cuspide. Ero sola, in una stanza matrimoniale in cui non c’erano segni di eventuali mariti o scopamici. Di fianco al letto vidi un comodino, sopra il quale un Nokia 3310 in carica. Lo presi e tra gli sms c’era la buonanotte di mia madre. Sorrisi, era viva.
Poi piansi. Piansi per aver ucciso la compagna di cella. Piansi per aver ucciso mia madre. Piansi per aver ucciso più volte il mio patrigno. Piansi per la nonna, che mi mancava. Piansi per l’aborto. Piansi per lo stupro. Piansi per Sonia e Carolina, ma anche tutte quelle persone a cui mi ero affezionata ma che improvvisamene erano scomparse. Ma soprattutto piansi per aver perso mio marito, che mi mancava da morire. Piangevo perché mi ero rotta di vivere quell’esistenza.
«Mamma?» le chiesi quando mi rispose al telefono.
«Che c’è?»
«Le ovaie: se me le faccio levare, finiscono i viaggi interdimensionali, no?!»
Silenzio.

Le dimensioni contano – Parte 31

Mia madre sbiancò. Non essendo assolutamente superstiziosa, ero però quasi sicura che non ci fosse pericolo per suo marito.
Le mie ipotesi trovarono conferma un’ora più tardi quando venimmo avvertite della morte di mia nonna. L’incidente fatale non era stato stradale, ma domestico: nonna e il marito erano morti folgorati nella vasca da bagno.
«È crepata come è vissuta: scopando!» affermai con pessimo gusto.
«Non è così che doveva andare», commentò però mia madre. «Nell’universo da cui vengo, a morire folgorato è mio marito», rivelò con un sollievo piuttosto innaturale per chi ha appena appreso la morte di un genitore.
«Nel mio universo era invece proprio nonna a morire», confidai.
Mia madre mi guardò perplessa. «Allora perché mi hai mentito?»
«Perché l’ultima volta che ho salvato la nonna è morta una…» mi interruppi a causa dell’arrivo del marito di mia madre.
Non era lo stronzo che mi aveva violentata nella cuspide. Era Andrea, il padre di Sonia e Carolina. Avrei dovuto indagar meglio a riguardo, ma c’era da organizzare un doppio funerale e far finta che ci dispiacesse.

Trascorsero due anni e mezzo, durante i quali alcune situazioni restarono identiche. Mia nonna non resuscitò; nessuna traccia dell’uomo che era stato mio marito; preferivo la fica al cazzo; Andrea e mamma erano una coppia, anche se non sempre sposata.
Quello tra la mia vecchia e il compagno era un rapporto solido, ma privo di amore. O meglio, non percepivo in loro quei sentimenti che per un mese avevo provato per il biondo palestrato.
«A chi scrivi?» mi chiese Andrea una notte, sorprendendomi al computer, connessa a mirc.
«A un vecchio compagno di classe», mentii. Stavo invece chattando con Giovanni, che altri non era che l’ennesima versione di Luca/Marco/Matteo.
Non sentivo l’impulso di essere sincera con mia madre e il suo attuale compagno, e mentire non mi generava sensi di colpa. Anzi, mi sembrava invece di proteggerli, perché meno cose raccontavo e a meno pericoli li esponevo; almeno secondo il mio punto di vista.
«In pratica scrivi a uno che vorresti ti scopasse?» domandò prontamente mia madre.
Non replicai e chiusi la chat, anche perché ormai avevo raggiunto il mio scopo: Giovanni mi aveva proposto di vederci nel suo studio. In quell’universo era laureato in fisica, ma si occupava di tutt’altro. Era un fotografo professionista, piuttosto stimato tra l’altro.
Lo incontrai due giorni dopo, subito dopo pranzo, se con “pranzo” si intende “farmi sottomettere da una quarantenne che mi aveva fatto trascorrere la mattinata a leccarle i piedi e il tacco delle décolleté”.
«Dio mi odia e ascolta le vibrazioni», affermai sarcastica entrando nello studio fotografico di Giovanni sulle note di Vieni da Me. Ma se ero sopravvissuta a Marco Masini, potevo cavarmela egregiamente anche con Sarcina.
In quell’universo il mio “patrigno” era sovrappeso e quasi completamente calvo. Sembrava il personaggio di un porno, cioè il marito ciccione con cui è sposata la bonazza di turno che ha bisogno di essere infilzata come un totano da un cazzone oversize.
A prescindere dai miei voli pindarici bolder, lo studio di Giovanni era l’ultimo posto dove avrei portato un bambino indisciplinato: c’erano oggetti luminosi e colorati in ogni angolo, e sembravano tutti tanto fragili quanto costosi.
«A cosa serve questo», chiesi curiosa avvicinando pericolosamente l’indice a un oggetto che ruotando emetteva una luce colorata.
«Se lo tocchi, ad ammazzarti», spiegò lui. «Quella è alta tensione».
«Di cosa volevi parlarmi?» domandai allontanando il dito da quell’affare coloroso che comunque non poteva uccidermi, visto che non avevo ancora messo al mondo una marmocchia.
«A breve rientrerai nella cuspide», mi disse.
«Bene», risposi. «Consigli?»
Sorrise. «Sì, ignora tutto ciò che capiterà là dentro».
Nulla che non mi avesse già detto mia madre. «Che differenza c’è tra la cuspide e gli altri universi?» domandai allora, sperando di scoprire qualcosa di nuovo.
«La cuspide è come la sponda da biliardo e tu sei la palla», sintetizzò con chiarezza Giovanni. «Non puoi andare oltre, perché quando ci sbatti sopra torni indietro».
Gli chiesi allora come facesse a prevedere il mio ingresso nella cuspide. Mi rispose usando nozioni complesse di matematica, fisica e filosofia, campi di studio che in quell’universo mi attiravano quanto gli involtini di cervo e cinghiale stuzzicano l’appetito di un vegetariano.
Ringraziai Giovanni, se con “ringraziare” si intende “spingerlo contro quell’affare colorato che lui mi aveva invitato a non toccare, e che lo uccise in modo atroce e doloroso”.
Le feci franca, ma dieci dopo entrai nella cuspide, dove ero una carcerata.

