La gioviale attitudine al Blowjob di Miss Mary Chesterfield da Shurdington.

Senza titolo

Da piccolo mi appassionai alla tassidermia. Fu colpa del mio vicino di casa, Mister Edgar Alain Prost, che si fece venire un infarto nel marciapiede che affiancava la mia adorata Sir Fred Stuart Montgomery’s Street. E. A. Prost era il maniscalco locale, e pensai che il suo decesso avrebbe comportato perdite alla vendita di cavalli. Sbagliavo, l’industria locale del porno ingaggiò un nuovo abile maniscalco.
Tornado a quel giorno, il corpo inerme di Mister Prost, circondato da passanti preoccupati soprattutto che non piovesse e lo spaccio locale non finisse le riserve di tè, stuzzicò le mie fantasie. Sarebbe stato bello imbalsamare quel poveraccio, trattarlo come un papa o un vecchio faraone, e rendere immortale la spettacolare e ineccepibile mortalità di quel momento. Chiesi cortesemente il permesso di portarmi a casa quell’ammasso ormai inservibile di tessuti e organi prossimi alla decomposizione. Ma il poliziotto locale, Stg. Paul John George Ringo Pepper, scosse il capo.
«Non posso permetterlo», affermò con voce severa e paterna. «Prima dei tassidermisti, vengono i necrofili. Rispettiamo le precedenze, dioccane. E poi quel corpo è ancora caldo: sai quante settantenni adorano godersi l’ultima erezione di un cadavere? Rispetta le precedenze kid, rispetta le fottute precedenze, diopporco. Innanzitutto, le precedenze. Gadseivdequin!».
Al terzo “le precedenze” annuii. Mi sentii inerme e per certi versi preso in giro. Ero troppo giovane per il sesso. Sapevo di amici di amici di altri amici che sodomizzavano i feretri al Black Label Morgue cittadino, spesso prima del tè; ma io non avevo esperienza in merito, né conoscevo il sesso diverso dalla masturbazione. Inoltre, non avrei certo sprecato la mia prima volta con un cadavere. Tra l’altro a Shurdington, il nostro villaggio nella contea del Gloucherstershire, Tewkesbury Borough Council, era consuetudine ormai millenaria essere sverginati da un sacerdote cattolico irlandese, preferibilmente alcolizzato. Era un’usanza a cui tenevamo in parecchi, quanto le risse al pub e l’assegno di disoccupazione dopo il diploma. Non mi piaceva dunque discostarmi eccessivamente dalle tradizioni locali: temevo di figurare un reietto, o peggio ancora un sovversivo.
Carpito da questa, ma anche da molte altre preoccupazioni, decisi di fare due passi per la campagna circostante. Dove altro sarei potuto andare? Attorno c’era solo campagna e altra campagna. E pecore. E allevamenti di cavalli. E altre pecore.
Vagando, fumando una Winston rubata dal pacchetto paterno, portando a spasso la mia faccia presuntuosa condita dall’insolenza da undicenne, raggiunsi una vecchia casa che apparentemente sembrava abbandonata. C’era un enorme giardino a circondarla, anche se caratterizzato da piante secche, erbacce e quello che sembrava il rottame di una vecchia Aston Martin Ulster. La costruzione in sé era piuttosto inquietante: finestre con telai tarlati e vetri rotti; intonaco esterno completamente grattato via da incuria, intemperie e umidità; una grossa falla sul lato Nord Est della copertura. Quel luogo sembrava voler implodere su se stesso, ma mai senza schiacciare almeno quattro o cinque persone.
Varcai il cancello, sperando di individuare qui o là qualche rivista porno abbandonata. Capitava spesso di trovarne, in particolare in luoghi abbandonati. Avevo già il cazzo duro all’idea di farmi una sega, ma la porta della casa si aprì. Apparve una donna. Avrà avuto una ventina d’anni per gamba, e almeno altri trenta sul viso. Il suo volto era scavato, come se fosse affetta da tifo, tubercolosi: in realtà non dormiva da settimane.
«Cosa cerchi?» mi chiese con voce catarrosa.
Sollevai le spalle. Eppure la mia erezione parlava per me.
La donna allora, Miss Mary Chesterfield, si tolse la dentiera e mi raggiunse.

immagine presa da Qui

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Fughe di fighe.

