La schiava sarda – pt. 3

«Se non sai dominare una donna», afferma Marina, «non travestirti da padrone, Arschloch
Jürgen si appresta a rimarcare la propria posizione, ma qualcosa manda in frantumi uno dei vetri nell’unica finestra. È stata una fucilata, sparata da non meno di duecento metri.
«Addio!» sibila Francesca, osservando la scena attraverso il mirino telescopico dell’arma.

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La porta della C20 viene aperta dall’esterno. Marina gattona fuori, a testa bassa. Gli occhi azzurri sono fissi sulle piastrelle color panna che, essenziali e sobrie, caratterizzano il pavimento dell’Hotel 2020. La schiava si ferma solo al cospetto degli alluci, laccati di uno smalto azzurro scuro, esaltati da un paio di peep toe lucide. Lo sguardo di Marina resta basso. La vista di estremità femminili eccita notevolmente la slave. I piedi divini della Padrona! Il piede non è solo un feticcio visivo. Il piede è un complesso di appaganti sensazioni percettive: il calore della pelle; la ruvidità del dorso, la morbidezza della pianta; il profumo intenso; il suono ampio quando il passo è nudo, oppure secco se si calzano i tacchi; il sapore appagante, nelle rare occasioni in cui si ha l’onere e l’onore di assaggiare.
«Sei bagnata come una volgare cagna in calore» sussurra maliziosa Francesca.
«Lo sono», replica sommessamente la schiava, «Padrona!»
«Alzati!»
Marina obbedisce. Francesca le si avvicina. Le poggia il palmo della dritta sotto il mento, per sollevarlo. C’è una ferita sullo zigomo della slave. È una ferita che ancora sanguina, anche se leggermente. Sangue che viene dilavato dalla lingua umida della ventunenne. Quando accade, Marina ha un fremito e non solo stringe le mani in un pugno, ma anche le cosce. La ventisettenne ascolta cuore e vagina battere come cassa e charleston quando suonano una rumba.
Francesca sorride. La sua schiava è ancora nuda, e puzza dei liquidi ematici di Jürgen, oramai cadavere.
Marina è sporca di morte.
«Dimmi tesoro», riprende Francesca, «era eccitato? Aveva il cazzo duro quando gli ho polverizzato il cranio?» indaga porgendole tre dita della mano destra. «Lecca la tua Dea!»
La bocca di Marina si schiude, ingoiando le dita della Mistress con lingua e labbra. La mano di Francesca ha un sapore diverso dal solito. Il gusto è differente, sa di polvere di sparo. Ma non solo. La sapidità è quella della dominazione. E del potere. E dell’omicidio. E della più estrema tra le perversioni. È la Padrona che decide. E decide il chi, come, quando, dove e il perché può godere. E, a volte, decide anche chi continua a vivere. E chi no. Ed è questo che esaspera la percezione di Marina, l’idea di una Mistress tanto assetata di autorità da ammazzare un uomo a sangue freddo. E la schiava non è solo schiava ma, in questo caso specifico, è una complice per definizione.
«Senza fretta!» ordina tiepida Francesca, mentre Marina le sbocchina le falangi della dritta. Sono le stesse dita che hanno premuto il grilletto di un Walther Wa 2000, arma di precisione tedesca. Sono i medesimi polpastrelli che ora finiranno su un altro genere di grilletto. Marina trattiene il respiro quando il pollice di Francesca è prossimo alla superficie del suo clitoride. Poi accade. È un movimento secco, oscillatorio, che stuzzica il piercing, stimolando il cappuccio. Marina mugola. Francesca insiste, ripetendo il movimento più volte, con grande determinazione, lentamente ed enfaticamente. I reciproci respiri si avvicinano, sempre di più, ma senza mai toccarsi. Non ci sono baci.
«Ci sei quasi», constata quindi Francesca, osservando il principio di orgasmo della schiava. «Sei mia!» afferma infine, ficcandole due dita dentro il sesso umido e pulsante.

Francesca è tornata in Reception, al proprio posto. La ventunenne è soddisfatta della giornata. Ha chiamato un vetraio per sostituire il vetro della stanza C20; dopo aver spostato il corpo esanime di Jürgen, ha pulito la C20; tornata in cantina, ha sbrinato il congelatore a pozzo; ha fatto il filo alla lama della mannaia; ha sezionato il cadavere e ne ha stivato i resti nel congelatore perfettamente sbrinato. Infine ha raccontato tutto a Marina, mentre questa le praticava un lungo e appassionato cunnilingus.
«Buongiorno maresciallo», saluta gentile alla vista di Andrea, sottufficiale locale dei Carabinieri.
Andrea, così si chiama il maresciallo, sorride sardonico. «Sono le dieci di sera, Francy», la informa dolcemente. «“Buongiorno” non è molto appropriato».
«Se non immagino male, sei qui in veste formale», taglia corto la ventunenne.
«Qualcuno ha chiamato il 112», la informa. «Chi hai ucciso?»
«Uno che ora è morto».
«Dimmi chi era da vivo, e poi me ne vado», propone quindi il poliziotto. Andrea conosce molto bene l’Hotel 2020, e sa cosa ci accade. Il verbale delle indagini è stato battuto a macchina mezz’ora fa, prima ancora di indagare. E non è un caso. «Chi hai ucciso?» le ripete ancora.
Francesca si guarda attorno. Nessuno nelle vicinanze!
«Era un tedesco. Non conosco il motivo. Mi è stato ordinato di ucciderlo e ho obbedito».
Il maresciallo annuisce e si congeda. Per ora.

– Continua –

nota: immagine presa dal web.

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