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Le dimensioni contano – Parte 30

Il telefono squillò quando ero già a letto. E con “ero già letto”, intendo “quando stavo succhiando il cazzone del mio palestratissimo consorte”.
La telefonata era da parte da mia madre, doveva dirmi della morte di mia nonna. In realtà me lo comunicò con un’irreale freddezza, come se il lutto non la riguardasse. Piuttosto tiepida anche la reazione di mio marito, che cercò comunque di mostrare un briciolo di empatia nei confronti del mio dolore. Il loro atteggiamento non cambiò in ospedale, mentre aspettavamo la fine dell’autopsia. Perché le persone a me care odiavano così tanto mia nonna? Perché così poca pietà? Perché questo astio si trascinava anche dopo un tragico incidente?
«Non è vero che la odiavamo», rispose mio marito alla mia ennesima protesta. «Ma se è vero quello che avete sempre raccontato, doveva morire anni fa, al posto della tua coetanea».
Era vero. Mia nonna si era presa degli anni extra che non le spettavano. Ma chi non lo avrebbe fatto? Un conto è suicidarsi perché non si è soddisfatti della propria vita, un altro è sapere di essere destinati a crepare e provare a salvarsi. Per quanto sbagliato e opportunista, al posto di mia nonna avrei preso la stessa decisione. In fin dei conti Carolina non era sua amica, e probabilmente non l’aveva nemmeno mai vista.
«Se è morta ora, significa che era questo il suo tempo», sancì invece mia madre. «Otto anni fa ha solo assecondato ciò che gli universi paralleli avevano già deciso per lei… e per la povera Carolina».
Per la prima volta dopo tanto tempo, credetti a mia madre. Tuttavia il suo disgusto per la nonna era vivido: «ciò non cancella che è sempre stata una stronza egocentrica!» disse con rabbia.