Disse «le cose cambiano!»
Disse molte altre cose in realtà, come spesso capita quando le risposte sbagliate da propinare sono più di una. E che fare? Insistere sperando che cambiasse idea, o pesare l’opportunismo per quel che era? Domanda retorica. Ci vuole coraggio a tirare fuori le palle, ma ce ne vuole molto di più a tenerle dentro le mutande. C’era sempre una porta da cui andarsene, ma anche il buongusto di varcarla prima di essere invitati a farlo. Congedarmi in silenzio, evitando di sprecare preziosa saliva, che avrei potuto(dovuto) invece utilizzare per detergere la prossima fica. Allontanarmi canticchiando gli Smiths, senza sentirmi troppo vittima: se vai a letto con una persona falsa, non aspettarti lealtà. No, non potevo cadere nel cliché di darle della “troia”. Dovevo evitarlo, le avrei dato solo un buon motivo per giustificarsi ulteriormente con sé stessa. Guardai in faccia la realtà e conclusi che mi seccasse soprattutto un aspetto: non le importava. Era terribile, ma non le interessava che uscissi dalla sua vita. Eppure non ne avevo mai fatto davvero parte, salvo qualche scopata quando il marito era assente. Uomini, leggi “esseri muniti di corna, scarsa autostima e coda di paglia”. Avevo tutte e tre, perché fottendomi un’adultera ero cornuto anche io: prendeva due cazzi, no? E in fondo era giusto così. Mi meritavo di dividere con il marito la stessa terribile sensazione di essere preso costantemente per il culo. Sapevamo che sapore avesse quella fessa, e wow, magari leccandola percepivo anche il retrogusto della sborra di quel poveraccio. “Ma sì”, pensai, “beviamoci su”.
«Cosa ti servo?»
«Bourbon!»
«Hai rotto con lei?»
«Ha rotto lei!»
Lo so, avrei potuto affermare il rovescio. Ma a che pro? Per vantarmi che fossi io a chiudere le relazioni? Per pompare il mio ego davanti a chi, per vivere, passava le sue inutili giornate a pulire il piscio di gentaglia come me. Dio santo, no! Mi gustai il bourbon e mi guardai attorno. C’era una giovane coppia, innamorata. Lei magra, bionda, sembrava la controfigura di Charlize Theron. Lui più sul genere Bombolo, ma con i capelli. Ok, ho iperbolizzato: ma lei era molto più carina di lui. E pensai che, porcoddio, magari Charlize fosse fedele a Bombolo, mentre lui si sparava quintalate di seghe in sua assenza. Che ne so, tipo su irc, fingendo di scopare con un idiota sessantenne che diceva di chiamarsi Pamela, 23enne giunonica da Asti. E giù seghe su seghe, nonostante potesse godersi dei bocchini definitivi dalla ragazza più affascinante della città.
E sorrisi.
Alla fine i mariti delle mie partner erano tipo quell’uomo. Erano uomini incapaci di capire quanto fossero maledettamente fortunati ad essere amati. Che ok, non sono un sentimentalista, e credo non giri tutto attorno all’amore. Ma volevo capire quanto ne mancasse nella mia vita, come lo surrogassi e perché lo pretendessi da chi già lo dispensava ad altri. E infine mi resi conto: ero solo un personaggio letterario di una delle mie tante seghe mentali allucinate.
Perché in realtà diedi della “troia” a quella stronza, e il bourbon mi fa schifi. E feci anche a botte con il marito, prima di beccarmi una cazzo di denuncia. E riguardo a Bombolo e Charlize Theron? Beh, mi fa dei pompini che non posso raccontarvi… lui, non lei.

