Anna.

Era la notte di San Silvestro del 1979 e, per motivi che a breve capirete, mia madre non aveva alcuna voglia di far festa. In ospedale, il personale di turno era così ridotto all’essenziale da risultare insufficiente in caso di improvvisa emergenza, emergenza che, per fortuna di tutti, quella notte non si verificò. L’atmosfera era anzi tanto rilassata, che in uno sgabuzzino del quarto piano, dove a rigor di logica dovevano esserci solo scope e grossi rotoli di carta industriale, qualcuno accoglieva il 1980 nella maniera migliore: un’infermiera ventenne si stava lasciando scopare da un internista trentacinquenne che, da quanto le aveva raccontato, era in pieni crisi coniugale. Presunta crisi coniugale a cui aveva creduto anche mia madre, ingravidata in primavera da un coglione che, pochi giorni prima della mia nascita, era diventato padre di Anna, la mia sorellastra. Così, poche ore dopo la mezzanotte, all’alba del Capodanno del 1980, sono nata io.
Nei giorni successivi, mio padre venne a riconoscermi, e non si presentò da solo. Nella nursery, la moglie di papà conosceva per la prima volte mia madre, stranamente amichevole, e la perdonava per essersi portata a letto il marito, proponendole anzi di trasferirsi in una casa sfitta non lontana dalla loro, in modo che io e Anna potessimo crescere vicine. E nell’imbarazzante silenzio dei presenti, convinti che mia madre spolpasse viva la legittima consorte del padre illegittimo di sua figlia, si udì la sola risposta che chiunque quel giorno avrebbe escluso a priori: «farebbe piacere anche a me che le bambine crescessero vicine», disse infatti, «e non mi dispiacerebbe se tu mi perdonassi».
E così Katia perdonò mia madre. E nelle settimane successive cominciarono davvero a frequentarsi: si vedevano per un tè o un toast; si facevano le unghie a vicenda; si prestavano i dischi. Io e Anna venivamo educate come sorelle, obbligate a rispettarci, essere leali e solidali l’un l’altra. Il mattino, quando Katia lavorava, era mia madre ad occuparsi di entrambe; il pomeriggio, quando mamma faceva la cameriera in un bar cittadino, stavo a casa di papà. Venivamo pettinate in modo identico, oppure simmetrico: se Anna aveva la coda sulla destra, io l’avevo a sinistra; se lei aveva la riga da una parte, io l’avevo dall’altra. Ovviamente ci compravano gli stessi vestiti e le stesse scarpe. In breve, io e mia sorella abbiamo trascorso in simbiosi il primo biennio delle nostre bizzarre esistenze.
L’unico non coinvolto in questo strano circo del “volemose bene comunque” era papà, che ne era la causa. Se passava del tempo con me, non lo passava con Anna, e viceversa. A lui non piaceva che le due famiglie crescessero assieme. Soprattutto non sopportava Francois, il compagno corso di mia madre. Francois era un cuoco francese che, in due anni di convivenza, avrò visto sì e no tre o quattro volte con indosso un paio di mutande. Aveva un pene grosso quanto alcuni miei bambolotti, e credo che quel cazzo da bovino fosse l’unico motivo che lo legasse a mia madre. Il francese era un perdigiorno cronico, rumoroso e perennemente in bolletta. Una donna sana di mente lo avrebbe lasciato dopo 2 ore: mia madre ci mise due anni a levarselo dalle ovaie.