Nelle ore successive scoprii il nome della persona che aveva investito mia nonna e ne restai fin troppo turbata. Si trattava della donna che nell’universo precedente era la moglie di Ivan, anche se nella dimensione in cui mi trovavo era invece una giovane vedova.
So che non avrei dovuto, e che il mio atteggiamento fosse probabilmente fuori luogo, ma desideravo “vendicare” mia nonna, accanendomi fisicamente contro la sua investitrice.
«Se le fai qualcosa, ne paghi le conseguenze nel prossimo universo», mi fece notare mio marito. «E in ogni caso non puoi farti giustizia da sola, non siamo nel medioevo».
Aveva ragione, ma la mia mente stava già elaborando un piccolo piano. Non volevo ucciderla, anche perché probabilmente non ci sarei riuscita. Però potevo compensare un episodio subito nell’universo precedente, dove mia madre mi aveva colpito con una mazza da baseball. Avrei potuto fare lo stesso alla vedova di Ivan. Ma mentre pianificavo il come, il dove e il quando, mi appisolai stravolta.
«Svegliati», mi disse proprio la moglie di Ivan scuotendomi.
Ero in un nuovo universo. Me ne guardando la mia mano destra, alla vana ricerca della fede. «Ero troppo felice da sposata…» constatai.
«Sta arrivando mio marito, devi andartene», riprese la moglie di Ivan, mettendomi fretta.
Ero nuda, sporca. Qui e là alcuni cazzi di gomma oversize e altri oggetti che non avevo mai visto in passato. «Sono lesbica!» constatai sospirando e saltando giù dal letto.
Mi mancava un’esperienza da forbicetta. Comunque obbedii alla mia partner rivestendomi alla svelta. Quindi osservai per un attimo la stanza circostante. C’erano parecchie foto appese, da cui rilevai il fatto più importante: quella che qualche universo prima era la moglie di Ivan, era sposata con un altro uomo, che evidentemente tradiva scopandosi me. Dovevo cominciare a considerarla la non-moglie di Ivan, anche perché ne ignoravo il nome di battesimo. Inoltre vederla nuda e preoccupata mi faceva bagnare come le Baleari quando fa alta marea.
Tempo dieci minuti ed ero per strada. Nella tasca della giacca trovai una chiave scura marchiata Volkwasgen. Quando questa chiave aprì una New Beetle gialla, la mia gioia fu immensa.
«Ogni tanto una gioia», commentai sedendomi alla guida di quella meraviglia made in Cruccoland.
Accesi la radio e un’emittente locale trasmetteva mio dolcissimo amore di Irene Grandi. Per mia fortuna la trovai ripugnante e feci partire il lettore cd: risuonò devastante Vulgar Display of Power dei Pantera. «Mezze misure mai…» affermai sarcastica.
Mentre canticchiavo la prima strofa di Mouth for War, che a quanto pare conoscevo a memoria, sfrecciando per Sassari come Senna a Montecarlo, non vidi un semaforo rosso, che bruciai. Stavo per impattare contro una Fiat Punto rtale e quale a quella che possedevo io nell’universo precedente. Alla guida di quel rottame made in Italy ma fabbricata in Romania sedeva il marito della non-moglie di Ivan. Mentre il cornuto inchiodava, il mio istinto mi indusse a calcare completamente l’acceleratore: i 150 cavalli erogati dal piccolo turbo tedesco evitarono l’impatto. Potenza crucca 1 – ganasce italiane 0
«Sei stata fortunata», disse mia madre poco più tardi, quando glielo raccontai.
Abitavamo di nuovo assieme, nella stessa casa. Nessuna traccia dell’uomo con cui ero sposata nell’universo precedente. C’era invece nuovamente mia nonna, che due mesi prima, da quanto raccontava il mio quaderno con Snoopy in copertina, si era risposata con il suo primo marito, l’armatore. La trovai una bella notizia, ma avrei sacrificato volentieri mia nonna per ritrovare l’uomo con cui per un mese ero stata felice.
Che mi piacesse o meno, nonostante la nuova convivenza con mia madre, l’attitudine lesbo, la mia rediviva nonna e il cornutissimo ma felice armatore, la New Beetle gialla e i Pantera al posto di Irene Grandi, ero ancora innamorata del biondo palestrato.
«Non sei la stessa di ieri, vero?» mi interrogò allora mia madre quando mi sorprese in lacrime, con il quaderno in mano. «Non sembri quella che una settimana fa mi ha colpita con una mazza da baseball».
«Non lo sono», ammisi.
Cambiò espressione, come se le avessi dato una notizia terribile; non so come, ma aveva letto molto più in profondità di quanto potessi supporre. «Chi hai visto morire? Tua nonna o mio marito?» mi chiese preoccupata.
«Tuo marito!» le mentii, senza sapere però con chi fosse sposata.

Le dimensioni contano – Parte 29

Durante il tragitto verso casa pensai a mio marito e a ciò che mi ero persa: il primo incontro, il primo bacio, la prima scopata, il primo weekend assieme, la prima cena, il primo “ti amo”, la prima volta assieme al mare, la prima lite, il primo concerto assieme e il suo primo “in verità Irene Grandi mi fa cagare”. E poi il fidanzamento, il matrimonio, l’ormai celebre karaoke sulle note di Mio dolcissimo amorela scelta della casa e dei mobili, l’acquisto di quel cassonetto motorizzato noto ai più come Fiat Punto.
«Eccomi», affermai entrando in casa. Dissi “eccomi”, ma in realtà intendevo “abbassati pantaloni e boxer, che ti succhio il cazzo finché non ti si seccano le palle”.
Ma lui non aveva voglia di scopare. Anzi, dopo aver letto il contenuto dell’agenda rossa, l’ultima attività che avrebbe voluto fare assieme a me era proprio il sesso. Non appena mi vide si alzò di scatto dal divano e sospirò. Mi guardò accigliato, con espressione preoccupata. Sembrava quasi in lutto e non serviva chissà quale attitudine alla psicologia per ipotizzare che fosse turbato.
«Tutto ok?»
Rispose con una smorfia. «Quanti anni ha tua madre?» chiese enigmatico.
«Quarantatré».
«E tua nonna ne ha sessantasei, giusto?» domandò retoricamente.
Risposi annuendo.
«Se tua bisnonna fosse viva, sarebbe un’ottantanovenne», continuò lui.
Ancora non capivo. «Diventate madri a ventitré anni. Non prima e non dopo», rivelò allora con rabbia, scuotendo l’agenda rossa.«È scritto qui dentro».
Restai basita. Quella dell’età era una questione notevole, che non mi convinceva. Se potevo diventar madre solo a ventitré anni, come mai ero rimasta incinta a venti? Purtroppo la risposta a quel quesito era più ovvia di certe battute di Enrico Papi, che di quei tempi ci massacrava i coglioni con quello scempio neurologico televisivo chiamato Sarabanda. Restare incinta non significava diventar madre.
«Bella merda!» commentai quindi sottomettendomi all’imprescindibile volere degli universi paralleli. «Mi dispiace», aggiunsi quindi, conscia che mio marito fosse soprattutto arrabbiato.
Sposandomi, aveva probabilmente accettato tutte le mie stranezze. Ma presumo che non volesse avere figli solo secondo i voleri dei miei viaggi interdimensionali. Voleva decidere, come ogni cazzo di cristiano che non resta fottuto da un preservativo bucato o da una sveltina da ubriaco. «Grandissima merda!» commentò ribadendo il mio concetto precedente.
Mi avvicinai per abbracciarlo, ma fu lui ad abbracciare me. Provai a ripetergli il mio dispiacere, ma fu lui a dispiacersi per me. Avrei voluto rassicurarlo, affermando che tutto sarebbe andato bene, che gli sarei stata vicina, e altre vaccate melense da libro di Susanna Tamaro, ma accadde il contrario: fu lui a rassicurarmi, ripetendomi che tutto sarebbe andato per il meglio e che mi sarebbe stato vicino, e mi avrebbe amato e…