Cunnilingus mancato – Zoofilia unica via!

talia_cherry_picture_by_jonellbiasi64-dagawzrAnche se avrei dovuto, non mi sono chiesto come mai la mia tigre fosse ferita sul dorso e dietro il collo; né mi sono chiesto come mai possedessi una tigre domestica.  Mi sono solo preoccupato di accarezzarla sotto il mento, sperando gradisse. Strana vicenda quella della mia tigre, scappata ad alcuni ragazzi dello zoo di Berlino per portarmi una copia de I Ragazzi dello Zoo di Berlino. La tigre, che per fare in fretta chiamavo brevemente “grosso mammifero predatore alfa della famiglia dei felidi”, appariva piuttosto seccata per le mie continue apologie ai narcotici. Più che altro, non apprezzava il fatto che fossi un pessimo esempio di individuo socialmente integrato, con un lavoro decente e una reputazione solida, capace di godersi le droghe senza diventarne schiavo. È ipotizzabile la deriva cattolica della tigre, piuttosto restia ad accettare il concetto di libero arbitrio. Siamo onesti: come può un animale tanto sottomesso all’istinto, e agli ordini inderogabili di Mistress Mother Natura, adeguarsi alla capacità altrui di prendere decisioni indipendenti da certi vincoli del subconscio?
Su questa riflessione, mi apparve lei.
Era una giunonica e problematica venticinquenne, ex fidanzata di un mio caro amico vincolato a un’ulteriore ragazza problematica. Si chiamava Daniela, e quel giorno indossava un prendisole celeste. I suoi capelli erano spettinati, ma comunque accettabili. Indossava un paio di peeptoe color legno e aveva le unghie degli alluci laccate con smalto argento: esattamente come un personaggio secondario di un telefilm che avevo visto nel pomeriggio precedente. Daniela non era certo di buon umore. Prima mi chiese come mai la tigre fosse ancora viva nonostante le ferite. Poi mi diede una pessima notizia riguardante un’ottima persona. Non seppi risponderle, né confortarla: mi limitai ad osservarla piangere di fronte a me. Fu piuttosto imbarazzante, anche perché attirò l’attenzione di alcuni miei parenti.
«Non è tanto grave», le spiegò Romina, un mio zio ermafrodita morto quando ero ancora bambino. «Potresti essere nata con un seno più piccolo», aggiunse un’altra defunta parente, «e questo ti renderebbe meno popolare».
Le considerazioni sulle forme giunoniche non rallegrarono Daniela, né la lusingarono: era ancora concentrata sulla pessima notizia che l’aveva fatta esplodere in lacrime. Nemmeno la tigre le fu di conforto, visto che comincio ad annusarla all’altezza della vagina. Per un istante immaginai che per una donna potesse essere piacevole essere leccata lì da una lingua tanto larga e rasposa. Poi pensai a tutti i batteri che probabilmente si addensavano nella lingua di un felino, un organo che quegli animali utilizzano per rimuoversi la merda dal buco del culo. E spinto da questa consapevolezza, nonché dal mio ben noto spirito compassionevole, chiesi a Daniela se potessi fare qualcosa per lei, cunnilingus compreso.
Ma per qualche bizzarra ragione, suonò la sveglia e mi ritrovai nel letto. Ricordo le lenzuola in seta, le mie preziosissime e costose lenzuola di seta, macchiate di rosso. Percepivo una strana puzza di stalla rimescolata all’odore di macelleria. Nutrivo un’ansia piuttosto eccitante, perversa, innaturale, ma istintiva. Palpitavo. Avevo un sapore strano in bocca, come di carne cruda. Ero tutto sudato, con il cazzo bello duro.  Le mie mani tremavano per l’adrenalina. Non mi sentivo così da quando ero ancora un timido tredicenne cattolico al cospetto di suor Mary, pronta a sodomizzarmi con uno strapon a forma di Padre Pio. Quindi individuai i resti sbranati di Daniela ancora sul pavimento. La tigre, distesa a pancia in su, ruttava oramai sazia.

