Le dimensioni contano – Parte 13

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo aver incontrato il patrigno, scopre che la madre non le ha raccontato tutto.

«Marco?» chiesi conferma.
Mia madre tacque, ma annuì. Inizialmente pensai che non volesse parlarne, ma poi capii che era semplicemente concentrata sulla guida. Non a caso, subito dopo un tornante, rallentò fino a frenare, accostando poi in una piazzola. Non era esattamente il luogo ideale per fermarci, visto che in quel tratto la strada si affacciava su una sorta di precipizio. Ma mia madre non parve preoccuparsene.
«Ho bisogno d’aria», disse scendendo dall’abitacolo e raggiungendo un muretto in pietra.
Mentre la raggiungevo, la osservai tirare fuori un pacco di Winston dal cappotto, e accenderne una. In quindici anni non l’avevo mai vista fumare. Ma in quindici anni non l’avevo nemmeno mai sentita fare ammenda.
«Mi dispiace, amore», mi disse infatti. «Marco non è mio marito solo nella cuspide», affermò con evidente imbarazzo, senza guardarmi negli occhi.
«È mio padre?» le chiesi.
«Boh!» chiosò dopo aver tirato una generosa boccata, che espirò rapidamente.
«Che vuol dire “boh“?»
Sollevò le spalle; poi scosse il capo; quindi i suoi occhi diventarono lucidi. Non pianse però, anche se tremava, forse per il freddo. Era evidentemente turbata, come mai successo prima. Per me fu disarmante scoprirla fragile, non ero abituata.
Tirò un altra boccata, tossì involontariamente, quasi soffocando, e a quel punto scagliò via la sigaretta ancora accesa. In quel momento era più nervosa di una ninfomane mestruata che ha appena scoperto di essere allergica al cazzo.
«Non so se Marco sia o meno tuo padre», rivelò amaramente, «so di averlo tradito più volte», aggiunse mortificata.
«Nella cuspide lui sostiene di non essere mio padre», spiegai.
«Nella cuspide si chiama Luca», mi ricordò lei.
«È rilevante il suo nome?»
La mia domanda morì lì, senza alcuna reazione, come l’ennesimo tentativo di Marco Masini di tornare in classica con un nuovo disco. Mia madre affermava cominciai a ragionare interdimensionalmente. Da qualche parte, continuando a spostarmi tra gli universi, avrei sicuramente trovato un’altra lei che sapeva tutto di mio padre. Ma dovevo ragionare anche al rovescio, includendo Marco nell’equazione.
«Lui potrebbe saperlo?» domandai infatti.
Mia madre ci pensò brevemente e poi annuì: «non è da escludere».
Il resto della storia la appresi piano piano nei giorni successivi. Mamma e Marco si erano conosciuti da bambini. Per otto anni avevano abitato l’uno di fianco all’altra. A dodici anni si erano messi assieme, in un modo candido, affettuoso e innocuo. Sembrava il classico amore adolescenziale, ma nel 1977, quando erano entrambi ventunenni, si sposarono. Si separarono quattro anni dopo, quando io avevo un anno.

Trascorsi i ventisette giorni successivi provando a contattare Marco. Mia madre mi fornì tutte le informazioni che aveva a disposizione riguardo il suo ex: dove abitava, dove lavorava, chi erano i genitori, numeri di telefono vari.
Ma tutte queste informazioni si rivelarono più inutili del Freddolone alla menta: quell’uomo non voleva essere trovato. Aveva cambiato casa, lavoro e recapiti telefonici. Inoltre era ben protetto, perché chiunque affermava di non saperne nulla.
Alla fine mi venne il ciclo, e di fatto la mia permanenza in quell’universo era al capolinea.
«Dove eri?» mi chiese mia madre l’ultima sera, quando tornai a casa.
«A fanculo», risposi scortesemente. «Ho le mie cose».
Non erano gli ormoni a disturbarmi, ma la consapevolezza che al risveglio mi sarei risvegliata altrove. In realtà, mi disturbava anche l’odiata Shy Guy, che risuonava per l’ennesima volta dalla radio in salotto.
«Dove eri?» incalzò la mia vecchia.
«A cercare Marco», rivelai delusa.
«Marco chi?»
«L’uomo con cui sei stata sposata», aggiunsi mentre lei mi fissava perplessa e incredula,come se le avessi parlato in ostrogoto.
Cercare il mio “patrigno” mi aveva assorto talmente tanto da non rendermi conto che mia madre fosse cambiata. C’era stato un viaggio interdimensionale di cui evidentemente non mi ero accorta. Confidavo però che l’altra lei le avesse lasciato a disposizione le giuste informazioni.
Confidavo male!
Me ne resi conto quando la vidi illuminarsi, come se avesse avuto un’epifania, oppure un orgasmo, o entrambe le cose assieme.
«Marco è ancora vivo?» chiese entusiasta, ma anche disorientata. «Marco qui è ancora vivo?» domandò ancora.
Le sorrisi e annuii.
Avrei voluto, e sicuramente dovuto, rivelarle anche ciò che sapevo. Ma lasciai che fosse l’altra me a farlo, il mattino seguente. Io mi misi a letto, sperando in universo migliore al risveglio.
Ma mi risvegliai tra le braccia di Daniele, mentre il suo cazzo premeva contro il mio buco del culo.

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17 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 13

  1. Oggi ero in autostrada e tra un tir e l’altro ripensavo a questa tua storia a puntate.
    Pensa come sono messo male…
    Comunque, visualizzavo la protagonista (che tra l’altro ha un nome? Me lo sono perso o non lo hai messo apposta?) come uno di quegli omini nei quadri di Escher, tipo Relatività, con le scale che portano ovunque e da nessuna parte.
    E poi attenzione, segue PROBABILE SPOILERONE, chi non vuole sapere NON LEGGA:
    so che dovrei aspettare il finale godendomi il viaggio, il viaggio me lo godo lo stesso, ma alla fine la madre che salva la bambina dall’amputazione da motosega è sempre lei, giusto???

    "Mi piace"

    1. risposta allo spoiler: no! sarebbe la trama di predestination. La madre che salva la bimba da amputazione, è comunque la madre della protagonista, non la protagonista 🙂
      *
      raramente nei racconti lunghi i miei personaggi hanno un nome, se non nelle ultime righe.
      *
      la scala di Escher è l’immagine più efficace per descrivere questo racconto. Sei dentro un paradosso, e ciò che credi di vedere, non è ciò che è.

      Piace a 1 persona

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