Nei giorni successivi mio marito continuò a studiare l’agenda rossa, illustrandomi passo per passo ciò che scopriva in quelle pagine. Ero abituata a mia madre, che aveva taciuto per vent’anni; mio marito invece parlava subito. Alcune rivelazioni furono per lo più inutili: viaggiavo tra gli universi per via di un’anomalia genetica ereditaria – grazie al cazzo; la mia famiglia era ricca, ma non avrei visto un quattrino fino alla morte di mia madre; mia nonna era stata sposata con un armatore polacco.
«Nessuna spiegazione invece sul perché il mio patrigno resuscita tra un universo e un altro» raccontai una sera proprio all’ex moglie dell’armatore polacco.
«C’è scritto che nella cuspide accade quello che non può accadere negli altri universi?» chiese conferma mia nonna.
«C’è scritto», replicai, avvertendo improvvisamente una piccola fitta allo stomaco. «Porco Giuda!» imprecai immediatamente.
Era passato un mese dall’aborto, il ciclo stava per tornare. Avevo paura, mi seccava perdere mio marito. Mi aveva fatta sentire protetta, amata e … «Non è detto che lo perda…» disse teneramente mia nonna.
«Secondo te lo perdo?»
Mi sorrise. «Starà bene», affermò, abbracciandomi.
Poi per la prima volta mi raccontò del padre di mia madre: «ero a Manchester, con mio marito»,  raccontò sorseggiando un sorbetto al limone, quando con “sorbetto al limone” si intende “un bicchiere di bourbon” e con “sorseggiando” si intende “tracannare”. «Un giorno incontro questo biondino, al porto. Disse di essere italiano, ma puzzava come un danese».
«Come puzza un danese?»
«Puzza come un italiano. Solo che è biondo».
Sorrisi. «E poi?» chiesi curiosa.
«Poi mi portò a bere e mi baciò al tramonto», raccontò insolitamente romantica. Strano, solitamente lei era quella che si vantava di dare ancora il culo
«Non basta un bacio per ingravidare una donna», ricordai maliziosa.
Sorrise. «Noi non siamo come le altre», affermò sibillina. «Ma ci sono cose che voglio raccontare, e altre che voglio tenere per me. Questa è una di quelle che voglio tenere per me».
«Ti manca?»
Sorrise. Era un “sì”. «Ora vai a casa», disse. «Certe cazzate sentimentali lasciamole a quei filmacci con Meg Ryan dove la nonna sta per tirare le cuoia».
Furono le sue ultime parole: morì due ore più tardi, investita dalla vedova di Ivan.

Le dimensioni contano – Parte 28

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Nel 2000 si ritrova improvvisamente sposata e forse incinta. Tuttavia, dopo l’ennesimo incontro con il suo patrigno, le sue cosce si sporcano di sangue.

Due chiazze rosse partivano dalla figa allargandosi sulle cosce. Mi resi conto della situazione e chiamai disperata mio marito, che accorse. Mi aiutò a rivestirmi e mi accompagnò al pronto soccorso, dove si prese silenziosamente cura di me, standomi vicino e mostrandosi sempre calmo mentre venivo visitata. Vacillò solo quando il medico di turno ci confermò l’aborto.
«Dovevo stare più attenta», provai a scusarmi osservando gli occhi lucidi ma orgogliosi di mio marito. Credo che non volesse piangere davanti a me, e lo ammirai per questo. «Mi dispiace tanto, mio vcr1».
Ma lui scosse il capo. «La colpa è mia: dovevo prendermi cura di voi mia cara avcr2», sussurrò con evidente rammarico.
In altri universi una gravidanza mi sarebbe sembrata un dramma. Eppure in quel momento non desideravo altro che un bambino. Non volevo solo per me, ma anche per la persona che mi stava accanto.
Molte erano le stranezze di quella dimensione: il mio matrimonio; la voglia di procreare; una Fiat in garage; un disco di Irene Grandi che a quanto pare ascoltavo fino allo sfinimento. Dovrebbe essere prevista la tortura per chi, al volante di una Punto bianca, fa suonare ogni giorno Mio dolcissimo amore.

