Le dimensioni contano – Parte 45

«Quelle come noi non figliano dal marito. E c’è sempre un amante di mezzo», spiegò mia madre.
«Sono un’eccezione magari», ipotizzai. «Tu e nonna avete avuto una figlia. Io invece ho avuto un maschio».
La mia vecchia mi fissò perplessa. «Tu dopo aver partorito sei andata a Londra a cercare quel tizio biondo, Gabriele, no?»
Sospirai. «Anche se è inquietante, riesco a far sesso con Gianni», replicai. «E visto che non c’è traccia di Gabriele negli universi dove sono stata negli ultimi anni, trovo molto più probabile che sia Gianni il padre di mio figlio», affermai esasperata. «E comunque se non lo fosse, non mi fregherebbe un cazzo!»
Era vero. Avevo trent’anni ed ero stanca dei colpi di scena. Qualsiasi cosa mi aspettasse, non sarebbe stata meno pesante di ciò che avevo già passato. Soprattutto perché inseguire e cercare le persone lontane, perché provare a mettere il mondo sottosopra per provare a scovare chi, per motivi differenti, non era parte della mia quotidianità? Se Gabriele era padre di mio figlio, significava che in un momento passato tra me e lui c’era stato qualcosa. In tal caso allora, perché non aveva provato a cercarmi?
«Devo andare, stasera vado a pesca e devo preparare l’attrezzatura», disse mia madre, dandomi un bacio sulla fronte. «Poi quando hai tempo vieni a sistemarmi il coso del digitale terrestre, perché sono incapace», osservò infine, prima di allontanarsi. Furono le sue ultime parole.
La mia vecchia morì nel pomeriggio, durante un immersione in mare assieme ad un suo amico. Un motoscafo non vide la boa di segnalazione e li tranciò entrambi, quasi di netto, con l’elica del motore fuoribordo.
Venni avvertita verso le otto di sera, e vi risparmio la mia reazione.
Il mattino successivo venni dimessa e organizzai il funerale. Ero impegnata con il beccamorti quando ricevetti una telefonata: era un notaio. Mia madre aveva fatto testamento, a cui aveva allegato alcune parole per la sottoscritta.

Figlia mia.
Se stai leggendo queste parole, significa che è successo… Sappiamo entrambe che potresti salvarmi, perché è uno dei pochi aspetti positivi della nostra esistenza. Tuttavia ti prego di lasciare le cose come sono. Ho avuto una vita interessante, quindi va bene così. Il notaio conosce i recapiti di tuo padre, che vorrei tu informassi della mia morte.
Un’ultima cortesia: non organizzarmi nessun genere di funerale, sarebbe squallido e inutile, oltre che uno sperpero di denaro. Il mio corpo può essere utile alla ricerca medica, e inoltre non credo che un prete, rabbino o qualsiasi altro stregone abbia competenze sul destino migliori delle nostre.
Abbi cura di te.

Malauguratamente non potevo donare il suo corpo alla ricerca medica, salvo non interessasse un cadavere più macinato della carne per ragù. La feci cremare allora e rispettai il suo desiderio di non avere esequie.
Le ceneri le sparsi qualche giorno ad Alghero, nel Lido di San Giovanni, dove incontrai mio padre per la seconda volta in tutta la mia vita. Era alto, biondo, bello; aveva effettivamente delle belle mani come aveva sempre raccontato mia madre. Indossava una camicia nera e le sue gambe lunghe e strette stavano bene dentro i jeans. Era scalzo e aveva un’aria serena.
Si avvicinò a me e sorrise. «Sei tu che mi hai spedito un’email qualche giorno fa», mi chiese gentilmente.
Annuì.
«Ho un ricordo molto vago di tua madre», ammise imbarazzato. «Effettivamente ricordo di averci fatto sesso una volta, ma non credevo che…»
«…che sarei nata io?» domandai.
Fece un cenno d’assenso con il capo. «Posso offrirti un caffè?»
«No grazie», dissi. «Sarebbe imbarazzante e melenso. Se mia madre avesse voluto che ci frequentassimo, ci avrebbe presentati molto tempo fa».
Nessuna obiezione da parte sua.
Quella sera mi vennero le mestruazioni e il mattino successivo mi risveglia nella cuspide.
Ero di nuovo legata, nuda e con un braccio mozzato. Ma non durò a lungo. La porta si aprì ed entrò un infermiere. Era alto, biondo, belle mani. Sorrise, era mio padre. Sorrisi anche io. Poi mi puntò una pistola alla testa e Bang!

Annunci

Le dimensioni contano – Parte 43

«Perché sono affari miei», risposi quando mia madre mi chiese il perché anche io le nascondessi le cose.
«Avresti dovuto farlo invece», mi disse lei. «Seguimi».
Mi portò in camera sua, aprì l’armadio e prese una grossa valigia. La aprì. All’interno c’erano oggetti che riconobbi come miei, anche se non ricordavo di non averli mai visti prima. Tra le tante cose, il vinile di Love Will Tears Us Apart. Sul booklet era stato appuntato un numero di telefono.
Il prefisso, portava direttamente a Londra. Dall’altra parte rispose una voce maschile, che riconobbi.Mi sentii più felice di una trentenne ciccione che riceve un pompino da Pamela Anderson. Era il mio primo “marito”, l’uomo con cui ero sposata in un’altra serie di universi. Era Gabriele, il biondo, il palestrato.
«Sono io», dissi con tono festoso.
Ci fu un breve silenzio, poi la telefona si interruppe. Provai a richiamare ma dall’altra parte non rispose nessuno. Provai una terza volta, ma nulla. Ugualmente le successive. Essendo un numero fisso, non potevo nemmeno spedire un sms. Riprovai tante volte nelle ore successive, vanamente.
Determinata, provai a chiamare anche da cabine telefoniche e da casa di una mia amica, ma ogni volta che sentiva la mia voce, Gabriele interrompeva la conversazione.
Non mi arresi e feci un biglietto per Londra. Sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio e, come spesso capita quando cerchi qualcuno di cui non conosci né nome né indirizzo in una città abitata da milioni di abitanti, non lo trovai. Grazie al cazzo!
«Dove sei?» chiese mia madre quando le telefonai alcuni giorni più tardi: volevo che mi mettesse altri soldi sul conto.
«Sul pianeta terra».
«Molto dettagliata», replicò sarcastica la mia vecchia. «Sai perché non ti dico le cose?» aggiunse cambiando tono.
«Perché sei una stronza?»
«Perché ogni volta che prendiamo una decisione gli universi si sdoppiano: in un universo ti dico la verità e in quello immediatamente parallelo ti racconto una bugia. Se non ti dico nulla, evito la creazione dell’universo dove mento».
«L’omissione di verità non è comunque una bugia?» osservai brillantemente.
«Marcellus Wallace ti sembra una puttana?» scherzò lei.
«Non fa ridere. E comunque che cazzo c’entra?»
«Il meccanismo degli universi è come Marcellus Wallace. Ti conviene starne fuori, se no ti fanno fuori», disse. «Quindi se non parlo, non sto né mentendo, né rivelando la verità», aggiunse, rivelandomi che la spiegazione le era arrivata dal mio patrigno, Giovanni/Marco/Matteo/Luca.
Eniuei… in quale universo mi trovavo? In quello dove mia madre mi aveva detto effettivamente la verità, o in uno in cui mi aveva appena raccontato una cazzata. Inoltre pensai anche a Marcellus Wallace. Secondo me, a mio modestissimo parere, per il poco che potessi capirne di puttane, con la giusta parrucca, ben truccato, e vestito come Dio comanda, Marcellus Wallace sarebbe sembrato una puttana, anche se transessuale.