Riflesso sul muro

Ti osservo nello specchio, ti ho osservata nello specchio. Sei bianca come un petalo di camomilla. Non ho letto i tuoi libri, ma ti ho vista in Tv: io cambio canale quando inquadrano te. Accettalo, quelli come me non si affezionano mai. Vivo fuori città, in un’altra città, dove i pusher sono gentili e le puttane ballano il cha cha cha. Ho un pupazzo di Topolino, la felpa di Pippo. Ascolta i Pantera e guido un Maggiolino. Sono solitario come un peschereccio nei giorni di pioggia. Se la megera ci becca, la passiflora si secca. I miei amici in fila per ordinare una birra, ma preferisco il piscio a una maledetta cameriera isterica. Oxford, Manchester e Parco Sempione, due dita di bourbon e un altro spinello. Riflesso sul muro, tra i poster dei Jam: il mod è morto, Paul Weller non lo è. Non esiste un concetto mai cantato da Vasco, e per la fisica o la filosofia studiate Battiato. Nelle nostre canzoni non canteremo mai “baby” o “love“, o altri concetti che non sono Punk. Ma a trent’anni imbracciamo la chitarra acustica, o peggio l’ukululele, e produciamo latte alle ginocchia non pastorizzato, nemmeno stoccato.
L’ansia in blister da dodici compresse, il gatto che preferisce Barry White alle mie coccole, l’ennesima fidanzata vegetariana che non mangia il mio uccello.
La chitarra acustica che arde nel camino. L’ukululele ficcato in culo al trentenne: ha rotto i coglioni con Somewhere over the rainbow. La band punk diventa dentista, maresciallo, disoccupato e moglie del disoccupato. Battiato in parlamento, Vasco ancora Vasco, Paul Weller sulla cresta dell’onda nonostante la crisi del genere mod. Riflesso sul muro, il testo dei Jam. Rollo ancora, mi sbronzo, Alexanderplatz, Bristol, Cardiff. La cameriera sbocchina un mio amico, la birra che ancora non arriva, il mio amico viene in bocca sulla cameriera. Compriamo un cactus, alla faccia della megera. Siamo soli come marinai all’alba. Vendo il maggiolino, vado al concerto degli Iron. Ho il feticcio di Minnie, Coed, ma mi farei Nonna Papera, Gilf. Stanco di vecchie mignotte, e spacciatori di crack, lascio questa terra per un’altra terra. Quelli come me non li dimentichi mai, lo ribadisco. Non hai conosciuto i miei amici, non mi hai mai visto bisticciare al Luna Park: o cambio argomento quando ne parli. Sei scura come una scure. Ti osservo nello specchio, frantumerò il tuo specchio.

B(rigitte). B(ardot).

Sponge Bob in Tv, tè freddo sul tavolo, te calda sul letto. Uno scenario simile a un film con Penelope Cruz e Banderas. Ma io non sono Banderas, né tu la Cruz. Fumare tonnellate di Winston in attesa che ci venga voglia di sporcare un altro preservativo: i Pantera nelle stereo, mentre Patrick riesce a far la doccia alla lumaca. Mi guardo i dorsi unti di fancazzismo, così lisce e borghesi. Le unghie pulite di chi non mette da tempo le mani nel grasso. Tu sembri Bridgitte Bardot, anche se scopi meglio della Bulgari. Un enorme incendio estingue la sete di sapere dei cattolici, nonché il meglio del Peripato. Bob Marley tatuato sotto una frase di Vasco. T’immagini? No, non immagini, ma dormi. Sorrido e ripenso all’ipotenusa, ma solo perché le tue cosce sono cateti, e il mio angolo è retto dopo aver visto il tuo seno: battute da ingegneri. Metto in carica la macchina dei sogni. Un’enorme carrucola abusiva mi aiuta a sollevare il peso di tuttiggiorni, quello di cui parla laggente! Sorrido, penso a quel vecchio brano dei Modena… al passo un po’ rude della gente di mare. E a quel giorno di pioggia, in cui ti ho conosciuta. Al tuo primo sms, ma anche all’ultimo. Ti osservo dormire come se fossi morta. O come se fossi morto io, e vegliassi da fantasma sulla tua venerabile insofferenza. Non potrei stare con te per un solo secondo della mia vita, eppure me la prendo perché non vuoi stare con me. . Cani che mostrano i denti, messicani che cucinano piccante. Due medici di origini siciliane che canticchiano Vecchioni, mentre la canzone d’autore scivola indifferente tra i Fedez e i Rovazzi. Carcerati che osservano i figli da dietro le sbarre, fieri dell’amore incondizionato. E dall’esterno, libero eppure prigioniero, osservo il tuo nome che mi sono tatuato sul dorso dell’anima, ritoccato con ogni singolo “grazie” che mi hai dispensato nel corso degli anni. Eppure vorrei tornare all’ultima volta in cui ti ho incontrata per strada, o a poco fa, mentre ripulivi il tuo seno dalle gocce di sborra, o all’origine patologica di ogni singola nauseante ossessione che abbaglia il mio buon senso. O più semplicemente, frugherò nella tua borsa ancora una volta: hai mica un’altra Winston?

