Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

La rompipalle – Parte 4

Un mattino come un altro, a Boston esplose la bomba primaverile: le piante si colorano di fiori come la ghirlanda di una fattona; gli scoiattoli occuparono i prati di Common Park; le fantasie dei feticisti vennero alimentate dall’esercito femminile improvvisamente armato di sandali e pedicure.
Klaudia soffrì parecchio il cambio di clima. Era abituata alle temperatura di Seinäjoki, spesso polari. Boston era invece costantemente calda, anche quando i bostoniani affermavano ci fosse freddo.
La finnica continuava a vivere la sua esistenza fatta di dischi heavy metal, felpe scure e risposte elusive a qualsiasi domanda personale. Grazie a Kori era più “amichevole” e comunque più presente nelle attività extralavorative tra colleghi, per quanto conservava il suo carattere riservato e taciturno. Grazie a Max, si era appassionata a dolci e vivande zuccherate statunitensi. In particolare, era fissata con una strana bevanda, una sorta di caffè aromatizzato al gusto fragola. Quell’intruglio chimico traboccante di conservanti, aromi artificiali, e migliaia di sostanze che alla lunga avrebbero provocato il cancro anche a un blocco di ghisa, era divenuto un articolo irrinunciabile tra le mani della bionda. Connor, alcolizzato e cocainomane, ma attento a seguire diete macrobiotiche, cominciò a preoccuparsi.
«Ehi, pantegana bionda», le disse un giorno, «come fai a bere quella merda?»
Klaudia sollevo le spalle e osservò perplessa l’interno del bicchiere. «È ipercalorica?» chiese candidamente. «Comunque sono magra».
L’irlandese scosse il capo preoccupato. «Non sono le calorie», le spiegò. «È che sembra piscio aromatizzato».
Klaudia praticamente ignorò quell’ultima osservazione.
«Bere quella merda è come respirare dal tubo di scappamento di un camion», aggiunse ancora Connor.
Ma per tutta risposta, la biologa scandinava diede una lunga sorsata dall’intruglio al sapore di fragola, gustandoselo come se il rischio di cirrosi o il diabete non la riguardasse. E per l’irlandese fu quella la metaforica goccia che fece traboccare il metaforico vaso. O per usare metafore ancor più colorite, fu quella la metaforica spinta che gli fece metaforicamente girare i metaforicissimi coglioni. Così, con il piglio di un fratello maggiore che sorprende la graziosa sorellina a farsi leccare la passera dallo sfigato della classe, l’irlandese si avvicinò alla bionda e le strappò il bicchierone dalle mani.
«Sei morto!» affermò subito Klaudia irritata, prima di bestemmiare in finlandese.
Il collega le sorrise. «Dopo ti porto a mangiare un gelato», le promise dolcemente, sorridendole, «ma piantala di avvelenarti con certe porcherie. Non ho voglia di scavare una buca in Post Office Square per nascondere il tuo inutile cadavere».
La finnica ebbe l’immediato istinto di balzare sull’irlandese, strappargli il naso a morsi e ficcargli un tagliacarte nello scroto. Ma lesse l’apprensione e l’affetto nello sguardo di Connor. Arrossì: non era abituata a uomini preoccupati per lei, non almeno a quel modo. Lo standard maschile di Klaudia erano individui come Max, persone cioè che progettavano di metterle le mani sui seni, il pene tra le labbra e magari la lingua nella vagina.
Il collega irlandese invece le ricordava il compagno di scuola materna che ammazzava gli scarafaggi quando questi la spaventavano; o un amico gay con cui usciva all’università. Che poi, a pensarci bene, l’amichetto della scuola materna era lo stesso amico gay dell’università.
Kori osservò la scena e sorrise. Aveva una cotta per Connor, e vederlo così paterno con Klaudia la entusiasmava. Era piacevole osservare come due persone a cui era affezionata potessero interagire in modo tanto candido e spontaneo.
Meno felice della nascente complicità tra Klaudia e Connor fu invece Max. L’italo-americano non aveva grande simpatia per il giovane irlandese, e vederlo legare con la finnica lo infastidiva. Soprattutto temeva che Connor arrivasse dove lui, evidentemente, non sarebbe mai arrivato. Il terreno era dunque piuttosto fertile per far germogliare astio e odio conditi da tonnellate di testosterone.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

La figa o la fica? Chiedete a Michele.

