Anna.

Era la notte di San Silvestro del 1979 e, per motivi che a breve capirete, mia madre non aveva alcuna voglia di far festa. In ospedale, il personale di turno era così ridotto all’essenziale da risultare insufficiente in caso di improvvisa emergenza, emergenza che, per fortuna di tutti, quella notte non si verificò. L’atmosfera era anzi tanto rilassata, che in uno sgabuzzino del quarto piano, dove a rigor di logica dovevano esserci solo scope e grossi rotoli di carta industriale, qualcuno accoglieva il 1980 nella maniera migliore: un’infermiera ventenne si stava lasciando scopare da un internista trentacinquenne che, da quanto le aveva raccontato, era in pieni crisi coniugale. Presunta crisi coniugale a cui aveva creduto anche mia madre, ingravidata in primavera da un coglione che, pochi giorni prima della mia nascita, era diventato padre di Anna, la mia sorellastra. Così, poche ore dopo la mezzanotte, all’alba del Capodanno del 1980, sono nata io.
Nei giorni successivi, mio padre venne a riconoscermi, e non si presentò da solo. Nella nursery, la moglie di papà conosceva per la prima volte mia madre, stranamente amichevole, e la perdonava per essersi portata a letto il marito, proponendole anzi di trasferirsi in una casa sfitta non lontana dalla loro, in modo che io e Anna potessimo crescere vicine. E nell’imbarazzante silenzio dei presenti, convinti che mia madre spolpasse viva la legittima consorte del padre illegittimo di sua figlia, si udì la sola risposta che chiunque quel giorno avrebbe escluso a priori: «farebbe piacere anche a me che le bambine crescessero vicine», disse infatti, «e non mi dispiacerebbe se tu mi perdonassi».
E così Katia perdonò mia madre. E nelle settimane successive cominciarono davvero a frequentarsi: si vedevano per un tè o un toast; si facevano le unghie a vicenda; si prestavano i dischi. Io e Anna venivamo educate come sorelle, obbligate a rispettarci, essere leali e solidali l’un l’altra. Il mattino, quando Katia lavorava, era mia madre ad occuparsi di entrambe; il pomeriggio, quando mamma faceva la cameriera in un bar cittadino, stavo a casa di papà. Venivamo pettinate in modo identico, oppure simmetrico: se Anna aveva la coda sulla destra, io l’avevo a sinistra; se lei aveva la riga da una parte, io l’avevo dall’altra. Ovviamente ci compravano gli stessi vestiti e le stesse scarpe. In breve, io e mia sorella abbiamo trascorso in simbiosi il primo biennio delle nostre bizzarre esistenze.
L’unico non coinvolto in questo strano circo del “volemose bene comunque” era papà, che ne era la causa. Se passava del tempo con me, non lo passava con Anna, e viceversa. A lui non piaceva che le due famiglie crescessero assieme. Soprattutto non sopportava Francois, il compagno corso di mia madre. Francois era un cuoco francese che, in due anni di convivenza, avrò visto sì e no tre o quattro volte con indosso un paio di mutande. Aveva un pene grosso quanto alcuni miei bambolotti, e credo che quel cazzo da bovino fosse l’unico motivo che lo legasse a mia madre. Il francese era un perdigiorno cronico, rumoroso e perennemente in bolletta. Una donna sana di mente lo avrebbe lasciato dopo 2 ore: mia madre ci mise due anni a levarselo dalle ovaie.

Un uomo mediocre si incula una porno bionda. (Appunti)