Pernottavo in una specie di motel in prossimità dei docklands, assieme a tedeschi, polacchi e nigeriani che spacciavano droga a tedeschi e polacchi. Girai per Londra per circa tre settimane. Non trovai mai Gabriele e ogni volta che provavo a chiamarlo mi chiudeva la chiamata. Infine mi vennero le mestruazioni. Non fu piacevole, anche perché significava dover cominciare ancora una volta da capo. Soprattutto poteva voler dire allontanarmi nuovamente dall’uomo che amavo.
Un’ora dopo, il mio cellulare squillò.
Era lui. «Vediamoci», mi disse.
Ero felice e triste contemporaneamente. Ero felice di incontrarlo, perché provavo sentimenti nei suoi confronti e perché speravo di avere risposte. Ma ero triste perché sapevo cosa mi aspettasse una volta addormentata. In ogni caso, io che andavo in giro in maglione, jeans e converse all star, quella volta mi precipitai a comprare un bel vestito e un paio di décolleté ocra con il tacco. I capelli li feci acconciare e mettere in piega dalla parrucchiera, ma solo dopo aver fatto le unghie e la ceretta dall’estetista.
L’appuntamento era nel cuore di Londra, davanti al Big Ben, alle 18.00. Arrivai in largo anticipo, poco dopo le cinque e mezza, ma lui era già lì. Era bellissimo, lo era sempre del resto. Le altre persone tra un universo e l’altro ingrassavano, perdevano i capelli, dimagrivano, o passavano dall’essere flaccide a muscolose. Lui no: era sempre meraviglioso. E quel giorno, quella sera a Londra, Gabriele era più meraviglioso di tutte le altre meravigliose volte in cui era stato meraviglioso. Oddio, scrivo come una che ha provato il cazzo per la prima volta, ma posta sui social il suo presunto amore per un idiota che l’ha semplicemente usata per svuotarsi le palle.
«Ciao», dissi sorridente, quando si avvicinò.
Non rispose. Mi baciò. Mi baciò a lungo, per diversi minuti. Poi mi prese per mano e mi portò a casa sua. Avrei dovuto far domande durante il tragitto, ma ero rapita dal suo profumo, dalla sua vicinanza, da come mi faceva sentire fuori dal tempo.
E avendo il ciclo, fu quasi automatico dare piuttosto che ricevere. Però non fui dispiaciuta di appagarlo, di succhiarlo tante volte e sentirlo venire nella mia bocca. Così come fu assolutamente piacevole poggiare attesta sul suo petto e lasciarmi accarezzare i capelli. Malauguratamente, le sue carezze furono così rilassanti che mi addormentai. E il mio risveglio fu prevedibilmente malinconico…

Le dimensioni contano – Parte 42

Inizialmente mia madre non rispose alla mia domanda.
«Come sapevi che Gherardo mi avrebbe rivelato del blog?» incalzai.
«Non lo sapevo, ma uso la testa!» ribadì con decisione. «Ed è ciò che non fai tu. Io sparo alle caviglie, mentre tu sgozzi le persone. È la differenza tra spaventare le persone o essere una persona spaventosa».
L’ennesima inutile lavata di capo saccente non richiesta. «Ho ventiquattro anni», le feci notare.
Mia madre non replicò. Cercammo invece il blog e, nonostante la 56k, lo trovammo piuttosto rapidamente. Non so cosa mi aspettassi di trovare, ma quel vidi mi delusi. Era una schermata nera con uno stupido banner su un lato. Inoltre c’era un solo post pubblico, piuttosto sibillino. Recitava “l’amore vi annienterà, ancora – IC”. Chi diavolo era IC? Ivan, il mio ex scopamico? E da quando una come me si esprimeva per massime o aforismi, che avevo sempre odiato. Certe robe sono per bimbominkia, o per gente noiosa, o bimbominkia noiosi.
«L’amore ci… annienterà ancora», disse mia madre. «La canzone dice “love will tears us apart, again!”», spiegò.
«Quale canzone?»
Non mi rispose. «C’è solo questo?» chiese interessata. «Hai controllato nelle bozze?» domandò ancora.
«Cosa diavolo è una bozza?»
E a quel punto mia madre capì. Non ero io a gestire quel blog; e non ero la sola a nascondere la verità alle altre me interdimensionali. Ciò spiegava anche perché la seconda persona plurale relativamente ai Joy Division.
La mia vecchia mi fece alzare e si mise al Pc. Provò allora a loggarsi al blog, digitando la prima password che le venne in mente.
«Eureka!» esclamò soddisfatta quando riuscì a loggarsi al primissimo tentativo. «Ed ecco le bozze».

