Costarica.

Gli esseri umani aspirano alla diversità, alla distinzione. “Io no” è quasi un grido di battaglia. Ma bastano due birre in fresco, Italia-Messico in Tv, e la peggior pizza d’asporto del mondo per diventare nuovamente un gregge.
Frenulo!
Il ritorno contorto delle usanze tribali, come la vecchia dance anni 90. Softcore, Hardcore, Hardrock, Poprock, Popcorn. E fragole con panna. E i pan di stelle. Ho conosciuto un tipo che una volta, non due, incontrò Martina Stella, quella famosa, alla fermata della metropolitana, e non dentro la metropolitana, al Tuscolano. O in Toscana.
Non ricordo!
Potrei darmi allo spaccio di stupefacenti; o al reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti; o alla scrittura di un romanzo il cui protagonista, tale Igor Sanchez, si occupa della sceneggiatura di un film che parla di un reportage sullo spaccio di stupefacenti.
Rifletto.
Potrei comprare delle rose per la mia ex. Ma la mia ex non si lascia comprare con un mazzo di rose: vuole essere leccata. Il mondo gira tutto attorno al cunnilingus. Talvolta attorno ai soldi. Ma i soldi servono a garantire una dose giornaliera di cunnilingus sufficientemente alta da far urlare le madamigelle. Sempre che ci si riesca.

Domani parto in Costarica, cunnilingus o meno…

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Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

Rock and roll star.

Parzialmente ispirata da Don’t Look Back in Anger, nel blog meraviglioso di Quidmarino

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Vivi la tua vita in città, senza alcuna via di uscita.
Le serate le trascorri al bar. Frequenti gli amici di sempre, che poi non sono nemmeno amici, ma una compagnia. Le amicizie non esistono, solo persone con cui sprecare assieme il troppo tempo inutile. Non hai una persona a cui confidare i tuoi tormenti, e perciò bevi.
Da queste parti chi lavora in un pub raccoglie più confessioni dei preti, nonché consensi. Fai la comunione con i chips & fish, che sono tanto fottutamente buone da lasciarti credere che forse siano più adatte dell’ostia per il ruolo di Corpo di Cristo.
La rissa non è una deriva sociale, ma puro folklore. Non ci si picchia per rabbia, ma per tenersi allenati a vicenda. Si fa a botte finché non si perdono i sensi. E spesso chi ti manda KO veglia su di te finché non ti risvegli. Poi tornate a casa assieme, chiamandovi “amico” a vicenda.
Chiudi la giornata in mutande, dopo aver lavato i denti, ascoltando una di quelle stazioni radiofoniche che mandano Bowie, poi i Quiet Riot, ancora Bowie, i Joy Division, Bowie e i Mott The Hoople (la canzone con Bowie).
L’ultima sigaretta la condividi con l’emicrania da sbronza e rissa, rimasticando un’immagine mentale color porpora, tagliata come i vecchi filmini della tua infanzia, sui Super8. Quei filmini con la tua famiglia sorridente e tutt’altro che felice. La famiglia appunto, quella roba a cui tu non pensi mai. Del resto hai visto come sono finiti Ian Curtis e Deborah: prima o poi si incontra Annik.
Però non sei solo. Hai una fidanzata di cui non conosci il secondo nome, né il cognome, né l’indirizzo di casa. Ci stai assieme perché scopa bene, anzi, perché non le fa schifo scopare con te. Vi vedete ogni tre giorni. Vi divertite per venti/trenta minuti e poi vi rilassate con qualche sterlina d’erba. A volte lei ti telefona, ma solo se ha bisogno di un passaggio. Tu invece non la chiami mai. Del resto non avresti nulla da raccontarle. Non sei mica bravo con le parole. Ogni volta che vuoi esprimere un’emozione, accendi lo stereo e lasci che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Tu ti limiti a livellare il volume, rigorosamente fastidioso. Se sei incazzato, lasci che i Sex Pistols urlino al tuo posto. Se sei triste, assecondi la malinconia dei Bahuaus. E quando sei felice… beh, non sei mai felice.
Sei il re del cibo in scatola. Sei quel genere di personaggio che alle diete macrobiotiche preferisce il digiuno. Non sei mai andato a correre in vita tua. Lo sport lo segui solo in Tv. Quando vai a giocare a calcio, lo fai nella speranza di fare a botte con i ragazzi dell’altro rione. Hai trascorso gli anni della scuola ad annusare il meglio della letteratura inglese, ma poi hai scoperto il punk, il glam e il glam in chiave punk. Hai imparato l’importanza del muro di chitarre, e di testi privi di senso come quello di Supersonic. E c’eri anche tu a Knebworth Park, assieme ad altre 165000 persone, ad osservare i fratelli Gallagher mettere in scena una set list da serata al club, suonata freneticamente. Gli Oasis che quella notte ribadirono con un ruvido rock and roll quanto gli inglesi siano probabilmente animali da Pub anche nei grandi spazi. E tu in mezzo, a brillare, come una delle 165000 stelle del Rock and roll. Quella notte eri una stella del rock and roll e nient’altro. Solo una stella del rock and roll. E alla fine, sulle note di I am the Walrus, eri ancora ubriaco di Champagne Supernova.

