Le dimensioni contano – Parte 51 – Finale

Oggi è il 16 Settembre 1987. In questo momento sono una paziente di sette anni ricoverata al reparto di ortopedia del Policlinico Santissima Annunziata di Sassari. Sono la figlia di Anna, un’affascinante trentenne sposata con un bellissimo infermiere biondo, mio papà, l’uomo più bello del pianeta.
Mamma e papà si amano tanto, anche se a volte litigano. In genere causa della lite è mio nonno, il dottor Lafitte, un medico belga che continua a definire gli infermieri come “dottori mancati”. In realtà mia madre litiga anche con mia nonna, che spesso si dimentica di badare a me quando dovrebbe. Io però voglio bene a tutti, anche se per nessun parente nutro l’affetto che provo per Sonia.
Sonia è una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Ma anche io sono una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Sonia è la mia migliore amica, ma anche la mia nemesi. Passiamo il tempo a bisticciare, ma siamo inseparabili. Per questo motivo Sonia è l’unica compagna di classe a cui permetto di farmi visita.
«Come stai oggi?» mi chiede sedendosi sul bordo del letto.
Non le rispondo. Purtroppo sono ricoverata in ospedale, perché una settimana fa mi è successa una bruttissima cosa. Ero a Sorso a casa dei nonni, giocavo nell’aia con mia nonna. Quando lei è entrata in casa per rispondere a una telefonata, io mi sono precipitata nel granaio, perché volevo usare la motosega. In passato ho visto tante volte come si avvia quell’affare, ma senza rendermi mai conto che nessuno poggia il piede sulla lama prima di tirare il cordino dell’accensione.
Così il motore della motosega è partito, e la lama ha cominciato a ruotare, maciullandomi una gamba.
Tra una settimana partirò per Londra, dove alcuni super-medici amici di mio nonno si occuperanno di me. Ovviamente qualsiasi operazione e cura a cui verrò sottoposta, compresa la più innovativa e rivoluzionaria, non mi restituirà comunque l’arto. Dunque vivrò il resto della mia vita senza una gamba.
«Quando torni a scuola ci sediamo vicine», afferma ancora Sonia, sperando che le rivolga la parola.
Mi volto e la guardo. Non sorride, anche se si sforza di farlo. «Hai perso un dente!» osservo aspramente, sperando di indispettirla. «Sembri la vecchia di Biancaneve»
«Sì!» conferma lei, per nulla scalfita dal mio tono ostile. «Ma comunque ricresce, e inoltre è anche passata la fatina dei dentini», aggiunge con invidiabile entusiasmo. «Mi ha lasciato dei soldi sotto il cuscino».
Sbuffo. «Esiste anche la fatina delle gambe?»
Sonia non risponde. «Abbiamo un nuovo vicino di casa», racconta invece. «Si chiama Marco e…»
«E chi se ne frega?»
«Era così per dire», sorride comunque. «Ora vado, ho pallamano alle quattro».
«Sì, vattene, e non tornare più».
«Ciao», mi saluta baciandomi la fronte.
Non mi ha mai baciata in passato. Mi ha morso fino a farmi sanguinare, mi ha sputato contro saliva e catarro, ma non mi ha mai dato un bacio.
Forse avrei preferito uno sputo e un morso.
Ma questa è la mia vita, la mia nuova vita. Nel mio futuro non ci saranno partite di pallamano, corse nei prati o semplici calci a una coetanea che mi sta sulle ovaie; né ci saranno fughe nel cuore della notte in adolescenza, quando mia madre mi riterrà ancora troppo piccola per star fuori la sera. Il primo bacio lo darò a qualcuno che non riterrà imbarazzante frequentare una ragazza con un arto artificiale.
Probabilmente ascolterò e sopporterò gente in perfetta salute che mi spiegherà che la disabilità non sia certo un limite per fare ciò che mi rende felice. Certo, ci sarà anche chi mi offrirà un lavoro in nome dell’integrazione e delle pari opportunità. Magari diventerò un’atleta paralimpica o qualcosa di simile. O forse no. Potrei suicidarmi a quindici anni dopo aver scoperto che Marco Masini ha fatto una cover in italiano di Nothing Else Matters.
Però mi piace pensare che esista un universo parallelo in cui qualcuno mi ha tirato via prima di accendere la motosega, un universo in cui ho ancora due gambe e sono sul campo di pallamano a fare a botte con Sonia e le altre mie coetanee, un universo in cui magari Marco Masini è un promettente tennista che in futuro si dispenserà da fare il cantante o scrivere canzoni.
Passa un’ora, che trascorro a guardare passivamente Bim Bum Bam.
«Ti fa male?» mi chiede un bambino grasso che è appena entrato nella mia stanza.
«Che domanda stupida. Come può farmi male qualcosa che non ho più?»
Mi fissa imbarazzato. «A me hanno tolto l’appendice», mi informa con candore, come se fossimo nella stessa barca. «Ma mi fa comunque male e…»
«E chi se ne frega?»
Lo guardo un attimo. Deve essere più grande di me, perché è più alto di almeno venti centimetri. È biondo, ha gli occhi chiari e le labbra carnose. Sembra il figlio di John Candy.
«Io sono Gabriele», dice porgendomi la mano. «Tu come ti chiami?»
«Valeria», sussurro senza dargli la mano. «Ora vattene».
Ma il bambino biondo non ha intenzione di lasciarmi sola. Forse in un altro universo vorrebbe giocare con una bimba che ha entrambe le gambe. Magari in un altro universo la sua appendice non si ulcera. Ma in questo universo sceglie di stare con me.

But I don’t want somebody
Who’s loving everybody
I need a shy guy
He’s the kinda guy who’ll only be mine

Shy Guy – Diane King

Se vuoi leggere la storia dall’inizio, clicca qui

Annunci

Le dimensioni contano – Parte 28

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Nel 2000 si ritrova improvvisamente sposata e forse incinta. Tuttavia, dopo l’ennesimo incontro con il suo patrigno, le sue cosce si sporcano di sangue.

Due chiazze rosse partivano dalla figa allargandosi sulle cosce. Mi resi conto della situazione e chiamai disperata mio marito, che accorse. Mi aiutò a rivestirmi e mi accompagnò al pronto soccorso, dove si prese silenziosamente cura di me, standomi vicino e mostrandosi sempre calmo mentre venivo visitata. Vacillò solo quando il medico di turno ci confermò l’aborto.
«Dovevo stare più attenta», provai a scusarmi osservando gli occhi lucidi ma orgogliosi di mio marito. Credo che non volesse piangere davanti a me, e lo ammirai per questo. «Mi dispiace tanto, mio vcr1».
Ma lui scosse il capo. «La colpa è mia: dovevo prendermi cura di voi mia cara avcr2», sussurrò con evidente rammarico.
In altri universi una gravidanza mi sarebbe sembrata un dramma. Eppure in quel momento non desideravo altro che un bambino. Non volevo solo per me, ma anche per la persona che mi stava accanto.
Molte erano le stranezze di quella dimensione: il mio matrimonio; la voglia di procreare; una Fiat in garage; un disco di Irene Grandi che a quanto pare ascoltavo fino allo sfinimento. Dovrebbe essere prevista la tortura per chi, al volante di una Punto bianca, fa suonare ogni giorno Mio dolcissimo amore.

