La vastità del prato che me ne frega.

Il giorno scopre la notte solo perché glielo raccontiamo con le nostre fotografie. Diamo dei nomi al nostro stupore, come “tramonto”, “alba”, “panorama”, anche se in verità viviamo tutto ciò senza proferir verbo, a bocca spalancata.
Ed è questo il bello.
Al nostro risveglio, i nostri occhi ignoranti si fidano della superstizione dei colori, e vediamo arancio ciò che magari è rosso, un poco per questioni ottiche e irradianti, e un po’ perché sbagliare ci fa ancora sentire ingenui. Per questo ci avviciniamo alla grande distese di fiori, sia quelle profumate, sia quelle che puzzano di stagno, per ricordarci di quanto era bello, da bambini, immergerci là dentro, quando chiamava “felicità” e “libertà” il semplice sgranchirci le gambe in mezzo alle margherite. Certo, forse era meglio da grandi, da adolescenti, quando i fiori abbiamo iniziato a fumarceli. Ma possiamo anche fare le due cose assieme, cioè cercarci un bel prato e drogarci serenamente.
Ma sì, buona domenica e porco dio!
Annunci

Alcolismo serale – 2

Le persone non si spaventano facilmente. Non quelle che conosco io almeno. C’è una guerra là fuori. La stanno perdendo tutti, ma combattono ugualmente. Per questo è stupido trascorrere il tempo che ci resta tra un bombardamento e l’altro a lamentarci dei bombardamenti. Ci bombarderanno comunque. Non conviene allora leggere? Qualcosa di Hemingway magari, tipo Il vecchio e il mare.

Immagino di morire a quel modo. Stai leggendo un libro e tra pagina 37 e 38 ti spegni. Accade senza soffrire. Ti addormenti, nulla di più. Credo sia il modo più onesto di andarsene. Una sorta di decapitazione del cordoglio. Invece è sempre tragico. Va come non dovrebbe. Guarisci dal cancro, ma qualcuno ti punta la pistola alla testa e preme il grilletto. Bang Bang!

Così tu arrivi chissà dove, e incontri chissà chi. Magari viene messa in discussione la tua condotta terrena, magari no. Magari ricevi addirittura delle scuse, tipo “sai, non avresti dovuto nascere in Medio Oriente”, o semplicemente “mi dispiace di averti fatto crescere vicino a una stronza che si sveglia e ascolta gli 883”. Lo so, lo so, ho un’idea di pietà divina molto differente da quella cattolica.

Secondo me il vostro dio si incazza quando vi sente aprire bocca e sparare certe cazzate, tipo quella che l’aborto è un femminicidio.

God Save the Queen

Gli amici? Erano i nostri accordi. C’era sintonia tra noi, e non solo metaforica. Eravamo quelli non abbastanza fichi per stare con gli altri che avevano il motorino; anche perché non avevamo il motorino. Ma avevamo la chitarra, e sapevamo suonare tutta Salvation, dei Rancid. Che nessuno ricorda. Ma la ricordiamo noi, ed è ciò che conta. Gli amici? quelli che condividono un ricordo che nessun altro condividerebbe. Nel nostro caso gli amici erano coraggiosi, oltre che stupidi. Come quando si andava a suonare in luoghi dimenticati da Dio, e il pubblico era composto solo da vecchi. E noi sul palco a suonare punk. 70 enni che ci guardavano come alieni mentre suonavamo God Save The Queen. E i nostri amici là sotto. Non erano mai più di 3-4. Conoscevano le canzoni. E quando stavi al microfono, cercavi i loro occhi. Volevi sincerarti che stessero cantando. Gli amici? quelli che sai che cantano anche quando non li guardi. Poi sono cresciuti. E ora che ti incontrano, con moglie e figlio, la terza o quarta domanda è sempre la stessa: “stai ancora suonando?”. Perché hanno sempre qualcosa da proporti. Una cover band degli skunk anansie, oppure “facciamo Ben Harper”. Sì, troviamo il tempo. Gli amici? Quelli che promettono di trovare il tempo, ma non ci riescono mai. Eppure ci provano, quello sempre.

Risvegli Narcotici – Colpevoli

Non tutti hanno gli stessi tempi. Per circostanze o propensione naturale, ci distinguiamo tra i Turbo e i Diesel. Che poi odio la metafora legata ai motori, perché la usava una mia docente del liceo, la quale mi stava molto sul cazzo; anche il liceo mi stava molto sul cazzo. Ok, trovate qualcosa che non stia sul cazzo a me e verrete premiati.

Comunque abbiamo tempi diversi. Ci sono persone che capiscono subito le regole del gioco e le assecondano. Sono vincitori, anche se è una definizione cruda. Sono quelli che prendono il bottino grande e lo divorano osservando la frustrazione degli avversari. E qui nasce l’equivoco: non tutti sono consapevoli di essere in gara.

Dal mio punto di vista anche i perdenti conoscono le regole del gioco e anche loro le assecondando. Semplicemente lo fanno in modo differente. Stare nel mucchio è facile, perché nessuno si rende conto dei quinti o dei penultimi. Sono lì, che ci provano e non riescono, fine, ma godono del privilegio dell’anonimato. L’ultimo no. Lo vedi, lo indichi, lo irridi.

Eppure è una scelta. L’umiliazione è tale solo se rispetti le regole del sistema, solo se accetti la gara eterna e la competizione sistematica. Non lo è più se decidi che devi fare ciò che ti piace, e che con i tuoi risultati gli altri possano pulirsi il culo. Così la gara diventa carta igienica. E tu puoi defecare sulle ambizioni altrui privandole della giusta gloria. Per anche far sorgere il dubbio al vincitore di aver gareggiato da solo. Oppure puoi smetterla di drogarti alle 7:32 del mattino.

