Le dimensioni contano – Parte 44

Al risveglio non ero più a Londra. Ero nuovamente a Sassari e abitavo da sola. Il blog era scomparso, e all’interno del vinile di Love Will Tears Us Apart non c’era alcun numero di telefono. Ancora una volta dovevo ricominciare tutto da capo. Teoricamente avrei dovuto portare pazienza, quella virtù che Giacomo Leopardi aveva definito eroica. Ma in fin dei conti Giacomo Leopardi era un segaiolo depresso, dunque le sue verità per una come me contano meno di un cazzo.
«Risveglio inter-dimensionale?» mi chiese mia madre quando ci incontrammo nel pomeriggio, per prendere il solito tè assieme.
Le raccontai la dimensione precedente: Gherardo, il vinile dei Joy Division, il blog, il mio viaggio a Londra.
«Davvero ho ferito e torturato un uomo?» domandò alla fine.
Annuii. «Perché non hai mai provato a ucciderti dopo che mi hai messa al mondo?» cambiai però argomento.
«Perché tua nonna non era capace di badare a te», spiegò. «Sono stata in universi in cui a causa sua ti mutilavi con oggetti trovati nel capanno».
A quel punto ripensai a un episodio accaduto quando ero molto piccola. Mia nonna si era chiusa in camera con un suo amico giardiniere. Rimasta sola, mi ero fiondata nel deposito attrezzi e avevo provato ad accendere la motosega, poggiando però il piede sulla lama. Se non fosse stato per l’intervento di mia madre, spuntata dal nulla, probabilmente ci avrei rimesso l’arto.
«Cazzo!» esclamai perplessa.
Negli ultimi anni avevo sempre nutrito astio nei confronti della mia vecchia. Eppure se non fosse stato per lei, avrei trascorso gran parte della mia vita con un terribile handicap. Mi sarei persa tante cose: la pallamano in adolescenza; la mia passione adulta per la corsa mattutina; il piacere di guidare un auto senza i comandi al volante.  Soprattutto non avrei goduto di gran parte delle scopate occasionali  – ma appaganti – capitatemi negli anni con quasi-semi-sconosciuti incontrati in discoteca: un arto di meno inibisce notevolmente il desiderio altrui, e anche se non dovrebbe essere così. Sad but true!
«Che c’è?» chiese mia madre, che fissavo in modo insolito.
«Ti odio», le mentii.
Mi sorrise, ma i suoi occhi mi ricordarono Luce. Mi mancava mia figlia, ma per molto tempo dovetti farmene una ragione.

Trascorsero sei anni, che vissi passivamente.
Scopavo poco e solo quando non ne potevo più di masturbarmi. Non viaggiavo mai, né andavo al cinema o a qualche cazzo di mostra o sagra (come usano i 30enni sardi). Il mio solo hobby era il jogging, che praticavo da sola all’alba. Avevo un lavoro, che tuttavia cambiava da universo a universo. A volte ero segretaria, altre direttrice marketing, oppure web designer o brand manager, e qualsiasi altro neologismo anglofono che nasconda un incarico per una laureata brava con power point. Ho sempre sospettato che mi assumessero per altri ragioni, se con “altre ragioni” si intende la 4 coppa C che mi sorreggeva le mie adorate tette.
Poi un giorno, mentre facevo cose da laureata tettona brava con power point, mi feci male. Una dozzina di faldoni di documenti mi franò sulla schiena, fratturandomi un braccio. Oltre al dolore, per la gioia di Leopardi, dovetti attendere pazientemente per tre ore al pronto soccorso, dove entrai in codice “bianco Ace” (che più bianco non si può). Infine qualcuno si occupò di me.
«Il dottore sarà qui a breve!» mi disse un’infermiera anoressica, che si presentò come Paula, con la “u”.
Paula era magra e alta. Sembrava Mick Jagger, ma meno femminile. Aveva forse trent’anni, ma tossiva in continuazione. Insomma, non sembrava scoppiare di salute; eppure lavorava in ospedale. La odiai. Ma non per la tosse, la somiglianza con Mick Jagger, l’anoressia o la “u” nel nome di battesimo. La odiai perché il dottore che mi visitò era la copia sputata del medico che mi aveva torturata nella cuspide. Fu inquietante.
«Era lui», dissi il mattino successivo mia madre, venuta a trovarmi in ospedale.
Ma l’argomento cuspide non piaceva alla mia vecchia, che da ormai tre lustri continuava a ripetermi di ignorare ciò che mi capitava là dentro. «Da quanto non vedi tuo figlio?» mi chiese invece.
«Saranno due o tre giorni».
In realtà erano due settimane. Vedevo il bambino solo per scoparmi Gianni, il mio grossolano ex marito. Pancia grossa e cazzo piccolo, erezione incostante, igiene spesso appena accentuata, preliminari terrificanti. Eppure lo trovavo eccitante. Inoltre farmi sbattere tiepidamente da un uomo insoddisfacente ma che mi odiava, e che faceva anche la mia parte per crescere un figlio che non trattavo come tale, mi faceva paradossalmente credere di avere una famiglia. In fondo è così che sono le vere famiglie: pessimo sesso, ipocrisia ed egoismo dilagante.
«Continui a far sesso con quell’orrido coso?» chiese a un certo punto mia madre.
Le sorrisi. «È il padre di mio figlio, in fin dei conti!»
«Teoricamente no», rivelò lei.

 

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9 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 44

    1. I figli sono entrambi di Gabriele, che logicamente si tira fuori da una situazione che teoricamente potrebbe conoscere (vi ho fregati in tal senso… perché se a 20anni sa degli universi paralleli, potrebbe anche saperlo a 30). La madre a mio avviso muore in un modo abbastanza interessante, perché la morte sul colpo vale solo se ti decapitano… in caso contrario agonizzi per qualche secondo.

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