Passammo due ore a leggere quello che era praticamente il riassunto degli ultimi dodici anni delle nostre esistenze. Apparentemente c’era scritto tutto: le mie vicende nella cuspide, compresi stupro e matricidio; le strane sparizioni e riapparizioni del mio patrigno, Marco/Luca/Matteo/Giovanni; il destino di Ivan e di sua moglie; la storia di Barbara e Andrea e delle loro figlie mai nate, oppure morte di incidente; le varie relazioni di mia nonna; il destino di Alba, che in quell’universo non avevo mai incontrato; persone di cui mi ero dimenticata come Pamela, Daniele o Fabrizio.
«Non c’è nulla su Gabriele», osservai però.
Mia madre mi fissò. «Chi è Gabriele?»
Ok. Era chiaro che anche io non raccontavo tutto alla mia vecchia. Ma a differenza sua, la feci subito partecipe di qualcosa che teoricamente avrebbe dovuto conoscere. «È stato mio marito», rivelai. «E lo ho amato tanto, e credo di amarlo ancora».
«Questo spiega la frase dei Joy Division, allora», concluse.
Decisi che dovevo fare un ultimo tentativo. Mia madre era la donna che mi aveva messa al mondo, ma anche quella che aveva trascorso l’esistenza a mentirmi; era colei che mi aveva sbattuta fuori di casa, ma anche l’unica a esserci sempre stata nei momenti davvero importanti; era quella che mi aveva colpita con una mazza da baseball e una voluminosa coppia di It, ma anche la persona che a mia volta avevo aggredito o ucciso.
«Perché mi nascondi le cose?» le chiesi in modo definitivo.
Sollevò le spalle.
«Parla!» insistetti.
«È colpa della cuspide. Ci mostra il mondo come non è, ma nonostante tutto ci influenza. Tu sei convinta che il tuo patrigno, il mio ex, sia un uomo cattivo, perché lo è stato nella cuspide. Ma nella realtà non è così. Nella cuspide mi uccidi, qui non lo faresti mai. La cuspide ti mostra come sarebbe il mondo se tua madre non viaggiasse».
«Sì, ma non hai risposto alla mia domanda», feci notare, «hai solo fatto una bella premessa».
Mia madre sospirò. «Perché sapere le cose ti ha portata a uccidere le persone, torturarle oppure ossessionarti. Vedi Giovanni, il mio ex».
Era la sua versione de il gomito che fa contatto con un piede. «Saresti più credibile se affermassi di avere un cazzo».
«Hai conosciuto tuo padre», disse infine. «Ti eri lussata la spalla inseguendo Marco, il tuo patrigno. Ricordi al pronto soccorso, l’infermiere con cui facevi la stupida davanti a me?»
Ricordavo e restai basita. «Quell’uomo è papà?»
Mia madre annuì.
«Questo non spiega perché non mi dici le cose», insistetti però.
«E tu perché non mi dici le cose?» ribadì lei.
«Perché…»

Se vuoi rileggere il capitolo dove la protagonista incontra il padre, clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 35

Mi trovavo a Londra senza ricordare di aver mai pronunciato una sola parola in inglese in vita mia. Stando a ciò che lessi nel quaderno con Snoopy in copertina, abitavo con tre ragazze. Inoltre ero allergica ai latticini, alle uova, al nichel e al malto. «Sono anche allergica al cazzo?» chiesi sarcastica.
«Ben svegliata anche a te!» rispose una ragazza bionda, che dormiva nel letto di fianco al mio. Il suo nome era Alba e, da quanto diceva il quaderno, era la mia migliore amica. Mesi prima eravamo partite assieme a Londra per cercare lavoro. Interessante! Avevo migliaia di euro parcheggiati su un conto bancario, ma volavo in Inghilterra a fare la cameriera/schiava sottopagata in un ristorante gestito da due napoletani imbarazzanti che avevano chiamato i figli Diego e Armando, e che avevano assunto come capocuoco uno strafottuto pakistano che puzzava di Asia pestilenziale anche in fotografia; pakistano che a mio avviso usava il lavoro da cuoco solo come copertura, perché aveva una faccia da merdosissimo pusher.
«Sono razzista…» conclusi dopo l’ultimo ragionamento sul pakistano.
Alba sorrise. «Ma va?» chiese sarcastica.
Mi facevo schifo, ma non potevo mentire a me stessa: detestavo asiatici, mussulmani, ebrei, nord africani, neri, spagnoli, francesi, turchi, siciliani,napoletani, calabresi, campani, genovesi, “romanacci”, abruzzesi, bambini, uomini anziani, portatori di handicap – sui quali facevo ragionamenti che è bene non riportare -, rom, ambulanti, mendicanti, ingegneri, biologi, matematici, studenti di scienze dell’educazione (che definivo brutalmente “scienze delle merendine”), fanatici cattolici, testimoni di Geova e chiunque facesse indossare un cappotto a un cane. A questi andavano ovviamente aggiunti i fan di Marco Masini, Paolo Vallesi e dei Lunapop.
«Porca puttana!» berciai quando mi resi conto che avrei probabilmente augurato la morte a chiunque citasse Il secondo tragico Fantozzi. «Come cazzo fai a sopportarmi?» chiesi ad Alba.
«Non ti sopporto. Ma paghi tutto tu e me la lecchi piuttosto bene!» affermò con candore.
A quanto pare odiavo tutto, ma non cazzo e fica. «Sai che sono incinta?» mi informai allora.
Ci fu un lungo silenzio, ma dopo che la sollecitai Alba rispose. «Sì», replicò con voce sommessa. «Ma non devo parlarne», aggiunse. «Il patto tra noi è questo!»
«Quale patto?»
Non rispose. «Devo andare a lavoro», disse. «A dopo…» concluse prima di andarsene. Inutile provare a fermarla, anche perché sembrava turbata dalla questione Gravidanza a Londra – Prima Parte – Risvegli Razzisti.
Riassumendo: ero incinta da non so chi, razzista fino al midollo, ma anche lesbica e facevo sesso con la mia migliore amica, con la quale avevo stipulato un patto non citato nel mio diario. L’unico aspetto positivo era che a Londra nessuna radio avrebbe passato Vieni da me de Le Vibrazioni. Cercai altre informazioni in giro per casa, dove trovai le altre due inquiline. Avevano una non più di vent’anni, l’altra poco meno di trenta. Sembravano simpatiche, e con “simpatiche” intendo “si facevano i cazzi loro”. La più piccola era la classica italiana all’estero: dreadlocks, felpa di Bob Marley, jeans costosi e stivali con tacco coordinati alla borsa o alla cintura. L’altra era Jennifer; nome britannico, accento belga, passaporto spagnolo; collezionava pornografia bdsm, soprattutto foto, che scaricava costantemente da internet.
«Chi è il padre di mio figlio?» chiesi.
«Sei incinta?» replicarono in coro.
«No», sorrisi. «Scherzavo!»
Feci quindi alcune domande su eventuali fidanzati o frequentazioni, ma mi sentivo ripetere sempre la stessa cosa: ero una lesbica promiscua che non frequentava uomini. Ma a quanto pare avevo una certa passione per la cocaina, le risse e le riunioni nazifasciste poco fuori Londra.
«Sono il tipo di persona che normalmente prenderei a bastonate sulle gengive», considerai tra me e me quando rientrai in camera. Frugai tra le mie cose, e “tra le mie cose” significa “tra le cose mie e di Alba, ma soprattutto di Alba”. Nel guardaroba trovai indumenti; in bagno prodotti per il bagno – grazie al cazzo; nei cassetti le solite stronzate tipo carica-batterie, trucchi, qualche moneta persa chissà quando e l’immancabile Mein Kampf. Sotto il letto c’era polvere e una cassetta di pronto soccorso, al cui interno non trovai esattamente garze, disinfettante o cerotti.
«Porca puttana sverginata», imprecai tra i denti.
La cassetta conteneva un barattolo insanguinato, al cui interno erano conservate tre dozzine di denti umani e due dita mozzate. A una persona sana di mente sarebbe venuto da urlare, svenire o vomitare, ma il mio cervello fece invece una rapida e inquietante analisi di quei pezzi di carne. Uno era l’indice di un uomo adulto tra i venti e trent’anni, l’altro l’anulare di una persona anziana. All’interno della cassetta trovai anche un coltello a lama corta, che presumo fosse l’arma con cui avevo mozzato le dita di chissà chi.
«Esiste un universo dove queste cazzate non mi eccitano?» chiesi a me stessa e a un eventuale dio pagano in ascolto, mentre le mie mutandine si bagnavano come i tetti di Londra quando piove.
Ero ancora presa da questi ragionamenti quando sentii il telefono squillare. Risposi e dall’altra parte ascoltai una voce maschile. «Hai abortito quel coso?» domandò minacciosa.
«Chi sei?»
«Vediamoci fuori Londra», mi disse. «Al solito posto», aggiunse quindi, chiudendo di colpo la chiamata.
Ma nel diario non si parlava di un “solito posto” fuori Londra.

