Le dimensioni contano – Parte 43

«Perché sono affari miei», risposi quando mia madre mi chiese il perché anche io le nascondessi le cose.
«Avresti dovuto farlo invece», mi disse lei. «Seguimi».
Mi portò in camera sua, aprì l’armadio e prese una grossa valigia. La aprì. All’interno c’erano oggetti che riconobbi come miei, anche se non ricordavo di non averli mai visti prima. Tra le tante cose, il vinile di Love Will Tears Us Apart. Sul booklet era stato appuntato un numero di telefono.
Il prefisso, portava direttamente a Londra. Dall’altra parte rispose una voce maschile, che riconobbi.Mi sentii più felice di una trentenne ciccione che riceve un pompino da Pamela Anderson. Era il mio primo “marito”, l’uomo con cui ero sposata in un’altra serie di universi. Era Gabriele, il biondo, il palestrato.
«Sono io», dissi con tono festoso.
Ci fu un breve silenzio, poi la telefona si interruppe. Provai a richiamare ma dall’altra parte non rispose nessuno. Provai una terza volta, ma nulla. Ugualmente le successive. Essendo un numero fisso, non potevo nemmeno spedire un sms. Riprovai tante volte nelle ore successive, vanamente.
Determinata, provai a chiamare anche da cabine telefoniche e da casa di una mia amica, ma ogni volta che sentiva la mia voce, Gabriele interrompeva la conversazione.
Non mi arresi e feci un biglietto per Londra. Sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio e, come spesso capita quando cerchi qualcuno di cui non conosci né nome né indirizzo in una città abitata da milioni di abitanti, non lo trovai. Grazie al cazzo!
«Dove sei?» chiese mia madre quando le telefonai alcuni giorni più tardi: volevo che mi mettesse altri soldi sul conto.
«Sul pianeta terra».
«Molto dettagliata», replicò sarcastica la mia vecchia. «Sai perché non ti dico le cose?» aggiunse cambiando tono.
«Perché sei una stronza?»
«Perché ogni volta che prendiamo una decisione gli universi si sdoppiano: in un universo ti dico la verità e in quello immediatamente parallelo ti racconto una bugia. Se non ti dico nulla, evito la creazione dell’universo dove mento».
«L’omissione di verità non è comunque una bugia?» osservai brillantemente.
«Marcellus Wallace ti sembra una puttana?» scherzò lei.
«Non fa ridere. E comunque che cazzo c’entra?»
«Il meccanismo degli universi è come Marcellus Wallace. Ti conviene starne fuori, se no ti fanno fuori», disse. «Quindi se non parlo, non sto né mentendo, né rivelando la verità», aggiunse, rivelandomi che la spiegazione le era arrivata dal mio patrigno, Giovanni/Marco/Matteo/Luca.
Eniuei… in quale universo mi trovavo? In quello dove mia madre mi aveva detto effettivamente la verità, o in uno in cui mi aveva appena raccontato una cazzata. Inoltre pensai anche a Marcellus Wallace. Secondo me, a mio modestissimo parere, per il poco che potessi capirne di puttane, con la giusta parrucca, ben truccato, e vestito come Dio comanda, Marcellus Wallace sarebbe sembrato una puttana, anche se transessuale.

Pernottavo in una specie di motel in prossimità dei docklands, assieme a tedeschi, polacchi e nigeriani che spacciavano droga a tedeschi e polacchi. Girai per Londra per circa tre settimane. Non trovai mai Gabriele e ogni volta che provavo a chiamarlo mi chiudeva la chiamata. Infine mi vennero le mestruazioni. Non fu piacevole, anche perché significava dover cominciare ancora una volta da capo. Soprattutto poteva voler dire allontanarmi nuovamente dall’uomo che amavo.
Un’ora dopo, il mio cellulare squillò.
Era lui. «Vediamoci», mi disse.
Ero felice e triste contemporaneamente. Ero felice di incontrarlo, perché provavo sentimenti nei suoi confronti e perché speravo di avere risposte. Ma ero triste perché sapevo cosa mi aspettasse una volta addormentata. In ogni caso, io che andavo in giro in maglione, jeans e converse all star, quella volta mi precipitai a comprare un bel vestito e un paio di décolleté ocra con il tacco. I capelli li feci acconciare e mettere in piega dalla parrucchiera, ma solo dopo aver fatto le unghie e la ceretta dall’estetista.
L’appuntamento era nel cuore di Londra, davanti al Big Ben, alle 18.00. Arrivai in largo anticipo, poco dopo le cinque e mezza, ma lui era già lì. Era bellissimo, lo era sempre del resto. Le altre persone tra un universo e l’altro ingrassavano, perdevano i capelli, dimagrivano, o passavano dall’essere flaccide a muscolose. Lui no: era sempre meraviglioso. E quel giorno, quella sera a Londra, Gabriele era più meraviglioso di tutte le altre meravigliose volte in cui era stato meraviglioso. Oddio, scrivo come una che ha provato il cazzo per la prima volta, ma posta sui social il suo presunto amore per un idiota che l’ha semplicemente usata per svuotarsi le palle.
«Ciao», dissi sorridente, quando si avvicinò.
Non rispose. Mi baciò. Mi baciò a lungo, per diversi minuti. Poi mi prese per mano e mi portò a casa sua. Avrei dovuto far domande durante il tragitto, ma ero rapita dal suo profumo, dalla sua vicinanza, da come mi faceva sentire fuori dal tempo.
E avendo il ciclo, fu quasi automatico dare piuttosto che ricevere. Però non fui dispiaciuta di appagarlo, di succhiarlo tante volte e sentirlo venire nella mia bocca. Così come fu assolutamente piacevole poggiare attesta sul suo petto e lasciarmi accarezzare i capelli. Malauguratamente, le sue carezze furono così rilassanti che mi addormentai. E il mio risveglio fu prevedibilmente malinconico…

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