Una volta dimessa andai a trovare mia madre. In teoria sarebbe dovuto succedere il rovescio; ma quando mio marito le aveva detto del ricovero, lei aveva replicato di avere troppo da fare per, testuali parole, “perdere tempo dietro certi inevitabili episodi”. Superfluo aggiungere quanto mi infastidì quella risposta.
«Sei una stronza!» affermai infatti quando mi aprì la porta.
Mia madre non replicò, né parve seccata dal mio tono. «Entra», mi invitò invece, «ci prendiamo un tè tra ragazze».
«Nemmeno morta», affermai orgoglioNa. «E non sei più una ragazza, stronza rotta in culo!»
La stronza rotta in culo mi afferrò per il polso destro e mi trascinò dentro casa, accompagnandomi in cucina a suon di spintoni. Scostò una sedia per farmi sedere. Ovviamente non ero d’accordo e rifiutai la sua offerta. A quel punto venni colpita da un violento ceffone: mi accomodai. Ero nervosa e arrabbiata. Scoppiai a piangere come un telecronista Rai ogni volta che la Ferrari di Schumacher andava in merda.
«Perché frigni?» chiese la mia vecchia, quasi sdegnata.
«Perché ho perso un figlio, e tu mi prendi a schiaffi», risposi in un modo insolitamente candido.
Ma lei non commentò, né parve turbata. Sembrava quasi non mi avesse sentita. Nessuno le aveva strappato le corde vocali, o traforato il timpano con un grosso trapano. Forse aveva regalato il cuore all’uomo di latta de Il Mago di Oz. O più semplicemente era la stessa stronza di sempre. Ero io quella sbagliata.
«Mamma», riprovai quando versò il tè nelle tazze, «ho appena abortito», feci notare. «Dimmi qualcosa».
Sorrise imbarazzata. «Qualcosa!» rispose sorseggiando.
Era una battuta vecchia e per nulla divertente: non risi. Non capivo cosa la infastidisse. Non voleva diventare nonna a quarantatré anni? Non mi considerava capace di badare a un dispensa-merda-frignante? La mia gravidanza creava un qualche casino interdimensionale e qualcuno a lei molto caro, nel senso che ci scopava, rischiava di sparire dalla faccia della terra? Era incazzata perché il Cagliari3 aveva vinto e la Torres aveva invece fatto l’ennesima figura del cazzo? Era seccata perché non l’avevo mai portata con me a un concerto di Irene Grandi? Inutile ipotizzare, facevo prima a chiedere.
«Cosa ti disturba?»
Non mi rispose. Eravamo sedute a tavola, ciascuna con una tazza di tè caldo davanti. Non c’era dunque motivo che si alzasse per mettere nuovamente il bollitore sul fornello.
«Cosa Cristo fai?» indagai spazientita e incredula.
«Faccio il tè», replicò con una naturalezza disarmante.
Il suo era un comportamento senza senso, quanto passarsi il Silk Epil dopo essersi fatta la ceretta, o lavarsi la fica prima di pisciare, o incenerire la cenere, o peggio ancora, mettere su un disco di Marco Masini mentre alla radio passano Bella Stronza.
«Non serve che rifai il tè».
Ma mia madre era prigioniera di un suo strano mondo alienante. Osserva il bollitore inutilmente sul fornello, estranea alle mie parole e alla realtà circostante. Non avevo mai osservato un comportamento tanto dissociato da parte sua.
«Parli?», incalzai polemica, ma inutilmente. «Cosa non mi stai dicendo?» insistetti con un tono meno aggressivo.
Non mi rispose e al suo posto probabilmente avrei fatto lo stesso. Nello stesso momento mio marito, analizzando l’agenda rossa, capì due dettagli che mia madre non mi voleva rivelare e che forse avrei potuto capire da sola.

1 vcr = vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
2 avcr = altro vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
3 non corre buon sangue tra tifosi del Cagliari Calcio e della Torres (la squadra di Sassari).

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Le dimensioni contano – Parte 27