Corri Ozone!

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Quando l’incipit è l’egoismo, l’explicit è sempre il senso di colpa. Anticipi morbosi, l’egoismo in liturgie. Il sonno che è solo dei giusti, perché quelli sbagliati sono troppi. Occhiaie che parlano di stato sociale, retorica da film restaurati, incensurati di bigottismo, come medici educati alla mungitura. Disillusione come nuova religione, un treno che si guasta a cento metri dalla stazione. La filosofia del perdente, stadi del lutto ancorati a “l’accettazione”. Il vagare solitario nell’impotenza del libero arbitrio, un lieto-fine peggiore del dramma, titoli di coda ad asciugare le lacrime. Il badante dei nostri incubi mai abbastanza stanco, perennemente in veglia ad alimentare il falò delle speranze disattese, della sodomia antropologica cortese. Il pane comprato al forno, profumato e fragrante, anche se qualcuno ha sputato nell’impasto. Veicolare ebola: coccolarlo come un bravo virus, iscriverlo alla scuola delle malattie mortali. Le foto di gruppo con il primario, il paziente, il becchino. L’ultima visione del film preferito, il commosso ricordo di chi ti vede morto prima del tuo tempo. Evitare i tatuaggi, i fiori, ma non le opere di pene. Il sapore distinto del mare, sulla pelle e nelle orecchie, come un eco che non cade in distorsione, come il sesso alimentato dalla perversione, la felicità come fenomeno di immersione, la vita invece sinonimo di corrosione.
Perché mai tornare a casa, addormentarsi, e risvegliarsi che manca un giorno di meno? Quando l’incipit è l’edonismo, l’explicit è sempre l’orgasmo.

La figa o la fica? Chiedete a Michele.

Andavo a dormire certo che il videoregistratore si sarebbe acceso da solo alle 2:55, cinque minuti prima della replica di Help. Tempi da brufoli e topexan scanditi da padre Red Ronnie, che nel cuore del pomeriggio ospitava gente come i Blur e i Porcupine Tree. Difficile allora concentrarsi sulla versione di Livio. Ancora meno su quell’aoristo che, dio santo, non riconoscevo mai quando capitava all’interrogazione. E poi c’era la prof di filosofia, quella che affermava di essere stata un’ottima surfista da giovane. Quella che “se studiate, vi metto almeno 4”. Grazie al cazzo: se non studiamo, ci condanni a morte? Troia!!! Poi c’era lei, C. Era molto convenzionale per l’epoca. Metallara, capelli che sembravano lavati con il sapone di Marsiglia, e il piercing al labbro che faceva davvero differenza quando ti baciava. Nel frattempo, bacio dopo bacio, l’estate precedente si allontanava, e quella successiva sembrava non voler arrivare mai. Aspettavamo Giugno fumando le Marlboro. Non avrei fumato altro, se non le Marlboro: quelli che fumavano le Diana, erano gli stessi che si fidanzavano con le ciccione disperate. Ciccione disparate. Ciccione sparute. Ciccione sparite. Nascosto nei bagni, che profumavano perennemente di merda e varechina dozzinale mischiata ad altra merda, c’era sempre quello che aveva il fumo in tasca. Era il pusher. Ti vendeva quello che chiamava “il cinquino”, anche se tu odiavi chiamarlo “cinquino”. In effetti odiavi lo slang in generale, che non si capiva mai un cazzo a furia di “tranqui zio”. E pensare che J Ax con il “tranqui zio” ci va avanti ancora oggi. Ci sentivamo tolleranti (e tollerabili) come il Nanni Moretti che si infervora per un “La Silvia”. Che poi aveva anche ragione (il) Michele, diamine. Figa o Fica, cagare o cacare, c’era una discreta differenza territoriale. La figa o la fica? Noi sardi, per non sbagliare, lo chiamavamo cunno, al maschile. Ed era questo il problema: allo slang mischiavamo i nostri millemila incomprensibili dialetti. Era una perenne attitudine al corporativismo linguistico. Era una crociata generazionale verso l’incomprensibile. Vittime erano i nostri genitori, adulti patetici, che cercavano di stare al passo. Per sfortuna dei miei, parlavo italiano, non dialetto, non slang. E bestemmiavo parecchio, in maniera piuttosto colorita. Imitare il mio modo di parlare, non avrebbe certo giovato alla loro reputazione. I peggiori erano però quelli che guidavano la Vespa. La Vespa 50 truccata. Dicesi gente che non poteva permettersi la Cagiva Mito. Con carburatori e finali, in officine di periferia, con quei calendari appesi che mostravano le tettone nude, rosicchiavano (rosicavano) manciate di km/h ad affari progettati per muoversi poco più rapidi delle biciclette. Erotici forse, ma poco eroici. Per nostra fortuna, avevamo eroi in saldo: il Che, Gesù (non io), Vasco, Pete Sampras, Paolo di Bim Bum Bam (sì, Bonolis). E i nemici erano piuttosto definiti: Fiorello, Alain Prost e Saddam Hussein. Per Berlusconi era ancora presto. Doveva prima vincere le elezioni del 2001, dopo essersi incazzato con Travaglio e Luttazzi: mancava quasi un lustro a quell’epica puntata di Satyricon. Nel frattempo al cinema usciva Titanic. Ma noi ci chiudevamo nelle biblioteche di periferia a vedere e rivedere Trainspotting. C’era chi leggeva; chi si vantava di saper fare la pastasciutta; chi taceva sulle molestie sessuali subite a casa, scuola o chiesa. Tutto finì con la prima scopata, quando diventammo uomini con l’insicurezza maiuscola. Da allora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.