Il fuoco che non arde nella tana del cane. Un vortice di vento trasporta i pettegolezzi notturni, riverberati da un fornaio adultero. Protagonista principale di questo racconto è un personaggio mediocre, perciò più adatto al ruolo di comparsa. Immaginate dunque un uomo che cena con zuppa fredda di fagioli, condita con lacrime di disperazione. Immaginate un bicchiere alcolico vuotato costantemente, ma riempito di volta in volta da vino dozzinale e puzzolente d’aceto. Lo visualizzate quel genere di individuo che guarda esclusivamente documentari in bianco e nero? Documentari sottotitolati, per giunta. Mediocrità a buon mercato, guarnita dal dizionario di sinonimi e contrari: bassezza, insignificanza, scarsità, inettitudine.
E poi lei, porno-bionda che nei film noir si innamora dello sfigato autobiografico; una di quelle femmine che nella realtà si fanno stantuffare da un superdotato palestrato. Porchiddio, quanto ci starebbe bene una colonna sonora di Donald Fagen. Troppo dispendiosa per questo mediocre show.
La porno-bionda entra in scena quando il sipario si alza. È il secondo atto, ma la giunonica protagonista non si spoglierà prima del terzo, anche se tutto dipende dalla forza dell’improvvisazione.
In platea, fumando una Winston nonostante il cartello “vietato fumare Winston“, un critico frustrato prende appunti. «Che spettacolo indegno», sussurra, «diorrottinculo», impreca quindi sottovoce, «l’ennesima boiata ripetitiva che occupa uno spazio che dovrebbe essere destinato ai veri drammaturghi».
Diversa l’opinione del proprietario del teatro, che non può permettersi né Cats, né Rent, né Mamma Mia. Qualsiasi cazzata che venda qualche biglietto gli va dunque bene.
Felici anche i costumisti, più che altro per la gioia di vedere nuda la porno-bionda dietro le quinte.
Infine il regista. Si chiama John Smith, ha cinquant’anni, e continua a mettere in scena frammenti della sua patetica esistenza. Ha divorziato vent’anni fa; è padre di un futuro avvocato, e di una ballerina talentuosa che non ha mai visto danzare. Prega un Iddio pagano che la critica spenda qualche parola di elogio nei suoi confronti, o che la voglia di suicidarsi diventi abbastanza pressante da indurlo a porre fine alla sua inutile esistenza. Eppure dalla platea qualcuno applaude. Del resto anche la mediocrità gode di qualche estimatore. Ma dal pubblico non si applaude al mediocre, ma al décolleté della porno-bionda. Amen.

Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

Amore dislessico.

E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze, sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata. Ma non dimenticherò ciò che ho da fare . Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciare l’eleganza accarezzata, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione. Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita.

Mi chiami di te, ieri sera, sguardi vivi. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, ti ho colpito. Mi sono innamorato dell’ingenuità che hai usato la tua vita. Sono impazzito per il modo in cui incrociavi gli occhi, frugando leggermente la nuca. Che spettacolo lasciarti accarezzare l’eleganza, così la tosse delicata quando hai sboccato con l’esagerazione.Ho amato il modo con cui tu sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, perché potessi massaggiarti la nuca. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.E mi è piaciuto osservare i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze sorseggiare la birra, con la tenerezza per cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come il suono della tua risata.

Mi chiami da te, vivo sguardo, ieri sera. Ho adorato il numero di telefono, il modo in cui respirando dolcemente, suonava la tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità che hai usato nella tua vita, nei tuoi vizi, nelle tue passioni, nelle tue divertenti e ingenue debolezze. Sono impazzito alla birra, e al modo in cui incrociavi gli occhi frugando leggermente la nuca. Che spettacolo l’eleganza, lasciala accarezzare, così come la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo con cui ti sei, piegando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino, potuta massaggiare la nuca. E mi è piaciuto osservarti sorseggiare la tenerezza con cui hai raccontato le tue labbra alle mie: ti muovevi sui tacchi. Purtroppo non ti ho chiesto né il tuo profumo, né dove al primo, né come ti sono innamorato. Ma non farò dimenticanza, né ti ho.

Mi sono innamorato di te al primo sguardo, ieri sera. Ho adorato il tuo profumo, il modo in cui ti muovevi sui tacchi, il suono della tua risata. Mi ha colpito l’ingenuità con cui hai raccontato la tua vita, i tuoi vizi, le tue passioni, le tue divertenti e ingenue debolezze. Mi è piaciuto osservarti sorseggiare la birra, e il modo in cui incrociavi gli occhi frugando dentro la borsa alla ricerca dell’accendino. Che spettacolo l’eleganza nel tuo modo di fumare, così la tosse delicata quando hai esagerato con la boccata. Ho amato il modo in cui ti sei lasciata accarezzare, piegando leggermente la testa perché potessi massaggiarti la nuca. E sono impazzito per la tenerezza che hai usato nell’unire le tue labbra alle mie, respirando dolcemente. Purtroppo non ti ho chiesto né il numero di telefono, né dove vivi, né come ti chiami. Ma non ti ho dimenticato, né mai lo farò.

La gioviale attitudine al Blowjob di Miss Mary Chesterfield da Shurdington.

