Le dimensioni contano – Parte 48

«Ciao!» salutai sorridente, dopo essermi voltata.
Gabriele era sempre Gabriele. Era perfetto in completo azzurro e camicia nera. Biondo, alto, in forma, portamento elegante e sguardo carismatico. A trent’anni era al top del proprio fascino. Tra le altre cose aveva anche un buon profumo, nonostante fosse sudato per via del lavoro.
Eppure c’era una nota stonata in quella sinfonia di muscoli e avvenenza: la fede al dito. Gabriele era sposato, ciò mi ferì. Non avevo alcun diritto da reclamare, dunque la mia fu una reazione irrazionale. Però lo amavo, ne ero certa, dunque restai spiazzata alla vista dell’anello. Avrei voluto dire un sacco di cose, ma non mi venne alcuna parola.
Parlò lui invece. Tra noi c’era una faccenda in sospeso, anche se ne ero all’oscuro: «se volevi sparire, perché tutta la messinscena di chiedermi il numero?» chiese bruscamente. «E perché a quella maniera?»
Non avevo assolutamente idea né della messinscena, né tanto meno della “maniera” a cui faceva riferimento lui. Conoscendomi, potevo solo ipotizzare che non avesse torto. In fondo sarebbe stato sufficiente prendere ad esempio un solo episodio della mia esistenza, anche non di stampo affettivo, per constatare la mia assoluta capacità di incasinare le faccende o di comportarmi in maniera subdola e irritante.
«Mi dispiace tanto!» dissi allora.
Gabriele scosse il capo. «Tu mi piacevi davvero», ammise. «Sei una bella donna, sei divertente e sei…»
«…una gran porca a letto?» provai ad aiutarlo.
Rise. «No!» affermò poi. «Cioè sì, sei anche una gran zozza», si corresse leggermente imbarazzato, «ma sei soprattutto una delle persone più cristalline che conosco», continuò con tono sommesso. «Hai mille difetti, ma non sei una che finge: quando sembri incazzata, sei incazzata; quando sembri felice, sei felice; quando sembri eccitata, sei bagnata come il Tikitaka», concluse.
Sollevai le spalle. «Si chiama Titicaca comunque», lo corressi. Poi sorrisi, e mi ricordai del mese trascorso da sposati, anche se era passato un decennio. E alla fine ciò gli che dissi venne fuori spontaneo: «per me sei importante in tutti gli universi!» rivelai.
«Cosa significa?»
Significava che in quell’universo non conosceva il mio segreto, e che dunque era il caso di andarmene via. Mi avvicinai e lo baciai su una guancia. «Abbi cura di te!» dissi delusa. Quindi mi voltai e feci per allontanarmi.
«Aspetta», mi pregò lui, afferrandomi per il polso della dritta. «Sono sette anni che ti cerco, Cristo santo. Sei sparita nel nulla…» continuò con tono meno ostile. «Dimmi almeno perché non mi hai contattato».
Mi girai nuovamente verso di lui.
Avevo gli occhi rossi e gonfi, forse lucidi, ma non piangevo. Volevo dirglielo, in fin dei conti non avevo nulla da perdere. «Perché io viaggio tra gli universi. Quando ho le mestruazioni salto in una dimensione diversa da quella in cui sono stata nel mese precedente. Quindi la donna che non ti ha contattato negli anni non sono io. Né sono quella che hai incontrato sette anni fa. E sappi che se io e te ci frequentassimo, tra venti o venticinque giorni avresti a che fare con una che non sono più io», rivelai in modo concitato e confuso. «Ho una figlia che potrebbe essere tua, ma non lo so», aggiunsi. «Quindi non farmi domande complicate, perché non so più un cazzo della mia vita, ok?»
Silenzio.
Non so cosa mi aspettassi. Forse una scena tipo film con Meg Ryan, dove il bello di turno abbraccia la protagonista e le dice qualche vaccata melensa. Ma non accadde. Gabriele fece due passi indietro, letteralmente. Poi mi guardò in un modo che non dimenticherò mai. I suoi occhi chiari, che constatai assolutamente identici a quelli di Luce, trasudavano soprattutto pietà, come se avesse a che fare con una pazza, con una schizofrenica.
«Hai bisogno di aiuto», disse infatti.
«Assolutamente», conclusi sibillina. «Ti amo», sussurrai senza ottenere risposta, prima di congedarmi.
Non ricordavo di aver mai pronunciato un “ti amo” in tutta la mia vita. Magari era successo, ma era stato importante o sincero, dunque non lo ricordavo. In trent’anni avevo provato la cocaina, la promiscuità, l’omosessualità, l’omicidio, la disabilità, la maternità, l’essere stuprata; ricordavo anche di aver amato, ma mai di averlo affermato esplicitamente. C’è sempre una prima volta, anche se accade a trent’anni.

Alcuni giorni dopo accompagnai mia figlia in palestra. L’avevo iscritta al minivolley, sperando che si limitasse a schiaffeggiare solo la palla e non le coetanee. Uno degli istruttori era Max, con cui ero stata fidanzata a lungo molti universi prima. Fu molto appagante incontrarlo, se con “incontrarlo” si intende “dargli il numero di telefono e il mattino dopo prendere mezza giornata di permesso dall’ufficio per un bocca-fica-culo in un B&B poco fuori città”.
«Quando ci rivediamo?» mi chiese infatti quel giorno, affiancandomi dopo aver ordinato alle bambine venti giri di campo che, conoscendole, non avrebbero mai completato.
«È un “l’altra volta mi sono divertito parecchio”?» stuzzicai.
Rise. «Qualcosa di simile», replicò, prima di dover mettere in bocca il fischietto.
Due bambine avevano cominciato ad azzuffarsi, e si rotolavano sul parquet tirandosi reciprocamente i capelli. Urlavano come se fossero possedute. Una delle due era Luce; l’altra si chiamava Jessica e aveva una faccia che mi sembrava piuttosto familiare.
«Mi ha chiamato “bastarda”», protestò mia figlia quando le separammo.
«Ti sarai sbagliata, tesoro», disse la madre di Jessica, una cicciona cotonata che mi ricordava qualcuno.
«Carolina!!» affermai infine. «Sei viva?»

I capitoli con Max qui e qui.