Andavo a dormire certo che il videoregistratore si sarebbe acceso da solo alle 2:55, cinque minuti prima della replica di Help. Tempi da brufoli e topexan scanditi da padre Red Ronnie, che nel cuore del pomeriggio ospitava gente come i Blur e i Porcupine Tree. Difficile allora concentrarsi sulla versione di Livio. Ancora meno su quell’aoristo che, dio santo, non riconoscevo mai quando capitava all’interrogazione. E poi c’era la prof di filosofia, quella che affermava di essere stata un’ottima surfista da giovane. Quella che “se studiate, vi metto almeno 4”. Grazie al cazzo: se non studiamo, ci condanni a morte? Troia!!! Poi c’era lei, C. Era molto convenzionale per l’epoca. Metallara, capelli che sembravano lavati con il sapone di Marsiglia, e il piercing al labbro che faceva davvero differenza quando ti baciava. Nel frattempo, bacio dopo bacio, l’estate precedente si allontanava, e quella successiva sembrava non voler arrivare mai. Aspettavamo Giugno fumando le Marlboro. Non avrei fumato altro, se non le Marlboro: quelli che fumavano le Diana, erano gli stessi che si fidanzavano con le ciccione disperate. Ciccione disparate. Ciccione sparute. Ciccione sparite. Nascosto nei bagni, che profumavano perennemente di merda e varechina dozzinale mischiata ad altra merda, c’era sempre quello che aveva il fumo in tasca. Era il pusher. Ti vendeva quello che chiamava “il cinquino”, anche se tu odiavi chiamarlo “cinquino”. In effetti odiavi lo slang in generale, che non si capiva mai un cazzo a furia di “tranqui zio”. E pensare che J Ax con il “tranqui zio” ci va avanti ancora oggi. Ci sentivamo tolleranti (e tollerabili) come il Nanni Moretti che si infervora per un “La Silvia”. Che poi aveva anche ragione (il) Michele, diamine. Figa o Fica, cagare o cacare, c’era una discreta differenza territoriale. La figa o la fica? Noi sardi, per non sbagliare, lo chiamavamo cunno, al maschile. Ed era questo il problema: allo slang mischiavamo i nostri millemila incomprensibili dialetti. Era una perenne attitudine al corporativismo linguistico. Era una crociata generazionale verso l’incomprensibile. Vittime erano i nostri genitori, adulti patetici, che cercavano di stare al passo. Per sfortuna dei miei, parlavo italiano, non dialetto, non slang. E bestemmiavo parecchio, in maniera piuttosto colorita. Imitare il mio modo di parlare, non avrebbe certo giovato alla loro reputazione. I peggiori erano però quelli che guidavano la Vespa. La Vespa 50 truccata. Dicesi gente che non poteva permettersi la Cagiva Mito. Con carburatori e finali, in officine di periferia, con quei calendari appesi che mostravano le tettone nude, rosicchiavano (rosicavano) manciate di km/h ad affari progettati per muoversi poco più rapidi delle biciclette. Erotici forse, ma poco eroici. Per nostra fortuna, avevamo eroi in saldo: il Che, Gesù (non io), Vasco, Pete Sampras, Paolo di Bim Bum Bam (sì, Bonolis). E i nemici erano piuttosto definiti: Fiorello, Alain Prost e Saddam Hussein. Per Berlusconi era ancora presto. Doveva prima vincere le elezioni del 2001, dopo essersi incazzato con Travaglio e Luttazzi: mancava quasi un lustro a quell’epica puntata di Satyricon. Nel frattempo al cinema usciva Titanic. Ma noi ci chiudevamo nelle biblioteche di periferia a vedere e rivedere Trainspotting. C’era chi leggeva; chi si vantava di saper fare la pastasciutta; chi taceva sulle molestie sessuali subite a casa, scuola o chiesa. Tutto finì con la prima scopata, quando diventammo uomini con l’insicurezza maiuscola. Da allora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.