Una volta dimessa andai a trovare mia madre. In teoria sarebbe dovuto succedere il rovescio; ma quando mio marito le aveva detto del ricovero, lei aveva replicato di avere troppo da fare per, testuali parole, “perdere tempo dietro certi inevitabili episodi”. Superfluo aggiungere quanto mi infastidì quella risposta.
«Sei una stronza!» affermai infatti quando mi aprì la porta.
Mia madre non replicò, né parve seccata dal mio tono. «Entra», mi invitò invece, «ci prendiamo un tè tra ragazze».
«Nemmeno morta», affermai orgoglioNa. «E non sei più una ragazza, stronza rotta in culo!»
La stronza rotta in culo mi afferrò per il polso destro e mi trascinò dentro casa, accompagnandomi in cucina a suon di spintoni. Scostò una sedia per farmi sedere. Ovviamente non ero d’accordo e rifiutai la sua offerta. A quel punto venni colpita da un violento ceffone: mi accomodai. Ero nervosa e arrabbiata. Scoppiai a piangere come un telecronista Rai ogni volta che la Ferrari di Schumacher andava in merda.
«Perché frigni?» chiese la mia vecchia, quasi sdegnata.
«Perché ho perso un figlio, e tu mi prendi a schiaffi», risposi in un modo insolitamente candido.
Ma lei non commentò, né parve turbata. Sembrava quasi non mi avesse sentita. Nessuno le aveva strappato le corde vocali, o traforato il timpano con un grosso trapano. Forse aveva regalato il cuore all’uomo di latta de Il Mago di Oz. O più semplicemente era la stessa stronza di sempre. Ero io quella sbagliata.
«Mamma», riprovai quando versò il tè nelle tazze, «ho appena abortito», feci notare. «Dimmi qualcosa».
Sorrise imbarazzata. «Qualcosa!» rispose sorseggiando.
Era una battuta vecchia e per nulla divertente: non risi. Non capivo cosa la infastidisse. Non voleva diventare nonna a quarantatré anni? Non mi considerava capace di badare a un dispensa-merda-frignante? La mia gravidanza creava un qualche casino interdimensionale e qualcuno a lei molto caro, nel senso che ci scopava, rischiava di sparire dalla faccia della terra? Era incazzata perché il Cagliari3 aveva vinto e la Torres aveva invece fatto l’ennesima figura del cazzo? Era seccata perché non l’avevo mai portata con me a un concerto di Irene Grandi? Inutile ipotizzare, facevo prima a chiedere.
«Cosa ti disturba?»
Non mi rispose. Eravamo sedute a tavola, ciascuna con una tazza di tè caldo davanti. Non c’era dunque motivo che si alzasse per mettere nuovamente il bollitore sul fornello.
«Cosa Cristo fai?» indagai spazientita e incredula.
«Faccio il tè», replicò con una naturalezza disarmante.
Il suo era un comportamento senza senso, quanto passarsi il Silk Epil dopo essersi fatta la ceretta, o lavarsi la fica prima di pisciare, o incenerire la cenere, o peggio ancora, mettere su un disco di Marco Masini mentre alla radio passano Bella Stronza.
«Non serve che rifai il tè».
Ma mia madre era prigioniera di un suo strano mondo alienante. Osserva il bollitore inutilmente sul fornello, estranea alle mie parole e alla realtà circostante. Non avevo mai osservato un comportamento tanto dissociato da parte sua.
«Parli?», incalzai polemica, ma inutilmente. «Cosa non mi stai dicendo?» insistetti con un tono meno aggressivo.
Non mi rispose e al suo posto probabilmente avrei fatto lo stesso. Nello stesso momento mio marito, analizzando l’agenda rossa, capì due dettagli che mia madre non mi voleva rivelare e che forse avrei potuto capire da sola.

1 vcr = vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
2 avcr = altro vezzeggiativo ciccipuccioso rimosso
3 non corre buon sangue tra tifosi del Cagliari Calcio e della Torres (la squadra di Sassari).

Se vuoi leggere la saga dall’inizio clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 19

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. All’ennesima omissione, ferisce la madre con una violenta testata al volto.

Avevo 18 anni quando mia madre mi cacciò di casa. Mi consegnò le chiavi di un misterioso appartamento al centro di Sassari, che trovai arredato, pulito e con il frigorifero e la dispensa stracolmi di cibo. Sul tavolo della cucina c’era invece un biglietto:

Figlia mia,
posso capire che vivere a questa maniera ti faccia incazzare e soffrire.
Ogni volta però che mi metti le mani addosso, mi ferisci in modo devastante. Ho provato a volerti bene standoti vicina, ma la tua furia sovrasta costantemente l’affetto che dovresti provare nei miei confronti.

Un giorno tutte le tue domande riceveranno una risposta, te lo giuro.
Per ora stammi lontana.
In calce troverai gli estremi di un conto in banca cointestato, in modo che tu non abbia mai bisogno di soldi.
Abbi cura di te.
Mamma.

Effettivamente per due anni i soldi non furono mai un problema. Bollette e affitto arrivavano direttamente a casa di mia madre. Nel conto in banca c’era tanto di quel denaro da pagare uno schiavo conta-soldi.
Sperando di far incazzare la mia vecchia acquistai una costosa New Beetle color prugna, una Ducati 996 che non misi mai in moto, e un gommone con motore fuoribordo.
Nessuna reazione.
Mamma non si faceva mai viva. Se le telefonavo, mi chiudeva il telefono in faccia; se mi presentavo sotto casa sua, non apriva; se le mandavo i saluti con nonna, non ricambiava. Era anche capitato di incrociarla per strada, ma mi aveva ignorata, come se io fossi una cura sulle staminali e lei un prelato cattolico.
«Oggi sono due anni» raccontai un pomeriggio ad Ivan, uno dei tanti da cui mi facevo scopare in quel periodo. «Non sai quanto mi manca».
Mi fissò con tenerezza, o con quel genere di affetto che in genere si nutre per quelle che concedono lunghi e appassionati bocchini. «Devi andare avanti», asserì quindi, aggiudicandosi meritatamente il premio Grazie al Cazzo – Edizione 2000.
L’ultimo biennio del resto era stato la sagra dell’ovvietà: all’università passavo gli esami soprattutto perché avevo un grosso seno; in vacanza venivo trattata bene perché dispensavo mance anche se mi dicevano “ciao”; gli uomini si divertivano a letto con me perché riversavo su di loro tutto l’affetto represso destinato a mia madre che mi aveva ripudiata e a un padre mai conosciuto.
«Ivan, vorrei che mi facessi un favore».
«Se posso», replicò lui, che nel frattempo si era invece alzato e aveva cominciato a rivestirsi.
«Dovresti imbucare qualcosa per me, domani mattina», spiegai aprendo un cassetto del comodino e tirando fuori una busta gialla chiusa e già affrancata.
Destinataria era mia madre, ma non erano certo necessarie doti da preveggente per indovinarlo. Né serviva essere telepatici per intuire che il mio scopamico, sposato e adultero, difficilmente sarebbe rientrato dalla moglie con qualcosa di mio. Era anche vero che rifiutandomi un favore avrebbe detto addio alla mie tette.
«La imbuco strada facendo», propose quindi, forse dietro suggerimento del proprio scroto.
Mi stava bene. Gli affidai la busta e per una volta mi lasciai anche baciare teneramente sulle labbra. In genere limitavo le mie attenzioni ai cazzi, non ai tizi che se li portavano a spasso. Perciò di Ivan sapevo davvero poco. Apprezzavo l’affidabilità della sua erezione, la discrezione (ci mancava solo che non lo fosse, considerando la fede al dito) e la pulizia. Ma il suo viso ad esempio non mi piaceva, e presumo che non lo avrei mai frequentato se avesse avuto un cetriolone meno largo e/o meno tonico.
«Grazie», dissi comunque.
Lui mi sorrise teneramente. «Alla prossima volta», affermò congedandosi.
Ma nei piani miei non era prevista una prossima volta, né un domani.
Mezz’ora dopo mi chiusi a chiave. Sigillai le finestre con il nastro adesivo, abbassai le tapparelle e spensi tutte le luci. Accesi due candele e mi versai un calice di Greco di Tufo. Infine feci suonare il Cd Acido Acida dei Prozac +, unico oggetto che mia madre mi aveva concesso di portar via quando mi aveva sbattuta fuori di casa.
«Bene», sospirai serenamente. «Se mi vestissi da principessa sarebbe perfetto, ma va bene anche la tuta da ginnastica».
Immaginai il resto: i vicini che sentivano lo sparo proveniente dal mio appartamento; l’ambulanza, i carabinieri, il questore o chi per lui; Ivan che non poteva sfogare con nessuno il dolore per la mia scomparsa; mia nonna che si faceva carico di organizzare un meraviglioso funerale; i presunti amici in lacrime; mia madre che apriva una busta gialla vuota.
«Ci sarebbe stata bene Disperato!», conclusi sarcastica prima di ficcarmi la pistola in bocca.
Bang!