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Le dimensioni contano – Parte 47

Dovevo scegliere se essere altruista, egoista, entrambe le cose, o nessuna delle due. Dovevo anche pesarlo bene l’altruismo, perché avrei dovuto scegliere se rispettare o meno le ultime volontà della mia vecchia, quelle che avevo letto prima di entrare nella cuspide. Inoltre si trattava di mia madre, una che si sarebbe lasciata uccidere dall’elica di un motoscafo pur di non darmi la soddisfazione di un “grazie” per averle salvato la pellaccia.
In ogni caso, l’avevo cercata, dunque dovevo pur dirle qualcosa.
«Volevo sapere se ti serve una mano con il digitale terrestre?» le chiesi quindi.
«Ci ha pensato il tuo ex, Gianni», replicò lei. «Tutto qui?»
Ok, forse potevo prendere due piccioni con una fava. Ma non avevo intenzione di tornare con Gianni, anche se mi bagnai come le cascate del Niagara pensando a quel ciccione minidotato che mi sbatteva mentre Luce dormiva nella stessa stanza. Riguardo alla mia vecchia invece, potevo salvarle la vita, ma non lo feci. Replicai «tutto qui, a dopo!» e chiusi la chiamata. Erano le dieci e trenta del mattino e ogni minuto che trascorreva continuavo a ripetermi lo stesso identico concetto: “è ancora viva. Chiamala e mettila in guardia!”
A un certo punto composi anche il numero, ma non premetti il tastino verde che faceva partire la chiamata. Sapevo che, salvo colpi di scena, mia madre sarebbe morta sul colpo, senza rendersene conto. La sua vita sarebbe finita all’improvviso, serenamente, mentre faceva qualcosa che la rendeva felice.
«Ciao mamma!» affermai asciugandomi le lacrime e mettendo via il telefono.
Per il resto recitai.
Finsi di cadere dalle nuvole sia quando ricevetti la notizia, sia quando il notaio mi chiamò per il testamento e per le ultime volontà della mia vecchia. Le parole e le volontà di mia madre erano identiche a quelle che avevo letto prima di entrare nella cuspide. Quindi, esattamente come allora, non organizzai alcun funerale e feci cremare ciò che restava della salma. Quindi allertai mio padre mandandogli un’email.
Tutto come già vissuto prima di entrare la cuspide.
Così mi ritrovai al Lido di San Giovanni, ad Alghero, a spargere le ceneri. Lì incontrai nuovamente mio padre, come già successo. Era anche conciato alla stessa maniera: jeans, camicia e piedi nudi.
«Sei tu che mi hai contattato?» chiese.
«Sono io», confermai. «Mi dispiace se ti è sembrato un metodo freddo per avvertirti, ma non sei parte della nostra esistenza», mi giustificai.
Non replicò a quelle mie parole. «Ho un ricordo vago di tua madre», osservò invece, piuttosto algido, «ma effettivamente tra noi è accaduto qualcosa, ma non credevo che…»
«…che sarei nata io!» conclusi.
Esattamente come la volta precedente fece un cenno d’assenso, ed esattamente come allora chiese «posso offrirti un caffè?»
«Volentieri!» risposi però, cambiando le cose, o magari compensandole.
Così, davanti a un marocchino e un cappuccino, gli parlai di me, di Luce, di mamma e di mia nonna materna. Principalmente inventai, perché non avendo letto il quaderno con Snoopy in copertina, non avevo assolutamente idea di come potessero essere le nostre esistenze. Cercai di restare sul vago, confortata anche dal fatto che mamma e nonna erano ormai cibo per vermi, e che dunque non ci fosse probabilmente nessuno capace di smentire ciò che stavo dicendo a mio padre.
«E tu?» gli chiesi poi. «Che persona sei?»
«Sono un infermiere sposato con un medico. Ho due figli e mi piace il parapendio», affermò senza affetto, quasi forse a ribadire che, DNA escluso, tra noi non ci fosse alcun genere di legame. In fin dei conti erano trascorsi trent’anni da quell’unica volta che si era scopato mia madre.
«Se vuoi venire a trovarci, ci farebbe piacere», proposi comunque.
Mi sorrise vistosamente imbarazzato. «Tua madre era una bella donna, e magari anche una brava persona. Ma per me è stata la storia di una notte, anche se sei nata tu», disse con franchezza. «Se mi avesse contattato per occuparmi di voi, se lo avesse fatto all’epoca, mi sarei preso le mie responsabilità», aggiunse. «Se non è accaduto, significa che tua madre non voleva ci frequentassimo», concluse.
Conoscevo quelle parole. Le avevo pronunciate io due universi prima. Però due universi prima ero sola e non mi importava di nessun’altra persona che non fossi io; ma ritrovando Luce, mi sentivo responsabile nei suoi confronti. Si assomigliavano i due universi, ma erano anche profondamente differenti.
«Non voglio che ti comporto da padre con me», gli dissi. «Ma vorrei che mia figlia avesse un nonno. Non far pagare a lei l’egoismo di mia madre».
Era un signor discorso, volendo, oppure semplicemente tante belle parole messe lì così a beneficio di nessuno.
Alla fine dovetti rivalutare la mia vecchia. Mia madre non mi aveva tenuta lontana da mio padre per egoismo, per calcolo o per chissà quali strambe ragioni. Mi aveva tenuta lontana da lui semplicemente perché sapeva che se ne sarebbe sbattuto.
In tutti gli universi in cui capitai, Papà non conobbe mai Luce, né si fece mai vivo anche solo via posta elettronica per chiedere se stessimo bene o male. Gli mandai due volte gli auguri per Natale, ma non mi rispose. Alla fine lasciai stare.

Tornando però al giorno di quel caffè, che poi erano cappuccino e marocchino, capitò un episodio piuttosto particolare mentre rientravo da Alghero. C’erano delle case in costruzione all’ingresso di Sassari, e il cartellone con la grafica del come sarebbero state mi incuriosì. Non sono mai stata una che si lascia abbindolare dalla pubblicità, ma quella volta fu diverso. Rallentai e parcheggiai vicino al cantiere.
«Perché sei qui?» chiese qualcuno alle mie spalle.
Era Gabriele.

Le dimensioni contano – Parte 46

Quel bang; quello sparo secco che profumava di polvere bruciata e metallo; quel colpo di pistola che fischiava nelle mie orecchie per pochi frame esistenziali; quella pallottola in acciaio sfumato rossastro che si avviluppava attorno al proprio asse; quel proiettile che si muoveva quasi al rallentatore in direzione del mio viso; insomma, quel bang fu l’ultima percezione, l’ultimo sentimento e l’ultimo istante che trascorsi nella cuspide. Non ci entrai mai più.
«Cazzo!» berciai di soprassalto quando mi risvegliai.
«Mamma», rispose un’assonnata giovane voce femminile.
Nel letto di fianco al mio individuai Luce, mia figlia. Era tornata; o meglio, ero io a essere tornata in un universo dove c’era lei. Sorrisi e mi commossi. Avrei voluto abbracciare la bambina e riempirla di baci. Ma la osservai chiudere gli occhi e riaddormentarsi: non mi andava di disturbarla. Tempo minuti e anche io ripresi sonno.