Se vuoi leggere la storia dall’inizio, clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 34

«Il dottor Lafitte è tuo nonno», rivelò mestamente mia madre.
Impossibile. Mia nonna prima di morire aveva parlato di un inglese, e se la Geografia non mi ingannava, o se non mutava da universo a universo, tra Belgio e Inghilterra c’erano differenze notevoli. Inoltre non vedevo grandi somiglianze tra Lafitte e mia madre, esclusi gli occhi azzurri e le labbra carnose. Soprattutto, se io non sapevo nulla di mio padre, come poteva la mia vecchia sapere qualcosa del suo? Mi sembrava solo un colpo di teatro, e piuttosto mal riuscito.
«Nonna ha detto che ti ha concepita con un inglese», obbiettai infatti.
Mia madre sospirò. «Tua nonna ti ha mentito e…» si interruppe. «Lasciamo stare», riprese smettendo di guardarmi in volto. «Hai ragione tu, comportiamoci come due sconosciute, esci pure dalla mia vita», concluse.
Non so se sperasse che pronunciare quelle parole con tono apparentemente remissivo mi convincesse a cambiare idea, o a fidarmi ancora di lei. So che ero effettivamente stanca di non risposte o risposte elusive, e che non nutrii alcun senso di colpa quando me ne andai. In fondo mia madre aveva Andrea, e credo le bastasse: aveva un cazzo e credeva alle sue bugie.

Tornando verso casa individuai un luogo in cui ero stata prima di entrare nella cuspide. Era lo studio fotografico del mio patrigno, quello che si chiamava come il quartetto di evangelisti non apocrifi. Lo stronzo era ancora vivo e quando mi vide entrare non sembrò esattamente felice della mia presenza.
«Bentornata! A cosa devo il dispiacere?» cominciò tiepidamente, non appena si liberò di un cliente. «Sei venuta a scusarti?»
«Scusarmi di cosa?»
«Avevamo un appuntamento io e te», disse. «Un appuntamento a cui non ti sei mai presentata».
Sollevai le spalle. «Non mi ricordo», risposi sinceramente. «L’ultima volta che ci siamo visti stavo per entrare nella cuspide», rivelai con franchezza, omettendo ovviamente di averlo ucciso in quell’occasione.
Mi guardai attorno alla ricerca dell’arma del delitto, cioè l’affare girevole che funzionava con l’alta tensione. C’era, era poggiato su una mensola a pochi metri da me; ma era spento e scollegato dalla presa. Mi avvicinai incuriosita, più che altro per verificare la corrispondenza di quell’affare tra universi paralleli: sembrava identico a come lo ricordavo.
«Ho oggetti più interessanti di quel coso», rivelò Giovanni, o come diavolo si chiamava quel bastardo del mio patrigno. «E comunque è guasto!»
Peccato. Ogni oggetto capace di mandare al camposanto uno stupratore non meritava di guastarsi; in particolare se quella stuprata ero io.
Iperboli a parte, mi resi conto di una questione che mi era sfuggita: ero passata per la cuspide. Dunque la chiacchierata tra me e il mio patrigno – che dal mio punto di vista era avvenuta due universi prima – nella dimensione in cui mi trovavo non c’era mai stata. Di conseguenza potevo approfittarne per avere risposte sui nuovi sviluppi e sulle nuove cose che avevo scoperto, sperando che Giovanni non rispondesse in modo eccessivamente complicato.
«Posso farmi togliere le ovaie?» chiesi quindi.
Il mio patrigno sorrise. «Se ti sparassi in testa, moriresti?»
La sua non era una domanda, ma una risposta. Le sue parole però smentivano certi atteggiamenti che aveva avuto nei miei confronti prima che lo uccidessi l’ultima volta: sapeva che non potevo morire, eppure mi aveva messo in allerta per evitare che mi folgorassi. Non aveva senso. Mia madre non era dunque l’unica a mentirmi. Ora capivo perché in alcuni universi lei e il mio stupratore erano sposati: bugiardo con bugiarda, coppia eccellente.
«Prima di entrare nella cuspide ti ho ucciso», rivelai allora. «Ti ho spinto contro questo affare con l’alta tensione», aggiunsi.
Giovanni sorrise soddisfatto. «Vediamo se indovino: vedi quell’affare che emette un fascio colorato, ti incuriosisci, provi a toccarlo e io ti metto in guardia, avvertendoti che potrebbe ucciderti».
Deglutii. «No!» mentii.
«Bugiarda…» sussurrò compiaciuto.
Il mio odio nei confronti di quell’uomo era immenso e assolutamente irragionevole, molto più del fastidio che nutrivo ogni volta che in tv passavano il videoclip di Vieni da me de Le vibrazioni.
L’idea che Giovanni potesse prevedere le mie mosse mi dava letteralmente sui nervi. Stavo per andarmene ma il mio Nokia 3310 squillò: era un’amica di mia madre, Laura.
«Andrea è morto», disse in lacrime. «Un incidente a lavoro».
Il mio patrigno mi osservò sbiancare. «È morto il tizio che si scopa tua madre. Giusto?»
Non risposi. E con “non risposi” intendo “provai a colpirlo con una ginocchiata sullo stomaco”, se con “stomaco” si intende “scroto”.
«Se lo sapevi, perché non mi hai avvertita», chiesi dopo che schivò il colpo scostandosi, e facendomi finire contro la parete. Era stata più goffa di Duffy Duck quando prova a non sfigurare di fianco a Bugs Bunny.
Giovanni scosse il capo, ma mi porse la mano per aiutarmi a sollevarmi. «L’ho fatto, ti ho allertata; ma gli universi hanno probabilmente impedito che la notizia ti arrivasse», replicò con tono stranamente paterno. «Secondo il teorema di bla bla bla bla e bla bla bla bla bla…» Non lo ascoltai, né gli credetti; in realtà non ci capii nulla. Inoltre rischiavo di aggredirlo ancora, e farmi nuovamente e goffamente del male.
Mi dispiaceva per Andrea. Prima dei miei viaggi tra gli universi, lui e Barbara erano state le persone che mi ospitavano a casa nei weekend e che badavano a me quando mia nonna si faceva scopare da chissà chi; erano stati i genitori di Sonia, la mia migliore amica e compagna di ogni mia esperienza felice durante l’infanzia. Andrea aveva rappresentato un pezzo importante del mio passato “normale”, un frammento del mio essere stata uguale a tutti gli altri esseri umani unidimensionali.
Due giorni dopo mi venne il ciclo. Al risveglio mi ritrovai a Londra, in un appartamento condiviso con tre ragazze. Ero incinta.