<< Parte 18

Se vuoi leggere la saga dall’inizio, clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 12

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Dopo essere stata nella singolarissima cuspide, si risveglia in un universo canonico. Tuttavia non tutto è ok, visto che un uomo, che altrove è il suo patrigno, sembra essere sulle sue tracce

Se vuoi leggere la saga dall'inizio clicca qui

Quell’uomo identico a Luca, mio patrigno nella cuspide, che reggeva tra le mani una videocamera puntata esattamente sulle mie cosce, si rese rapidamente conto che mi stessi dirigendo frettolosamente verso di lui. Non ne fu felice, credo, visto che scattò come un centometrista. Mi si scagliò scontro, investendomi con la furia di un toro imbizzarrito, colpendomi violentemente con una spallata e facendomi ruzzolare a terra. Del resto, l’unico modo che aveva per seminarmi era mettermi prima k.o.
«Ci è riuscito», commento infatti mia madre, «e piuttosto bene».
«Poteva andar peggio», smorzò invece l’ortopedico, uno stangone biondo sulla quarantina che mi bloccava con un tutore la spalla lussata.
Credo che mia madre, da come lo guardava, avesse un debole per quel medico. Generalmente era attratta da chi lavorava in ambito sanitario. Inoltre le piacevano gli individui allampanati, con occhi azzurri e belle mani, esattamente come il quarantenne che si occupava della mia lussazione. L’uomo ideale di mia madre, a pensarci bene, era Clint Eastwood. Malauguratamente, il Buono di Sergio Leone era accasato da tanto, e le belle mani dell’ortopedico, che probabilmente mia madre immaginava far dentro e fuori dalla sua fessa umida, erano munite di perentoria fede nuziale.
«Sei sposato?» domandai comunque civettuolmente, sorridendo poi a mia madre.
«Sì», replicò lui, senza imbarazzo, ma con la ruvidità tipica del “fatti due chili e mezzo di cazzi tuoi, baby”.
«Peccato!» considerai maligna.
Mia madre mi fulminò con lo sguardo, ma non commentò. In genere si sarebbe scusata al mio posto, oppure mi avrebbe fatto notare di essere stata inopportuna. Forse non era in vena di richiami; forse aveva talmente tanta voglia di farsi sborrare le tette dall’ortopedico, e non solo le tette, da temere che parlando le sarebbe scappato qualcosa di magistralmente imbarazzante; forse era invece preoccupata per ciò che mi era successo. O magari, come spesso capitava, l’odore del disinfettante medico la nauseava.
«Ti sei comportata da stronza», mi disse quando ci ritrovammo in auto, dirette verso casa.
«Con il medico?» ridacchiai. «Si vedeva lontano un miglio che volevi fartelo piazzare in culo di fronte a me».
Quell’ultima frase sortì un effetto non esattamente gradito. Raramente mia madre dilatava le narici e mi osservava come se volesse cavarmi via gli occhi con una forchettina per lumache, ma quella volta accadde. Forse avevo ecceduto in confidenza, e probabilmente ero stata piuttosto colorita. Sicuramente stavo trascurando che quella spalla lussata non fosse dovuta solo a un incidente, ma a un episodio più importante e preoccupante.
«Ho esagerato», ammisi. «Scusami!»
Mi sorrise teneramente e sollevò leggermente il volume dell’autoradio. Cominciavo a chiedermi se i DJ potessero suonare anche altri dischi che non fossero Shy Guy di Diane King, visto che la si ascoltava in continuazione su qualsiasi emittente ci si sintonizzasse.
Sicuramente non avevo voglia di ascoltare qualcosa che mi piaceva alla mia vecchia, perché è usanza antropologica che i figli ritengano merda i gusti musicali dei genitori, e viceversa. Con mia madre poi, che andava avanti a suon di Eurodance, Dancehall e Techno, era quasi fisiologico.
«Davvero ti piace questa porcheria?» chiesi infatti.
«È carina», confermò con leggerezza. «Oh lord, have mercy mercy mercy, a man dem in a di party party party», canticchiò felice. «Ora come farai a scrivere?» chiese quindi.
«Con la penna», replicai pungolante, anche se la sua osservazione non era stata fuori luogo. Ero mancina, quindi avrei avuto difficoltà a scrivere e mangiare. Eppure, io ero preoccupata da altri due aspetti: come avrei fatto a sgrillettarmi? Come avrei fatto a pulirmi il culo con la destra, dopo che per quindici anni avevo usato esclusivamente la sinistra?
«Devi stare più attenta in futuro», riprese nel frattempo mia madre. «Tu viaggi tra gli universi, scrivere è fondamentale per una come te», mi ammonì severamente.
Non feci obiezioni. «Quel tizio», spiegai invece parlandole di Luca. «Era uguale a quello che nella cuspide era tuo marito», continuai. «Occhi scuri; stempiato, biondo; mascella grande; sopracciglia strane, tipo alla Jack Nicholson».
«Cosa ti ho detto riguardo la cuspide?»
«Ok», replicai. «La cuspide mostra un mondo che c’entra those majestic catsi con il nostro», affermai sarcastica, «ma quell’individuo mi filmava», le ricordai. «Mi sembra un dettaglio significativo»
Mia madre annuí e si arrese all’evidenza. Non poteva continuare a dirmi solo una parte di ciò che sapeva, doveva darmi modo di difendermi.
«Quell’uomo non si chiama Luca», spiegò allora, quasi mortificata. «Si chiama Marco…»
Lo conosceva.

<< Parte 11

Le dimensioni contano – Parte 10

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, viaggia tra gli universi. Improvvisamente finisce nella cuspide, un universo singolare dove vive con la madre e un patrigno e fratello che non ha mai conosciuto in passato.