Un uomo mediocre si incula una porno bionda. (Appunti)

Il fuoco che non arde nella tana del cane. Un vortice di vento trasporta i pettegolezzi notturni, riverberati da un fornaio adultero. Protagonista principale di questo racconto è un personaggio mediocre, perciò più adatto al ruolo di comparsa. Immaginate dunque un uomo che cena con zuppa fredda di fagioli, condita con lacrime di disperazione. Immaginate un bicchiere alcolico vuotato costantemente, ma riempito di volta in volta da vino dozzinale e puzzolente d’aceto. Lo visualizzate quel genere di individuo che guarda esclusivamente documentari in bianco e nero? Documentari sottotitolati, per giunta. Mediocrità a buon mercato, guarnita dal dizionario di sinonimi e contrari: bassezza, insignificanza, scarsità, inettitudine.
E poi lei, porno-bionda che nei film noir si innamora dello sfigato autobiografico; una di quelle femmine che nella realtà si fanno stantuffare da un superdotato palestrato. Porchiddio, quanto ci starebbe bene una colonna sonora di Donald Fagen. Troppo dispendiosa per questo mediocre show.
La porno-bionda entra in scena quando il sipario si alza. È il secondo atto, ma la giunonica protagonista non si spoglierà prima del terzo, anche se tutto dipende dalla forza dell’improvvisazione.
In platea, fumando una Winston nonostante il cartello “vietato fumare Winston“, un critico frustrato prende appunti. «Che spettacolo indegno», sussurra, «diorrottinculo», impreca quindi sottovoce, «l’ennesima boiata ripetitiva che occupa uno spazio che dovrebbe essere destinato ai veri drammaturghi».
Diversa l’opinione del proprietario del teatro, che non può permettersi né Cats, né Rent, né Mamma Mia. Qualsiasi cazzata che venda qualche biglietto gli va dunque bene.
Felici anche i costumisti, più che altro per la gioia di vedere nuda la porno-bionda dietro le quinte.
Infine il regista. Si chiama John Smith, ha cinquant’anni, e continua a mettere in scena frammenti della sua patetica esistenza. Ha divorziato vent’anni fa; è padre di un futuro avvocato, e di una ballerina talentuosa che non ha mai visto danzare. Prega un Iddio pagano che la critica spenda qualche parola di elogio nei suoi confronti, o che la voglia di suicidarsi diventi abbastanza pressante da indurlo a porre fine alla sua inutile esistenza. Eppure dalla platea qualcuno applaude. Del resto anche la mediocrità gode di qualche estimatore. Ma dal pubblico non si applaude al mediocre, ma al décolleté della porno-bionda. Amen.

Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

La gioviale attitudine al Blowjob di Miss Mary Chesterfield da Shurdington.