La rompipalle – Parte 3

In poche settimane Kori e Klaudia divennero amiche. Più precisamente, Kori adottò Klaudia come una sorella minore. La giapponese restò piuttosto sorpresa dalla vita della finnica fuori dall’ufficio. Innanzitutto la scandinava abitava ancora in albergo, e non aveva ancora disfatto i bagagli. Quando faceva la lavatrice, non riponeva i vestiti puliti nell’armadio, ma in valigia. Non sembrava essersi trasferita a Boston per restarci; sembrava invece fosse pronta a tornare a casa da un momento all’altro. La camera d’albergo che occupava era piuttosto inquietante: era vuota, e non profumava di nulla. In realtà nemmeno Klaudia aveva odore, visto che utilizzava detersivi, detergenti e deodoranti assolutamente neutri. Sembrava volesse passare inosservata. Con un po’ più di fantasia, Kori avrebbe anzi potuto ipotizzare che la finnica fosse una spia. Ma la bionda era più innocua del cadavere di un orso. A lavoro era sì prepotente e rompiscatole, ma mai per malizia. Per certi versi si rivelò anzi generosa. In ufficio imparò i vezzi dei colleghi, e alternò ai dispetti gesti piuttosto carini. A Connor, ad esempio, ogni tanto rubava una penna o rovinava un progetto; eppure ogni mattina Klaudia lo salutava porgendogli un bicchierone di caffè alle nocciole. A Max, che continuava a trattare con ostilità quando si rivolgeva a lei da latin lover, comprava un muffin almeno una volta a settimana. A Janet regalò invece dei libri di poesie e qualche Dvd di film in suomi, che tuttavia l’afro-americana, non capendo la lingua, non guardò mai. La persona a cui però Klaudia prestava maggior attenzione era Kori. Non iniziava infatti giorno senza che la finnica spedisse alla collega asiatica un sms al risveglio. Il problema della bionda erano le liturgie: non usava mai “buon giorno”, “ben svegliata” o frasi simili. Dava più che altro notizie della sua mattinata, senza filtrarsi, del genere “sto per fare la cacca” o “non trovo il bagnoschiuma” o “i vicini di stanza stanno già scopando”; queste e altre stronzate, così pure e ingenue, facevano sorridere la giapponese. E alla fine Kori concluse che probabilmente la finnica avesse bisogno di un punto d’appoggio e di qualcuno che si prendesse cura di lei.
«Devi trasferirti da me», le disse così un giorno. «Dormi poco, mangi male, e sembra che vuoi ucciderti da un momento all’altro», spiegò quasi brutalmente. «Ho una stanza libera a casa, ci starai comoda».
Ma Klaudia scosse il capo. «No!» e riprese a lavorare.
«Non te lo sto chiedendo», insistette Kori. Ma la finnica non le prestò attenzione.
«Senti, tesoro», continuò la giapponese severamente, poggiando la mancina sulla spalla della bionda. «Tu vieni a stare da me, e la pianti di vivere come una psicopatica, ok?»
«Non mi toccare», ordinò però Klaudia sollevando lo sguardo.
Kori lasciò stare, ma temporaneamente. Cercò di ovviare parzialmente il problema coinvolgendo la finlandese nella propria vita privata. La invitò a visitare i musei, le chiese di iscriversi con lei in palestra, e la invitò spesso fuori a cena. Klaudia la assecondava, ma sempre in modo piuttosto bizzarro. Nei musei, ad esempio, non si concentrava mai sulle opere; fissava invece i visitatori, studiandone i capricci, i vezzi, i difetti. In palestra passava venti minuti a prepararsi e scegliere con cura la playlist sull’ipod; però si stancava del tapis roulant dopo pochi “metri”, e ugualmente della cyclette. A cena poi era davvero insopportabile: ordinava un’insalata al fast-food o, viceversa, la bistecca nell’insalateria; si lamentava per il colore dei tovaglioli o la forma dei bicchieri; pretendeva pietanze assurde come la carne di renna, o zuppe scandinave dal nome impronunciabile. Ma più di ogni altra cosa, Klaudia non era mai di compagnia. Rispondeva alle domande solo per monosillabi. Se le si raccontava qualcosa, restava ferma ad osservare e annuire, senza però commentare. Kori aveva spesso l’impressione che la finnica nemmeno la capisse: sbagliava!
Tuttavia un giorno tornò alla carica. Erano in Post Office Square, sdraiate nel prato a fotografare una ghiandaia insolitamente domestica. Klaudia sembrava piuttosto incuriosita dal volatile, ed era insolito osservarla concentrata su qualcosa che non fosse il suo lavoro, o frantumare i coglioni a Connor. E Kori, in una maniera molto spontanea e imprevedibile, le fece una domanda che le rimbalzava dentro da settimane: «perché sei sempre sola?»
La finnica sollevò le spalle, cercando di prestare alla nipponica parte della propria attenzione, in quel momento quasi completamente condensata sull’uccello. «È complicato», chiosò.
«Provaci», la spronò Kori con affetto.
Klaudia sorrise perplessa, imbarazzata. «Aspetto qualcuno», confidò timidamente.
«E questo qualcuno ha intenzione di raggiungerti?» insistette la giapponese.
Ma la finnica non rispose, anche se una lacrima le solcò lo zigomo sinistro.
«Ho fame», cambiò allora argomento Kori, imbarazzata e mortificata. La giapponese offrì la propria mano alla bionda. Klaudia rifiutò il gesto d’affetto della collega, ma la seguì al chiosco degli hot dog, dove prese il sushi.