Senza titolo

Da piccolo mi appassionai alla tassidermia. Fu colpa del mio vicino di casa, Mister Edgar Alain Prost, che si fece venire un infarto nel marciapiede che affiancava la mia adorata Sir Fred Stuart Montgomery’s Street. E. A. Prost era il maniscalco locale, e pensai che il suo decesso avrebbe comportato perdite alla vendita di cavalli. Sbagliavo, l’industria locale del porno ingaggiò un nuovo abile maniscalco.
Tornado a quel giorno, il corpo inerme di Mister Prost, circondato da passanti preoccupati soprattutto che non piovesse e lo spaccio locale non finisse le riserve di tè, stuzzicò le mie fantasie. Sarebbe stato bello imbalsamare quel poveraccio, trattarlo come un papa o un vecchio faraone, e rendere immortale la spettacolare e ineccepibile mortalità di quel momento. Chiesi cortesemente il permesso di portarmi a casa quell’ammasso ormai inservibile di tessuti e organi prossimi alla decomposizione. Ma il poliziotto locale, Stg. Paul John George Ringo Pepper, scosse il capo.
«Non posso permetterlo», affermò con voce severa e paterna. «Prima dei tassidermisti, vengono i necrofili. Rispettiamo le precedenze, dioccane. E poi quel corpo è ancora caldo: sai quante settantenni adorano godersi l’ultima erezione di un cadavere? Rispetta le precedenze kid, rispetta le fottute precedenze, diopporco. Innanzitutto, le precedenze. Gadseivdequin!».
Al terzo “le precedenze” annuii. Mi sentii inerme e per certi versi preso in giro. Ero troppo giovane per il sesso. Sapevo di amici di amici di altri amici che sodomizzavano i feretri al Black Label Morgue cittadino, spesso prima del tè; ma io non avevo esperienza in merito, né conoscevo il sesso diverso dalla masturbazione. Inoltre, non avrei certo sprecato la mia prima volta con un cadavere. Tra l’altro a Shurdington, il nostro villaggio nella contea del Gloucherstershire, Tewkesbury Borough Council, era consuetudine ormai millenaria essere sverginati da un sacerdote cattolico irlandese, preferibilmente alcolizzato. Era un’usanza a cui tenevamo in parecchi, quanto le risse al pub e l’assegno di disoccupazione dopo il diploma. Non mi piaceva dunque discostarmi eccessivamente dalle tradizioni locali: temevo di figurare un reietto, o peggio ancora un sovversivo.
Carpito da questa, ma anche da molte altre preoccupazioni, decisi di fare due passi per la campagna circostante. Dove altro sarei potuto andare? Attorno c’era solo campagna e altra campagna. E pecore. E allevamenti di cavalli. E altre pecore.
Vagando, fumando una Winston rubata dal pacchetto paterno, portando a spasso la mia faccia presuntuosa condita dall’insolenza da undicenne, raggiunsi una vecchia casa che apparentemente sembrava abbandonata. C’era un enorme giardino a circondarla, anche se caratterizzato da piante secche, erbacce e quello che sembrava il rottame di una vecchia Aston Martin Ulster. La costruzione in sé era piuttosto inquietante: finestre con telai tarlati e vetri rotti; intonaco esterno completamente grattato via da incuria, intemperie e umidità; una grossa falla sul lato Nord Est della copertura. Quel luogo sembrava voler implodere su se stesso, ma mai senza schiacciare almeno quattro o cinque persone.
Varcai il cancello, sperando di individuare qui o là qualche rivista porno abbandonata. Capitava spesso di trovarne, in particolare in luoghi abbandonati. Avevo già il cazzo duro all’idea di farmi una sega, ma la porta della casa si aprì. Apparve una donna. Avrà avuto una ventina d’anni per gamba, e almeno altri trenta sul viso. Il suo volto era scavato, come se fosse affetta da tifo, tubercolosi: in realtà non dormiva da settimane.
«Cosa cerchi?» mi chiese con voce catarrosa.
Sollevai le spalle. Eppure la mia erezione parlava per me.
La donna allora, Miss Mary Chesterfield, si tolse la dentiera e mi raggiunse.

immagine presa da Qui

Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

S(ado)m(asochismo) o S(ega)m(entale)