All’età di vent’anni avevo già un “curriculum” piuttosto raccapricciante. Due omicidi a sangue freddo; due coetanee sfregiate; parecchi episodi di aggressione, uno dei quali nei confronti di mia madre. In ragion di ciò, avrei dovuto possedere un cinismo identico a quello di Sentenza, il cattivo in Il Buono, il Brutto e il Cattivo; eppure quel giorno un’innocente bugia raccontata a mio marito mi sembra quasi un crimine contro l’umanità.
«Che cazzo di macchina guido in questo cazzo di universo?» sussurrai con un eloquio da principessa di Stock Hutson Ville, girando per il quartiere dove abitavo. Essendo una domanda posta a me stessa, non ci sarebbe stata risposta. Non potendo, né volendo, tornare in casa per controllare nel quaderno, o chiedere a un marito di cui ancora non conoscevo il nome, decisi di rinunciare all’auto e prendere l’autobus.
Il convoglio della linea 1, come al solito, era pulito quanto il pavimento di un porcile abitato da suini affetti da dissenteria. Un tizio sdentato si sedette al mio fianco e cominciò a cantare una versione roca di Moi Lolita di Alizee. Gli sorrisi, regalandogli 5000 lire nella speranza che si levasse dai coglioni; in realtà, pur di liberarmene, gli avrei anche succhiato il cazzo. Mi fu però sufficiente scendere alla fermata successiva, piuttosto vicina al luogo dove, almeno negli universi precedenti, lavorava Ivan. Venni però fermata a metà strada.
«Chiunque cerchi, è morto!» disse una voce a me familiare, che mi sorprese alle spalle. Era quella merda del mio patrigno, che a quanto pare aveva più vite di Phoenix de I cavalieri dello zodiaco.
Luca/Marco/Matteo, o come diavolo si chiamava, era poggiato a un lampione e fumava. Forse voleva a risultare criptico, ma ai miei occhi era sempre il bastardo vigliacco che meritava di crepare sventrato vivo da un branco di dingo affamati, con buona pace del discorso fattomi da mia madre nell’universo precedente.
«Non può essere morto», obbiettai nervosamente, riferendomi a Ivan. «Non aveva ragione di morire in questo un…» mi interruppi.
«In questo universo?», chiese tiepido il mio patrigno, mostrandomi e poi porgendomi l’agenda rossa.
La sfogliai ma non ci capii granché. Era solo appunti di fisica, schemi, linee e formule, tutte robe che mi risultavano familiari quanto le tecniche di canto usate per lo Yodel, o l’approccio riproduttivo tra i licaoni, o le oscure ragioni antropologiche che stavano spingendo migliaia di italiani ad apprezzare i merdosissimi Lunapop.
«Che ne è stato di Ivan?» domandai dispiaciuta solo in parte per il destino del mio ex scopamico. L’affetto che provavo per mio marito sembrava soffocare l’empatia per chiunque altro.
«Morto», ribadì il mio patrigno senza spiegarmi il come. «Posso aiutarti», aggiunse però. «Ma voglio capire una cosa: quante volte sei stata nella cuspide».
«Due», risposi. «A quindici e vent’anni anni», rivelai, omettendo che la seconda volta mi avesse violentato. «Ora dimmi di Ivan o ti uccido», minacciai.
Mi fissò divertito. «Qui non puoi uccidermi, Candy Candy», affermò in maniera stranamente paterna. «In questo universo sei una sposina bionda che ha cantato Mio dolcissimo amore al karaoke, il giorno che si è sposata», continuò fastidioso, prima di tirare fuori una pistola dalla tasca del trench che indossava. Era un’automatica, la stessa che nell’universo precedente avevo utilizzato per un doppio omicidio. «Prendila!» ordinò.
Non ci riuscì. Provai più volte ad afferrare quell’arma, ma le mie mani tremavano. Mi mancava l’attitudine violenta, quello spirito mi aveva portata in passato ad aggredire e uccidere con naturalezza. Fu molto strano e per certi versi inquietante. Ma in cuor mio ero felice di non saper più maneggiare un’arma, anche se mi rodeva che ciò accadesse proprio al cospetto di quella merda del mio patrigno.
«Dimmi di Ivan», provai per la terza volta.
Mi fissò ancora con affetto. «La sua presenza compensava l’assenza di tuo marito», spiegò in modo per me poco chiaro.
«È il contrario!» obbiettai.
Ma lui scosse il capo, facendo nuovamente sparire l’arma e compiendo un passo all’indietro. «Muori per nascere, o nasci per morire?» chiese sibillino, prima di allontanarsi improvvisamente. Provai a seguirlo, ma lui prima affretto il passo, quindi iniziò a correre. Ero piuttosto in forma, quindi non feci troppa fatica a raggiungerlo. A un tratto si arrestò, voltandosi e puntandomi contro la pistola. In un altro universo forse avrei provato a disarmarlo, magari colpendolo con qualche mossa di chissà quale arte marziale imparata chissà quando da chissà chi e chissà come o perché. Ma in quell’universo accadde qualcosa d’altro.
«Credo di essermi letteralmente cagata sotto!» raccontai a mio marito, una volta tornata a casa. «Ho bisogno di una doccia»
Lui mi abbracciò, dispensando poi l’ennesima frase melensa. Era una colossale cagata sentimentale, distante anni luce dal genere di rapporti interpersonali plug & play che avevo sempre portato avanti durante la mia breve e confusa vita da adulta. Eppure, quelle stramaledette frasi zuccherose mi facevano venire gli occhi a cuoricino. Avendo però bisogno di una doccia, sciolsi l’abbraccio rispondendo con una frase perfetta per un libro di Moccia.
Ma tutto quell’amore ipoglicemico si sciolse quando mi spogliai. Quella che sentivo nelle mutande non era merda, ma sangue.

Le dimensioni contano – Parte 26

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Improvvisamente si ritrova sposata e forse incinta.