La rompipalle – Parte 1

La rompipalle – Parte 2

 

Rock and roll star.

Parzialmente ispirata da Don’t Look Back in Anger, nel blog meraviglioso di Quidmarino

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Vivi la tua vita in città, senza alcuna via di uscita.
Le serate le trascorri al bar. Frequenti gli amici di sempre, che poi non sono nemmeno amici, ma una compagnia. Le amicizie non esistono, solo persone con cui sprecare assieme il troppo tempo inutile. Non hai una persona a cui confidare i tuoi tormenti, e perciò bevi.
Da queste parti chi lavora in un pub raccoglie più confessioni dei preti, nonché consensi. Fai la comunione con i chips & fish, che sono tanto fottutamente buone da lasciarti credere che forse siano più adatte dell’ostia per il ruolo di Corpo di Cristo.
La rissa non è una deriva sociale, ma puro folklore. Non ci si picchia per rabbia, ma per tenersi allenati a vicenda. Si fa a botte finché non si perdono i sensi. E spesso chi ti manda KO veglia su di te finché non ti risvegli. Poi tornate a casa assieme, chiamandovi “amico” a vicenda.
Chiudi la giornata in mutande, dopo aver lavato i denti, ascoltando una di quelle stazioni radiofoniche che mandano Bowie, poi i Quiet Riot, ancora Bowie, i Joy Division, Bowie e i Mott The Hoople (la canzone con Bowie).
L’ultima sigaretta la condividi con l’emicrania da sbronza e rissa, rimasticando un’immagine mentale color porpora, tagliata come i vecchi filmini della tua infanzia, sui Super8. Quei filmini con la tua famiglia sorridente e tutt’altro che felice. La famiglia appunto, quella roba a cui tu non pensi mai. Del resto hai visto come sono finiti Ian Curtis e Deborah: prima o poi si incontra Annik.
Però non sei solo. Hai una fidanzata di cui non conosci il secondo nome, né il cognome, né l’indirizzo di casa. Ci stai assieme perché scopa bene, anzi, perché non le fa schifo scopare con te. Vi vedete ogni tre giorni. Vi divertite per venti/trenta minuti e poi vi rilassate con qualche sterlina d’erba. A volte lei ti telefona, ma solo se ha bisogno di un passaggio. Tu invece non la chiami mai. Del resto non avresti nulla da raccontarle. Non sei mica bravo con le parole. Ogni volta che vuoi esprimere un’emozione, accendi lo stereo e lasci che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Tu ti limiti a livellare il volume, rigorosamente fastidioso. Se sei incazzato, lasci che i Sex Pistols urlino al tuo posto. Se sei triste, assecondi la malinconia dei Bahuaus. E quando sei felice… beh, non sei mai felice.