Le dimensioni contano – Parte 33

«Farti togliere cosa?» chiese conferma mia madre.
«Le ovaie», le dissi bruscamente. «Senza quelle, niente ciclo. Niente ciclo, niente viaggi interdimensionali. Niente viaggi interdimensionali, niente che vita demmerda
«Nell’ultimo universo in cui mi trovavo», mi disse. «Eri incinta».
Sollevai le spalle. «Qui sono lesbica», affermai, fidandomi di ciò che era accaduto negli ultimi universi in cui ero stata.
«È la prima cosa che sento», rivelò però mia mamma. «Non ti ho mai conosciuta da lesbica».
Evidentemente non ero la sola a trovarmi disorientata in ogni universo in cui mi risvegliavo. Tuttavia mia madre voleva tornare sulla questione delle ovaie. «Provai come te a farmele togliere, ma nessun medico sembrava intenzionato a farlo. E non potevo certo permettermi una clinica privata».
Era una bugia! Il nostro conto in banca diceva che non solo potevamo permetterci di andare in clinica, ma che potessimo costruirne una tutta nostra, demolirla per capriccio e costruirne una seconda.
In ogni caso lasciai stare. Pretendere sincerità da mia madre era come provare a far esondare una diga pisciandoci dentro.
Nei giorni successivi, la mia idea di farmi espiantare le ovaie venne prevedibilmente disattesa da parecchi chirurghi. Nella mia famiglia non esistevano precedenti di tumori all’utero. Inoltre, almeno apparentemente, non c’era alcun motivo per giustificare un’operazione del genere. Alla fine sentivo ripetere più o meno sempre le stesse parole: “si tratta di un intervento rischioso e invasivo”; “se proprio non vuole avere figli, Signorina, usi i contraccettivi”; “esistono tanti farmaci per controllare l’ovulazione”.
Probabilmente se avessi parlato della mia situazione, se avessi rivelato dei viaggi interdimensionali, se avessi raccontato quanto era frustrante la mia esistenza, forse sarebbe andata diversamente. Ma quale medico mi avrebbe dato retta se avessi affermato che il ciclo mi faceva viaggiare per gli universi paralleli? Pensai nessuno, ma mi sbagliavo.
L’ultimo dottore, il belga settantanovenne Robert Lafitte, conosceva la mia situazione. «Altre due donne, parecchi anni fa, provarono questa strada», disse.
Mi illuminai. Non conoscevo nessun’altra che viaggiava tra gli universi e avrei fatto l’impossibile per conoscere la loro identità. Avrei magari provato a contattarle, incontrarle, parlarci. Ma l’ottimismo a volte rende ciechi molto più di una vita trascorsa ad ammazzarsi di seghe, o di un’intera infanzia trascorsa a terminare tutta la serie di Super Mario Bros affumicandosi le orbite con il NES. Le due donne di cui parlava il medico erano mia madre e mia nonna.
«Non ha funzionato», constatai amaramente. «Hanno avuto me, e viaggiano entrambe», dissi. «Anzi», mi corressi. «Mia nonna viaggiava, dato che oramai è morta».
Il chirurgo sembrò scosso. «Non lo sapevo», disse.
La conosceva, probabile se la fosse scopata; era in buona compagnia però, a mia nonna piaceva il cazzo come ai Bush piacevano i soldi dei sauditi. «Perché con mia madre e mia nonna l’operazione non ha funzionato?»
«Perché si sono tirate indietro», spiegò.
Ecco. Il chirurgo mi fece altre domande sulla morte di mia nonna, ma non gli risposi. Insistette ma mi congedai, anche se solo dopo essermi fatta assicurare che mi avrebbe comunque operata.
Ero felice, ma anche turbata. Diventare madre era stata una priorità per un solo mese in tutta la mia vita, mentre smettere di viaggiare era un desiderio che covavo da più dieci anni; ma c’era una domanda che mi frullava in testa.
«Cosa ti ha convinta a concepirmi?» chiesi a mia madre quando la incontrai per pranzo.
Sorrise, ma non mi rispose. Insistetti, ma vanamente.
«Carina questa canzone», commentò invece all’ennesima fastidioso passaggio per radio di Vieni da Me de Le Vibrazioni. «Tra quanto dovrebbero venirti?» si informò in modo irritante.
Sbuffai. «Tra qualche giorno», le dissi. «Ma saranno le ultime», continuai. «La prossima me troverà tutte le informazioni sul dottor Lafitte».
Mi ero infatti incisa nome e indirizzo del chirurgo belga sull’avambraccio sinistro.
«E credi di risvegliarti in un universo dove Lafitte è vivo?» domandò ancora mia madre. «Non hai ancora capito che non sei tu a decidere?»
Ne avevo abbastanza. Se la mia quotidianità interdimensionale era frustrante, lo era ancora di più chi continuava a ricordarmela in maniera disarmante.
Ero stufa di mia madre. Ero stufa dei suoi silenzi, delle sue omissioni, di quell’atteggiamento del cazzo da maestrina. Al suo posto mi sarei sentita in colpa per avermi messa al mondo, o almeno per non avermi preparata ad affrontare al meglio l’esistenza del cazzo che ero costretta a vivere.
«Facciamo che io e te non ci conosciamo», affermai con rabbia, ma convinta. «Non mi sei mai d’aiuto. E affetto ne percepisco poco. Addio mamma!»
«È tuo nonno!» mi disse all’improvviso.

Le dimensioni contano – Parte 28

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Nel 2000 si ritrova improvvisamente sposata e forse incinta. Tuttavia, dopo l’ennesimo incontro con il suo patrigno, le sue cosce si sporcano di sangue.

