Le dimensioni contano – Parte 14

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo aver vanamente cercato di contattare il suo patrigno Marco, si risveglia a letto con un coetaneo.

Il pene di Daniele mi penetrò lentamente, insinuandosi piano piano nella cavità anale e dilatandola. Provai più dolore che piacere, ma ero anche piuttosto eccitata. A differenza del corpo che mi ospitava, non ero mai stata a letto con un uomo. Credo sia tipo non aver mai visto il mare ed essere improvvisamente scagliata giù nell’oceano da un aereo in volo: spaventoso, ma anche emozionante e sorprendente.
«Ti amo», sussurrò dolcemente il mio giovane partner, dopo avermi farcito lo sfintere di sborra.
Non poteva scegliere un momento meno romantico!
«Me ne vado a casa», replicai algente. «È stato divertente», aggiunsi più per gentilezza che per convinzione, «dovremmo rifarlo prima o poi».
Non credo che Daniele si aspettasse quella risposta. Non avevo però intenzione di giocarmi il primo “ti amo” della mia vita in un frangente simile; sicuramente non con lui, che in un altro universo mi aveva preferito quella cicciona di Pamela.
Inoltre non avevo intenzione di scoparci nuovamente. Ma dopo quella risposta mancata, la relazione tra noi, o qualsiasi cosa fosse, era da considerarsi conclusa.
«Non è lo stesso Daniele», mi ammonì mia madre a casa, un’ora più tardi, dopo che gliene parlai. «È come punire un figlio per le colpe del padre».
Non aveva torto, e infatti non obiettai. Però non potevo sempre ragionare interdimensionalmente, in particolare se si parlava di dignità personale.
Il Daniele in un universo A era diverso dal Daniele in un Universo B, lo sapevo bene. Ma vivendo la mia esistenza da una sola prospettiva, delusioni e brutti ricordi non si cancellavano cambiando dimensione. Del resto è semplice essere razionali quando i cazzi amari devono inghiottirli altri.
«È chiaro?» insistette mia madre.
Annuii. «Che ne è di Marco?» cambiai però argomento.
«Chi è Marco?»
«Il tuo ex marito».
In quella dimensione non c’era nessun ex marito. Marco era morto nel 1976, precipitato in un burrone dopo essere stato disarcionato dalla sua Benelli 354.
L’incidente era avvenuto nello stesso tornante dove mia madre, nell’universo precedente, mi aveva parlato per la prima volta di lui. Viste le circostanze, a prescindere da presunte coincidenze, risultava piuttosto improbabile supporre che Marco fosse mio padre.
«Era vivo nell’universo da cui vengo», affermai. «Anche se non si faceva trovare».
«Marco sapeva dei viaggi», confessò mia madre. «E sapeva sfruttare la cuspide», aggiunse. «Per questo è morto», concluse sibillina.
«Non ti capisco», ammisi. «E perché sapeva dei viaggi?»
Mia madre sorrise malinconicamente. «Un giorno capirai», chiosò.
Il discorso si chiuse lì. Nei giorni successivi ogni mio tentativo di parlare di Marco con mamma o nonna veniva immediatamente soffocato, spesso bruscamente.
Frustata, speravo vanamente di ritrovare il mio “patrigno” vivo nell’universo successivo. Ma come mi spiegò mia nonna, più ci si allontana dalla cuspide e più gli universi tendono ad assomigliarsi tra loro. Inizialmente non capii quelle parole, ma lentamente le constatai empiricamente: per qualche tempo mi risvegliai infatti in dimensioni piuttosto simili tra loro.

Tre anni dopo ero maggiorenne e, per fortuna, nessuno faceva più suonare Shy Guy, né la ricordava.
Gusti musicali a parte, all’epoca mi lasciavo scopare e viziare da Massimo, detto Max, un coetaneo simpatico, paziente e divertente. Avevamo in comune la passione per i Litfiba, le mie tette, e la sua Fiat Uno Rap che ci portava da ogni parte.
Frequentavamo entrambi l’ultimo anno delle superiori: lui andava alle geometri; io al classico, alle magistrali, allo scientifico, alle industriali, al chimico biologico e al tecnico commerciale; in un universo mi era anche capitato di seguire un corso da parrucchiera.
Scuola a parte, per il resto ero serena, direi quasi felice, finché un giorno…
«Pronto?» cominciai rispondendo al telefono.
«Forse non sai chi sono», spiegò una voce maschile, «ma posso aiutarti», affermò frettolosamente. «Vediamoci domani mattina, verso le otto, alla stazione dei treni, binario 2», indicò prima di interrompere bruscamente la chiamata.
«Merda!» sibilai sottovoce.

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28 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 14

                1. Più o meno.

                  Se mi perdona la presunzione, volevo evitare quel genere di racconto “sci-fi” (se così si può chiamare) dove la fisica ha un ruolo preponderante. La cuspide serve a disorientarla.
                  (Anche se principalmente l’ho creata per darle l’occasione per un saltino del tempo di tanto in tanto).

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                    1. Il mio piglio resta “noir” credo, ma questa trama mi piaceva. L’idea del mestruo interdimensionale mi sembrava carina.
                      Ed essendo un ingegnere, la fisica è parte di me quanto la barba, il cazzo e l’odio viscerale per Fabio Fazio!

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