«Non so chi sia tuo padre», replicò amaramente Luca. «Sei stata mia figlia fino a tre anni fa», spiegò con chiarezza, senza riuscire a celare un profondo astio nei confronti di non so chi, probabilmente mia madre. «Poi un giorno ti è venuto il menarca, e il mattino successivo ti sei palesata davanti a me: sembravi un’altra persona rispetto alla sera prima».
«E…?»
«Ed effettivamente lo eri», continuò con tono algido. «Nel corso degli anni mi hai raccontato i tuoi viaggi, ciò che scopri qui e là nelle mie dimensioni, e il modo in cui la tua quotidianità si rivoluziona dall’oggi al domani».
«E come sai che non sono tua figlia?»
Sospirò. «Mi hai detto che questo è l’unico universo dove io e tua madre siamo sposati».
«Potrei essere comunque tua figlia», opinai, speranzosa di non perdere mio padre appena un’ora dopo averlo ritrovato. «Anche negli universi da cui vengo io, effettivamente, non sei mai parte della famiglia», ammisi, «né un nostro conoscente», aggiunsi. «Ma ciò non toglie che potrei comunque essere tua figlia».
Ma Luca scosse il capo. «Assomigli molto a un ragazzo che abitava di fianco a casa nostra quando io e tua madre eravamo appena sposati», rivelò a capo chino, prima di sollevare la testa fissarmi con odio: che cazzo gli avevo fatto?
«Mi dispiace», provai a scusarmi per colpe non mie.
«Forse per questo tua madre preferisce passare più tempo con tuo fratello», ipotizzò brutalmente, coinvolgendomi di fatto nei loro problemi coniugali, «perché la fa sentire meno in colpa».
Restai basita. Una figlia unica adora avere un fratello quanto i cattolici adorano l’uso delle staminali. Per me era impensabile che mia madre non mi amasse; ancora meno che mi preferisse un maschio.
Mi parve allora quasi certo che la cuspide ospitasse una realtà per me innaturale. Inoltre mi venne spontaneo pormi una domanda: come mai mia madre e mia nonna non me ne avevano mai parlato?
Questo interrogativo mi accompagnò a scuola.
«Frequento le geometri», dissi tra me. «Bizzarro!»
Ero abituata a saltare qui e là per gli universi. Non mi stupiva andare a dormire da aspirante ragioniera e risvegliarmi il mattino dopo studentessa al Liceo Classico. Eppure, che ricordassi, non ero mai stata al tecnico per geometri, come invece avvenne quel giorno.
Sembrava una conferma alle singolarità della cuspide, ma ipotizzai possibile anche una più semplice casualità.
«Sei strana», disse il mio compagno di banco, Michele, che inizialmente ritenni il mio tipo ideale: occhi scuri, lineamenti mediterranei, non troppo alto, fisico tonico e abbronzato, atteggiamento Mod e piercing sul sopracciglio. Ma soprattutto labbra che sembravano tornite per accarezzarmi la fica.
Sembrava centomila volte più scopabile di Daniele, il mio ex ciccione appena trasferito. Eppure, nonostante la vicinanza di quel bel manzo, che tra le altre cose indossava l’Axe Africa, che in altri universi mi faceva bagnare più della costa californiana all’arrivo di un uragano, la mia patatina era gelida, asciutta e spenta.
«Ho le mie cose», replicai comunque, sviscerando un astio da stronza mestruata che generalmente non mi apparteneva. «Scusami», aggiunsi subitamente.
«Di cosa?» si informò lui, lasciandomi credere che probabilmente fossi spesso acida nei suoi confronti.
Un’altra stranezza della cuspide si manifestò non appena il professore di Topografia aprì bocca. Normalmente, cambiando da un universo all’altro, ereditavo in automatico anche tutte le nozioni apprese dalla me precedente. Ovviamente non ero mai sciolta nell’esporle, perché averle studiate non significava possederle al 100%, ma riuscivo quanto meno a non fare bandiera all’interrogazione.
Ma quella volta, mentre il professore disegnava rette e angoli alla lavagna, spacciando tanta di quella trigonometria da far venire la nausea anche ad Archimede, mi sentii come una parrucchiera a una conferenza sui bosoni.
L’espressione sul mio volto ricordava l’incisione che avevo sul ventre: ero un punto interrogativo con mani e piedi.
«Ti vedo perplessa», osservò infatti il docente.
Il professor Cocco aveva una sessantina d’anni. Adorava i baffi, e probabilmente anche vestirsi da carota, visto che quel mattino indossava jeans arancioni e polo verde. Sorrideva come un nonno pedofilo, ma aveva l’aria del sadico. Era anche piuttosto grasso, e infatti le mie tube di Falloppio suonavano una fanfara festosa.
«Ho solo dormito poco», mentii, dissimulando un sorriso da succhiacazzi del genere se-non-mi-interroghi-forse-poi-ti-faccio-una-sega-con-i-piedi-ma-probabilmente-no.
Lui mi sorrise. «Sei andata a dormire tardi perché impegnata a studiare, mi auguro», affermò sadicamente, avvicinandosi al banco. «Legge di Gauss e teoria dei minimi quadrati», chiese fissandomi dritto negli occhi.
Se mi avesse chiesto di portargli via la merda dal buco del culo usando un escavatore meccanico, avrei probabilmente avuto maggior fortuna.
Non conoscevo né la legge di Coso, né tanto meno la teoria dei cosi cosati.
Mi voltai un attimo per vedere se qualcuno tra i miei compagni di classe potesse aiutarmi, ma fu come cercare un sostituto quando si è condannati all’impiccagione. Ero più fottuta di Cicciolina in quel film dove Rocco Siffredi fa l’idraulico e ha dei grossi baffi alla Freddy Mercury.
«Non ne ho idea», ammisi, ma non ricordo il resto.
Al risveglio, ero in universo differente.

<< Parte 9

Se vuoi leggere la saga dall’inizio, clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 9

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, si muove per gli universi. A furia di spostarsi, si risveglia in un universo in cui chiama “papà” un uomo mai visto prima.

