Le dimensioni contano – Parte 48

«Ciao!» salutai sorridente, dopo essermi voltata.
Gabriele era sempre Gabriele. Era perfetto in completo azzurro e camicia nera. Biondo, alto, in forma, portamento elegante e sguardo carismatico. A trent’anni era al top del proprio fascino. Tra le altre cose aveva anche un buon profumo, nonostante fosse sudato per via del lavoro.
Eppure c’era una nota stonata in quella sinfonia di muscoli e avvenenza: la fede al dito. Gabriele era sposato, ciò mi ferì. Non avevo alcun diritto da reclamare, dunque la mia fu una reazione irrazionale. Però lo amavo, ne ero certa, dunque restai spiazzata alla vista dell’anello. Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non mi venne alcuna parola.
Parlò lui invece. Tra noi c’era una faccenda in sospeso, anche se ne ero all’oscuro: «se volevi sparire, perché tutta la messinscena di chiedermi il numero?» chiese bruscamente. «E perché a quella maniera?»
Non avevo assolutamente idea né della messinscena, né tanto meno della “maniera” a cui faceva riferimento lui. Conoscendomi, potevo solo ipotizzare che non avesse torto. In fondo sarebbe stato sufficiente prendere ad esempio un solo episodio della mia esistenza, anche non di stampo affettivo, per constatare la mia assoluta capacità di incasinare le faccende o di comportarmi in maniera subdola e irritante.
«Mi dispiace tanto!» dissi allora.
Gabriele scosse il capo. «Tu mi piacevi davvero», ammise. «Sei una bella donna, sei divertente e sei…»
«…una gran porca a letto?» provai ad aiutarlo.
Rise. «No!» affermò poi. «Cioè sì, sei anche una gran zozza», si corresse leggermente imbarazzato, «ma sei soprattutto una delle persone più cristalline che conosco», continuò con tono sommesso. «Hai mille difetti, ma non sei una che finge: quando sembri incazzata, sei incazzata; quando sembri felice, sei felice; quando sembri eccitata, sei bagnata come il Tikitaka», concluse.
Sollevai le spalle. «Si chiama Titicaca comunque», lo corressi. Poi sorrisi, e mi ricordai del mese trascorso da sposati, anche se era passato un decennio. E alla fine ciò gli che dissi venne fuori spontaneo: «per me sei importante in tutti gli universi!» rivelai.
«Cosa significa?»
Significava che in quell’universo non conosceva il mio segreto, e che dunque era il caso di andarmene via. Mi avvicinai e lo baciai su una guancia. «Abbi cura di te!» dissi delusa. Quindi mi voltai e feci per allontanarmi.
«Aspetta», mi pregò lui, afferrandomi per il polso della dritta. «Sono sette anni che ti cerco, Cristo santo. Sei sparita nel nulla…» continuò con tono meno ostile. «Dimmi almeno perché non mi hai contattato».
Mi girai nuovamente verso di lui.
Avevo gli occhi rossi e gonfi, forse lucidi, ma non piangevo. Volevo dirglielo, in fin dei conti non avevo nulla da perdere. «Perché io viaggio tra gli universi. Quando ho le mestruazioni salto in una dimensione diversa da quella in cui sono stata nel mese precedente. Quindi la donna che non ti ha contattato negli anni non sono io. Né sono quella che hai incontrato sette anni fa. E sappi che se io e te ci frequentassimo, tra venti o venticinque giorni avresti a che fare con una che non sono più io», rivelai in modo concitato e confuso. «Ho una figlia che potrebbe essere tua, ma non lo so», aggiunsi. «Quindi non farmi domande complicate, perché non so più un cazzo della mia vita, ok?»
Silenzio.
Non so cosa mi aspettassi. Forse una scena tipo film con Meg Ryan, dove il bello di turno abbraccia la protagonista e le dice qualche vaccata melensa. Ma non accadde. Gabriele fece due passi indietro, letteralmente. Poi mi guardò in un modo che non dimenticherò mai. I suoi occhi chiari, che constatai assolutamente identici a quelli di Luce, trasudavano soprattutto pietà, come se avesse a che fare con una pazza, con una schizofrenica.
«Hai bisogno di aiuto», disse infatti.
«Assolutamente», conclusi sibillina. «Ti amo», sussurrai senza ottenere risposta, prima di congedarmi.
Non ricordavo di aver mai pronunciato un “ti amo” in tutta la mia vita. Magari era successo, ma era stato importante o sincero, dunque non lo ricordavo. In trent’anni avevo provato la cocaina, la promiscuità, l’omosessualità, l’omicidio, la disabilità, la maternità, l’essere stuprata; ricordavo anche di aver amato, ma mai di averlo affermato esplicitamente. C’è sempre una prima volta, anche se accade a trent’anni.

Alcuni giorni dopo accompagnai mia figlia in palestra. L’avevo iscritta al minivolley, sperando che si limitasse a schiaffeggiare solo la palla e non le coetanee. Uno degli istruttori era Max, con cui ero stata fidanzata a lungo molti universi prima. Fu molto appagante incontrarlo, se con “incontrarlo” si intende “dargli il numero di telefono e il mattino dopo prendere mezza giornata di permesso dall’ufficio per un bocca-fica-culo in un B&B poco fuori città”.
«Quando ci rivediamo?» mi chiese infatti quel giorno, affiancandomi dopo aver ordinato alle bambine venti giri di campo che, conoscendole, non avrebbero mai completato.
«È un “l’altra volta mi sono divertito parecchio”?» stuzzicai.
Rise. «Qualcosa di simile», replicò, prima di dover mettere in bocca il fischietto.
Due bambine avevano cominciato ad azzuffarsi, e si rotolavano sul parquet tirandosi reciprocamente i capelli. Urlavano come se fossero possedute. Una delle due era Luce; l’altra si chiamava Jessica e aveva una faccia che mi sembrava piuttosto familiare.
«Mi ha chiamato “bastarda”», protestò mia figlia quando le separammo.
«Ti sarai sbagliata, tesoro», disse la madre di Jessica, una cicciona cotonata che mi ricordava qualcuno.
«Carolina!!» affermai infine. «Sei viva?»

I capitoli con Max qui e qui.

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