Sei il re del cibo in scatola. Sei quel genere di personaggio che alle diete macrobiotiche preferisce il digiuno. Non sei mai andato a correre in vita tua. Lo sport lo segui solo in Tv. Quando vai a giocare a calcio, lo fai nella speranza di fare a botte con i ragazzi dell’altro rione. Hai trascorso gli anni della scuola ad annusare il meglio della letteratura inglese, ma poi hai scoperto il punk, il glam e il glam in chiave punk. Hai imparato l’importanza del muro di chitarre, e di testi privi di senso come quello di Supersonic. E c’eri anche tu a Knebworth Park, assieme ad altre 165000 persone, ad osservare i fratelli Gallagher mettere in scena una set list da serata al club, suonata freneticamente. Gli Oasis che quella notte ribadirono con un ruvido rock and roll quanto gli inglesi siano probabilmente animali da Pub anche nei grandi spazi. E tu in mezzo, a brillare, come una delle 165000 stelle del Rock and roll. Quella notte eri una stella del rock and roll e nient’altro. Solo una stella del rock and roll. E alla fine, sulle note di I am the Walrus, eri ancora ubriaco di Champagne Supernova.

Oasis – Rock and roll star.

I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
You’re not down with who I am
Look at you now you’re all in my hands tonight
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll

Gli amanti dell’ora di pranzo – La ballata del cornuto.

cornuto20e20mazziato

Romanticismo rubato a Maverick, sulle note malinconiche di take my breath away,
che qui le candele non creano l’atmosfera, ma sopperiscono l’assenza di plugin.
Studio aperto in sottofondo mentre lei te lo succhia, che “hey, a Milano c’è caldo”.
Siamo quelli che scopano all’ora di pranzo, mentre tu, marito della nostra partner, sei in ufficio.
Siamo quelli che tua moglie non la vediamo ingrassata, ma sempre più prossima a un’eccitante vacca da monta.
Siamo quelli che si portano un asciugamano da casa per non macchiarti il lenzuolo di sborra.
Siamo quelli che le succhiano il clitoride finché lo dice lei, non finché ne hanno voglia.
Siamo quelli che non si formalizzano a fottersela anche quando ha le sue cose.
Siamo gli angeli custodi della tua inutile relazione.
Siamo i becchini della vostra vita coniugale oramai deceduta.
Se torni a casa, e tua moglie sorride entusiasta, siamo stati noi.
Se credi che ultimamente lei abbia meno voglia di te, sbagli: siamo stati noi.
Se lei non ha nulla contro l’ennesima partita di calcetto, o il poker, o la cena da tua madre, o che vai a puttane ad Amsterdam, siamo stati noi.
E se trovi un bicchiere sporco di troppo poggiato nel lavandino, siamo stati noi. E no, non è yogurt… ti sconsiglio di assaggiarlo.
Ma soprattutto, se il tuo matrimonio è in crisi, ma sei troppo pavido da divorziare, ci pensiamo noi.
E non vogliamo essere pagati. Né ringraziati. Né encomiati. O premiati.
Per noi è sufficiente che continuiate a non soddisfare le vostre mogli.
Grazie di esistere, cornuti.