Credevo fosse diverso avere un padre. Speravo infatti di nutrire nei suoi confronti un’affezione profonda, come quella che provavo per mia madre. Ma i sentimenti che percepivo per uno erano molto minori rispetto a quelli che sentivo per l’altra. Rispettavo quell’uomo, ma lo rispettavo come si rispetta un professore a scuola, o come si rispetta un pescivendolo che non piscia nell’acqua dove tiene le anguille. Nessun amore per lui, o quella roba lì tra consanguinei che provano sentimenti l’un l’altro, come Marge e Lisa, Rory e Lorelai, Peter Griffin e chiunque non sia Meg.
«La colazione è pronta», affermò comunque l’uomo che rispettavo ma non amavo.
«Arrivo», dissi sbadigliando come un ippopotamo dal dentista.
Mi sollevai dal letto per andare a specchiarmi. Volevo vedere cosa mi fossi lasciata sulla carne, ma trovai inciso solo un enorme e sibillino punto interrogativo che da sotto il seno arrivava poco sopra l’ombelico.
«E quindi?» chiesi inutilmente a me stessa.
Studiai dunque la mia camera da letto, e guardando ciò che era appeso al muro, mi resi tragicamente conto di essere una secchiona: il prospetto con l’orario delle lezioni, le scadenze delle esercitazioni e il diagramma della mia media scolastica. Che tristezza! E pensare che nell’universo da cui provenivo avevo il poster di Duff, quello di Slash e un double di Axl.
«Vediamo il diario della me secchiona sfigata», affermai allora sarcastica.
C’era effettivamente un diario scolastico, altra anomalia rispetto agli universi precedenti. Tra le pagine trovai molte cazzate da cocca della maestra, come l’elenco di materiale didattico da acquistare, appunti su scioperi e ritardi, date di convegni o programmi tv consigliati dai docenti, e via discorrendo.
«Ma che sfigata!» commentai.
Tra le pagine trovai alcune stampe dalla mia Polaroid.
«O mio dio!!» impallidii quando mi vidi in foto. Vestivo come una fan dei Cure: rossetto nero, smalto nero, felpa nera, panta nero, anfibi neri, giubbotto nero, capelli tinti di nero, trucco tipo Siouxies e quello sguardo assente tipico dell’adolescente “domani mi taglio le vene”.
Scoprì di avere anche un ragazzo, anche se non eccedeva per bellezza. Era molto alto, biondo, per certi versi carino; ma era anche molto sovrappeso, sui duecento chili. Mi vennero i brividi a pensarlo nudo, sopra di me.
«Chissà quanto suda un ciccione simile mentre scopa», considerai infatti.
In realtà, la mia fica la pensava diversamente, tanto che mi sentii più umida di Piazza San Marco durante l’alta marea. Evidentemente quell’ammasso di lardo mi piaceva. Ero nell’universo dove mi bagnavo per i ciccioni.
Che non avessi un debole per Pavarotti?
Sfogliando ancora il diario, trovai le lettere del biondo corpacciuto. Appresi il suo nome, Gabriele, che mi aveva appena lasciata, e che si era trasferito altrove, a 200 chilometri da Sassari.
La me secchiona doveva esserci rimasta molto male. Io invece lo trovai divertente: «Daniele se ne è andato e non ritorna più», canticchiai infatti su l’aria de La Solitudine di Laura “Culogrande” Pausini, «il tramezzino delle sette e trenta senza luiiii!»
Chiuso il diario, raggiunsi il resto della famiglia in cucina.
C’erano mamma, l’uomo che avevo chiamato “papà”, e un bimbo in età da felpa dei Power Rangers , incisivi mancanti e capelli a spazzola tanto impregnati di gel da sentire l’odore di Prokin a distanza di chilometri. Mi sedetti a tavola e provai un profondo fastidio per la canzone in sottofondo, aggressiva e cacofonica; eppure era la stessa Don’t Cry che in altri universi adoravo.
«Sei strana», considerò mia madre, più fredda di una tonnellata di ghiaccioli. «Come mai non ti sei ancora truccata?»
Non avevo intenzione di conciarmi come la me filo-suicida che avevo visto dalle foto. Né avevo intenzione di farmi chiavare da un altro ciccione, anche se ancora una volta la mia fessa espresse il proprio profondo disappunto bagnandosi come la costa ligure ad Agosto.
«Oggi non mi va», tagliai corto. «Non posso essere Dark per sempre».
Non sapendo se fossi celiaca, diabetica, allergica a nichel, zinco o alla barbabietola da zucchero, scelsi di far colazione con il caffè. Ma quando riempii la tazzina, mia madre me la tolse di mano.
«Sei troppo piccola, questa roba non ti fa dormire», affermò severa. «Bevi il latte!»
Riassumendo: ero troppo piccola per il caffè, ma abbastanza grande da truccarmi come una groupie dei Cult e andare a letto con un tizio che durante una scopata poteva involontariamente soffocarmi a morte. E la fica, su quest’ultimo pensiero, si inzuppò ancora, come i Gran Turchese che buttavo dentro il latte.
Così, mentre finivo la mia colazione da bambina-grande-ma-non-grande-abbastanza, mia madre si allontanò con mio fratello.
L’uomo che avevo chiamato “papà”, e che mia madre invece chiamava Luca, sparì per due minuti, facendo poi ritorno con un quaderno, che mi porse. Era un quadernone, un formato A4 con fogli a quadretti, sulla cui copertina era rappresentato il cane Snoopy.
Lo sfogliai, riconoscendo la mia grafia. Cominciai a leggere, ipotizzando rapidamente che fosse una sorta di diario interdimensionale.
«Papà, che significa?» domandai perplessa.
«Non sono tuo padre», specificò. «Solo io so che ti sposti tra gli universi», replicò freddo.
«Mamma te ne ha parlato?»
«Tua madre non sa che viaggi», disse. «Lo so solo io. Questo non è un universo comune, ma una cuspide!»
«Una che?»
Mi spiegò allora il funzionamento degli universi paralleli. Mi parlò della loro inter-boh, e che i boh di boh e che il loro boh superiore di un boh creasse una cu-boh, che mi traslava in un boh di un boh analogo al precedente boh di boh da cui ero precedentemente uscita.
«Capito?»
«Sì!» replicai sarcastica. Avevo capito di non capirci una fava!
Provò con una spiegazione più semplice, ma fu come provare ad insegnare a un elefante a suonare le maracas o cantare La Bamba. Fece anche un terzo tentativo, poi si arrese.
«Chi è mio padre?» domandai allora.

<< Parte 8

Se vuoi leggere la storia dall’inizio, clicca qui

Le dimensioni contano – parte 8

Riassunto: quando ha il ciclo, la protagonista viaggia tra gli universi. Per ricordarsi le cose, si sfregia con il bisturi.