Al risveglio feci il punto della situazione. Diedi però prima fuoco al famigerato quaderno con Snoopy in copertina, senza nemmeno leggere cosa ci fosse scritto all’interno. Volevo scoprire le cose man mano che accadevano, perché sapevo che le altre me potevano mentire oppure omettere. Restando in argomento “bugie”, mia madre era teoricamente ancora viva. La cuspide mi aveva infatti rispedita indietro nel tempo di cinque giorni.
«Mi prude il culo!» osservò elegantemente quella principessina di mia figlia, un’oretta più tardi, mentre le abbottonavo il grembiule azzurro.
«Non si dice, tesoro», la ammonii dolcemente.
«Lo dici di continuo», osservò lei, pedante e irritante. Era tutta sua madre.
Le diedi un bacio sulla fronte. «Non fare come me!» suggerii con fermezza.
Accompagnando Luce a scuola feci alcune considerazioni: uno, dovevo comprare un New Beetle, perché il Mini aveva una frizione troppo pesante; due, ero credente, perché in caso contrario non potevo giustificare il rosario impiccato al supporto dello specchietto retrovisore; tre, mia figlia adorava i Modà e Caparezza, che personalmente consideravo come il mio atroce anticipo di pena infernale. Ma se la frizione del Mini mi stava affaticando i polpacci, la famigerata Vengo dalla Luna mi stava frantumando le ovaie, e Luce che ci cantava sopra non mi era d’aiuto.
«Perché non cambiamo stazione?» proposi.
«Perché non stanziamo cambione?» replicò la bambina in modo irridente, prima di sollevare il volume da 4 a 8.
Mi irritai. Mi chiesi come mai le precedenti me non avessero sentito l’istinto di soffocare Luce nel sonno, trasformandola invece in una scassapalle di fame mondiale. «Piantala», dissi severa. «O ti faccio il culo piatto a suon di calci in culo».
«Hai detto “culo”!» affermò divertita prima di sputarmi una caramella contro la tempia.
«Ora ti ammazzo», minacciai. Tuttavia lasciai stare, anche perché nell’universo in cui mi trovavo l’infanticidio era illegale.
La situazione non migliorò certo quando arrivammo a scuola. Ebbi appena il tempo di ascoltare mia figlia dare della “mongoloide” a una coetanea, tra l’altro dopo averla spinta violentemente contro un parete, che venni convocata dalla maestra.
Ero piuttosto abituala alle stranezze degli universi paralleli. Dunque non mi sorprese trovarmi al cospetto della moglie di Ivan; né mi scandalizzò la foto sulla sua scrivania: Ivan era ancora vivo, e si faceva immortalare seduto in un prato assieme a moglie, cane e due figli vestiti da bambolotti froci.
«Di cosa voleva parlarmi?» chiesi.
«Tua figlia è eccessivamente aggressiva!» affermò preoccupata la moglie di Ivan, anche se guardandomi con una certa dolcezza. «Ed è perfida in maniera irragionevole. Dovresti farla vedere da uno psicologo, perché in caso contrario dovremmo espellerla».
Sollevai le spalle. «Cercherò di essere più severa», promisi.
Mi fissò e scosse il capo, sorridendo in modo materno. Era strano, ma quella donna era stata un pezzo importante del mio passato, sia come moglie del mio amante, sia come amante a sua volta. Eppure in quell’universo non significavo niente per lei: non ero che una delle tante madri con le quali aveva a che fare ogni giorno.
Gli universi mi avevano insegnato che potevo essere speciale oppure insignificante all’interno dell’esistenza della medesima persona. Era sempre e solo una questione di circostanze.
«La bambina sta soffrendo», disse ancora la moglie di Ivan. «Le manca il tuo compagno», rivelò.
Feci un segno di assenso con il capo. «Lo so», mentii, perché non aveva assolutamente idea chi potesse o meno essere stato il mio compagno. Forse non era stata un’ottima idea eliminare il quaderno con Snoopy in copertina senza nemmeno dargli un’occhiata. Ma oramai non potevo più tornare indietro, a meno che non rientrassi nella cuspide. Promisi alla maestra di Luce, aka moglie di Ivan, aka mia ex lesbo-scopamica, che avrei provato ad arginare la prepotenza di mia figlia, quindi mi congedai.
Composi il numero di mia madre, ma non rispose. Riprovai, ma nulla. Mi richiamò dopo due ore. «Sto andando a fare un’immersione», disse la mia vecchia concitata, ma felice. «Dovevi dirmi qualcosa?»
Risposte possibili:
1. un motoscafo sta per macellarti;
2. ho bisogno di te per sapere chi era il mio compagno;
3. volevo solo augurarti una buona giornata. Già che ci siamo, buona immersione.

Le dimensioni contano – Parte 45

«Quelle come noi non figliano dal marito. E c’è sempre un amante di mezzo», spiegò mia madre.
«Sono un’eccezione magari», ipotizzai. «Tu e nonna avete avuto una figlia. Io invece ho avuto un maschio».
La mia vecchia mi fissò perplessa. «Tu dopo aver partorito sei andata a Londra a cercare quel tizio biondo, Gabriele, no?»
Sospirai. «Anche se è inquietante, riesco a far sesso con Gianni», replicai. «E visto che non c’è traccia di Gabriele negli universi dove sono stata negli ultimi anni, trovo molto più probabile che sia Gianni il padre di mio figlio», affermai esasperata. «E comunque se non lo fosse, non mi fregherebbe un cazzo!»
Era vero. Avevo trent’anni ed ero stanca dei colpi di scena. Qualsiasi cosa mi aspettasse, non sarebbe stata meno pesante di ciò che avevo già passato. Soprattutto perché inseguire e cercare le persone lontane, perché provare a mettere il mondo sottosopra per provare a scovare chi, per motivi differenti, non era parte della mia quotidianità? Se Gabriele era padre di mio figlio, significava che in un momento passato tra me e lui c’era stato qualcosa. In tal caso allora, perché non aveva provato a cercarmi?
«Devo andare, stasera vado a pesca e devo preparare l’attrezzatura», disse mia madre, dandomi un bacio sulla fronte. «Poi quando hai tempo vieni a sistemarmi il coso del digitale terrestre, perché sono incapace», osservò infine, prima di allontanarsi. Furono le sue ultime parole.
La mia vecchia morì nel pomeriggio, durante un immersione in mare assieme ad un suo amico. Un motoscafo non vide la boa di segnalazione e li tranciò entrambi, quasi di netto, con l’elica del motore fuoribordo.
Venni avvertita verso le otto di sera, e vi risparmio la mia reazione.
Il mattino successivo venni dimessa e organizzai il funerale. Ero impegnata con il beccamorti quando ricevetti una telefonata: era un notaio. Mia madre aveva fatto testamento, a cui aveva allegato alcune parole per la sottoscritta.

