Le dimensioni contano – Parte 41

La storia di Gherardo, l’uomo ferito al piede, se vera, era affascinante. Era un emigrato italiano a Londra che aveva cominciato lavorando da aiuto-cuoco, e che dopo tre lustri di vita monastica e sacrifici era riuscito a comprarsi un proprio ristorante. Per alcuni anni era stato uno tra gli chef più apprezzati nel Fulham, prima di dilapidare tutto alle corse di cavalli. A quel punto si era dedicato all’attività che riesce meglio agli italiani all’estero: lo spaccio di stupefacenti.
«Come mi conosci?» gli chiesi, dopo che lo facemmo accomodare sul divano, offrendogli un tè caldo. Una situazione apparentemente pacifica, ma piuttosto bizzarra considerando che quell’uomo avrebbe zoppicato a vita per colpa di mia madre.
«Uscivi con mio figlio», spiegò. «Non so se fossi la sua fidanzata», continuò, «ma vi ho visti tante volte assieme».
«A Londra?» si sincerò mia madre.
L’uomo annuì, ma non aggiunse altro. Mia madre si voltò per un riscontro da parte mia, ma sollevai le spalle: non ricordavo, e dunque non potevo verificare. Nel quaderno con Snoopy in copertina non era menzionato alcun viaggio a Londra. Però due universi prima mi ero risvegliata proprio nella vecchia Inghilterra. La mia vita era come un puzzle da 1000 pezzi, anche se nella scatola ne avevano messo solo la metà.
«A Londra frequentavo un tizio di nome Giovanni, o Matteo, o Luca, o Marco?» chiesi a quel punto, ipotizzando che in qualche modo centrasse il mio patrigno. «Un uomo sui 45, fisico o fotografo o qualcosa di simile».
«Cosa significa?» chiese Gherardo, disorientato da quella strana serie di informazioni fin troppo vaghe.
Sembrava un orso polare a lezione di greco antico: non aveva capito una sola parola. Sembrò anzi stordito e per certi versi dissociato. Tempo pochi secondi e crollò sul pavimento, espellendo un muco schiumoso dalla bocca. Mia madre lo soccorse, sempre che con “soccorse” si intenda “spogliarlo completamente, quindi trascinarlo in cantina e legarlo a una sedia in attesa che si riprenda da una dose massiccia di sonnifero”.
«Gli hai sciolto il sonnifero nel tè?» chiesi alla mia vecchia mentre il povero Gherardo si risvegliava.
«Taci!» chiosò lei, tanto per cambiare.
Mia madre osservava quell’uomo, pronta a fargli del male pur di farlo parlare. Era determinata e aveva uno sguardo che non le avevo mai visto prima. Ancora una volta, la mia vecchia mi sorprese, rivelandomi notizie che non aveva condiviso al momento opportuno.
«Perché mia figlia ha smesso di tenere un diario?», chiese quando l’uomo si risvegliò.
«Non ne ho idea», rispose lui.
«Che diavolo stai dicendo?» chiesi invece io.
Mia madre sorrise. «Tu ti fideresti di una come te?» mi chiese in modo fastidioso. «Pensi davvero che nello stramaledetto quaderno di Snoopy che lasci vicino al letto ci sia solo la verità?» scosse il capo. «Povera scema!»
«Fottiti!» commentai nervosa.
Gherardo nel frattempo provò inutilmente a liberarsi, ma mia madre era piuttosto brava a fare i nodi: dovevo farmi dare qualche lezione, mi sarebbe potuto tornar utile.
«Perché mia figlia ha smesso di tenere un diario?» chiese ancora.
Ma l’uomo non rispose.
«Te la sei cercata…» constatò mia madre.
Il suono del trapano mi ricordò la cuspide e, terrorizzata, mi voltai per non vedere, anche se la mia vagina eccitata grondava come le ascelle di un ciccione che ha corso la maratona in maglione di lana. Mia madre invece, perfettamente a proprio agio, spappolò l’orecchio sinistro del povero Gherardo, il quale cominciò a gridare. Fu tanto breve, quanto inquietante. In ogni caso, avevo già ottenuto una risposta: il sadismo lo avevo preso da mamma.
«Vieni via», mi disse trascinandomi fuori mentre Gherardo continuava ad urlare.
Obbedii. «Quando è che mi dici le cose come stanno?» le chiesi una una volta fuori dalla cantina.
«Non c’è molto da dire», replicò lei. «Tra mezz’ora capirai».

«Perché mia figlia ha smesso di tenere un diario?», chiese nuovamente mia madre, mezz’ora dopo, mentre il povero Gherardo la osservava con occhi sbarrati. «Rispondi! Se non lo fai, ti metto i piedi dentro un secchio di soda caustica».
«Non ha smesso», rispose lui con un filo di voce. «È tutto sul blog».
Secondo quel tizio avevo un blog, una roba del genere firstimeinlondon. Inizialmente finse di non ricordarsi l’indirizzo, ma poi cambiò idea dopo che mia madre gli cavò via un incisivo con un paio di pinze da fabbro. Il sadismo che si percepiva in quella cantina non lo si poteva respirare nemmeno da Maynard, in Pulp Fiction. Sentivo la puzza di merda penetrare anche nelle pareti, oltre a quella di vomito e piscio. Il poveraccio continuava a singhiozzare, ma dandomi l’indirizzo del blog mi aveva letteralmente fornito l’accesso a quei segreti che io stessa avevo nascosto.
«Addio Gherardo», affermai mettendo fine alla vita di quel poveraccio.
«Caz-zo!» sillabò paradossalmente spaventata mia madre, osservando l’uomo sgozzato spirare nella sua cantina. «Perché diavolo lo hai ucciso?» chiese.
Non risposi. «E tu come sapevi che questo stronzo mi avrebbe rivelato del blog?» domandai invece.

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