Sapermi sposata e addirittura incinta fu piuttosto strano. In primo luogo perché avevo vent’anni e mi sentivo troppo giovane per la famiglia; sinceramente era una vita alla quale in passato non avevo mai pensato. Inoltre nel mio passato non c’erano mai state storie significative da pensare a matrimonio e figli. In genere, le mie relazioni erano sempre durate non più di qualche mese.
«Vado a preparare la colazione», affermai per prendere tempo e allontanarmi da mio marito. «Il test di gravidanza lo rifaccio più tardi».
Uscita dalla camera da letto, ne approfittai per chiamare mia madre. Credevo di trovarmi in una cuspide, ma sbagliavo. Ero anzi più fuoristrada di Will Coyote, che invece di spendere 5 dollari in macelleria, né butta via a migliaia comprando prodotti della A.C.M.E per acchiappare uno struzzo.
Chiesi a mia madre di ragguagliarmi su mio matrimonio. Lei mi rispose di non saperne granché. «Negli altri universi dove sono stata, tu non sei mai sposata», spiegò. «Però a occhio e croce sembra che vi amiate».
Non mi interessava la sua opinione in merito; e comunque non ero interessata a certe cazzate sentimentali. «Da quanto sei in questa dimensione?» chiesi invece alla mia vecchia.
«Dieci giorni».
Non sapevo se fidarmi completamente di mia madre. Perciò, chiusa la chiamata, cercai in camera il mio quaderno, quello con Snoopy in copertina. Cominciai a sfogliare le pagine, ma venni interrotta. Mio marito si fermò alle mie spalle e mi accarezzò dolcemente la schiena.
«Che c’è?» chiese teneramente, cingendomi per i fianchi e prendendomi le mani. Oddio! era un tesoro. «Tutto bene, mio dolcissimo amore». No, alt: “mio dolcissimo amore” solo se ti chiami Irene Grandi e devi parlare di amore zuccheroso alle tredicenni che ascoltano Radio 105.
«È tutto ok, passerottino», risposi, inquietandomi per quel “passerottino” esploso involontariamente nella mia bocca come se avessi un petardo tra i denti.
«Non sei tu», considerò lui accarezzandomi la testa, baciandomi poi la nuca. «Da che universo vieni?» mi chiese sottovoce.
«Come diavolo lo sai?» gli chiesi sorpresa, anche se non quanto avrei creduto.
«Siamo sposati», rispose. «So le cose perché siamo sposati e me le hai dette».
Quella risposta assolutamente vaga mi convinse. Era un paradosso, perché non basta un anello al dito per giustificare pericolose confidenze. Ma non stavo ragionando interdimensionalmente: un uomo capace di sposare una come me, probabilmente non era un uomo nella norma.
Mi fidavo tanto di lui, e me ne resi conto. Aveva un potere magnetico, rassicurante. Istintivamente mi sentivo al sicuro. Non ero mai stata innamorata in passato, non conoscevo l’irrazionalità di quel sentimento. Ma mi ci abituai quasi subito.
«Da quanto siamo sposati?» domandai.
«Otto mesi».
«Cosa sai della cuspide?»
«Che la prima volta frequentavi i geometri e che durante la successiva sei stata violentata dal tuo patrigno».
Era vero. «Carolina?» chiesi ancora.
«La ragazza che compensa la mancata morte di tua nonna?»
Annuii soddisfatta. Quell’uomo sapeva cose che nessun’altra persona, escluse mia madre e mia nonna, conoscevano. Decisi allora di giocarmi una carta pericolosa.
«Posso fidarmi di mia madre?»
«Ovviamente sì», rispose mio marito.
«Perché?»
Mi sorrise. «Perché conosce tutti i tuoi segreti e non li ha mai usati a proprio vantaggio. Ti ha dato i soldi quando ti servivano, e te li ha tolti quando non ne avevi più bisogno. Ti ha messa in guardia sulla cuspide, non ti ha denunciata agli sbirri quando avrebbe dovuto farlo».
«Mi ha anche tenuta lontana per due anni», opinai.
«Le hai anche messo le mani addosso», mi ricordò. «E comunque ti ha perdonata».
Non aveva torto. Per certi versi mi aveva anzi dato dell’opportunista, come aveva fatto mia madre nell’universo precedente. Era chiaro che sapesse molte cose sulla mia vita e in quel momento ero molto felice di avergliele raccontate.
Tuttavia avevo bisogno di verificare una cosa e possibilmente ascoltare un’altra campana. Il tempo di indossare un paio di jeans e una felpa ed ero già fuori di casa.
«Vado da nonna, amore mio dolcissimo», dissi al mio amore mio dolcissimo, perplessa da quanto riuscissi ad essere involontariamente stucchevole nei suoi confronti.
Se volevo sapere se fossi o meno capace di mentire, avevo la risposta per la mani: non ero infatti diretta da mia nonna.

<< Parte 25

Le dimensioni contano – Parte 25

Avevo compiuto un duplice omicidio, ma nessuno mi aveva vista sparare. Avevo anche un alibi pronto, ma non capitò l’occasione di utilizzarlo. Le poche informazioni fornite dai “testimoni” allontanarono gli inquirenti dalla sottoscritta: si cercava un nordafricano alto circa un metro e ottanta, sulla trentina, che il giorno dei due delitti indossava una felpa dei Blink 182.