Figlia mia.
Se stai leggendo queste parole, significa che è successo… Sappiamo entrambe che potresti salvarmi, perché è uno dei pochi aspetti positivi della nostra esistenza. Tuttavia ti prego di lasciare le cose come sono. Ho avuto una vita interessante, quindi va bene così. Il notaio conosce i recapiti di tuo padre, che vorrei tu informassi della mia morte.
Un’ultima cortesia: non organizzarmi nessun genere di funerale, sarebbe squallido e inutile, oltre che uno sperpero di denaro. Il mio corpo può essere utile alla ricerca medica, e inoltre non credo che un prete, rabbino o qualsiasi altro stregone abbia competenze sul destino migliori delle nostre.
Abbi cura di te.

Malauguratamente non potevo donare il suo corpo alla ricerca medica, salvo non interessasse un cadavere più macinato della carne per ragù. La feci cremare allora e rispettai il suo desiderio di non avere esequie.
Le ceneri le sparsi qualche giorno ad Alghero, nel Lido di San Giovanni, dove incontrai mio padre per la seconda volta in tutta la mia vita. Era alto, biondo, bello; aveva effettivamente delle belle mani come aveva sempre raccontato mia madre. Indossava una camicia nera e le sue gambe lunghe e strette stavano bene dentro i jeans. Era scalzo e aveva un’aria serena.
Si avvicinò a me e sorrise. «Sei tu che mi hai spedito un’email qualche giorno fa», mi chiese gentilmente.
Annuì.
«Ho un ricordo molto vago di tua madre», ammise imbarazzato. «Effettivamente ricordo di averci fatto sesso una volta, ma non credevo che…»
«…che sarei nata io?» domandai.
Fece un cenno d’assenso con il capo. «Posso offrirti un caffè?»
«No grazie», dissi. «Sarebbe imbarazzante e melenso. Se mia madre avesse voluto che ci frequentassimo, ci avrebbe presentati molto tempo fa».
Nessuna obiezione da parte sua.
Quella sera mi vennero le mestruazioni e il mattino successivo mi risveglia nella cuspide.
Ero di nuovo legata, nuda e con un braccio mozzato. Ma non durò a lungo. La porta si aprì ed entrò un infermiere. Era alto, biondo, belle mani. Sorrise, era mio padre. Sorrisi anche io. Poi mi puntò una pistola alla testa e Bang!

Le dimensioni contano – Parte 44

Al risveglio non ero più a Londra. Ero nuovamente a Sassari e abitavo da sola. Il blog era scomparso, e all’interno del vinile di Love Will Tears Us Apart non c’era alcun numero di telefono. Ancora una volta dovevo ricominciare tutto da capo. Teoricamente avrei dovuto portare pazienza, quella virtù che Giacomo Leopardi aveva definito eroica. Ma in fin dei conti Giacomo Leopardi era un segaiolo depresso, dunque le sue verità per una come me contano meno di un cazzo.
«Risveglio inter-dimensionale?» mi chiese mia madre quando ci incontrammo nel pomeriggio, per prendere il solito tè assieme.
Le raccontai la dimensione precedente: Gherardo, il vinile dei Joy Division, il blog, il mio viaggio a Londra.
«Davvero ho ferito e torturato un uomo?» domandò alla fine.
Annuii. «Perché non hai mai provato a ucciderti dopo che mi hai messa al mondo?» cambiai però argomento.
«Perché tua nonna non era capace di badare a te», spiegò. «Sono stata in universi in cui a causa sua ti mutilavi con oggetti trovati nel capanno».
A quel punto ripensai a un episodio accaduto quando ero molto piccola. Mia nonna si era chiusa in camera con un suo amico giardiniere. Rimasta sola, mi ero fiondata nel deposito attrezzi e avevo provato ad accendere la motosega, poggiando però il piede sulla lama. Se non fosse stato per l’intervento di mia madre, spuntata dal nulla, probabilmente ci avrei rimesso l’arto.
«Cazzo!» esclamai perplessa.
Negli ultimi anni avevo sempre nutrito astio nei confronti della mia vecchia. Eppure se non fosse stato per lei, avrei trascorso gran parte della mia vita con un terribile handicap. Mi sarei persa tante cose: la pallamano in adolescenza; la mia passione adulta per la corsa mattutina; il piacere di guidare un auto senza i comandi al volante.  Soprattutto non avrei goduto di gran parte delle scopate occasionali  – ma appaganti – capitatemi negli anni con quasi-semi-sconosciuti incontrati in discoteca: un arto di meno inibisce notevolmente il desiderio altrui, e anche se non dovrebbe essere così. Sad but true!
«Che c’è?» chiese mia madre, che fissavo in modo insolito.
«Ti odio», le mentii.
Mi sorrise, ma i suoi occhi mi ricordarono Luce. Mi mancava mia figlia, ma per molto tempo dovetti farmene una ragione.