La prima volta è stato un semplice “hai da accendere?”
La seconda un “ci siamo già incontrati?”
Quindi “ancora tu?”
E infine “Valentina, piacere. Ma forse ci siamo già presentati!”
Segue un “ok!” alla proposta di un caffè.
E infine, ovviamente, il caffè.
La peggior caffetteria di Cagliari, ma la cameriera più cortese del pianeta.
I soliti discorsi sull’università.
Attendere che la parola “fidanzato/ragazzo” venga o meno fuori.
Eventualmente domandare in modo indiretto la presenza di qualcuno nella sua vita.
L’alzarsi per andare a pagare, che oggi a quanto pare è un atteggiamento sessista, ma a me fa piacere ugualmente.
L’explicit “la prossima volta offri tu!”
La prossima volta che è una passeggiata al parco. – open SM
Un tentativo di bacio, piuttosto maldestro. Non era il momento forse, o non è quella giusta probabilmente. close SM
Metterla sul discorso “che musica senti?”, così cacofonico nella pronuncia e così arrendevole nella sostanza. Parlare di musica a un appuntamento è come farsi una sega durante una scopata, certifica l’assenza di opzioni valide.
Pensare di non chiamarla più, sparire, limitarsi agli auguri al compleanno e qualche like sui social network, quando li inventeranno un domani.
Concentrarsi sull’esame, deconcentrarsi dall’esame, concentrarsi ancora, deconcentrarsi, come ballo di un’eterna estate di fancazzismo.
– open SM Immaginarla sorseggiare il caffè e sorridere, e sorridere close SM –; – open SM immaginarla succhiare un cazzo ed eccitarsi close SM –, arrabbiarsi.
Nel frattempo smetto di fumare, incontro altre donne, adotto un gatto e mi ammalo: scopro di essere allergico ai felini, intollerante alle altre donne, e che la mia forza di volontà è inferiore al desiderio di tabacco.
Così ancora una volta al distributore automatico, per un pacco di Winston, tanto per sentirmi un Kurt Cobain non troppo più allegro, ma decisamente più vivo.
«Ancora tu?»
Sempre sola, sempre angelica nel modo di sorridere, sempre imbarazzante con quel grosso seno che nemmeno le felpe larghe riescono a celare. «Sei arrabbiato con me? Non ti sei più fatto vivo!»
E sentirsi illuminati da un qualche angelo custode pagano, un dio onnipotente della risposta pronta e del bocchino sicuro, l’eterea figura metafisica che protegge noi viandanti nei distributori automatici di sigarette. «Mi interessavi», ammetto con la franchezza da “tanto non ci vedremo più in futuro”, scostandomi in modo che possa comprare le Camel, se non ricordo male. E mentre inserisce le monetine nell’apposita fessura, non mi resta che completare la mia confessione: «e quando hai respinto il bacio, mi sono tirato indietro»
«Quando hai provato a baciarmi?»
Ed è questo il mio problema. Spesso ricordo cose che non ho fatto. O meglio, ricordo gesti che non ho avuto le palle di compiere, convinto di fallire. Per mia fortuna ho smesso di fumare… coff coff!

Just to…

Giorni in cui ti affacci al parapetto, scuoti il capo, e ripeti a te stesso che tre piani non sarebbero sufficienti a garantirti la certezza della fine di tutto. L’idea di berti un cocktail di varechina, ricordandoti poi che una lavanda gastrica risolverebbe il “problema”. Il dramma di un’esistenza asfissiante e ripetitiva; la carenza di certezze scossa ogni tanto da una scopata, magari da una buona birra, ma nulla di più. Piccoli soddisfazioni che pesano nulla in confronto alle gigantesche delusioni. E nessun passo in avanti che ti sembra davvero tale. Come quando metti su gli XX sperando che ti diano la forza di fare un passo specifico, molto più importante. Ma rendersi conto che nemmeno quattro piani sarebbero sufficienti. Ripensare ai cani, che vanno a morire lontano. C’è molta solitudine nella resa, credo abbia a che fare con l’abbandono. O forse con la consapevolezza. O con l’intimità. O nulla di tutto ciò. Passare dagli XX agli Smiths, fino ai Depeche Mode. Sentirsi parte del sistema con Everything Counts, molto più che con Another Brick in The Wall. Fumare, tanto chi se ne frega? E farsi l’ennesima birra. Invece nulla da iniettarsi in endovena, o da sniffare, o da respirare dal vaporizzatore. Sorridere all’ennesimo schiaffo di Ghirardi a Bombolo, trovare la vodka, brindare a un altro probabile inutile risveglio. Concentrarsi sulla forma della spalliera del letto. Ricordarsi che dormi in un matrimoniale, quindi osservarLa raggiungerti, sorriderLe.  Infine capire che non ti sentiresti felice nemmeno se lo fossi, nemmeno se avessi tutto ciò che aspiri a possedere. Non tutte le auto sono concepite per macinare migliaia di chilometri… non tutte le persone sono adatte a vivere a lungo. Alcune invecchiano in fretta, forse appagate dal dionisiaco. O semplicemente si rompono.