Immagine presa da Qui.

La rompipalle – Parte 1

Era una giornata piuttosto umida, confortata da un vento soffiava da Sud Ovest a 9 miglia orarie. I termometri segnalavano una temperatura esterna di 75° sulla scala Fahrenheit, mentre sembrava scongiurato il rischio di pioggia.
Da pochi minuti erano passate le undici e Janet si apprestava ad intervistare la quarta candidata della mattinata. C’era da riempire una scrivania vuota nel reparto design, e sembrava che tutti gli architetti di Boston morissero dalla voglia di lavorare alla Hansen & Llyoid.
L’afroamericana rilesse gli appunti sull’ultimo colloquio, concludendo che una laurea ad Harvard amplificasse la presunzione di chi, come la venticinquenne che aveva appena lasciato il suo ufficio, si aspettava di essere accolto con tanto di tappeto rosso. Da quando esisteva internet inoltre, era diventato complesso scegliere designer capaci: il web aveva amplificato la tendenza a plagiare il lavoro altrui. I giovani architetti si sentivano avanguardisti, freschi, anti-convenzionali e rivoluzionari. Ma tutta questa presunta modernità ed innovazione si sintetizzava nello scimmiottamento di Frank Llyoid Wright e Le Corbusier, entrambi oramai morti da oltre mezzo secolo.
Infine, rimuginando la scontata considerazione “una volta era meglio”, Janet sollevò la cornetta chiamando la reception. «Fai entrare la prossima», disse a voce bassa e paziente.
La “prossima” era una ventitreenne finlandese. Si era trasferita in Massachusetts da poche settimane e, da quanto aveva scritto nel curriculum, la sua esperienza in ambito architettonico era piuttosto scarsa. Non possedeva nemmeno titoli adeguati, ma una laurea in Biologia. Avevo scritto di aver l’hobby della pittura, ma non era certo una referenza sufficiente. Nonostante ciò, Janet l’aveva selezionata comunque: era curiosa di sapere cosa avesse spinto la finnica a rispondere all’annuncio.
Tempo pochi minuti e l’afro-americana si ritrovò la giovane bionda davanti. Klaudia era di una bellezza piuttosto inusitata: lineamenti baltici; occhi grandi, chiari, e inespressivi; labbra carnose, rosate; carnagione piuttosto chiara, tanto da sembrare pallida. Il fisico era quello di una pornostar, con un seno irragionevolmente grosso su una donna tanto magra. L’abbigliamento invece era tutt’altro che pornografico: anfibi, pantacollant neri e felpa dei Megadeth. Janet ipotizzò che Klaudia non avesse chiaro il concetto di dress code.
«Non ci presenta vestite a quella maniera», la ammonì infatti. «La Hansen & Llyoid non è Google o Yahoo: ci si veste a una certa maniera».
La finnica, più perplessa che mortificata, sollevò le spalle. Oramai era lì, non poteva certo tornare a casa a cambiarsi. E poi, se ci avesse pensato bene, probabilmente non possedeva un solo capo adatto a quel genere di colloquio. Janet, per esempio, indossava un costoso tailleur color cenere. Klaudia concluse invece di non aver mai posseduto una giacca in vita sua.
«Lei parla inglese?» chiese ancora l’afro-americana.
«No», replicò sinceramente la bionda. «Mi faccio capire».
«Ti fai capire?»
La finnica annuì. «Però so disegnare», aggiunse entusiasta, palesando sia il marcato accento uralico, sia l’evidenza carenza di qualsiasi attitudine formale. «Tu sai disegnare?»
Janet, in parte divertita, si sforzò per osservare la bionda con profondo biasimo, ma non ci riuscì. Intuì di trovarsi al cospetto di una sontuosa rottura di palle, uno di quegli elementi irritanti e saccenti che è meglio perdere che trovare. Eppure avrebbe pagato per vederla in azione assieme alle vecchie cariatidi conservatrici e repubblicane che mandavano avanti quello studio architettonico per clientela snob. «Non so disegnare», le disse con tono materno. «Ma a noi serve una progettista, non una biologa capace di raffigurare un cavallo».
Klaudia annuì. «Una designer», puntualizzò. «Linee e curve», aggiunse candidamente. «Nulla di complesso».
L’afroamericana sorrise ancora, immaginando come avrebbe reagito il vecchio Llyoid, orgoglioso dei propri cinquant’anni di progetti intricati e ricercati, alla definizione “nulla di complesso”. «Perché mai dovrei assumerti?» le chiese infine.
Klaudia chiese e ottenne un foglio di carta e una matita. Disegnò un tavolo, piuttosto semplice: piano orizzontale e quattro gambe. Sembrava un disegno semplice, quasi insignificante. Invece mostrò l’enorme talento nel tratto della scandinava, la capacità di sintesi e l’assoluta velocità di realizzazione. Janet si sorprese, ma Klaudia era ciò che serviva alla Hansen & Llyoid.
«Ok», concluse infine. «Avrai una chance», aggiunse con una soddisfazione molto personale. «Ma vestiti decentemente: da architetto, non da giovane metallara».
Klaudia annuì entuasiasta, ma il giorno dopo si presentò in ufficio con la t-shirt di Unknown Pleasures. Del resto, dal punto di vista di Klaudia, un buon architetto non poteva non amare i Joy Division.