Oasis – Rock and roll star.

I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
You’re not down with who I am
Look at you now you’re all in my hands tonight
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll

Gli amanti dell’ora di pranzo – La ballata del cornuto.

cornuto20e20mazziato

Romanticismo rubato a Maverick, sulle note malinconiche di take my breath away,
che qui le candele non creano l’atmosfera, ma sopperiscono l’assenza di plugin.
Studio aperto in sottofondo mentre lei te lo succhia, che “hey, a Milano c’è caldo”.
Siamo quelli che scopano all’ora di pranzo, mentre tu, marito della nostra partner, sei in ufficio.
Siamo quelli che tua moglie non la vediamo ingrassata, ma sempre più prossima a un’eccitante vacca da monta.
Siamo quelli che si portano un asciugamano da casa per non macchiarti il lenzuolo di sborra.
Siamo quelli che le succhiano il clitoride finché lo dice lei, non finché ne hanno voglia.
Siamo quelli che non si formalizzano a fottersela anche quando ha le sue cose.
Siamo gli angeli custodi della tua inutile relazione.
Siamo i becchini della vostra vita coniugale oramai deceduta.
Se torni a casa, e tua moglie sorride entusiasta, siamo stati noi.
Se credi che ultimamente lei abbia meno voglia di te, sbagli: siamo stati noi.
Se lei non ha nulla contro l’ennesima partita di calcetto, o il poker, o la cena da tua madre, o che vai a puttane ad Amsterdam, siamo stati noi.
E se trovi un bicchiere sporco di troppo poggiato nel lavandino, siamo stati noi. E no, non è yogurt… ti sconsiglio di assaggiarlo.
Ma soprattutto, se il tuo matrimonio è in crisi, ma sei troppo pavido da divorziare, ci pensiamo noi.
E non vogliamo essere pagati. Né ringraziati. Né encomiati. O premiati.
Per noi è sufficiente che continuiate a non soddisfare le vostre mogli.
Grazie di esistere, cornuti.

Immagine presa da Qui.

