Le dimensioni contano – parte 1

Avevo sette anni. La mia adorabile nonnina si era chiusa in camera assieme a Flavio, un suo amico giardiniere. Erano stanchi dai lavori in giardino, mi dissero, e volevano riposare un poco. Bizzarro, non c’erano stati lavori quel pomeriggio, e comunque la casa della nonna non aveva un vero e proprio giardino; c’era più che altro un’aia, cioè ghiaia e merda di pollo. Nulla dunque che necessitate della mano esperta di un giardiniere, salvo ovviamente la fica della nonna.
Ero libera, pericolosamente libera. Di conseguenza mi fiondai rapidamente verso il granaio. Il riposino non durava mai meno di una mezz’oretta, un lasso di tempo necessario per mettere le mani su un oggetto da cui in genere venivo invitata a stare alla larga: la motosega.
Avendo visto tante volte Flavio accedere quell’affare, non mi sembrava troppo difficile. Effettivamente mi ricordai di controllare l’acceleratore a mano, disinserire il blocco di sicurezza, e constatare la presenza della benzina nel serbatoio. Presi in mano il cordino, ricordando le parole di Flavio: “un bel colpo secco, senza paura”. Nessuna paura, ma per tirare bene poggiai il piede destro sulla lama di quella trappola. Stavo per accendere, quando qualcuno mi sollevò da dietro, tirandomi via bruscamente e, di fatto, salvando il mio piede da una probabile macellazione e amputazione.
«Sei impazzita?» chiese mia madre, che in quel preciso momento si sarebbe dovuta trovare in fabbrica, a venticinque chilometri di distanza.
La sera a cena ci fu una discussione con la nonna. Per la prima volta sentii mia madre parlare de “l’altra parte” e della cuspide. Non riuscii a capire gran parte delle cose che si dissero, anche perché molte parole non le avevo mai sentite prima. Ricordo che parlarono di un diario, e di un certo Andrea.
Dimenticai quell’episodio nel lasso di pochi giorni. Ne accadde però molto più importante quattro anni dopo, pochi mesi prima il mio dodicesimo compleanno.
All’epoca giocavo a pallamano e, ESGC inclusi, ero anche piuttosto brava. Il caso volle che la sera di un importante spareggio, mi sentii stranamente umida tra le cosce. Toccandomi, le mie dita si macchiarono di rosso: lo stramaledetto menarca.
«Auguri», affermò Sonia, la mia migliore amica, osservando entusiasta le mie dita chiazzate di sangue. «Sei signorina», affermò con la felicità che in genere usava solo quando trovava un poster dei fratelli Knight su quell’immondezza cartacea nota a noi bimbe, quasi donne, ma ancora bambine, come Cioè.
«Porca puttana in menopausa», berciai scostando la mia amica, che nel frattempo aveva tentato vanamente di abbracciarmi. «È meraviglioso», continuava a ripetere con la vocina da Candy Candy.
Meno ciccipucciosa fu l’allenatrice, che mi procurò un assorbente e un cambio, dispensandomi dagli auguri e altre esibizioni stucchevoli d’affetto.
«Capita a tutte prima o poi», spiegò invece tiepidamente. «Rilassati».
Rilassarmi? Sarebbe stato il caso. Ero nervosa come un pitbull con le emorroidi.
Scendemmo in campo, dove il mio cervello si disinteressò della partita dopo quattro nanosecondi. Fu sufficiente che Emilia, una delle avversarie, mi sorridesse in un modo a mio avviso, e solo a mio avviso, provocatorio.
L’istinto iniziale fu arrotolarle una corda attorno alla sua grossa testa di cazzo e poi impiccarla a un canestro del campo da basket, il tutto danzando festosamente e cantando entusiasta Step by Step dei miei amatissimi New Kids On The Block. Ma non lo feci: non sapevo dove trovare una corda abbastanza resistente.
Dopo poche azioni però, Emilia mi capitò di fronte. Correva verso di me, pronta a ricevere un passaggio da una compagna. La murai volontariamente, scagliandola poi a terra, sedendomi quindi sul suo petto e costringendola supina. Fu inutile il suo tentativo di divincolarsi, perché la colpii con una gomitata all’occhio destro.
«Muori vacca…», affermai senza però cantare Step by Step, o danzare. Ci misero circa quaranta secondi a separarci togliermela dalle mani. Ovviamente la partita venne sospesa.
Nonostante i cazziatoni di arbitro, allenatore, compagne di squadra, genitori vari, passanti casuali e chiunque altro volesse sgridarmi, inizialmente non compresi la portata della mia violenza. Credetti che Emilia se la sarebbe cavata con un livido: sbagliavo. Nelle ore successive un chirurgo provò a salvarle l’occhio con una lunga operazione, inutilmente.
Quando lo scoprii, passai una notte terrificante, in preda ai sensi di colpa. Ero in lacrime, con l’eco del rimprovero altrui che mi rimbalzava dentro, oltre all’idea di Emilia costretta per sempre a girare con una benda da pirata.
«Cosa ti è saltato in mente?» mi chiese mia madre verso mezzanotte, sdraiandosi di fianco e asciugandomi le lacrime.
«È colpa mia», le dissi. «Quella stronza non vedrà più da un occhio, porca troia».
Mi abbracciò. «Non dire le parolacce, amore mio», affermò baciandomi la fronte. «Le signorine non lo fanno».
Strano.
Mia madre era quella che per una nota sul registro mi aveva impedito di guardare la televisione per un mese, requisendomi anche lo stereo, il Sega Mega Drive e il Liquidator. Era la certa che mi tirava certi schiaffoni atomici quando mi ascoltava bestemmiare. Mamma era quella delle lavate di capo infinite quando mi dimenticavo di rifare il letto la mattina. E se al mattino, dopo la colazione, trovava una goccia di latte sul tavolo non ripulita dall’apposita spugnetta gialla da igienista psicopatica, usciva di testa come Hartman alla vista di un lucchetto aperto.
Eppure, quella notte il Sergente Istruttore Mamma sembrava sereno, nonostante avessi rovinato la vita di una mia coetanea.
«Dormi», mi disse infatti dolcemente, lei che in genere era acida come l’acqua raggia al limone. «Domani sarà migliore», aggiunse violentando la grammatica pur di citare Vasco, che adorava.
E Vasco non aveva torto, cazzo, Vasco non ha mai torto, in nessuna dimensione.
Al risveglio fu effettivamente migliore, ma solo in parte: mi ritrovai in una casa diversa dalla mia. Ero anche più magra rispetto alla notte prima, con un taglio di capelli differente, e senza i brufoli del cazzo che mi erano spuntati nell’ultimo mese. Inoltre vedevo in una maniera piuttosto strana.
«Ma porca puttana sadolesbomasochista!» gridai spaventata, guardandomi allo specchio: l’occhio sinistro era bendato.

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