Il silenzioso valzer dei mangiammerda.

Non parlavamo. Ci spedivamo i messaggi vocali su whatsapp, completamente silenziosi. A volte ti facevo sentire che ascoltavo gli Asia, oppure come il vento soffiava forte. Tu rispondevi con Dust in The Wind oppure il suono del mare. Le parole erano poche, spesso timide. E ugualmente gli sms, così telegrafici nella loro essenzialità affettuosa. Nel frattempo c’era chi diventava popolare sui social, e chi criticava l’ennesima inutile hit di Laura Pausini. Qualcuno faceva suonare il vinile di Rexanthony, o qualsiasi altra opera elettronica completamente sottovalutata, ma comunque apprezzata, dalle masse.
Era un’estate di passeggiate al molo, a comprare pesce fresco e fotografare le barche. Oppure di lunghi bagni nel mare, fregandosene di che ore fossero e se avessimo appena mangiato. C’erano le gite di lavoro, spesso in orari improponibili o scomodi. Quelle stalle in mezzo al nulla dove il fattore ti offriva una birra e ti chiamava “ingegnere”. C’era chi si ammalava di raffreddore in Agosto, chi prendeva il mal di denti di sabato e chi aveva il mestruo nell’unico weekend in cui rientrava il marito dal “continente”.
Passeggiavo in questi viali infiniti circondati di more, osservando una fila di case in costruzione: una di quelle era la nostra. Sapevamo dove avremmo messo i miei strumenti, e il tuo pianoforte, e l’albero di albicocche. Sapevamo dove avrebbero parcheggiato le auto i nostri amici e cosa cucinare per cena.
A volte ci addormentavamo in sala, con i piedi poggiati sul muro, sollevati, e la testa sul pavimento. Altre volte cominciavamo a scopare alle due del mattino e non ci fermavamo finché i vicini non chiamavano i Carabinieri.
Le nostre biciclette parcheggiate nel viale, sempre in mezzo quando qualcuno doveva passare. Le stupide scene di vita quotidiana riprese con la reflex e poi montate con i Soundgarden in sottofondo. La percezione che stesse cominciando qualcosa di meraviglioso e che invece si spezzò con un soffio di vento. Quel vento che a volte soffia romanticismo, e che altre ricorda che non poco lontano hai sepolto una tonnellata di merdose bugie.

«Ti fermi a cena da me?» mi chiedesti.

«Hoggiamangiato!» risposi, ripulendomi le labbra ancora sporche di una sostanza marrone.

Coprafagia forever.