Trascorsero sei anni, che vissi passivamente.
Scopavo poco e solo quando non ne potevo più di masturbarmi. Non viaggiavo mai, né andavo al cinema o a qualche cazzo di mostra o sagra (come usano i 30enni sardi). Il mio solo hobby era il jogging, che praticavo da sola all’alba. Avevo un lavoro, che tuttavia cambiava da universo a universo. A volte ero segretaria, altre direttrice marketing, oppure web designer o brand manager, e qualsiasi altro neologismo anglofono che nasconda un incarico per una laureata brava con power point. Ho sempre sospettato che mi assumessero per altri ragioni, se con “altre ragioni” si intende la 4 coppa C che mi sorreggeva le mie adorate tette.
Poi un giorno, mentre facevo cose da laureata tettona brava con power point, mi feci male. Una dozzina di faldoni di documenti mi franò sulla schiena, fratturandomi un braccio. Oltre al dolore, per la gioia di Leopardi, dovetti attendere pazientemente per tre ore al pronto soccorso, dove entrai in codice “bianco Ace” (che più bianco non si può). Infine qualcuno si occupò di me.
«Il dottore sarà qui a breve!» mi disse un’infermiera anoressica, che si presentò come Paula, con la “u”.
Paula era magra e alta. Sembrava Mick Jagger, ma meno femminile. Aveva forse trent’anni, ma tossiva in continuazione. Insomma, non sembrava scoppiare di salute; eppure lavorava in ospedale. La odiai. Ma non per la tosse, la somiglianza con Mick Jagger, l’anoressia o la “u” nel nome di battesimo. La odiai perché il dottore che mi visitò era la copia sputata del medico che mi aveva torturata nella cuspide. Fu inquietante.
«Era lui», dissi il mattino successivo mia madre, venuta a trovarmi in ospedale.
Ma l’argomento cuspide non piaceva alla mia vecchia, che da ormai tre lustri continuava a ripetermi di ignorare ciò che mi capitava là dentro. «Da quanto non vedi tuo figlio?» mi chiese invece.
«Saranno due o tre giorni».
In realtà erano due settimane. Vedevo il bambino solo per scoparmi Gianni, il mio grossolano ex marito. Pancia grossa e cazzo piccolo, erezione incostante, igiene spesso appena accentuata, preliminari terrificanti. Eppure lo trovavo eccitante. Inoltre farmi sbattere tiepidamente da un uomo insoddisfacente ma che mi odiava, e che faceva anche la mia parte per crescere un figlio che non trattavo come tale, mi faceva paradossalmente credere di avere una famiglia. In fondo è così che sono le vere famiglie: pessimo sesso, ipocrisia ed egoismo dilagante.
«Continui a far sesso con quell’orrido coso?» chiese a un certo punto mia madre.
Le sorrisi. «È il padre di mio figlio, in fin dei conti!»
«Teoricamente no», rivelò lei.

 

Le dimensioni contano – Parte 43

«Perché sono affari miei», risposi quando mia madre mi chiese il perché anche io le nascondessi le cose.
«Avresti dovuto farlo invece», mi disse lei. «Seguimi».
Mi portò in camera sua, aprì l’armadio e prese una grossa valigia. La aprì. All’interno c’erano oggetti che riconobbi come miei, anche se non ricordavo di non averli mai visti prima. Tra le tante cose, il vinile di Love Will Tears Us Apart. Sul booklet era stato appuntato un numero di telefono.
Il prefisso, portava direttamente a Londra. Dall’altra parte rispose una voce maschile, che riconobbi.Mi sentii più felice di una trentenne ciccione che riceve un pompino da Pamela Anderson. Era il mio primo “marito”, l’uomo con cui ero sposata in un’altra serie di universi. Era Gabriele, il biondo, il palestrato.
«Sono io», dissi con tono festoso.
Ci fu un breve silenzio, poi la telefona si interruppe. Provai a richiamare ma dall’altra parte non rispose nessuno. Provai una terza volta, ma nulla. Ugualmente le successive. Essendo un numero fisso, non potevo nemmeno spedire un sms. Riprovai tante volte nelle ore successive, vanamente.
Determinata, provai a chiamare anche da cabine telefoniche e da casa di una mia amica, ma ogni volta che sentiva la mia voce, Gabriele interrompeva la conversazione.
Non mi arresi e feci un biglietto per Londra. Sarebbe stato come cercare un ago in un pagliaio e, come spesso capita quando cerchi qualcuno di cui non conosci né nome né indirizzo in una città abitata da milioni di abitanti, non lo trovai. Grazie al cazzo!
«Dove sei?» chiese mia madre quando le telefonai alcuni giorni più tardi: volevo che mi mettesse altri soldi sul conto.
«Sul pianeta terra».
«Molto dettagliata», replicò sarcastica la mia vecchia. «Sai perché non ti dico le cose?» aggiunse cambiando tono.
«Perché sei una stronza?»
«Perché ogni volta che prendiamo una decisione gli universi si sdoppiano: in un universo ti dico la verità e in quello immediatamente parallelo ti racconto una bugia. Se non ti dico nulla, evito la creazione dell’universo dove mento».
«L’omissione di verità non è comunque una bugia?» osservai brillantemente.
«Marcellus Wallace ti sembra una puttana?» scherzò lei.
«Non fa ridere. E comunque che cazzo c’entra?»
«Il meccanismo degli universi è come Marcellus Wallace. Ti conviene starne fuori, se no ti fanno fuori», disse. «Quindi se non parlo, non sto né mentendo, né rivelando la verità», aggiunse, rivelandomi che la spiegazione le era arrivata dal mio patrigno, Giovanni/Marco/Matteo/Luca.
Eniuei… in quale universo mi trovavo? In quello dove mia madre mi aveva detto effettivamente la verità, o in uno in cui mi aveva appena raccontato una cazzata. Inoltre pensai anche a Marcellus Wallace. Secondo me, a mio modestissimo parere, per il poco che potessi capirne di puttane, con la giusta parrucca, ben truccato, e vestito come Dio comanda, Marcellus Wallace sarebbe sembrato una puttana, anche se transessuale.