La rompipalle – Parte 1

Era una giornata piuttosto umida, confortata da un vento soffiava da Sud Ovest a 9 miglia orarie. I termometri segnalavano una temperatura esterna di 75° sulla scala Fahrenheit, mentre sembrava scongiurato il rischio di pioggia.
Da pochi minuti erano passate le undici e Janet si apprestava ad intervistare la quarta candidata della mattinata. C’era da riempire una scrivania vuota nel reparto design, e sembrava che tutti gli architetti di Boston morissero dalla voglia di lavorare alla Hansen & Llyoid.
L’afroamericana rilesse gli appunti sull’ultimo colloquio, concludendo che una laurea ad Harvard amplificasse la presunzione di chi, come la venticinquenne che aveva appena lasciato il suo ufficio, si aspettava di essere accolto con tanto di tappeto rosso. Da quando esisteva internet inoltre, era diventato complesso scegliere designer capaci: il web aveva amplificato la tendenza a plagiare il lavoro altrui. I giovani architetti si sentivano avanguardisti, freschi, anti-convenzionali e rivoluzionari. Ma tutta questa presunta modernità ed innovazione si sintetizzava nello scimmiottamento di Frank Llyoid Wright e Le Corbusier, entrambi oramai morti da oltre mezzo secolo.
Infine, rimuginando la scontata considerazione “una volta era meglio”, Janet sollevò la cornetta chiamando la reception. «Fai entrare la prossima», disse a voce bassa e paziente.
La “prossima” era una ventitreenne finlandese. Si era trasferita in Massachusetts da poche settimane e, da quanto aveva scritto nel curriculum, la sua esperienza in ambito architettonico era piuttosto scarsa. Non possedeva nemmeno titoli adeguati, ma una laurea in Biologia. Avevo scritto di aver l’hobby della pittura, ma non era certo una referenza sufficiente. Nonostante ciò, Janet l’aveva selezionata comunque: era curiosa di sapere cosa avesse spinto la finnica a rispondere all’annuncio.
Tempo pochi minuti e l’afro-americana si ritrovò la giovane bionda davanti. Klaudia era di una bellezza piuttosto inusitata: lineamenti baltici; occhi grandi, chiari, e inespressivi; labbra carnose, rosate; carnagione piuttosto chiara, tanto da sembrare pallida. Il fisico era quello di una pornostar, con un seno irragionevolmente grosso su una donna tanto magra. L’abbigliamento invece era tutt’altro che pornografico: anfibi, pantacollant neri e felpa dei Megadeth. Janet ipotizzò che Klaudia non avesse chiaro il concetto di dress code.
«Non ci presenta vestite a quella maniera», la ammonì infatti. «La Hansen & Llyoid non è Google o Yahoo: ci si veste a una certa maniera».
La finnica, più perplessa che mortificata, sollevò le spalle. Oramai era lì, non poteva certo tornare a casa a cambiarsi. E poi, se ci avesse pensato bene, probabilmente non possedeva un solo capo adatto a quel genere di colloquio. Janet, per esempio, indossava un costoso tailleur color cenere. Klaudia concluse invece di non aver mai posseduto una giacca in vita sua.
«Lei parla inglese?» chiese ancora l’afro-americana.
«No», replicò sinceramente la bionda. «Mi faccio capire».
«Ti fai capire?»
La finnica annuì. «Però so disegnare», aggiunse entusiasta, palesando sia il marcato accento uralico, sia l’evidenza carenza di qualsiasi attitudine formale. «Tu sai disegnare?»
Janet, in parte divertita, si sforzò per osservare la bionda con profondo biasimo, ma non ci riuscì. Intuì di trovarsi al cospetto di una sontuosa rottura di palle, uno di quegli elementi irritanti e saccenti che è meglio perdere che trovare. Eppure avrebbe pagato per vederla in azione assieme alle vecchie cariatidi conservatrici e repubblicane che mandavano avanti quello studio architettonico per clientela snob. «Non so disegnare», le disse con tono materno. «Ma a noi serve una progettista, non una biologa capace di raffigurare un cavallo».
Klaudia annuì. «Una designer», puntualizzò. «Linee e curve», aggiunse candidamente. «Nulla di complesso».
L’afroamericana sorrise ancora, immaginando come avrebbe reagito il vecchio Llyoid, orgoglioso dei propri cinquant’anni di progetti intricati e ricercati, alla definizione “nulla di complesso”. «Perché mai dovrei assumerti?» le chiese infine.
Klaudia chiese e ottenne un foglio di carta e una matita. Disegnò un tavolo, piuttosto semplice: piano orizzontale e quattro gambe. Sembrava un disegno semplice, quasi insignificante. Invece mostrò l’enorme talento nel tratto della scandinava, la capacità di sintesi e l’assoluta velocità di realizzazione. Janet si sorprese, ma Klaudia era ciò che serviva alla Hansen & Llyoid.
«Ok», concluse infine. «Avrai una chance», aggiunse con una soddisfazione molto personale. «Ma vestiti decentemente: da architetto, non da giovane metallara».
Klaudia annuì entuasiasta, ma il giorno dopo si presentò in ufficio con la t-shirt di Unknown Pleasures. Del resto, dal punto di vista di Klaudia, un buon architetto non poteva non amare i Joy Division.

Il silenzioso valzer dei mangiammerda.