Senza titolo

Da piccolo mi appassionai alla tassidermia. Fu colpa del mio vicino di casa, Mister Edgar Alain Prost, che si fece venire un infarto nel marciapiede che affiancava la mia adorata Sir Fred Stuart Montgomery’s Street. E. A. Prost era il maniscalco locale, e pensai che il suo decesso avrebbe comportato perdite alla vendita di cavalli. Sbagliavo, l’industria locale del porno ingaggiò un nuovo abile maniscalco.
Tornado a quel giorno, il corpo inerme di Mister Prost, circondato da passanti preoccupati soprattutto che non piovesse e lo spaccio locale non finisse le riserve di tè, stuzzicò le mie fantasie. Sarebbe stato bello imbalsamare quel poveraccio, trattarlo come un papa o un vecchio faraone, e rendere immortale la spettacolare e ineccepibile mortalità di quel momento. Chiesi cortesemente il permesso di portarmi a casa quell’ammasso ormai inservibile di tessuti e organi prossimi alla decomposizione. Ma il poliziotto locale, Stg. Paul John George Ringo Pepper, scosse il capo.
«Non posso permetterlo», affermò con voce severa e paterna. «Prima dei tassidermisti, vengono i necrofili. Rispettiamo le precedenze, dioccane. E poi quel corpo è ancora caldo: sai quante settantenni adorano godersi l’ultima erezione di un cadavere? Rispetta le precedenze kid, rispetta le fottute precedenze, diopporco. Innanzitutto, le precedenze. Gadseivdequin!».
Al terzo “le precedenze” annuii. Mi sentii inerme e per certi versi preso in giro. Ero troppo giovane per il sesso. Sapevo di amici di amici di altri amici che sodomizzavano i feretri al Black Label Morgue cittadino, spesso prima del tè; ma io non avevo esperienza in merito, né conoscevo il sesso diverso dalla masturbazione. Inoltre, non avrei certo sprecato la mia prima volta con un cadavere. Tra l’altro a Shurdington, il nostro villaggio nella contea del Gloucherstershire, Tewkesbury Borough Council, era consuetudine ormai millenaria essere sverginati da un sacerdote cattolico irlandese, preferibilmente alcolizzato. Era un’usanza a cui tenevamo in parecchi, quanto le risse al pub e l’assegno di disoccupazione dopo il diploma. Non mi piaceva dunque discostarmi eccessivamente dalle tradizioni locali: temevo di figurare un reietto, o peggio ancora un sovversivo.
Carpito da questa, ma anche da molte altre preoccupazioni, decisi di fare due passi per la campagna circostante. Dove altro sarei potuto andare? Attorno c’era solo campagna e altra campagna. E pecore. E allevamenti di cavalli. E altre pecore.
Vagando, fumando una Winston rubata dal pacchetto paterno, portando a spasso la mia faccia presuntuosa condita dall’insolenza da undicenne, raggiunsi una vecchia casa che apparentemente sembrava abbandonata. C’era un enorme giardino a circondarla, anche se caratterizzato da piante secche, erbacce e quello che sembrava il rottame di una vecchia Aston Martin Ulster. La costruzione in sé era piuttosto inquietante: finestre con telai tarlati e vetri rotti; intonaco esterno completamente grattato via da incuria, intemperie e umidità; una grossa falla sul lato Nord Est della copertura. Quel luogo sembrava voler implodere su se stesso, ma mai senza schiacciare almeno quattro o cinque persone.
Varcai il cancello, sperando di individuare qui o là qualche rivista porno abbandonata. Capitava spesso di trovarne, in particolare in luoghi abbandonati. Avevo già il cazzo duro all’idea di farmi una sega, ma la porta della casa si aprì. Apparve una donna. Avrà avuto una ventina d’anni per gamba, e almeno altri trenta sul viso. Il suo volto era scavato, come se fosse affetta da tifo, tubercolosi: in realtà non dormiva da settimane.
«Cosa cerchi?» mi chiese con voce catarrosa.
Sollevai le spalle. Eppure la mia erezione parlava per me.
La donna allora, Miss Mary Chesterfield, si tolse la dentiera e mi raggiunse.

immagine presa da Qui

Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

Riflesso sul muro

Ti osservo nello specchio, ti ho osservata nello specchio. Sei bianca come un petalo di camomilla. Non ho letto i tuoi libri, ma ti ho vista in Tv: io cambio canale quando inquadrano te. Accettalo, quelli come me non si affezionano mai. Vivo fuori città, in un’altra città, dove i pusher sono gentili e le puttane ballano il cha cha cha. Ho un pupazzo di Topolino, la felpa di Pippo. Ascolta i Pantera e guido un Maggiolino. Sono solitario come un peschereccio nei giorni di pioggia. Se la megera ci becca, la passiflora si secca. I miei amici in fila per ordinare una birra, ma preferisco il piscio a una maledetta cameriera isterica. Oxford, Manchester e Parco Sempione, due dita di bourbon e un altro spinello. Riflesso sul muro, tra i poster dei Jam: il mod è morto, Paul Weller non lo è. Non esiste un concetto mai cantato da Vasco, e per la fisica o la filosofia studiate Battiato. Nelle nostre canzoni non canteremo mai “baby” o “love“, o altri concetti che non sono Punk. Ma a trent’anni imbracciamo la chitarra acustica, o peggio l’ukululele, e produciamo latte alle ginocchia non pastorizzato, nemmeno stoccato.
L’ansia in blister da dodici compresse, il gatto che preferisce Barry White alle mie coccole, l’ennesima fidanzata vegetariana che non mangia il mio uccello.
La chitarra acustica che arde nel camino. L’ukululele ficcato in culo al trentenne: ha rotto i coglioni con Somewhere over the rainbow. La band punk diventa dentista, maresciallo, disoccupato e moglie del disoccupato. Battiato in parlamento, Vasco ancora Vasco, Paul Weller sulla cresta dell’onda nonostante la crisi del genere mod. Riflesso sul muro, il testo dei Jam. Rollo ancora, mi sbronzo, Alexanderplatz, Bristol, Cardiff. La cameriera sbocchina un mio amico, la birra che ancora non arriva, il mio amico viene in bocca sulla cameriera. Compriamo un cactus, alla faccia della megera. Siamo soli come marinai all’alba. Vendo il maggiolino, vado al concerto degli Iron. Ho il feticcio di Minnie, Coed, ma mi farei Nonna Papera, Gilf. Stanco di vecchie mignotte, e spacciatori di crack, lascio questa terra per un’altra terra. Quelli come me non li dimentichi mai, lo ribadisco. Non hai conosciuto i miei amici, non mi hai mai visto bisticciare al Luna Park: o cambio argomento quando ne parli. Sei scura come una scure. Ti osservo nello specchio, frantumerò il tuo specchio.