Pernottavo in una specie di motel in prossimità dei docklands, assieme a tedeschi, polacchi e nigeriani che spacciavano droga a tedeschi e polacchi. Girai per Londra per circa tre settimane. Non trovai mai Gabriele e ogni volta che provavo a chiamarlo mi chiudeva la chiamata. Infine mi vennero le mestruazioni. Non fu piacevole, anche perché significava dover cominciare ancora una volta da capo. Soprattutto poteva voler dire allontanarmi nuovamente dall’uomo che amavo.
Un’ora dopo, il mio cellulare squillò.
Era lui. «Vediamoci», mi disse.
Ero felice e triste contemporaneamente. Ero felice di incontrarlo, perché provavo sentimenti nei suoi confronti e perché speravo di avere risposte. Ma ero triste perché sapevo cosa mi aspettasse una volta addormentata. In ogni caso, io che andavo in giro in maglione, jeans e converse all star, quella volta mi precipitai a comprare un bel vestito e un paio di décolleté ocra con il tacco. I capelli li feci acconciare e mettere in piega dalla parrucchiera, ma solo dopo aver fatto le unghie e la ceretta dall’estetista.
L’appuntamento era nel cuore di Londra, davanti al Big Ben, alle 18.00. Arrivai in largo anticipo, poco dopo le cinque e mezza, ma lui era già lì. Era bellissimo, lo era sempre del resto. Le altre persone tra un universo e l’altro ingrassavano, perdevano i capelli, dimagrivano, o passavano dall’essere flaccide a muscolose. Lui no: era sempre meraviglioso. E quel giorno, quella sera a Londra, Gabriele era più meraviglioso di tutte le altre meravigliose volte in cui era stato meraviglioso. Oddio, scrivo come una che ha provato il cazzo per la prima volta, ma posta sui social il suo presunto amore per un idiota che l’ha semplicemente usata per svuotarsi le palle.
«Ciao», dissi sorridente, quando si avvicinò.
Non rispose. Mi baciò. Mi baciò a lungo, per diversi minuti. Poi mi prese per mano e mi portò a casa sua. Avrei dovuto far domande durante il tragitto, ma ero rapita dal suo profumo, dalla sua vicinanza, da come mi faceva sentire fuori dal tempo.
E avendo il ciclo, fu quasi automatico dare piuttosto che ricevere. Però non fui dispiaciuta di appagarlo, di succhiarlo tante volte e sentirlo venire nella mia bocca. Così come fu assolutamente piacevole poggiare attesta sul suo petto e lasciarmi accarezzare i capelli. Malauguratamente, le sue carezze furono così rilassanti che mi addormentai. E il mio risveglio fu prevedibilmente malinconico…

Le dimensioni contano – Parte 42

Inizialmente mia madre non rispose alla mia domanda.
«Come sapevi che Gherardo mi avrebbe rivelato del blog?» incalzai.
«Non lo sapevo, ma uso la testa!» ribadì con decisione. «Ed è ciò che non fai tu. Io sparo alle caviglie, mentre tu sgozzi le persone. È la differenza tra spaventare le persone o essere una persona spaventosa».
L’ennesima inutile lavata di capo saccente non richiesta. «Ho ventiquattro anni», le feci notare.
Mia madre non replicò. Cercammo invece il blog e, nonostante la 56k, lo trovammo piuttosto rapidamente. Non so cosa mi aspettassi di trovare, ma quel vidi mi delusi. Era una schermata nera con uno stupido banner su un lato. Inoltre c’era un solo post pubblico, piuttosto sibillino. Recitava “l’amore vi annienterà, ancora – IC”. Chi diavolo era IC? Ivan, il mio ex scopamico? E da quando una come me si esprimeva per massime o aforismi, che avevo sempre odiato. Certe robe sono per bimbominkia, o per gente noiosa, o bimbominkia noiosi.
«L’amore ci… annienterà ancora», disse mia madre. «La canzone dice “love will tears us apart, again!”», spiegò.
«Quale canzone?»
Non mi rispose. «C’è solo questo?» chiese interessata. «Hai controllato nelle bozze?» domandò ancora.
«Cosa diavolo è una bozza?»
E a quel punto mia madre capì. Non ero io a gestire quel blog; e non ero la sola a nascondere la verità alle altre me interdimensionali. Ciò spiegava anche perché la seconda persona plurale relativamente ai Joy Division.
La mia vecchia mi fece alzare e si mise al Pc. Provò allora a loggarsi al blog, digitando la prima password che le venne in mente.
«Eureka!» esclamò soddisfatta quando riuscì a loggarsi al primissimo tentativo. «Ed ecco le bozze».

Passammo due ore a leggere quello che era praticamente il riassunto degli ultimi dodici anni delle nostre esistenze. Apparentemente c’era scritto tutto: le mie vicende nella cuspide, compresi stupro e matricidio; le strane sparizioni e riapparizioni del mio patrigno, Marco/Luca/Matteo/Giovanni; il destino di Ivan e di sua moglie; la storia di Barbara e Andrea e delle loro figlie mai nate, oppure morte di incidente; le varie relazioni di mia nonna; il destino di Alba, che in quell’universo non avevo mai incontrato; persone di cui mi ero dimenticata come Pamela, Daniele o Fabrizio.
«Non c’è nulla su Gabriele», osservai però.
Mia madre mi fissò. «Chi è Gabriele?»
Ok. Era chiaro che anche io non raccontavo tutto alla mia vecchia. Ma a differenza sua, la feci subito partecipe di qualcosa che teoricamente avrebbe dovuto conoscere. «È stato mio marito», rivelai. «E lo ho amato tanto, e credo di amarlo ancora».
«Questo spiega la frase dei Joy Division, allora», concluse.
Decisi che dovevo fare un ultimo tentativo. Mia madre era la donna che mi aveva messa al mondo, ma anche quella che aveva trascorso l’esistenza a mentirmi; era colei che mi aveva sbattuta fuori di casa, ma anche l’unica a esserci sempre stata nei momenti davvero importanti; era quella che mi aveva colpita con una mazza da baseball e una voluminosa coppia di It, ma anche la persona che a mia volta avevo aggredito o ucciso.
«Perché mi nascondi le cose?» le chiesi in modo definitivo.
Sollevò le spalle.
«Parla!» insistetti.
«È colpa della cuspide. Ci mostra il mondo come non è, ma nonostante tutto ci influenza. Tu sei convinta che il tuo patrigno, il mio ex, sia un uomo cattivo, perché lo è stato nella cuspide. Ma nella realtà non è così. Nella cuspide mi uccidi, qui non lo faresti mai. La cuspide ti mostra come sarebbe il mondo se tua madre non viaggiasse».
«Sì, ma non hai risposto alla mia domanda», feci notare, «hai solo fatto una bella premessa».
Mia madre sospirò. «Perché sapere le cose ti ha portata a uccidere le persone, torturarle oppure ossessionarti. Vedi Giovanni, il mio ex».
Era la sua versione de il gomito che fa contatto con un piede. «Saresti più credibile se affermassi di avere un cazzo».
«Hai conosciuto tuo padre», disse infine. «Ti eri lussata la spalla inseguendo Marco, il tuo patrigno. Ricordi al pronto soccorso, l’infermiere con cui facevi la stupida davanti a me?»
Ricordavo e restai basita. «Quell’uomo è papà?»
Mia madre annuì.
«Questo non spiega perché non mi dici le cose», insistetti però.
«E tu perché non mi dici le cose?» ribadì lei.
«Perché…»