Due chiazze rosse partivano dalla figa allargandosi sulle cosce. Mi resi conto della situazione e chiamai disperata mio marito, che accorse. Mi aiutò a rivestirmi e mi accompagnò al pronto soccorso, dove si prese silenziosamente cura di me, standomi vicino e mostrandosi sempre calmo mentre venivo visitata. Vacillò solo quando il medico di turno ci confermò l’aborto.
«Dovevo stare più attenta», provai a scusarmi osservando gli occhi lucidi ma orgogliosi di mio marito. Credo che non volesse piangere davanti a me, e lo ammirai per questo. «Mi dispiace tanto, mio vcr1».
Ma lui scosse il capo. «La colpa è mia: dovevo prendermi cura di voi mia cara avcr2», sussurrò con evidente rammarico.
In altri universi una gravidanza mi sarebbe sembrata un dramma. Eppure in quel momento non desideravo altro che un bambino. Non volevo solo per me, ma anche per la persona che mi stava accanto.
Molte erano le stranezze di quella dimensione: il mio matrimonio; la voglia di procreare; una Fiat in garage; un disco di Irene Grandi che a quanto pare ascoltavo fino allo sfinimento. Dovrebbe essere prevista la tortura per chi, al volante di una Punto bianca, fa suonare ogni giorno Mio dolcissimo amore.

Una volta dimessa andai a trovare mia madre. In teoria sarebbe dovuto succedere il rovescio; ma quando mio marito le aveva detto del ricovero, lei aveva replicato di avere troppo da fare per, testuali parole, “perdere tempo dietro certi inevitabili episodi”. Superfluo aggiungere quanto mi infastidì quella risposta.
«Sei una stronza!» affermai infatti quando mi aprì la porta.
Mia madre non replicò, né parve seccata dal mio tono. «Entra», mi invitò invece, «ci prendiamo un tè tra ragazze».
«Nemmeno morta», affermai orgoglioNa. «E non sei più una ragazza, stronza rotta in culo!»
La stronza rotta in culo mi afferrò per il polso destro e mi trascinò dentro casa, accompagnandomi in cucina a suon di spintoni. Scostò una sedia per farmi sedere. Ovviamente non ero d’accordo e rifiutai la sua offerta. A quel punto venni colpita da un violento ceffone: mi accomodai. Ero nervosa e arrabbiata. Scoppiai a piangere come un telecronista Rai ogni volta che la Ferrari di Schumacher andava in merda.
«Perché frigni?» chiese la mia vecchia, quasi sdegnata.
«Perché ho perso un figlio, e tu mi prendi a schiaffi», risposi in un modo insolitamente candido.
Ma lei non commentò, né parve turbata. Sembrava quasi non mi avesse sentita. Nessuno le aveva strappato le corde vocali, o traforato il timpano con un grosso trapano. Forse aveva regalato il cuore all’uomo di latta de Il Mago di Oz. O più semplicemente era la stessa stronza di sempre. Ero io quella sbagliata.
«Mamma», riprovai quando versò il tè nelle tazze, «ho appena abortito», feci notare. «Dimmi qualcosa».
Sorrise imbarazzata. «Qualcosa!» rispose sorseggiando.
Era una battuta vecchia e per nulla divertente: non risi. Non capivo cosa la infastidisse. Non voleva diventare nonna a quarantatré anni? Non mi considerava capace di badare a un dispensa-merda-frignante? La mia gravidanza creava un qualche casino interdimensionale e qualcuno a lei molto caro, nel senso che ci scopava, rischiava di sparire dalla faccia della terra? Era incazzata perché il Cagliari3 aveva vinto e la Torres aveva invece fatto l’ennesima figura del cazzo? Era seccata perché non l’avevo mai portata con me a un concerto di Irene Grandi? Inutile ipotizzare, facevo prima a chiedere.
«Cosa ti disturba?»
Non mi rispose. Eravamo sedute a tavola, ciascuna con una tazza di tè caldo davanti. Non c’era dunque motivo che si alzasse per mettere nuovamente il bollitore sul fornello.
«Cosa Cristo fai?» indagai spazientita e incredula.
«Faccio il tè», replicò con una naturalezza disarmante.
Il suo era un comportamento senza senso, quanto passarsi il Silk Epil dopo essersi fatta la ceretta, o lavarsi la fica prima di pisciare, o incenerire la cenere, o peggio ancora, mettere su un disco di Marco Masini mentre alla radio passano Bella Stronza.
«Non serve che rifai il tè».
Ma mia madre era prigioniera di un suo strano mondo alienante. Osserva il bollitore inutilmente sul fornello, estranea alle mie parole e alla realtà circostante. Non avevo mai osservato un comportamento tanto dissociato da parte sua.
«Parli?», incalzai polemica, ma inutilmente. «Cosa non mi stai dicendo?» insistetti con un tono meno aggressivo.
Non mi rispose e al suo posto probabilmente avrei fatto lo stesso. Nello stesso momento mio marito, analizzando l’agenda rossa, capì due dettagli che mia madre non mi voleva rivelare e che forse avrei potuto capire da sola.

1 vcr = vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
2 avcr = altro vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
3 non corre buon sangue tra tifosi del Cagliari Calcio e della Torres (la squadra di Sassari).

Se vuoi leggere la saga dall’inizio clicca qui

Braccio VI

prison-01

(immagine presa dal web)

La cena è il momento più importante della giornata: godiamocelo. È quel momento in cui riuscite a ficcare qualcosa in bocca a vostra moglie e farla tacere. Il matrimonio è una una sorta di commedia picaresca che apprezziamo fino al momento in cui non ci viene la folle idea di organizzarne uno. Quando qualcuno usa troppo spesso la parola “amore”, ho l’impressione che cerchi soprattutto di catechizzare se stesso. E il matrimonio è questo: due persone insicure che si catechizzano in un modo molto costoso e sfiancante. Per questo a un certo punto ti ritrovi con un coltello sanguinante in mano e il cadavere di tua moglie riverso sul tappeto. Poco male però: quel tappeto lo odiavo.

«Hai capito le regole?»
«Ho due lauree».
«Ripetilo quando sarai in doccia, e ti farai tanti amici. E ora muoviti testa di cazzo».

Il primo giorno in prigione è come il primo giorno di scuola: ti senti in trappola, piangi, vuoi la mamma e sei circondato da persone che non conosci e che non aspiri a conoscere. Qui al Braccio 6, ora, la vita di tutti i giorni non è definibile nemmeno “vita”. La reclusione è il risultato di tante scelta di merda, ma la libertà non è molto diversa. Stare in carcere è come stare in ufficio: qualcuno lavora tanto e tace, qualche altro, al contrario, si lamenta tanto ma lavora poco; in oltre, come in ufficio, lo scopo del gioco è mettersela in culo a vicenda. Lo so, quest’ultima era scontata.