B(rigitte). B(ardot).

Sponge Bob in Tv, tè freddo sul tavolo, te calda sul letto. Uno scenario simile a un film con Penelope Cruz e Banderas. Ma io non sono Banderas, né tu la Cruz. Fumare tonnellate di Winston in attesa che ci venga voglia di sporcare un altro preservativo: i Pantera nelle stereo, mentre Patrick riesce a far la doccia alla lumaca. Mi guardo i dorsi unti di fancazzismo, così lisce e borghesi. Le unghie pulite di chi non mette da tempo le mani nel grasso. Tu sembri Bridgitte Bardot, anche se scopi meglio della Bulgari. Un enorme incendio estingue la sete di sapere dei cattolici, nonché il meglio del Peripato. Bob Marley tatuato sotto una frase di Vasco. T’immagini? No, non immagini, ma dormi. Sorrido e ripenso all’ipotenusa, ma solo perché le tue cosce sono cateti, e il mio angolo è retto dopo aver visto il tuo seno: battute da ingegneri. Metto in carica la macchina dei sogni. Un’enorme carrucola abusiva mi aiuta a sollevare il peso di tuttiggiorni, quello di cui parla laggente! Sorrido, penso a quel vecchio brano dei Modena… al passo un po’ rude della gente di mare. E a quel giorno di pioggia, in cui ti ho conosciuta. Al tuo primo sms, ma anche all’ultimo. Ti osservo dormire come se fossi morta. O come se fossi morto io, e vegliassi da fantasma sulla tua venerabile insofferenza. Non potrei stare con te per un solo secondo della mia vita, eppure me la prendo perché non vuoi stare con me. . Cani che mostrano i denti, messicani che cucinano piccante. Due medici di origini siciliane che canticchiano Vecchioni, mentre la canzone d’autore scivola indifferente tra i Fedez e i Rovazzi. Carcerati che osservano i figli da dietro le sbarre, fieri dell’amore incondizionato. E dall’esterno, libero eppure prigioniero, osservo il tuo nome che mi sono tatuato sul dorso dell’anima, ritoccato con ogni singolo “grazie” che mi hai dispensato nel corso degli anni. Eppure vorrei tornare all’ultima volta in cui ti ho incontrata per strada, o a poco fa, mentre ripulivi il tuo seno dalle gocce di sborra, o all’origine patologica di ogni singola nauseante ossessione che abbaglia il mio buon senso. O più semplicemente, frugherò nella tua borsa ancora una volta: hai mica un’altra Winston?

Corri Ozone!

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Quando l’incipit è l’egoismo, l’explicit è sempre il senso di colpa. Anticipi morbosi, l’egoismo in liturgie. Il sonno che è solo dei giusti, perché quelli sbagliati sono troppi. Occhiaie che parlano di stato sociale, retorica da film restaurati, incensurati di bigottismo, come medici educati alla mungitura. Disillusione come nuova religione, un treno che si guasta a cento metri dalla stazione. La filosofia del perdente, stadi del lutto ancorati a “l’accettazione”. Il vagare solitario nell’impotenza del libero arbitrio, un lieto-fine peggiore del dramma, titoli di coda ad asciugare le lacrime. Il badante dei nostri incubi mai abbastanza stanco, perennemente in veglia ad alimentare il falò delle speranze disattese, della sodomia antropologica cortese. Il pane comprato al forno, profumato e fragrante, anche se qualcuno ha sputato nell’impasto. Veicolare ebola: coccolarlo come un bravo virus, iscriverlo alla scuola delle malattie mortali. Le foto di gruppo con il primario, il paziente, il becchino. L’ultima visione del film preferito, il commosso ricordo di chi ti vede morto prima del tuo tempo. Evitare i tatuaggi, i fiori, ma non le opere di pene. Il sapore distinto del mare, sulla pelle e nelle orecchie, come un eco che non cade in distorsione, come il sesso alimentato dalla perversione, la felicità come fenomeno di immersione, la vita invece sinonimo di corrosione.
Perché mai tornare a casa, addormentarsi, e risvegliarsi che manca un giorno di meno? Quando l’incipit è l’edonismo, l’explicit è sempre l’orgasmo.