Le dimensioni contano – Parte 15

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. A 18 anni è alle soglie del diploma e fidanzata con il coetaneo Massimo “Max”. Però riceve una telefonata che…

Conoscevo bene la voce ascoltata dall’altra parte del telefono. Apparteneva a una persona con cui, a rigore di logica, non avrei dovuto avere alcun rapporto.
Ero turbata, e in parte sorpresa.
Per scrupolo rilessi gli appunti che le precedenti me avevano lasciato sul quaderno con la copertina di Snoopy, nell’eventualità che mi fosse sfuggito qualcosa; non trovai nulla di rilevante, o che comunque rimandasse a quell’uomo.
«Chi era prima al telefono?» si informò mia madre quando la raggiunsi per cena.
«Max», risposi elusiva.
«Quando lo inviti a cena?» chiese lei prontamente, sorridendomi con candore.
«Quando mi racconti di papà», replicai rancorosa. «E comunque, pensa ai cazzi tuoi!»
Mossa sbagliata.
Presumo che quell’invito a cena fosse nato con le migliori intenzioni, probabilmente per evidenziare quanto mia madre fosse felice per me. In fin dei conti Massimo era una delle poche note davvero positive nella mia vita, soprattutto perché lo ritrovavo dopo tutti i risvegli interdimensionali.
Mia madre reagì prima scuotendo il capo infastidita, poi voltandosi di spalle. «Non volevo essere invadente», osservò sommessamente, più esausta che mortificata, «spero tua figlia sia più comprensiva di te».
«Non avrò figlie», replicai subito, come facevo ogni volta che ascoltavo quella frase.
Il resto della serata trascorse serenamente, se con “serenamente” si intende stare sedute allo stesso tavolo e non spiccicare una sola parola, e se con “star sedute allo stesso tavolo” si intende che una delle due è seduta e mangia, mentre l’altra si è chiusa in camera saltando a piè pari la cena.
Inutile aggiungere che non fui io a restare a digiuno, così come è inutile specificare che lavare i piatti non rappresentò una cortesia sufficiente a rimediare la mia ennesima stronzata. Ero stata inequivocabilmente ingiusta.
«Sei ancora sveglia?» le chiesi allora mezz’ora più tardi, facendo capolino dalla porta di camera sua. «Ti ho portato un bicchiere di latte caldo»
Mi ignorò, anche se spense il Cd di Diane King. Era sdraiata nel letto e tra le mani reggeva la mia copia di It di Stephen King. Credo fosse l’unica persona del pianeta a non aver ancora letto quel libro.
«Non puoi andare a dormire senza mangiare», osservai dissimulando preoccupazione.
«Sono le nove, è presto anche per chi va a dormire presto», osservò gelida come la fica di un cadavere. «Questo è il tuo modo confuso di scusarti?»
Presumo che la risposta giusta a quella domanda fosse “sì, scusami” magari sostenuto da un “ti voglio bene”.
«Non ho intenzione di scusarmi», replicai invece.
Mi scagliò contro It, 1238 pagine, colpendomi.
Un ora dopo ero di fronte allo specchio, impegnata a struccarmi. Un livido violaceo contornava la parte esterna del mio sopracciglio sinistro, quasi a ricordarmi che ogni tanto non avrebbe guastato essere gentile. Teoricamente mancavano dieci giorni alle mestruazioni, ma appuntai comunque del livido sul diario: era già capitato che il ciclo arrivasse in anticipo, e non volevo che un’altra me si svegliasse senza sapere chi e cosa l’avesse colpita.

Il mattino successivo mi svegliai presto, mi preparai rapidamente e uscii di casa in anticipo rispetto al solito.
Chiamai Max da una cabina telefonica in Sant’Orsola* dove abitavo. Gli dissi che non sarei andata a scuola e gli diedi appuntamento per il pomeriggio. Quando mi chiese spiegazioni, lo invitai a farsi gli affari suoi. Mi chiuse il telefono in faccia, come faceva ogni volta che parlavo in modo brusco.
Sorrisi perché conoscevo il canovaccio: muso reciproco, uno dei due provava a calmierare con un “sei sempre la solita”, l’altra scoppiava in lacrime lasciandosi abbracciare, bacio affettuoso, bacio passionale e infine il pompino della pace.
«Dove stai andando?» mi chiese improvvisamente mia madre, sorprendendomi alle spalle quando venni fuori dalla cabina. Mi aveva seguita senza che me ne accorgessi.
«Mi pedini?» osservai preoccupata. «Vado dove vado tutti i giorni», mentii.
«Non a scuola allora», opinò lei, indicando con il pollice il mio Invicta Jolly appeso alla sua spalla sinistra: uscendo, mi ero dimenticata di prendere lo zaino.
Ero nella merda, un poco come succede a Biff Turner in tutti e tre gli episodi di Ritorno al Futuro, anche se tecnicamente la mia vita era più simile a quella di Martin McFly. Mia madre non amava che le mentissi, soprattutto se pensava che fossi in qualche modo in pericolo.
Sospirai. «Volevo stare con Max…» .
«E io ho un gomito che mi fa contatto con il piede», replicò lei sarcastica. «Ritenta, sarai più fortunata!»

* Sant’Orsola è un quartiere di Sassari.

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