«Non fischiettare».
«Perdonami camerata».
«Chiamami Jack».
«Ma ti chiami Andrea…»
«Sì, ma “Jack” fa molto Sit-Com sulla vita in carcere».
«I protagonisti delle Sit-Com non si prendono i funghi in doccia».

Andrea è del mio paese. Ci conosciamo da quando lui era un adolescente bugiardo e io un bambino credulone: mi aveva convinto che lavorasse alla Nasa. Beh, comunque gli è andata meglio che a me. Mi sorride. Sorrido anche io in realtà. Sono di buon umore sinceramente, perché nonostante tutto mi sto affezionando a questo branco di infidi bastardi sodomiti. Il guaio dell’ambientarsi in carcere è che nessuno dei tuoi familiari lo apprezza. Del resto avete mai sentito una madre orgogliosa del proprio figliolo che si è integrato benissimo in mezzo agli altri assassini?

«A chi scrivi?»
«A mia moglie».
«Tua moglie è morta!»
«I suoi parenti no: e dato che non la riceve lei, la recapitano a loro».
«Sei uno stronzo».
«Beh! Non è che sono in galera per aver rubato una confezione di pile al supermercato».

Molti carcerati passano metà del loro tempo a pianificare una vita che una volta fuori dalle sbarre non vivranno mai. Il brutto di noi assassini è la consapevolezza: il pentimento non è un sentimento, ma un’attenuante. Fuori dal carcere continuerei ad uccidere, ne sono certo, ne sono certo perché da quando sono qui dentro mi sono pentito di tutto fuorché di aver fatto secca quella troia. Ah, giusto. Non vi ho detto perché l’ho uccisa.

Era l’ora di cena. Lei aveva fatto i bastoncini di pesce e i fagiolini al vapore. Io odio i fagiolini. Non è che sono uno psicopatico e commetto un uxoricidio per via delle verdure al vapore; sono uno psicopatico che usa il pretesto dei fagiolini per evitare un costoso divorzio. Quella puttana, infatti, aveva scoperto che le mettessi le corna. Non so se mi seguite, ma io odio gli avvocati. E poi ci va tempo per un processo. Credo di averla uccisa soprattutto per pigrizia, perché non avevo voglia di accollarmi tutte quelle lettere e udienze eccetera eccetera. Alla fine ho sollevato anche lei da un peso, non deve vivere con la vergogna del tradimento nel cuore. E qui, come già detto, mi sono ambientato bene. Ma sapete il colmo di tutta questa vicenda? Oggi è giovedì, e per cena ci servono i fagiolini bolliti.

A proposito, qui dentro si fa sesso, anche se siamo solo uomini e anche se non ci va di farlo.

L’altra bionda succhiava meglio. (pt. 4)

«Ti piace?»

E` ovvio che mi piaccia, la perversione piace sempre, è la perversione a rendere indimenticabile il sesso, è la perversione a sancire la differenza tra una scopamicizia “tanto per..” e un’appagante serie di scopate. La perversione è una delle forme di fiducia più imponenti che riesco ad immaginare, la perversione è figlia di un mutuo accordo tra partner, un mutuo accordo spontaneo che nasce in uno scambio di sguardi, senza bisogno di liturgie o accordi verbali. Perversione non è sesso anale, perversione è incularsi facendo finta che il sesso anale sia proibito; perversione non è fellatio, footjob o un dildo color porpora; perversione è sfondare una fica con una caffettiera da 1.

«Sei stato bene?»
«Sì».
«Posso accendere la radio?»
«Sì», rispondo gentilmente «ma non quella».

Possiedo tre impianti stereo portatili, di cui due sono combo e il terzo è un assemblato vagamente professionale. Uno dei combo è qui, in camera da letto, e non viene acceso da parecchio tempo, da un pomeriggio autunnale di parecchi autunni fa. Avere quarant’anni significa guadagnare tempo, significa essere tonici e brillanti, ma anche essere saggi e, se si è letto abbastanza, sufficientemente edotti. Avere quarant’anni significa non sentire il peso di un lustro che passa, significa percepire “cinque anni fa” come un lasso di tempo ragionevolmente breve, nonostante non lo sia. Questa radio deve restare come è ora, spenta e silenziosa. Questa radio, l’ultima volta in cui è stata utilizzata, ha suonato Ghost in The Machine dei Police. Questa radio è spenta da un lontano Novembre, da un giorno cupo in cui The Invisible Sun ha fatto da colonna sonora a un’ultima silenziosa sigaretta. Il CD è ancora dentro, un CD non mio, un CD che non essendo mio non mi sento in diritto di ascoltare, un CD di cui tuttavia non possiedo alcuna custodia e che quindi non mi va di rimuovere dal lettore. Quel Ghost In The Machine sta li, da quando la ragazza con i capelli viola lo ha fatto suonare.

«Non credevo ti piacessero i Police», affermi con tenerezza.
«Credevi bene», replico con eccesso di retorica da patetico film noir anni 80 con protagonista Andy Garcia. Ma non sono Andy Garcia, non lo sono perché non ho recitato ne Il Padrino Parte III, perché non ho il fascino da gangster con la faccia d’angelo, perché non sono abbastanza noioso.

«Posso mettere gli Afterhours
«Piuttosto mi lascio inculare da un rude e irrispettoso negrone superdotato in astinenza da un decennio».

La bionda toscana adorava Manuel Agnelli e soci, ma giungemmo al compromesso che io avrei continuato a lubrificarle il buco del culo con la lingua, se e solo se lei mi avesse dispensato da Male di Miele, Non è per sempre e tutte le puttanate successive. Che poi ok, definirle “puttanate” è assolutamente soggettivo, ma ho un’età in cui posso cominciare a vomitare la prima stronzata che mi passa per il cervello, senza dover necessariamente essere politicamente corretto. E poi, fino a prova contraria, per la bionda toscana non è stato complesso scegliere tra le rime di Dentro Marylin o il mio rimming dentro di lei. Presumo che per quanto gli Afterhours siano apprezzati, o apprezzabili, non vengano comunque prima di un devoto lavoretto fatto con la lingua. 

«Li metto uguale», sorridi convinta che forse mi piaceranno, «ti ho succhiato il cazzo due volte, quindi lasciami scegliere la colonna sonora».

