Mi avete rotto il cazzo – Traccia 2

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Il mio paese era diviso in due parti, una alta e una bassa, separate tra loro da un dislivello di quasi cento metri. C’era una vecchia casa abbandonata, nella parte alta, con piccole porte e intonaco esterno scrostato; il tetto spiovente, con tegole scolorite o divelte dal tempo, si affacciava su un giardino di vegetazione ormai secca; sul retro i resti di un vecchio forno per quando ancora si faceva il pane in casa; sullo sfondo la vecchia e aspra montagna a ricordare che l’uomo non potesse costruire ovunque. Il camposanto si trovava invece nella parte bassa del paese, quella più moderna, isolato dal centro abitato da una stretta stradina circondata da due vigne ormai incolte. Durante il funerale di t cominciò a nevicare, a nevicare tanto. Mi affascinava la neve che non distingueva le tombe dei ricchi da quelle dei poveri, la neve che si poggiava dove trovava posto, indifferentemente. Anche le vigne vennero innevate, apparendo così meno abbandonate del solito. Ricordo il tetto spiovente della vecchia casa, ricordo che fosse coperto di bianco come quello delle altre costruzioni, e ricordo che l’unica differenza con queste fosse l’assenza di un camino fumante. In cuor mio, anche se magari non c’entrava nulla, associai quell’immagine a And Justice For All.
«Cade a pezzi», disse Y.
«Vedo», sorrisi malinconicamente, «tu che sei credente, hai pregato per t?»
«È un
segreto tra me e Dio», concluse, «cosa facciamo stasera?».
Quella sera avrei voluto collassare per risvegliarmi il giorno dopo perfettamente lobotomizzato. Non volevo passare un’altra notte a sognare t, n
é volevo partecipare ad altri incubi frustranti e disarmanti con lui protagonista: sognavo lui agonizzare e sua madre piangere; lo sognavo sul palco con noi, con il Jazz Fender color porpora; poi lo sognavo al bar, mentre si esaltava o bestemmiava giocando a Street Fighter II; lo sognavo non per malinconia ma per rimorso, ricordandomi la nostra ultima, e ormai frustrante, conversazione. Purtroppo non sempre ci si saluta in modo pacifico, perché i conflitti umani esistono, in particolare durante quel Can-can ormonale noto come adolescenza. La sola consolazione possibile è un bilancio complessivo del rapporto, distinguere cioè i momenti sereni da quelli di attrito sperando che i primi superino i secondi per quantità e intensità. t in fondo era un umano, e in quanto tale aveva difetti e vizi, nonché un’assoluta distanza da qualsiasi forma di pazienza prossima al concetto metafisico di santità. In sintesi era coglione tanto quanto noi e, per tale motivo, era un’utopia pretendere di non bisticciare mai. In ogni caso era ormai morto e sepolto, a differenza di Y che aspettava ancora una risposta riguardo il proseguo di quella giornata ammorbante. Era San Silvestro, l’occasione preposta per eccellenza ai bagordi, la notte in cui si esce sperando di scopare e non ubriacarsi, ma in cui si rientra ubriachi senza aver scopato.
«Io avrei voglia di non fare nulla», replicai, «ma se non esco mi ritrovo a casa di nonna a rispondere alle domande indiscrete delle mie zie».
«Mia madre scende a Cagliari per lavoro», propose, «ci sono i Lunapop».
«I Lunapop?», chiesi retoricamente, «vuoi davvero vedere i maledetti Lunapop?»
«Siamo messi
decisamente male stasera, vero?»
Risi e lo fece anche Y. Una settimana prima non avrei assistito a un concerto dei Lunapop nemmeno se
mi avesse garantito la certezza di fare poi sesso a tre con Luisa Corna e Manuela Arcuri; sia chiaro, intendo la Corna e la Arcuri del 2000, non quelle odierne. Ma in quel momento i Lunapop sembravano un’ottima occasione per prendere le distanze dal paese, paese che quel giorno puzzava, oltre che di vecchi ricordi, di morte e di cattività emotiva. A detta di Dostoevskij gli uomini si distinguono dal modo di ridere. Y aveva riso in modo sincero e determinato, come se volesse affermare il suo diritto umano alla felicità nonostante il recente lutto; io avevo riso in modo acre e istintivo, quasi non fossi pronto a farlo, in modo assolutamente sorprendente. Sembrava avessimo eluso la morte, anche se solo per un attimo. Un attimo, appunto, un attimo solo, prima che il mio sorriso scomparisse rapidamente. Avevo visualizzato mentalmente un’immagine terribile: vedevo t, seduto su una nuvola, che scuoteva la testa; era come infastidito dalla velocità con cui avevamo ripreso possesso della nostra spensieratezza. Mi sentii terribilmente in colpa, al limite dell’angoscia.
«Smettila!», gli intimai,
«siamo in lutto».
«Fottiti», replicò
Y, «posso fingere di non divertirmi, ma non voglio sentirmi in colpa se accade».
Segretamente, intimamente, il mio decennale ateismo sembra
va essersi arreso alla prima vera prova di indipendenza dal metafisico. L’emancipazione più complessa da raggiungere è quella legata alle nostre convinzioni radicate. Quando la tua infanzia è costantemente esposta a pregiudizi, bigottismo e superstizione, l’adolescenza diventa un momento di ribellione impulsiva: leggi tanto e riscrivi i parametri di tolleranza; ti crei una tua morale e lotti per l’emancipazione. Al liceo ti presentano Cartesio, e il Cogito Ergo Sum sembra aprirti una nuova prospettiva. 
È come se capissi qualcosa di te, almeno nelle sfumature più essenziali: cominci a ripetere che devi iniziare a pensare, perché più pensi e meno ti sottometti ai meccanismi sociali. È come se la tua testa viva una sorta di primavera dopo l’inverno del mommotti e del catechismo. Ogni confronto con gli adulti diventa una discussione adrenalinica. Ma il tuo subconscio è in quiete, pronto a colpirti sul più bello, pronto a rivoluzionare il tuo ateismo distillando lentamente superstizioni varie che per anni, appunto, ti sono state sottoposte. E che tu lo voglia o meno, cederai alle credenze del cazzo che ti ha ficcato in testa tua nonna quando eri ancora un bambino, anche se proverai a negarlo costantemente.