L’inizio della saga qui

Pochi giorni dopo, al rientro da scuola, mi ritrovai nuda di fronte allo specchio del bagno. Mi compiacevo osservando il mio corpo nudo, sempre più femminile, sempre più scolpito, anche se violato da tagli e ferite.
Guardai a lungo le incisioni, quel mosaico di dolore e delirio a cui avevo scelto di sottoporre la mia carne. Scrutavo le più recenti, violacee, la pelle attorno che ancora tirava dolorosamente. Studiavo le più vecchie, meno evidenti, celate lentamente dalle nuove. Sembrava una sorta di sanguinosa metafora masochista, tipo quelle psico-cazzate alla Fabio Volo del genere “le nuove ferite ti faranno dimenticare le vecchie”.
Metafore o meno, stavo di merda. Mi chiesi per un istante cosa significasse essere una ragazza normale, confortata dalla certezza di non essere un curioso e anomalo fenomeno paranormale. Domandai a un dio pagano il motivo del dolore interiore che provavo, tutta la frustrazione che nutrivo per Daniele. Voleva una risposta al perché della mia ossessione, dovevo capire perché tanta affezione verso un coetaneo che non era bello, non era intelligente, non era poetico, non era stimolante e che mi trattava come una strafottuta comparsa nella sua patetica esistenza.
«Alcune restano identiche in tutti gli universi», sussurrai mestamente, abbassando poi lo sguardo per osservare il bisturi che avevo tra le mie mani, sporco di sangue. La punta della lama sfiorava il mio ombelico.
Avrei potuto incidere, ma quel giorno avevo soddisfatto abbastanza il mio desiderio di carne lacerata. Quando sentii bussare alla porta, ipotizzai fosse mia madre, e immaginavo cosa volesse. Non mi rivestii, mi piaceva che mi guardasse. La mia era una sorta di punizione, volevo che vedesse le mie cicatrici eterne, che capisse quanto odiassi la mia vita.
«Ora sono cazzi tuoi!» disse severamente, anche se serena, per nulla delusa. «Sai che non risolverai questa cazzata saltando in un altro universo, vero?»
Lo sapevo, e non mi fregava un emerito cazzo. Non mi spaventava nulla. Se dovevo essere scartata per uno scaldabagno come Pamela, preferivo passare il resto della mia vita in prigione. E cominciavo a pensare che se la vita mi costringeva a continue delusioni, a dolore, a domande prive di risposta, io dovessi ripagarla con la stessa moneta.
Avevano trovato Pamela nei bagni della scuola, dove l’avevo abbandonata. Aveva le mani legate dietro la schiena. La sua pancia sanguinava, ma non era in pericolo di vita. Le avevo semplicemente firmato il ventre, sfregiandola a vita. Avrei dovuto patire sensi di colpa, ma stavo più che bene. Era stato piacevole ferirla. Il suono delle sue lacrime, il mugolio della bocca chiusa con il nastro isolante, le contrazioni mentre la lama penetrava nella carne, la puzza di merda e piscio mentre perdeva il controllo della vescica. E la mia fica che pulsava come un brano dei Prodigy, mentre osservavo gli occhi scuri di quella stronza sbarrati per il dolore, la paura e l’umiliazione.
«Quale è stata la cosa peggiore che hai fatto in vita tua?» chiesi a mia madre.
«Concepirti», rispose aspra.
Risi, anche se la sua non era una battuta. «Perché non hai provato a fermarmi?»
Non mi rispose.
«Quando ci hai provato hai fallito?» le chiesi ancora, vanamente.
La osservai attraverso lo specchio. Guardava la mia schiena, quel lato di carne vergine privo di incisioni. Presumo che vista da dietro sembrassi una ragazza normale. O qualcosa del genere.
Mia madre si voltò e fece per abbandonare il bagno. Ma pensai che ci fosse almeno una domanda a cui potesse (volesse) rispondere: «Chi?»
«Io», disse sottovoce.
Salvando Pamela, ci rimetteva lei. Conclusi che in un altro universo avessi sfregiato mia madre, o qualcosa di simile.
«Come?» provai ad informarmi.
«Mi fai venire i brividi», mi disse. «Io non ero così sadica alla tua età, in nessun universo», aggiunse. «Se continui così, la tua esistenza sarà molto dolorosa».
Chiesi chiarimenti a quell’ultima affermazione sibillina, ma era più probabile che mi chiedesse di leccarle la passera, piuttosto che illuminarmi sul mio futuro.
Pamela se la cavò con tonnellate di antidolorifici, due operazioni, qualche settimana di ospedale e, credo, qualche anno di psicologo. Io venni invece subito sospesa dalle lezioni, quindi espulsa dal liceo.
Ovviamente ci fu anche una denuncia, con relativa probabile condanna. Ma prima che potessi avere a che fare con il giudice, mi vennero nuovamente le mestruazioni. Al risveglio, mi ritrovai in una casa molta diversa dalle solite.
«Devo essere in galera», affermai tra me.
Quel luogo era particolare. La camera da letto era spoglia, c’era solo un armadio in legno dozzinale, il letto e uno specchio. Non c’era nemmeno il comodino e la finestra era troppo piccola per illuminare. Inizialmente lo confusi per una casa di correzione moderna, quelle robe che sembrano chalet rilassanti, ma in cui ci ficchi dentro sedicenni che trovano rilassante ammazzare il fratellino a martellate.
«Sei sveglia?» disse l’uomo che aprì la porta. Non lo avevo mai visto prima, eppure il suo volto mi sembrava familiare.
«Sì, papà!» risposi involontariamente.
Papà?

<< Parte 7

Le dimensioni contano – parte 7

Riassunto: quando è mestruata, la protagonista si muove negli universi paralleli. A 15 anni, dopo aver discusso con la madre e la nonna, scopre una ferita posizionata sul seno sinistro.

Ero sfregiata. Invece di comprarsi un comunissimo diario, la precedente me si era deturpata ventre e petto con il bisturi. Sul seno sinistro era inciso “celiaca”; attorno all’ombelico “Daniele”; poco sopra il ventre, ancora sanguinante, un “trovi il bisturi nel doppio fondo dell’armadio primaverile” . A 15 anni avevo tante di quelle cicatrici auto-inflitte, presumo dolorosamente, che in confronto Marilyn Manson sembrava uno dei Gazosa.
«Come ho fatto ad essere così cogliona?»
Ma non mi riverivo all’autolesionismo alla Sid Vicious, che in parte mi piaceva, ma a Daniele.
A quarant’anni essere innamorate significa farsi sbattere come un tappeto da chiunque abbia un cazzo grosso come lo scarico di un camion; a quindici invece è tutto “Dany tvb”, “Dany <3” nel retro-copertina dei quaderni scolastici, oppure tatuati con l’Uniposca sull’astuccio e all’interno del mio Invicta Jolly. Ok, non avevo un diario, ma di indizi ne avevo lasciati a frotte. Allora perché sfregiarmi a quella maniera?
Non trovai a risposta a questa domanda; tanto meno alla mia infatuazione per quel tizio.
Daniele non era certamente l’adolescente più bello di Sassari. Era basso, perennemente sudato e più noioso di un film muto polacco. Inoltre dubito gli piacessi, visto che in gran parte degli universi le uniche parole che mi rivolgeva erano sempre e solo “hai una sigaretta?”
Provai a studiarlo, cercando in lui un aspetto affascinante, un qualche dettaglio tale da giustificare una cotta.
Di bello aveva solo gli occhi. Erano scuri, grandi, profondi. Aveva uno sguardo intenso; un meraviglioso sguardo intenso, quasi puro; il suo sguardo esprimeva candore, come accade osservando gli occhi di un bambino. E su questo pensiero sorrisi involontariamente.
Porca puttana ammaliatrice, mi piaceva davvero quello sfigato. E non solo: improvvisamente desideravo sedermi sulle sue cosce, farmi abbracciare, ed essere baciata teneramente in punta di labbra sulle note di Don’t Cry.
Eppure, in tutti gli altri universi in cui ero stata Daniele non mi piaceva.
«Daniele ti piace in tutti gli universi», mi contraddisse però il giorno dopo mia madre. «E ci hai spesso provato», rivelò.
«Come è andata?»
Sorrise. «Quel tizio è alto come un cazzo», cambiò argomento lei, con eccesso di franchezza. «E a volte parla come uno che ha passato l’infanzia a prendere bastonate in testa», continuò. «Puoi avere di meglio».
«Ha gli occhi da bimbo», replicai.
Mia madre annuì. «Spera allora che non abbia anche qualcosa d’altro da bimbo».
«Forse mi piace la sua anima», dissi fastidiosamente, per nulla convinta.
«Non sei innamorata di quell’avanzo di sborra», considerò perplessa, «vero?»
«Forse!»
«Tu non sei mia figlia», commentò sarcastica.
Pochi giorni prima delle mestruazioni, leggendo uno dei tanti inutili libri rosa di mia madre, che tra l’altro spuntavano per casa come gonorroici nei pressi di un bordello, mi convinsi a fare io il primo passo con Daniele.
Ero piuttosto ottimista, quasi stupidamente. Dal mio punto di vista, la situazione peggiore in cui potevo capitare era un rifiuto. Per certi versi avevo ragione, ma non ero mai stata rifiutata in passato.
«Credi?» chiese mia madre dopo che gliene parlai.
«Che vuoi che sia un rifiuto?»
C’è rifiuto e rifiuto. Un conto è che ti rifiuti Kim Rossi Stuart; un conto è che lo faccio uno sfigato che, tra nostalgie viscerali per il fascismo (o comunismo, in alcuni universi), monociglio, abbigliamento da paninaro (era il 1995), passioni più noiose di un porno senza sesso, e inverecondo apprezzamento per i terrificanti 883, non avrebbe mai dato il primo bacio a una donna, probabilmente cessa e disperata, prima dei diciannove/venti anni.
Comunque, mi buttai.
Il giorno del ciclo consegnai a Daniele una lettera. Si trattava di due sdolcinate facciate scritte fitte fitte, in cui spiegavo per quali ragioni avrei voluto essere la sua fidanzata. Il tutto concluso da un terribile “sei un mito per me!“. Mi sorprese essere tanto stucchevole; ma mi sorprese maggiormente aver citato Max Pezzali, che altrove odiavo più di quanto Umberto Bossi odiasse Foggia.
«Cosa significa?» chiese infatti Mister Occhi-da-bimbo, dopo aver letto fugacemente e sommariamente la mia letterina.
«Che mi piaci…» dissi titubante.
«Hai una cotta per me?» domandò ancora, molto stupidamente, dandomi il tempo di osservare un grosso cappero color verde freddolone-alla-menta che aveva preso residenza nella sua narice sinistra. «A me piace Pamela», rivelò.
Restai basita.
Pamela era mia amica, e la ritenevo dolce e simpatica. Ma aveva anche un rapporto peso/statura da pachiderma, un naso che faceva provincia, e la carica erotica di Nonna Papera.
«Fortunata Pam», affermai infatti sarcastica, mentre la mia autostima faceva i bagagli per traslocare altrove, e la mia gioia di vivere faceva una capatina all’anagrafe per cambiare da “gioia di vivere” a “mai’na gioia”.
Passai il pomeriggio a piangere, ascoltando Don’t Cry.
Mia madre si sedette di fianco a me, spense i Guns, e mi prese la mano.
Sapeva cosa volevo fare e poteva impedirlo. Ma non lo fece. Forse aveva paura di me…