Rock and roll star.

Parzialmente ispirata da Don’t Look Back in Anger, nel blog meraviglioso di Quidmarino

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Vivi la tua vita in città, senza alcuna via di uscita.
Le serate le trascorri al bar. Frequenti gli amici di sempre, che poi non sono nemmeno amici, ma una compagnia. Le amicizie non esistono, solo persone con cui sprecare assieme il troppo tempo inutile. Non hai una persona a cui confidare i tuoi tormenti, e perciò bevi.
Da queste parti chi lavora in un pub raccoglie più confessioni dei preti, nonché consensi. Fai la comunione con i chips & fish, che sono tanto fottutamente buone da lasciarti credere che forse siano più adatte dell’ostia per il ruolo di Corpo di Cristo.
La rissa non è una deriva sociale, ma puro folklore. Non ci si picchia per rabbia, ma per tenersi allenati a vicenda. Si fa a botte finché non si perdono i sensi. E spesso chi ti manda KO veglia su di te finché non ti risvegli. Poi tornate a casa assieme, chiamandovi “amico” a vicenda.
Chiudi la giornata in mutande, dopo aver lavato i denti, ascoltando una di quelle stazioni radiofoniche che mandano Bowie, poi i Quiet Riot, ancora Bowie, i Joy Division, Bowie e i Mott The Hoople (la canzone con Bowie).
L’ultima sigaretta la condividi con l’emicrania da sbronza e rissa, rimasticando un’immagine mentale color porpora, tagliata come i vecchi filmini della tua infanzia, sui Super8. Quei filmini con la tua famiglia sorridente e tutt’altro che felice. La famiglia appunto, quella roba a cui tu non pensi mai. Del resto hai visto come sono finiti Ian Curtis e Deborah: prima o poi si incontra Annik.
Però non sei solo. Hai una fidanzata di cui non conosci il secondo nome, né il cognome, né l’indirizzo di casa. Ci stai assieme perché scopa bene, anzi, perché non le fa schifo scopare con te. Vi vedete ogni tre giorni. Vi divertite per venti/trenta minuti e poi vi rilassate con qualche sterlina d’erba. A volte lei ti telefona, ma solo se ha bisogno di un passaggio. Tu invece non la chiami mai. Del resto non avresti nulla da raccontarle. Non sei mica bravo con le parole. Ogni volta che vuoi esprimere un’emozione, accendi lo stereo e lasci che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Tu ti limiti a livellare il volume, rigorosamente fastidioso. Se sei incazzato, lasci che i Sex Pistols urlino al tuo posto. Se sei triste, assecondi la malinconia dei Bahuaus. E quando sei felice… beh, non sei mai felice.
Sei il re del cibo in scatola. Sei quel genere di personaggio che alle diete macrobiotiche preferisce il digiuno. Non sei mai andato a correre in vita tua. Lo sport lo segui solo in Tv. Quando vai a giocare a calcio, lo fai nella speranza di fare a botte con i ragazzi dell’altro rione. Hai trascorso gli anni della scuola ad annusare il meglio della letteratura inglese, ma poi hai scoperto il punk, il glam e il glam in chiave punk. Hai imparato l’importanza del muro di chitarre, e di testi privi di senso come quello di Supersonic. E c’eri anche tu a Knebworth Park, assieme ad altre 165000 persone, ad osservare i fratelli Gallagher mettere in scena una set list da serata al club, suonata freneticamente. Gli Oasis che quella notte ribadirono con un ruvido rock and roll quanto gli inglesi siano probabilmente animali da Pub anche nei grandi spazi. E tu in mezzo, a brillare, come una delle 165000 stelle del Rock and roll. Quella notte eri una stella del rock and roll e nient’altro. Solo una stella del rock and roll. E alla fine, sulle note di I am the Walrus, eri ancora ubriaco di Champagne Supernova.