B(rigitte). B(ardot).

Sponge Bob in Tv, tè freddo sul tavolo, te calda sul letto. Uno scenario simile a un film con Penelope Cruz e Banderas. Ma io non sono Banderas, né tu la Cruz. Fumare tonnellate di Winston in attesa che ci venga voglia di sporcare un altro preservativo: i Pantera nelle stereo, mentre Patrick riesce a far la doccia alla lumaca. Mi guardo i dorsi unti di fancazzismo, così lisce e borghesi. Le unghie pulite di chi non mette da tempo le mani nel grasso. Tu sembri Bridgitte Bardot, anche se scopi meglio della Bulgari. Un enorme incendio estingue la sete di sapere dei cattolici, nonché il meglio del Peripato. Bob Marley tatuato sotto una frase di Vasco. T’immagini? No, non immagini, ma dormi. Sorrido e ripenso all’ipotenusa, ma solo perché le tue cosce sono cateti, e il mio angolo è retto dopo aver visto il tuo seno: battute da ingegneri. Metto in carica la macchina dei sogni. Un’enorme carrucola abusiva mi aiuta a sollevare il peso di tuttiggiorni, quello di cui parla laggente! Sorrido, penso a quel vecchio brano dei Modena… al passo un po’ rude della gente di mare. E a quel giorno di pioggia, in cui ti ho conosciuta. Al tuo primo sms, ma anche all’ultimo. Ti osservo dormire come se fossi morta. O come se fossi morto io, e vegliassi da fantasma sulla tua venerabile insofferenza. Non potrei stare con te per un solo secondo della mia vita, eppure me la prendo perché non vuoi stare con me. . Cani che mostrano i denti, messicani che cucinano piccante. Due medici di origini siciliane che canticchiano Vecchioni, mentre la canzone d’autore scivola indifferente tra i Fedez e i Rovazzi. Carcerati che osservano i figli da dietro le sbarre, fieri dell’amore incondizionato. E dall’esterno, libero eppure prigioniero, osservo il tuo nome che mi sono tatuato sul dorso dell’anima, ritoccato con ogni singolo “grazie” che mi hai dispensato nel corso degli anni. Eppure vorrei tornare all’ultima volta in cui ti ho incontrata per strada, o a poco fa, mentre ripulivi il tuo seno dalle gocce di sborra, o all’origine patologica di ogni singola nauseante ossessione che abbaglia il mio buon senso. O più semplicemente, frugherò nella tua borsa ancora una volta: hai mica un’altra Winston?