<< Parte 6

Se ti interessa leggere la saga dall’inizio, il primo episodio lo trovi qui

Le dimensioni contano – parte 6

Riassunto: la protagonista, quando ha il ciclo, viaggia tra gli universi. (Il resto rileggetevelo – la storia comincia qui)

Gli anni delle medie trascorsero sereni. Ascoltavo Don’t Cry dei Guns n’Roses, studiavo, riascoltavo Don’t Cry dei Guns n’Roses, giocavo a pallamano, guardavo la videocassetta dove avevo registrato il video di Don’t Cry dei Guns n’Roses, uscivo con le coetanee, scrivevo sul diario il testo di Don’t Cry dei Guns n’Roses, mi innamoravo di ragazzi già innamorati di ragazze già innamorate di un ragazzo già innamorato di me. Infine, nel tempo libero, mi piaceva sentire Don’t Cry dei Guns n’Roses.
Il primo bacio lo diedi a Samuel, conosciuto in campeggio e dimenticato come conobbi Fabrizio nell’universo successivo. Fabrizio era alto e affascinante. Mi baciò al tramonto, in riva al mare, mentre mamma e nonna aspettavano impazienti che rientrassi con le pizze.
«Domani parto», mi disse mentre gli facevo assaggiare la capricciosa di mia madre.
«Se mi dai il tuo indirizzo, ti scrivo tutti i giorni», proposi sorridente.
Gli scrissi tre volte, l’ultima delle quali non imbucai la lettera. Mi erano venute e stavo per cambiare universo, quindi rischiavo di spedire parole dolci a uno sconosciuto. E poi che senso aveva alimentare una corrispondenza a distanza, se avevo un vero e proprio fans club di morti di figa brufolosi che mi sbavava dietro?
Ero una ragazza piuttosto appetibile e appetita. E parlando di appetito, mi riferisco a un’epoca in cui i miei coetanei si segavano fino a lessarsi le palle su foto di Francesca Dellera, Valeria Marini, Serena Grandi e altre vacche con labbra a canotto e seno giunonico; un’epoca dunque in cui la mia quarta coppa D mi ergeva al romantico ruolo di “bonazza” della classe. Avrei potuto avere anche la faccia di Susanna Tamaro, che i ragazzi mi avrebbero filato ugualmente. Per mia fortuna, ero molto più carina di VaddovettipportailQuore.
In tutti gli universi, oltre alla quarta di seno, e la mia avversione per la Tamaro, e la mia passione per i Guns, e il mio vizio di merda di mettere “e” congiunzione subito dopo la virgola, c’era una certezza che si ripeteva costantemente: mia madre voleva che tenessi un diario.
Io ero contraria. Sapevo che possedendo un diario, lei e la nonna lo avrebbero letto. Anzi, lo avrebbero studiato, analizzandolo virgola per virgola. Ne ero certa. Mi avrebbe sorpreso se non lo avessero fatto, perché spesso erano meno discrete di certi personaggi interpretati da Mario Brega nei film di Verdone.
Finché un giorno, al risveglio in un nuovo universo, mi ritrovai addosso un orribile pigiama color merda. E senza togliermelo, uscii dal letto e mi spostai in cucina per far colazione. Così, dato il buongiorno a mia mamma e un bacio alle rughe sulla fronte della nonna, mi sedetti a tavola. Quindi afferrai due fette di pane, con l’intenzione di spalmarci sopra un poco di marmellata.
Mia madre mi saltò letteralmente addosso, strappandomi il cibo dalle mani.
«Sei impazzita?» mi chiese preoccupata. «Sei celiaca, stupida!»
«È un risveglio», mi giustificai grattandomi il dorso del seno sinistro, che sentivo stranamente ruvido. «Non sapevo di essere ce-cosa».
«Celiaca», chiarì mia madre. «Il pane ti fa malissimo, stupida, sei allergica», sospirò.
Mi spiegò quindi cosa fosse la celiachia. Capii la metà delle parole, tra cui il fatto che pane e farinacei mi sciogliessero in merda, disidratandomi a morte.
«Ci starò attenta»
«Devi tenere un diario», consigliò nuovamente mia nonna, severa. «Devi farlo in tutti gli universi», aggiunse. «E devi lasciarlo sempre sul comodino, alla destra del letto», spiegò con voce da maestrina-frattura-ovaie.
La guardai con biasimo, rabbia, incazzata come un tifoso della Juventus dopo una finale di Champions League.
«Ne abbiamo già parlato», ricordai. «Lo leggereste», insinuai.
«Sai che effetto ti fa il pane?», ribadì mia madre, senza tuttavia smentire la mia insinuazione, «devi avere un posto in cui siano appuntate tutte quelle robe che devi sapere: eventuali allergie; che scuola frequenti; dove tieni i soldi, gli assorbenti e le medicine», continuò petulante come quelli che ti fermano per strada per spiegarti che senza Dio nella tua vita non ti sentirai mai libera.
«Una sola cosa è essenziale», opinai quindi. «Evitare di rileggere ancora una volta quella merda stucchevole de Il piccolo principe». Risi, ma quella leggerezza durò poco. Effettivamente la celiachia non era uno scherzo.
«C’è mai stato un diario nei vari universi in cui sei stata?» mi informai poi.
Mia madre non mi rispose, mia nonna nemmeno. Da come mi guardarono lo presi per “no!”
Lei però non stava ragionando multidimensionalmente, Grande Giove. Se nessuna me aveva adottato il diario in nessuno degli universi in cui mi ero ritrovata, probabilmente esisteva un metodo ancora più sicuro per trasmettere le informazioni. Su questa consapevolezza sorrisi soddisfatta, sentendomi improvvisamente più scaltra e furba di mia madre e mia nonna.
Peccato che, spogliandomi, trovai un’atroce cicatrice sul mio seno sinistro.
«Porca puttana», urlai spaventata.

<< Parte 5

Le dimensioni contano – parte 5

Riassunto: la protagonista (che quando ha il ciclo compie viaggi interdimensionali) si risveglia magra e atea, ma senza denti: è stata aggredita dalla persona che lei aveva aggredito nell’universo precedente. Inoltre abita con la nonna e il compagno, non con la madre.