Se vuoi rileggere il capitolo dove la protagonista incontra il padre, clicca qui

Le dimensioni contano – Parte 40

Dall’altra parte della strada individuai l’uomo che circa un anno prima avevo incontrato nel Fulham. Come spesso capitava, era magro anche se lo ricordavo grasso. Però era ancora basso, brutto e calvo. Aveva tutte le dita nelle mani.
Non sembrò esattamente felice quando ci accorgemmo di lui, visto che provò a scappare. Io non potevo certo seguirlo, visto che avevo i punti nella fica. Mia madre, che invece era molto pigra, si diresse lentamente verso il bagagliaio dell’auto, aprendolo. Tirò fuori un fucile da caccia. Quindi prese delicatamente la mira e centrò il fuggitivo alla caviglia.
«Porca puttana madre di Harvey Lee Oswald, ma dove hai imparato a sparare a quella maniera?» chiesi sorpresa, ma per nulla scioccata dall’aver appena assistito a un ferimento.
«Non sono cazzi tuoi», rispose la mia vecchia con la sua solita dolcezza da Labrador.
Ferito alla caviglia, l’uomo di Londra restò riverso sul marciapiede. Urlava come se gli avessero sparato alla caviglia. (Ridete! era una battuta) Era piuttosto improbabile che mia madre volesse interrogare quel poveraccio in mezzo alla strada, anche perché a breve sarebbero arrivate decine di curiosi. La mia vecchia mi fece segno di rientrare rapidamente in auto e ce la filammo. Fu piuttosto eccitante, e mi sentivo anche notevolmente umida tra le cosce.
«Gli hai sparato per sadismo?» chiesi a mia madre mentre guidava.
Scosse il capo. «L’ho fatto perché andava fatto», spiegò sibillina, tanto per cambiare. «Se a lui mancava un dito nell’altro universo, da questa parte a qualcuno doveva sparire un arto».
Logico, ma inutile: nella cuspide mi mancava tutto un braccio. Mi venne allora il dubbio che a mia madre piacesse il sangue quanto agli orsi piace il miele. Per certi versi non credo mi sbagliassi, visto che la osservai serena e compiaciuta. Inoltre quel tizio ci serviva vivo e tutt’altro che incazzato con noi: sparargli non mi sembrava il modo migliore per portarlo dalla nostra parte. Mia madre aveva però una teoria differente a riguardo: «verrà a cercarci ancora», disse. «Se ci ha trovate, significa che ci stava seguendo», spiegò, «e se ci stava seguendo, probabilmente ha bisogno di noi», concluse.
«Hai intenzione di sparargli ancora?» domandai preoccupata.
Scosse il capo. «Solo se strettamente necessario». Dunque voleva sparargli nuovamente.

Trascorsero due giorni, durante i quali non vidi mai mio figlio. Incontrai invece Gianni, l’uomo con cui ero sposata. Era un quarantenne con enormi sopracciglia tipo Elio degli EELST, mascella da pugile e prepotenza da scaricatore di porto tenuto in cattività per un ventennio. Le sue mani, sporche e callose, erano un monumento alla noncuranza; l’alito era quello tipico di chi mastica carogna e non chewing-gum; i movimenti goffi, la voce lagnosa e una tendenza imbarazzante alla bestemmia, completavano il quadro del troglodita che mi aveva messo un anello al dito. Mi chiesi in quale universo avrei mai e poi mai potuto far sesso con un essere del genere. La risposta era fisiologica. La mia vagina infatti era più umida e agitata dell’Oceano Pacifico durante un uragano.
«Mi devi 200 euro», disse Gianni. «Oppure tornami il cellulare che ti ho regalato il mese scorso».
In altri contesti lo avrei mandato a cagare, ma temevo che violentasse ancora la lingua italiana e lo accontentai. Mia madre aveva una zuccheriera con gli “spiccioli”, come diceva lei, da cui presi quattro cuccuzze da 50 euro. Ma non era tutto: il mio quasi-ex marito mi raccontò che un uomo, la cui descrizione corrispondeva alla perfezione all’individuo di Fulham che si era beccato una pallottola sul piede da parte di mia madre, si fosse presentato a far domande sul mio conto.
«Tieni la gentaglia che hai conosciuto a Londra lontana da nostro figlio», minacciò.
Semplice a dirsi, complesso a farsi: non sapevo chi avessi o meno conosciuto a Londra, né chi fosse pericoloso e chi no; soprattutto non c’erano appunti che potessero aiutarmi a ricordare e non capivo il perché.
In ogni caso rassicurai il troglodita, fregandomene del fatto che potessi mantenere o meno la promessa. In quel momento volevo semplicemente liberarmi di lui, oppure possederlo sul tappeto di casa di mia madre, impalandomi sul suo cazzo come un tonno al mercato del pesce. Purtroppo, con grande disappunto della mia patatina, vinse il “liberarmi di lui”. Per trovare sollievo, mi masturbai con quello che credevo il dildo, delicatamente, perché i punti nella vagina ancora dolevano.
«Da quanto hai un vibratore sulla Jacuzzi?» chiesi a mia madre una volta uscita dal bagno.
«Non ho un vibratore», mi informò ridendo. «Ti sei sollazzata con una boccetta di profumo».
«Aveva la forma di un cazzo», opinai inquieta.
«Amore», affermò con affetto. «Al giorno d’oggi tutto ha la forma di cazzo».
Due ore più tardi ricevemmo visite: dando ragione a mia madre, l’uomo di Fulham
venne a cercarci. Aveva un piede fasciato, e l’aria di chi cercava aiuto bussando a casa di Freddy Krueger. Eppure per la prima volta dopo anni ricevetti risposte chiare alle mie domande.

Le dimensioni contano – Parte 38

Il risveglio nella cuspide fu il più terrificante di sempre.
Mi ritrovai al buio. Nessuna fonte luminosa illuminava il luogo in cui mi trovavo. Non vedevo nulla, tanto che inizialmente pensai di essere diventata cieca.
Quel luogo era gelido. La temperatura nell’ambiente circostante era molto bassa, credo sotto i dieci gradi della scala celsius. La superficie su cui ero poggiata, composta di un qualche materiale ceramico, era leggermente bagnata e puzzava di detergenti a base di varechina.
Gli odori erano ancora più raccapriccianti. Il fetore di sudore si mescolava a quello delle mie feci e delle urine. Sentivo la cute appiccicosa, un fastidioso prurito alla vagina, all’attaccatura dei capelli, sotto le ascelle, dietro il collo e nel buco del culo, ma non potevo grattarmi.
Ero immobilizzata. Non avevo alcuna sensibilità al braccio sinistro, mentre il destro era incatenato per il polso a chissà cosa, e leggermente sollevato. Anche le gambe erano legate, assicurate per le caviglie. Non ero però paralizzata. Provai e riuscii a contorcermi, anche se vanamente. Mano e caviglie erano assicurate con un qualche materiale metallico, che infatti lacerò la mia pelle quando tentai a “strappare”.
Provai a chiamare aiuto; ma la mia bocca si aprì senza riuscire ad emettere alcun fiato.
Era tutto inquietante. Non si percepivano rumori né all’interno della stanza, né dall’esterno. Non c’erano nemmeno spifferi d’aria che potessero quantomeno dare una parvenza di vita a quel luogo. Oltre all’essere cieca, ipotizzai anche di esser sorda e muta. Infine mi credetti prigioniera di una bara.