Oasis – Rock and roll star.

I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
You’re not down with who I am
Look at you now you’re all in my hands tonight
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll

Gli amanti dell’ora di pranzo – La ballata del cornuto.

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Romanticismo rubato a Maverick, sulle note malinconiche di take my breath away,
che qui le candele non creano l’atmosfera, ma sopperiscono l’assenza di plugin.
Studio aperto in sottofondo mentre lei te lo succhia, che “hey, a Milano c’è caldo”.
Siamo quelli che scopano all’ora di pranzo, mentre tu, marito della nostra partner, sei in ufficio.
Siamo quelli che tua moglie non la vediamo ingrassata, ma sempre più prossima a un’eccitante vacca da monta.
Siamo quelli che si portano un asciugamano da casa per non macchiarti il lenzuolo di sborra.
Siamo quelli che le succhiano il clitoride finché lo dice lei, non finché ne hanno voglia.
Siamo quelli che non si formalizzano a fottersela anche quando ha le sue cose.
Siamo gli angeli custodi della tua inutile relazione.
Siamo i becchini della vostra vita coniugale oramai deceduta.
Se torni a casa, e tua moglie sorride entusiasta, siamo stati noi.
Se credi che ultimamente lei abbia meno voglia di te, sbagli: siamo stati noi.
Se lei non ha nulla contro l’ennesima partita di calcetto, o il poker, o la cena da tua madre, o che vai a puttane ad Amsterdam, siamo stati noi.
E se trovi un bicchiere sporco di troppo poggiato nel lavandino, siamo stati noi. E no, non è yogurt… ti sconsiglio di assaggiarlo.
Ma soprattutto, se il tuo matrimonio è in crisi, ma sei troppo pavido da divorziare, ci pensiamo noi.
E non vogliamo essere pagati. Né ringraziati. Né encomiati. O premiati.
Per noi è sufficiente che continuiate a non soddisfare le vostre mogli.
Grazie di esistere, cornuti.

Immagine presa da Qui.