Nonostante le punizioni, e i sensi di colpa, non imparai alcuna lezione da quanto accaduto con Carolina: quella ragazza mi stava sulle ovaie a prescindere, dunque non mi comportai mai in modo gentile con lei. Forse avrei dovuto riflettere maggiormente su questo aspetto, perché la mia incapacità di scindere completamente ciò che accadeva in universi diversi, e dunque per mano di persone omologhe ma tra loro differenti, me la sono trascinata dietro per tutta la vita.
Per qualche tempo comunque non accadde nulla.
Poi arrivò Aprile. Ero forse al sesto o settimo universo differente, non ricordo, e credevo che tutto stesse andando per il verso giusto: i voti scolastici erano buoni; gli amici, chi più chi meno, mi volevano bene; a pallamano me la cavavo; con mamma e nonna andavo d’accordo. Soprattutto, avevo smesso di aggredire le mie coetanee. Sembrava tutto perfetto, come il set di un porno prima che gli attori comincino a sborrare qui e là, ciucciarselo l’un l’altro, e farsi inculare da un San Bernardo.
Così, mentre ero seduta al terzo banco della fila centrale nell’aula della 2 B, mentre la professoressa Borini ci spiegava come funzionavano i vulcani, mi sentivo assolutamente rapita dalla Vastitàdelcazzochemenefregadeivulcani. Se non ricordo male, facevo pensieri soft-erotici (e scandalosamente minorenni) su Jordan Knight dei mitici New Kids On The Block.
Comunque, pensavo bellamente ai cazzi miei quando Signora Maria Luisa, una vecchiaccia vestita da vecchiaccia con voce da vecchiaccia, che poi era la bidella che in un altro universo aveva separato me e Carolina con una secchiata d’acqua sporca, interruppe le disquisizioni della Borini a proposito del magma e degli strafottuti lapilli.
«Il preside ti vuole», aveva detto senza bussare, senza salutare e senza scusarsi per l’interruzione, ma guardando me.
«È successo qualcosa?» chiese preoccupata la professoressa, mentre io alzavo il culo dalla sedia e cercavo un elastico per farmi la coda ai capelli, che in quell’universo erano stramaledattamente lunghi, grassi come se li lavassi con la sborra di pecora, e fastidiosi.
«È morta la nonna!» affermò ruvidamente la bidella, esibendo un tatto da lottatore di sumo che uccide un chiwawa a pedate.
Fu terribile. Nella mia vita non era mai morto nessuno di davvero caro, anche perché avendo mia madre, mia nonna e nessun altro, le possibilità che accadesse erano piuttosto scarse.
Ma era successo, e più che turbata, come mi definì la professoressa, più che alienata, come mi vide il preside, più che strana, come mi classificò l’odiosa bidella vecchiaccia, ero incazzata come Babbo Natale quella volta che aveva scambiato il regalo destinato a Cicciolina con quello di Madre Teresa di Calcutta.

Ci fu la veglia, il funerale e la sepoltura. Poi mi vennero le mestruazioni, e mi risvegliai in un universo dove mia nonna era ancora viva. Felice, andai subito a trovarla, letteralmente di corsa, con l’intenzione di abbracciarla, stringerla, baciarla, e altre minchiate melense alla Pollyanna.
Arrivata a casa sua, bussai, ma lei non mi rispose.
Suonai il citofono, ma niente.
Mi venne il dubbio, il terrificante e atroce dubbio, che la nonna avesse avuto un infarto fatale, come nell’universo da cui provenivo. Disperata, chiamai subito aiuto, fermando le persone che passeggiavano per strada.
Un poliziotto sfondò la porta sul retro e, con me al seguito, entrò dentro casa. La nonna era in camera da letto, perfettamente in salute: succhiava il grosso cazzo del postino. Quanto meno stava bene.
Imbarazzo a parte, conclusi, erroneamente, che cambiando universo potevo salvare la vita alle persone e farle vivere felici e contente.
Ma pochi giorni dopo, mentre facevo compagnia a mia nonna che sgranava fagiolini e si scusava per il postino, Carolina venne investita da un camion.
Quando me lo dissero non piansi, conscia che avrei potuto salvarla nell’universo successivo; speravo solo che fosse morta sul colpo e non avesse sofferto. Ma da quanto mi raccontarono, se avesse passato una giornata con quel burlone tortura-ebrei del dottor Josef Mengele, probabilmente avrebbe patito meno: era stata spezzata a metà dalle ruote del camion, continuando a vivere e contorcersi dal dolore per una buona mezz’ora. Chiunque controllasse e/o gestisse queste cose dall’alto dei cieli, fosse un dio o un primo motore immobile, aveva un senso del macabro piuttosto profondo.
Aspettai con trepidazione le mestruazioni successive, per salvare Carolina. Ma quando mi risvegliai in un altro universo, la mia coetanea era comunque morta. Pensai a un’eccezione, ma sbagliavo.
«Devi scegliere», mi disse mia madre quando ne parlammo. «Se salvi un affetto», mi spiegò lentamente, «ne muore un altro».
«Non volevo bene a Carolina», opinai.
«Buon per te», replicò lei. «Allora hai fatto bene a causare la sua morte».
Vacillai. Non volevo sentirmi responsabile. Ma lo ero. Mi accarezzai nervosamente i capelli, che in quell’universo erano corti, forti, lucenti e puliti da mangiarmi e ricagarmi quelli di Chiara Ferragni
«Ho salvato la nonna?» chiesi, sperando che ciò attutisse la sensazione interiore di soffocamento che cominciavo a percepire: ennesima compilation di sensi di colpa.
Mia madre annuì. «Probabilmente», affermò. «Nell’universo da cui vengo io», aggiunse, «la nonna era morta a causa di un infarto», continuò preoccupata. «Ma c’era Carolina: viva, vegeta, grassa e spacca palle!»
Non era simpatica nemmeno a mia mamma.
Non parlammo alla nonna del suo infarto, per non inquietarla. Però scoprimmo che il giorno in cui era andata a cercarla, la volta che la sorpresi a suonare il solo di Sax di Carless Whisper con la grossa tuba del postino, l’avessi allertata.
La mia visita concitata le era sembrata strana, visto che in genere mi concitavo esclusivamente per i New Kids on the Block. Avendo mangiato la foglia, si fece quindi visitare da un cardiologo. Così scoprì che le sue coronarie erano più infognate delle narici di un poppante raffreddato o, per chi ama le similitudini con gli animali, più intasate dello sfintere di bue stitico.
Le avevo salvato la vita, ma mia nonna nemmeno mi ringraziò.
Fu una lezione importante, definitiva. Carolina, con tutto che fosse una stronza insopportabile, e una pianta grane, nonché una cicciona insicura, e una frignona mocciosa, e spesso una petulante leccaculo infida e opportunista, oltre che una pessima giocatrice di pallamano, e una fan di Marco Masini e Paolo Vallesi, non meritava di morire tanto giovane; né tanto meno a quella maniera.
Mia nonna invece era arrivata alla sua ora.
Alla fine portai una rosa sulla tomba di Carolina, e mi scusai con lei, anche se era solo una lapide con una fotografia. Lo feci anche nell’universo successivo, promettendo che avrei fatto visita alle spoglie della mia coetanea per tutta la vita: smisi dopo tre mesi.
Tre anni dopo, ero una quindicenne innamorata. A tutti i miei amici piacevano le mie tette, tranne a colui che avrei voluto me le palpasse!

<< Parte 4

Se invece vuoi leggere tutta la storia dall’inizio, e se sarebbe anche il caso, se no non ci capisci un cazzo, clicca qui stronzo/a.