La rompipalle – Parte 4

Un mattino come un altro, a Boston esplose la bomba primaverile: le piante si colorano di fiori come la ghirlanda di una fattona; gli scoiattoli occuparono i prati di Common Park; le fantasie dei feticisti vennero alimentate dall’esercito femminile improvvisamente armato di sandali e pedicure.
Klaudia soffrì parecchio il cambio di clima. Era abituata alle temperatura di Seinäjoki, spesso polari. Boston era invece costantemente calda, anche quando i bostoniani affermavano ci fosse freddo.
La finnica continuava a vivere la sua esistenza fatta di dischi heavy metal, felpe scure e risposte elusive a qualsiasi domanda personale. Grazie a Kori era più “amichevole” e comunque più presente nelle attività extralavorative tra colleghi, per quanto conservava il suo carattere riservato e taciturno. Grazie a Max, si era appassionata a dolci e vivande zuccherate statunitensi. In particolare, era fissata con una strana bevanda, una sorta di caffè aromatizzato al gusto fragola. Quell’intruglio chimico traboccante di conservanti, aromi artificiali, e migliaia di sostanze che alla lunga avrebbero provocato il cancro anche a un blocco di ghisa, era divenuto un articolo irrinunciabile tra le mani della bionda. Connor, alcolizzato e cocainomane, ma attento a seguire diete macrobiotiche, cominciò a preoccuparsi.
«Ehi, pantegana bionda», le disse un giorno, «come fai a bere quella merda?»
Klaudia sollevo le spalle e osservò perplessa l’interno del bicchiere. «È ipercalorica?» chiese candidamente. «Comunque sono magra».
L’irlandese scosse il capo preoccupato. «Non sono le calorie», le spiegò. «È che sembra piscio aromatizzato».
Klaudia praticamente ignorò quell’ultima osservazione.
«Bere quella merda è come respirare dal tubo di scappamento di un camion», aggiunse ancora Connor.
Ma per tutta risposta, la biologa scandinava diede una lunga sorsata dall’intruglio al sapore di fragola, gustandoselo come se il rischio di cirrosi o il diabete non la riguardasse. E per l’irlandese fu quella la metaforica goccia che fece traboccare il metaforico vaso. O per usare metafore ancor più colorite, fu quella la metaforica spinta che gli fece metaforicamente girare i metaforicissimi coglioni. Così, con il piglio di un fratello maggiore che sorprende la graziosa sorellina a farsi leccare la passera dallo sfigato della classe, l’irlandese si avvicinò alla bionda e le strappò il bicchierone dalle mani.
«Sei morto!» affermò subito Klaudia irritata, prima di bestemmiare in finlandese.
Il collega le sorrise. «Dopo ti porto a mangiare un gelato», le promise dolcemente, sorridendole, «ma piantala di avvelenarti con certe porcherie. Non ho voglia di scavare una buca in Post Office Square per nascondere il tuo inutile cadavere».
La finnica ebbe l’immediato istinto di balzare sull’irlandese, strappargli il naso a morsi e ficcargli un tagliacarte nello scroto. Ma lesse l’apprensione e l’affetto nello sguardo di Connor. Arrossì: non era abituata a uomini preoccupati per lei, non almeno a quel modo. Lo standard maschile di Klaudia erano individui come Max, persone cioè che progettavano di metterle le mani sui seni, il pene tra le labbra e magari la lingua nella vagina.
Il collega irlandese invece le ricordava il compagno di scuola materna che ammazzava gli scarafaggi quando questi la spaventavano; o un amico gay con cui usciva all’università. Che poi, a pensarci bene, l’amichetto della scuola materna era lo stesso amico gay dell’università.
Kori osservò la scena e sorrise. Aveva una cotta per Connor, e vederlo così paterno con Klaudia la entusiasmava. Era piacevole osservare come due persone a cui era affezionata potessero interagire in modo tanto candido e spontaneo.
Meno felice della nascente complicità tra Klaudia e Connor fu invece Max. L’italo-americano non aveva grande simpatia per il giovane irlandese, e vederlo legare con la finnica lo infastidiva. Soprattutto temeva che Connor arrivasse dove lui, evidentemente, non sarebbe mai arrivato. Il terreno era dunque piuttosto fertile per far germogliare astio e odio conditi da tonnellate di testosterone.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

La figa o la fica? Chiedete a Michele.