«Che programmi hai?», ribadì ancora Y, «vuoi passare i prossimi giorni o mesi a ripensare alla volta che tu e t siete quasi venuti alle mani? Aveva torto lui, torto marcio. Aveva torto come altre volte, e aveva torto perché in fin dei conti è sempre stato un merdoso opportunista viziato ed egocentrico. Era un egoista, perché solo un egoista muore a Natale. Noi ci dimenticheremo di lui, ma i suoi parenti? Sua madre credi che festeggerà nuovamente il Natale in futuro?»
Fra poco saranno sedici anni dalla morte di t. Sua sorella
oggi ha ventisette anni e non ha ricordi di lui che non siano legati ai malinconici racconti materni. È una ragazza alta e formosa, con capelli ricci tagliati corti, carnagione chiarissima ed efelidi diffuse: assomiglia al fratello quanto un cocker spaniel assomiglia a un coccodrillo. Ha avuto ragione Y, la madre di t non ha mai superato la morte del figlio e di fatto ha trasformato il Natale in una ricorrenza tabù. Ma per tutti gli altri, compresi noi, è arrivato, a volte prima, a volte dopo, il momento per associare nuovamente la settimana che da Santo Stefano porta al Capodanno semplicemente al cenone di San Silvestro. Il nostro paesino, quella notte, avrebbe festeggiato nonostante il lutto e nonostante il gelo. Erano state cancellate le manifestazioni pubbliche ma non quelle private. In fondo era giusto così, perché se per la madre era morto un figlio, e se per noi era morto un amico, per tutti gli altri era semplicemente morto un ragazzo. In piazza c’erano persone che parlavano tra loro in modo sereno, l’orologio della chiesa rintoccava le 17. Ebbi un flash della mia probabile nottata, parcheggiato a un angolo della tavolata a bere compulsivamente, in solitudine: bere per bere, tanto valeva farlo in buona compagnia.
«Vada per i Lunapop», conclusi dunque.
E l’alcol fu l’unica certezza indissolubile di quel maledetto San Silvestro: partimmo da casa promettendoci di bere tanto e rientrammo completamente ubriachi. Ma stavamo per fare qualcosa che avrebbe messo fine a un’amicizia che credevamo indissolubile.

…continua

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