Non parlavamo. Ci spedivamo i messaggi vocali su whatsapp, completamente silenziosi. A volte ti facevo sentire che ascoltavo gli Asia, oppure come il vento soffiava forte. Tu rispondevi con Dust in The Wind oppure il suono del mare. Le parole erano poche, spesso timide. E ugualmente gli sms, così telegrafici nella loro essenzialità affettuosa. Nel frattempo c’era chi diventava popolare sui social, e chi criticava l’ennesima inutile hit di Laura Pausini. Qualcuno faceva suonare il vinile di Rexanthony, o qualsiasi altra opera elettronica completamente sottovalutata, ma comunque apprezzata, dalle masse.
Era un’estate di passeggiate al molo, a comprare pesce fresco e fotografare le barche. Oppure di lunghi bagni nel mare, fregandosene di che ore fossero e se avessimo appena mangiato. C’erano le gite di lavoro, spesso in orari improponibili o scomodi. Quelle stalle in mezzo al nulla dove il fattore ti offriva una birra e ti chiamava “ingegnere”. C’era chi si ammalava di raffreddore in Agosto, chi prendeva il mal di denti di sabato e chi aveva il mestruo nell’unico weekend in cui rientrava il marito dal “continente”.
Passeggiavo in questi viali infiniti circondati di more, osservando una fila di case in costruzione: una di quelle era la nostra. Sapevamo dove avremmo messo i miei strumenti, e il tuo pianoforte, e l’albero di albicocche. Sapevamo dove avrebbero parcheggiato le auto i nostri amici e cosa cucinare per cena.
A volte ci addormentavamo in sala, con i piedi poggiati sul muro, sollevati, e la testa sul pavimento. Altre volte cominciavamo a scopare alle due del mattino e non ci fermavamo finché i vicini non chiamavano i Carabinieri.
Le nostre biciclette parcheggiate nel viale, sempre in mezzo quando qualcuno doveva passare. Le stupide scene di vita quotidiana riprese con la reflex e poi montate con i Soundgarden in sottofondo. La percezione che stesse cominciando qualcosa di meraviglioso e che invece si spezzò con un soffio di vento. Quel vento che a volte soffia romanticismo, e che altre ricorda che non poco lontano hai sepolto una tonnellata di merdose bugie.

«Ti fermi a cena da me?» mi chiedesti.

«Hoggiamangiato!» risposi, ripulendomi le labbra ancora sporche di una sostanza marrone.

Coprafagia forever.

L’inferno senza Tiziano Ferro.

Il profumo del gasolio tra i capelli sudati, lo sguardo assonnato di chi ritiene “abbastanza” dormire quattro ore per notte. I guanti bucati, ma comodi. Lo smartphone che si illumina ma non suona mai. Decine di sms a cui non hai voglia, né tempo, di rispondere. La testa altrove: a volte catturata da ricordi passati, spesso impelagata in progetti futuri. Speranze morte come foglie in autunno, oramai planate verso terra, calpestate dai passanti o pisciate dai cani. L’essere insignificanti anche per gli hipster e la loro passione per il foliage, mentre squarci di neve si preparano a seppellirci per qualche mese.
I Litfiba alla radio, l’arpeggio enfatico nel bridge di Regina di Cuori. L’estate di vent’anni fa, in bicicletta fino al mare, con i panini nell’Invicta a celare gli spinelli e la scatola dei preservativi. Pranzare al sole che chisseneffrega, sentirsi liberi e canticchiare Jolly Blue degli 883 come degli sfigati. Poi dieci anni dopo le scarpe antinfortunistiche, la Summer Card, il gatto che impara a saltare sul divano, la deflagrazione devastante che potrebbe mandarti al cimitero. Le pizze fredde dimenticate in auto, consumate gelide il mattino dopo, e una birra al posto del caffè-latte. Dieci anni ancora, e non saper comunque scrivere “caffellatte”, essere maltolleranti al lattosio e allergici ai rompicoglioni.
La felicità e tutte le sue contraddizioni, spesso generata da una sigaretta al risveglio, talvolta da una fugace scopata con l’amica di turno. Sposarsi, comprare casa, mettere al mondo dei figli, divorziare. Conoscere una di vent’anni più giovane, convivere, mettere al mondo altri figli, separarsi. Fottersi l’avvocato divorzista, piazzarsi a casa sua, metterla incinta e levarsi dal cazzo quando il bambino ha quattro anni. Comprarsi una decappottabile. Fotografare i tramonti; e chi fotografa i tramonti; e chi scuote il capo alla vista di osserva fotografare i tramonti. Pisciare all’aperto, ruttare dopo una birra, sorridere il mattino dopo una rumorosa scorreggia. Le analisi del sangue, il cancro, la chemio, lo psicologo che ti spiega che sei triste/arrabbiato perché sei malato (grazie-al-cazzo), il prete che gioisce perché presto incontrerai il Signore. Gioite!!!
E l’inferno, così agghiacciante in teoria, ma senza la merdosa Lento/Veloce di Tiziano Ferro in sottofondo. Perché morire, in fondo, non è un dramma tanto grave dopo che per anni si sopporta la pubblicità del Cornetto Algida.