Ma la droga è buona e fa bene.

Risvegli narcotici – Vecchi dentro.

Ho ancora in bocca il sapore del caffè. Ho dei documenti da consegnare entro due settimane; devo fare i biglietti aerei per un appuntamento importante; Venerdì devo occuparmi di questioni legate al fisco; dovrei andare a pagare due bollette. Insomma, ho un botto di cose da fare. Se ne ho voglia? Conoscete qualcuno che ha voglia di svolgere le proprie commissioni? In caso di risposta positiva presentatemelo.

Da quando non ho più i gatti ho cominciato a sviluppare una sorta di allergia al silenzio. Quando hai animali, lo spazio è inevitabilmente occupato. Se non fanno versi, sporcano; se non sporcano, dormono dove non dovrebbero dormire; se non dormono, fanno versi. Diciamo che riempiono le giornate. E alla fine occuparsi di loro ti responsabilizza. Credo sia tipo avere figli, solo che non devi spendere un sacco di soldi in pannolini o dvd dei Teletubbies. Sì, si denota che non sappia davvero un cazzo sui bambini. (ci va il congiuntivo?)

Nelle mie passeggiate mattutine, quelle da vecchio dentro, vedo spesso come si risvegliano le altre famiglie. Raramente provo invidia. Che scopino o inizino la giornata con il telegiornale regionale, non importa, perché anche io potrei farlo. Invidio però quelli che aprono la finestra e fumano. E non perché voglia fumare, ma perché vedo la soddisfazione nei loro occhi quando fanno il primo tiro. Fumare appena svegli, con i polmoni tenuti a bada da uno di sonno, è una gigantesca cazzata! Non è salutare. Eppure è pura soddisfazione, 100 % orgasmica.

Credo sia questo il libero arbitrio, la scelta di farci del male consapevolmente. Dio benedica le droghe e ovviamente anche l’amore; ma soprattutto le droghe.

 

Anna.

Era la notte di San Silvestro del 1979 e, per motivi che a breve capirete, mia madre non aveva alcuna voglia di far festa. In ospedale, il personale di turno era così ridotto all’essenziale da risultare insufficiente in caso di improvvisa emergenza, emergenza che, per fortuna di tutti, quella notte non si verificò. L’atmosfera era anzi tanto rilassata, che in uno sgabuzzino del quarto piano, dove a rigor di logica dovevano esserci solo scope e grossi rotoli di carta industriale, qualcuno accoglieva il 1980 nella maniera migliore: un’infermiera ventenne si stava lasciando scopare da un internista trentacinquenne che, da quanto le aveva raccontato, era in pieni crisi coniugale. Presunta crisi coniugale a cui aveva creduto anche mia madre, ingravidata in primavera da un coglione che, pochi giorni prima della mia nascita, era diventato padre di Anna, la mia sorellastra. Così, poche ore dopo la mezzanotte, all’alba del Capodanno del 1980, sono nata io.
Nei giorni successivi, mio padre venne a riconoscermi, e non si presentò da solo. Nella nursery, la moglie di papà conosceva per la prima volte mia madre, stranamente amichevole, e la perdonava per essersi portata a letto il marito, proponendole anzi di trasferirsi in una casa sfitta non lontana dalla loro, in modo che io e Anna potessimo crescere vicine. E nell’imbarazzante silenzio dei presenti, convinti che mia madre spolpasse viva la legittima consorte del padre illegittimo di sua figlia, si udì la sola risposta che chiunque quel giorno avrebbe escluso a priori: «farebbe piacere anche a me che le bambine crescessero vicine», disse infatti, «e non mi dispiacerebbe se tu mi perdonassi».
E così Katia perdonò mia madre. E nelle settimane successive cominciarono davvero a frequentarsi: si vedevano per un tè o un toast; si facevano le unghie a vicenda; si prestavano i dischi. Io e Anna venivamo educate come sorelle, obbligate a rispettarci, essere leali e solidali l’un l’altra. Il mattino, quando Katia lavorava, era mia madre ad occuparsi di entrambe; il pomeriggio, quando mamma faceva la cameriera in un bar cittadino, stavo a casa di papà. Venivamo pettinate in modo identico, oppure simmetrico: se Anna aveva la coda sulla destra, io l’avevo a sinistra; se lei aveva la riga da una parte, io l’avevo dall’altra. Ovviamente ci compravano gli stessi vestiti e le stesse scarpe. In breve, io e mia sorella abbiamo trascorso in simbiosi il primo biennio delle nostre bizzarre esistenze.
L’unico non coinvolto in questo strano circo del “volemose bene comunque” era papà, che ne era la causa. Se passava del tempo con me, non lo passava con Anna, e viceversa. A lui non piaceva che le due famiglie crescessero assieme. Soprattutto non sopportava Francois, il compagno corso di mia madre. Francois era un cuoco francese che, in due anni di convivenza, avrò visto sì e no tre o quattro volte con indosso un paio di mutande. Aveva un pene grosso quanto alcuni miei bambolotti, e credo che quel cazzo da bovino fosse l’unico motivo che lo legasse a mia madre. Il francese era un perdigiorno cronico, rumoroso e perennemente in bolletta. Una donna sana di mente lo avrebbe lasciato dopo 2 ore: mia madre ci mise due anni a levarselo dalle ovaie.

Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…