Pochi giorni dopo mi svegliai all’alba per andare a correre. Nel pomeriggio avevo in programma un colloquio di lavoro e volevo sfogare tutta la tensione accumulata: mia madre mi aveva infatti tagliato i fondi e non sapevo come pagare affitto e bollette. Non mi andava assolutamente di andare a vivere da mia nonna, rischiando di sorprenderla a trastullare uno dei suoi tanti scopamici con il cazzo avvizzito.
Avevo percorso circa un chilometro e mezzo al “trotto”, quando qualcuno mi sorprese da dietro, colpendomi al polpaccio sinistro.
«Tua nonna sta facendo un gran lavoro», constatò mia madre brandendo una mazza da baseball. «Gli sbirri cercano un negro, non una bionda viziata che non conosce il senso di colpa».
Mi aveva colpita bene, il polpaccio mi faceva un male boia. «Ivan era destinato a una vita da vegetale. Il tuo ex marito mi ha violentata nella cuspide», mi giustificai convinta di aver ragione.
Mia madre scosse il capo e mi fissò severamente. «Sei come tua nonna. Prima vieni tu, poi tutti gli altri, comprese le altre te. Ti ho detto tante volte di ignorare la cuspide. Sai bene che il Matteo di un universo è differente da quello che trovi nel successivo. Eppure te ne freghi delle mie parole, e ascolti solo la tua irragionevole voglia di vendetta. Siete come due cagne, nonna e nipote: quando avete lo stimolo di cagare, lo fate subito, fregandovene del dove e del con chi siete. E se avete voglia di far sesso, ci passa qualsiasi cosa abbia un cazzo tra le cosce».
Non replicai. Pensai fosse arrabbiata perché le avevo ucciso l’ex marito, che parlasse a quella maniera guidata dall’ira.
«Tua nonna, quando ha potuto, ha scelto sé stessa. E infatti è morta Carolina», aggiunse ancora. « Vuoi somigliare a una persona simile?».
Un gran bel discorso sul come comportarsi! Pronunciato però dalla stessa persona che pochi istanti prima aveva colpito la figlia con una mazzata.
Rispettavo mia madre, credevo nella buona fede delle sue parole; ma un’opinione non diventa realtà assoluta solo perché ne è convinto chi la sostiene. Mamma difendeva Matteo, dimenticandosi che lui probabilmente mi stesse pedinando. Allo stesso modo potevo capire tutte le perplessità sul come avevo trattato il cadavere di Ivan, ma ero assolutamente certa di aver agito innanzitutto per pietà e non per sadismo.
«Non fare la santa», replicai quindi. «Hai tradito tuo marito, e non hai mai rivelato a tua figlia il nome del padre. Quindi prendi i tuoi discorsi da ipocrita e portateli a ‘fanculo».
«Se ti rivelassi il nome di tuo padre, probabilmente lo uccideresti», ipotizzò lei, andandosene senza soccorrermi. Non che ci fosse bisogno di infermieri o medici, dato che mi venne solo un grosso livido.
Nel pomeriggio mi recai al colloquio. Fu una farsa. I proprietari della società immobiliare erano grandi amici di mia nonna, quindi sarebbero stati pronti ad assumermi anche se avessi cagato sul loro tavolo o se li avessi chiamati “scopa-pecore“. Era gentaglia, personaggi pronti a fottere il cliente. Firmando il contratto diedi ragione a mia madre: ero un’opportunista egocentrica.

Il mio lavoro da venditrice di case durò una decina di giorni, poi mi vennero le mestruazioni. Al risveglio mi ritrovai a letto con un palestrato sulla ventina, un ragazzo biondo e palestrato, piuttosto carino e palestrato, dote random e palestrato. Vorrei affermare che tutti quei muscoli mi lasciassero indifferente, ma dopo pochi secondi le mie mani stavano già percorrendo le linee degli addominali scolpiti che mi ero ritrovata sotto il naso.
Quando scesi più in basso, trovai un obelisco di carne piuttosto impressionante.
«Mmm…» mugolai eccitata.
«È tardi!» disse Mastrolindo, sollevandosi dal letto e coprendosi il cazzone con un paio di boxer.
Mi aspettavo che recitasse il canovaccio da post-scopata-sporadica, del genere “è-stato-bello-sei-meravigliosa-ma-ero-confuso-scusami-e-ora-perdiamoci-di-vista
Non disse nulla invece. Mi alzai anche io dal letto e cominciai vanamente a cercare i miei indumenti. «Dove diavolo ho messo le mie mutande e…» e mi interruppi: abitavo lì.
Quella camera da letto pullulava di indumenti e oggetti che non potevano che essere miei: il quaderno con Snoopy in copertina; i vecchi dischi dei New Kids on The Block e la collezione di Hit Mania Dance; abiti color porpora, la mia tonalità preferita.
Inoltre c’erano foto varie incorniciate e appese alle pareti: io e il palestrato al mare; io e il palestrato a Gardaland; io e il palestrato a Parigi sotto la Torre Eiffel; io e il palestrato il giorno del nostro… «Cristo Santo!» berciai osservando la foto in cui indossavo l’abito da sposa.
«Hai rifatto il test?» chiese però Mister Cazzone.
«Quale test?»
Mi fissò perplesso: «quello di gravidanza…»

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