Tra parenti, sì.

I parenti che speri non vengano a trovarti. Quelli che invece speri nemmeno ti chiamino. Quelli con cui inventi scuse per non farti trovare. Quelli che ti trovano comunque. Quelli che trovano divertente attaccarsi al citofono. Quelli che da trentacinque anni salutano con “buongiorgio“. Quelli che si presentano a casa tua alle 13:00, quando sei oramai seduto a tavola. Quelli che “non vogliamo disturbare”, ma disturbano ugualmente. Quelli che si sono dimenticati la discrezione. Quelli che proprio non l’hanno mai imparata. Quelli bugiardi. Quelli bugiardi e presuntuosi. Quelli bugiardi e presuntuosi e saccenti. Quelli che si muovono portandosi dietro i suoceri. Quelli che si portano dietro suoceri più irritanti dell’acido solforico. Quelli che vanno al mare a mezzogiorno. Quelli che fanno un sacco di foto. Quelli che, anche se non ti importa, poi le foto te le mandano via Whatsapp. Quelli che, non trovandoti su Whatsapp, ti cercano su Telegram. E su Instagram. E su WordPress. Quelli che “rifatti Facebook, così vedi le foto”. Quelli che per farti vedere quelle strafottutte foto (piedi, tramonti e piedi al tramonto) ti aprirebbero le palpebre come accade al povero Alex DeLarge in Arancia Meccanica. Quelli che non hanno visto Arancia Meccanica perché, dicono, è noioso. Quelli che hanno visto cento volte l’inizio di Full Metal Jacket, eppure non ne conoscono il finale. Quelli che non hanno riso per Il Dottor Stranamore. Quelli che confondono Jeremy Irons con James Mason. Quelli che hanno fatto la naja. Quelli che durante la naja non le prendevano mai, dicono. Quelli che non le hanno mai prese, dicono, e che una volta sono usciti con Federica Fontana. Quelli che abitavano nel condominio di Del Piero. Quelli che “forse non lo sai, ma Del Piero è gay”. Quelli che malauguratamente hanno poi davvero incontrato Del Piero, ma, nonostante le nostre sollecitazioni, non si sono però avvicinati a ricordargli di quando abitavano nello stesso condominio. Quelli che “lasciamo in pace Alex, che si infastidisce”. Quelli che si infastidiscono se insisti. Quelli che si infastidiscono all’idea di risultare indifferenti. Quelli che si incazzano quando si rendono conto di risultare effettivamente indifferenti. Quelli che, se non ti fossero parenti, non frequenteresti nemmeno dopo tortura. Quelli che la tortura è frequentarli. Quelli che non sanno di essere i parenti che tu speri non vengano mai a trovarti. E torturarti. E tra parenti: sì, avete rotto i coglioni!

Bonucci al milan

Poesianonima

Nascoste in un pertugio invisibile di impulsi elettrici
piccole sinapsi in codice binario convertite in affetti
proiettate su una retina rivestita da endorfine positive
trasmessa infetta e travestita da candido metaromanticismo
dai dettagli cromatici indelebili degli endecasillabi
su più di uno strato viscoso di latice plasmato e posato.
Il tuo anonimo affetto circoscritto ai dettami d’opinione
delineato senza i pastelli e filtrato in carta di carbone
umidificato in sfumature spugnate dall’intorpidirsi dei sensi
questo sentimento che batte toc-toc sulla soglia d’orgoglio
lasciando scorati i rumori di un soffio di tempo sbiadito
e veleggerà sereno verso l’approdo degli amanti passati.