Ed eccoci così al compromesso, cioè lo snodo prioritario di qualsiasi relazione, che sia questa erotica e/o emotiva, o che sia semplicemente un rapporto interpersonale lievemente sincero. Il compromesso è quell’accorgimento che alla scuola materna alterna “l’ora d’aria” alle prove di scrittura; il compromesso è quell’accorgimento che ti costringe a star seduto a studiare le tabelline, per poi goderti in santa pace il tiro della tigre di Mark Landers; il compromesso è quell’accorgimento che ti convince a tenere per mano il tuo primo amore, anche se ti imbarazza farlo, in modo che poi lei ti masturbi in un qualche cespuglio non troppo nascosto. Il compromesso è quell’accorgimento che ogni tanto ti fa rinunciare alle altre fiche, in particolare se quella che ti lasciano leccare ti piace parecchio.

«Fai come vuoi».

Ed eccomi quindi a casa mia, nudo, sdraiato prono sul mio letto, ancora sporco di sborra. Sono qui, rilassato, ad ascoltare i tutt’altro che rilassanti Afterhours, mentre osservo la soddisfazione da piccola vittoria dipingersi sul tuo volto. Ma credo sia questa la differenza maggiore tra una partner e un’altra: alla bionda toscana ho concesso tante piccole vittorie, perché quando sorrideva soddisfatta il suo volto diventava ancora più bello. A quelle come te invece, concedo una vittoria come premio di consolazione per il successivo e metaforico ma indiscutibile calcio in culo con cui ti congederò dalla mia esistenza. L’attrazione sessuale è anche una questione di lineamenti, se mentre le sali sul dorso, ficcandole il cazzo tra le labbra, la prima cosa che ti viene in mente è “madonna che bel viso”, allora sei destinato a scoparci assieme molte altre volte. Se penso alla bionda toscana, che poi è umbra e vive nel nord Italia, mi viene in mente quanto mi piacessero i suoi occhi, devoti ed eccitati, mentre con la lingua risaliva dallo scroto fino alla punta dell’asta.

Finale >>

<< Terza Parte

L’altra bionda succhiava meglio. (pt.3)

«Dipingi?»
«Capita».
«Cosa dipingi?»
«Una caffettiera».
«Wow, che idea “originale”», ironizzi baciandomi una spalla. Viviamo un attimo di tenerezza, attimo di tenerezza che sparisce non appena mi afferri il cazzo con la dritta. Sei arguta, hai capito che mi piaccia, mentre mi masturbi, sentire la spinta del tuo seno sulla schiena. E certo, forse dovrei descriverti in modo più poetico, perché la poesia è arte, perché la pittura è arte. Eppure faccio fatica a definire artistiche le mie opere, forse perché il primo aggettivo che mi viene in mente è ossessive. Non mi sento un artista, mi autodefinisco un ossessivo che dipinge, e credo che chiunque, conoscendomi, la penserebbe alla stessa maniera.

«Dipingi solo caffettiere».

Sì, dipingo solo caffettiere.
Nella mia esistenza ho creato duecentoventisette caffettiere rosse, alcune dipinte su tela, altre stampate su compensato. Ho creato duecentoventisette maledettissime caffettiere scarlatte, duecentoventisette caffettiere rigorosamente simili e contemporaneamente distinte l’una dalle altre.
Dipingere il medesimo soggetto mi aiuta a distinguere, in maniera inequivocabile, l’evoluzione della mia ispirazione nel corso del tempo. Posso usare sempre gli stessi colori o gli stessi pennelli, ma il mio tratto cambia. Il tratto cambia perché dietro ogni singola linea, e dietro ogni singolo passaggio, si cela una vibrazione interiore, una vibrazione interiore che altera i processi neurologici che regolano l’impulso alla pittura.
No, non esiste, non è esistita, né esisterà mai alcuna mostra. Alcuni quadri sono stati incorniciati e appesi nel mio salotto, tutti gli altri sono chiusi in cantina, a tener compagnia a topi, umidità e ormai desuete riviste erotiche. Esistono tanti modi per alimentare la follia, ma io ho scelto quello più affascinante, riverberandolo in un gioco edonista di autocompiacimento. L’ossessione è scegliere di concentrare la follia su un solo soggetto.

«Sei duro».

Sei appagante, mia dolcissima sconosciuta bionda, sei appagante anche se l’altra bionda succhiava meglio. Sei appagante ma non sei la prima ad appagarmi, come non sei la prima che mi vede dipingere, né la prima ad eccitarsi mentre mi osserva dipingere, né la prima a masturbarmi fino a farmi sborrare sulla tela.
Sai, la bionda toscana adorava le mie caffettiere, adorava osservarmi dipingere e, soprattutto, adorava “partecipare”. Una volta insistette che il mio cazzo dovesse essere un pennello, quindi me lo stuzzicò in continuazione purché restasse duro fino alla fine dell’opera. Quella volta la caffettiera venne male, ma io, al contrario, venni alla grande. Capitò che me lo succhiasse mentre dipingevo, così come capitò che mi sfiorasse lo scroto con i piedi, sperando, che interrompessi e mi dedicassi a lei. Infine, non lo scorderò mai, una notte si spogliò e mi chiese di dipingerle la caffettiera sopra la schiena: fu la volta più divertente, anche se ci rimisi una costosa trapunta.

«Sei unica», mento, mento perché sto per sborrare sulla tela, mento perché non sei unica, mento perché non sto pensando a te.

La ragazza toscana aveva uno strano potere su di me.
Quando mi segava o quando mi succhiava, mi faceva stare bene quanto chiunque in precedenza, ma, a differenza di altre volte, pensavo a lei e non ad altre donne. Per questo motivo solo lei mi ha visto dipingere più di un singolo quadro; per questo motivo le sue fotografie sono appese al mio armadio; per questo motivo utilizzo giornalmente la stessa caffettiera con cui le profanai due volte la vagina. No, non c’è più il suo sapore sul filtro in acciaio, ma non mi interessa, mi basta ricordare che sia stato nella sua fessa. Già, lo uso giornalmente per farmi un caffè, un delizioso e ossessivo caffè.

«Perché una caffettiera?» mi chiedi mentre ti ripulisci le dita con una salvietta umida e non le labbra.
«Perché apparteneva alla ragazza…» concludo, «perché apparteneva alla ragazza con i capelli viola».

La caffettiera rossa è come il cappello verde, è rimasta qui perché la bionda toscana, che come ho già detto è una bionda umbra che vive da qualche parte nel Nord-Ovest, mi ha invitato a non buttare via nulla che appartenesse alla donna con i capelli viola.
Quando ho conosciuto la bionda toscana, sulle ante del mio armadio non c’era spazio per appenderci le foto, non c’era spazio perché era occupato da un dipinto, un dipinto particolare. Era la mia unica caffettiera nera, l’unica che non dipinsi rossa, per questo la Bionda toscana se la portò via. La bionda toscana è l’unica donna ad essersi presa un mio quadro, anche perché, la vista di quel quadro, mi ricorderebbe quanto fosse perverso il sesso assieme.

Quarta Parte >>

<< Seconda Parte