Andavo a dormire certo che il videoregistratore si sarebbe acceso da solo alle 2:55, cinque minuti prima della replica di Help. Tempi da brufoli e topexan scanditi da padre Red Ronnie, che nel cuore del pomeriggio ospitava gente come i Blur e i Porcupine Tree. Difficile allora concentrarsi sulla versione di Livio. Ancora meno su quell’aoristo che, dio santo, non riconoscevo mai quando capitava all’interrogazione. E poi c’era la prof di filosofia, quella che affermava di essere stata un’ottima surfista da giovane. Quella che “se studiate, vi metto almeno 4”. Grazie al cazzo: se non studiamo, ci condanni a morte? Troia!!! Poi c’era lei, C. Era molto convenzionale per l’epoca. Metallara, capelli che sembravano lavati con il sapone di Marsiglia, e il piercing al labbro che faceva davvero differenza quando ti baciava. Nel frattempo, bacio dopo bacio, l’estate precedente si allontanava, e quella successiva sembrava non voler arrivare mai. Aspettavamo Giugno fumando le Marlboro. Non avrei fumato altro, se non le Marlboro: quelli che fumavano le Diana, erano gli stessi che si fidanzavano con le ciccione disperate. Ciccione disparate. Ciccione sparute. Ciccione sparite. Nascosto nei bagni, che profumavano perennemente di merda e varechina dozzinale mischiata ad altra merda, c’era sempre quello che aveva il fumo in tasca. Era il pusher. Ti vendeva quello che chiamava “il cinquino”, anche se tu odiavi chiamarlo “cinquino”. In effetti odiavi lo slang in generale, che non si capiva mai un cazzo a furia di “tranqui zio”. E pensare che J Ax con il “tranqui zio” ci va avanti ancora oggi. Ci sentivamo tolleranti (e tollerabili) come il Nanni Moretti che si infervora per un “La Silvia”. Che poi aveva anche ragione (il) Michele, diamine. Figa o Fica, cagare o cacare, c’era una discreta differenza territoriale. La figa o la fica? Noi sardi, per non sbagliare, lo chiamavamo cunno, al maschile. Ed era questo il problema: allo slang mischiavamo i nostri millemila incomprensibili dialetti. Era una perenne attitudine al corporativismo linguistico. Era una crociata generazionale verso l’incomprensibile. Vittime erano i nostri genitori, adulti patetici, che cercavano di stare al passo. Per sfortuna dei miei, parlavo italiano, non dialetto, non slang. E bestemmiavo parecchio, in maniera piuttosto colorita. Imitare il mio modo di parlare, non avrebbe certo giovato alla loro reputazione. I peggiori erano però quelli che guidavano la Vespa. La Vespa 50 truccata. Dicesi gente che non poteva permettersi la Cagiva Mito. Con carburatori e finali, in officine di periferia, con quei calendari appesi che mostravano le tettone nude, rosicchiavano (rosicavano) manciate di km/h ad affari progettati per muoversi poco più rapidi delle biciclette. Erotici forse, ma poco eroici. Per nostra fortuna, avevamo eroi in saldo: il Che, Gesù (non io), Vasco, Pete Sampras, Paolo di Bim Bum Bam (sì, Bonolis). E i nemici erano piuttosto definiti: Fiorello, Alain Prost e Saddam Hussein. Per Berlusconi era ancora presto. Doveva prima vincere le elezioni del 2001, dopo essersi incazzato con Travaglio e Luttazzi: mancava quasi un lustro a quell’epica puntata di Satyricon. Nel frattempo al cinema usciva Titanic. Ma noi ci chiudevamo nelle biblioteche di periferia a vedere e rivedere Trainspotting. C’era chi leggeva; chi si vantava di saper fare la pastasciutta; chi taceva sulle molestie sessuali subite a casa, scuola o chiesa. Tutto finì con la prima scopata, quando diventammo uomini con l’insicurezza maiuscola. Da allora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.