La rompipalle – Parte 2

Klaudia ci mise poco ad ambientarsi. Scelse una scrivania e la liberò da ciò che definì “inutile ciarpame”; malauguratamente l’inutile ciarpame era il progetto di un collega di origini irlandesi, il quale non fu felice di ritrovare il lavoro di mesi gettato malamente in un angolo.
«Ti ha dato di volta il cervello?» chiese infatti avvicinandosi alla finnica.
Klaudia scosse il capo. «Volevo star qui», rispose laconica, continuando a lavorare e non prestando un solo sguardo al collega furente.
«Io ti cavo gli occhi, puttana bionda», minacciò lui.
La scandinava lo osservò, sorrise e mostrò il dito medio della sinistra. Alla luce di ciò, Connor, così si chiamava il collega, afferrò uno dei disegni a cui lavorava la bionda e lo appallottolò, gettandolo poi nella pattumiera.
Klaudia, irritata, non reagì immediatamente, ma qualche giorno dopo rovesciò una tazza di tè caldo sopra le carte che affollavano la nuova scrivania del collega. Lui si vendicò passandole alcuni appunti nel tritacarte; lei rilanciò riempiendogli la scrivania di colla.
I dispetti terminarono quando Janet minacciò di licenziare entrambi.
Piuttosto felice dell’assunzione di Klaudia fu invece Max, il capoufficio italoamericano. Max era un quarantacinquenne corpacciuto e insicuro. Si sentiva un discendente di Rodolfo Valentino, ma era più che altro la controfigura del Commissario Winchester. Fiero delle proprie origini, quasi impropriamente, rappresentava quel genere di individuo spedito sul pianeta terra per screditare la leggenda metropolitana “italians do it better“.
Ovviamente, ritrovandosi in ufficio una bionda con seno da pornodiva e visino da bambola, non ci mise molto a partire all’assalto di quello che definiva “un gustoso bocconcino”. Purtroppo per lui, il bocconcino aveva una sessualità piuttosto complessa. Ci sarebbero state parecchie spiegazioni da dare, ma Klaudia rifiutò l’invito a cena con un semplice “no grazie!”
«E perché mai?» incalzò Max con presunzione. «Magari ci divertiamo!»
La finnica sbuffò infastidita. «Ripeto: no grazie!»
«Secondo me ti farebbe bene uscire a cena con qualcuno» insistette il capoufficio.
«Ho già risposto», concluse lei sbuffando.
Giorno dopo giorno l’inglese della bionda migliorava, anche se caratterizzato da frasi piuttosto brevi. In realtà quest’ultimo era quasi un vantaggio, vista la fastidiosa assenza di diplomazia che la contraddistingueva. Lo scoprì malamente Max, quando tornò alla carica con un altro invito a cena. Quella volta la finnica fu molto meno gentile che in precedenza: «sei troppo grasso», affermò senza mezze misure, «sarebbe molto imbarazzante».
Klaudia avrebbe trovato imbarazzante osservare l’italo-americano mangiare. Dal suo bizzarro punto di vista infatti, le persone sovrappeso tendevano ad abbuffarsi grossolanamente come cartoni animati, in una maniera piuttosto grottesca. Il resto dell’ufficio però suppose che quel “molto imbarazzante” fosse invece riferito a un eventuale amplesso. In effetti Max pesava due volte Klaudia, e da nudi facevano una figura piuttosto differente.
La sola che non pensò al sesso fu Kori. Kori era una designer nata e cresciuta a Yokohama, ma trapiantata a Boston nella seconda metà degli anni ’90. La giapponese osservò a lungo la finnica, studiandone il comportamento. Ne apprezzò la solitudine, la passione per il black metal, di cui Klaudia si nutriva quotidianamente per darsi la carica sul lavoro, i riti bizzarri come il pranzo alle 11 del mattino e gli addominali alle 15. Ne intuì anche la sessualità, in particolare scrutandone le reazioni al cospetto dei clienti e, soprattutto, delle clienti. Tuttavia, per quanto avesse il dubbio, non fu mai completamente sicura che Klaudia fosse effettivamente lesbica.
Ma il giorno in cui una giunonica cinquantenne dai capelli rossi mise piede in ufficio, Kori trovò conferma alla propria impressione. La rossa, nota arredatrice di uno studio associato, era una figura carismatica, dominante e affascinante. Era ancora una bella donna, piuttosto raffinata ed elegante nell’abbigliamento e nel modo di parlare. Kori scrutò meticolosamente le reazioni di Klaudia alla presenza della cinquantenne: arrossiva spesso, ridacchiava nervosamente, appariva fisicamente rigida e impacciata nel parlare. Soprattutto sembrava “accendersi” quando la rossa si rivolgeva a lei con frasi imperative.
Così qualche giorno dopo, durante la pausa pranzo, la giapponese rimase sola con la scandinava e affrontò la questione.
«Sei gay!» dichiarò sottovoce, sorridendole teneramente.
Klaudia annuì. «Non esattamente», le rispose imbarazzata.
Kori le sorrise ancora, ma stavolta senza tenerezza. «Se lo scopre Janet, sei fottuta, tesoro»

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