Passò del tempo: furono forse dieci secondi o dieci anni, non saprei dirlo. Ogni tanto mi addormentavo o perdevo i sensi. Ma ad ogni risveglio, a ogni momento di semi-lucidità, la situazione non mutava. Ero immobilizzata in un luogo freddo, buio e insonorizzato. Mi sentivo fottuta più della moglie di Rocco Siffredi dopo la prima notte di nozze.
Avendo tempo, provai a concentrarmi sul poco che potevo carpire da quella situazione. Ma ero anche devastata da una forte emicrania, e sentivo la bocca perennemente impastata e le miei narici enfatizzavano ogni singolo odore che percepivo in quello strano luogo. Erano inoltre piuttosto frequenti le allucinazioni, o le voci distorte da cui mi svegliavo di soprassalto. Ipotizzai che fossi sotto effetto di farmaci, e probabilmente non mi sbagliavo.
Poi la luce.
Capitò improvvisamente, e fu scioccante. Alla mia sinistra venne aperto un portone in acciaio e un fascio luminoso piuttosto flebile riuscì comunque ad abbagliarmi. Feci appena a tempo ad accorgermi di essere stesa sul pavimento, completamente nuda e coperta di lividi. Le miei caviglie sollevate, il braccio destro ancorato alla parete e il sinistro amputato a metà avambraccio.
Entrò qualcuno. Camminava con passo rapido e deciso. Si accovacciò su di me e mi infilò un ago sotto il collo. Non era certo il più docile degli infermieri, visto che mi ficcò quell’affare in vena con la stessa premura che si usa con la persona che ha violentato tua figlia minorenne. Fu piuttosto doloroso, e quando provai a divincolarmi venni schiaffeggiata.
In pochi attimi la mia vista si annebbiò e mi spensi rapidamente come una vecchia Seat Marbella in mano a un sedicenne che non sa ancora usare la frizione.
Al risveglio mi ritrovai in una sorta di sala operatoria.
Ero ancora una volta legata. Come sollevai la testa, più indolenzita del culo del Derek di American History X dopo che gli fanno il servizietto in doccia, mi resi conto di essere vincolata da una camicia di forza. Gli occhi mi facevano maledettamente male e dovetti chiuderli quasi istantaneamente. L’odore che percepivo invece, fatta eccezione per la pelle della camicia di forza e il disinfettante, mi suggerì che quegli stronzi dei miei carcerieri, o presunti tali, mi avessero lavata: non sentivo più la puzza della mia merda.
Mi si avvicinò una persona in camice bianco, presumibilmente medico, un uomo basso e tozzo, con una bizzarra pettinatura “afro-bianca” alla Paolo Mingone, sui sessant’anni di età. Di fianco a lui un ragazzo giovanissimo, a cui altrove avrei dato sedici anni; era vestito da infermiere.
Venni visitata, e lentamente riprendevo possesso della vista. Nessuno diceva nulla e ovviamente, essendo incapace di parlare, non potevo certo esser io a far conversazione. È un poco come a tavola, dove sono i commensali a chiacchierare e non le bistecche di suino nei piatti.
In quei minuti guardai soprattutto l’infermiere. Era molto bello, sembrava quasi un angelo. Occhi verdi, labbra carnose, capelli biondi lisci pettinati con la riga da una parte. A un certo punto mi sorrise con un candore profondo, quasi paradossale per quella situazione. Ricambiai.
La tenerezza però durò poco. Il medico anziano, senza dir nulla, mi infilò un trapano nello sterno e cominciò a perforarmi.

Le dimensioni contano – Parte 37

Il cinquantenne incontrato a Fulham non mi cercò, né mi cerco suo figlio. Venni invece contattata dal alcuni fascio-nazisti che mi volevano bene, sempre che con “voler bene” si intenda “essere finanziati vita natural durante da un’italiana razzista, interdimensionale e ricca” Li ignorai, lungi da me passare altro tempo con gente del genere, con cui comunque condividevo molte idee del cazzo.
«Che vuoi?» mi chiese mia madre, tutt’altro che entusiasta, quando la contattai.
«Sono gravida come una giovenca da monta!» dissi sarcastica.
«Lasciami in pace», disse prima di chiudermi il telefono in faccia.
Mi accarezzai la pancia. «Tua nonna è una stronza», dissi al a un feto che immaginavo danzare nel liquido amniotico al ritmo di The Summer is Magic di Playahitty.
Pochi giorni dopo lasciai Londra per tornare in Italia. Per qualche settimana cercai inutilmente tutte le persone che avevano fatto parte della mia vita negli anni precedenti, ma esisteva solo mia madre. Nessuna traccia del biondo palestrato che una volta era stato mio marito, e di cui ero ancora innamorata. Discorso analogo per Marco/Giovanni/Matteo/Luca, per Barbara e Andrea con relative prole di figlie stronze, o per la “scopamici’s family of mine” composta da Ivan e la moglie: tutti crepati, mai nati o introvabili. L’ultimo della lista fu il dottor Lafitte, mio nonno, che scoprii era morto giovane, poche settimana prima della nascita di mia madre.
Alla fine mi arresi.
Passai i mesi successivi a mangiare, leggere, riposare e non fare sforzi, sempre che con “riposare e non fare sforzi” si intenda “farsi succhiare la fessa da feticisti che adorano le donne incinte”. Fu divertente, anche se spesso rimorchiavo gentaglia scovata nel sottobosco di mirc, di cui all’epoca ero un’assidua frequentatrice. Qualcuno tra questi personaggi voleva essere legato al letto, ed erano quelle per me le occasioni più appaganti. Una volta legata la vittima, la ferivo con lame di vario genere. Era divertente osservare quella gente urlare di dolore, spesso perdendo il controllo della vescica. Ma soprattutto, era bello ascoltarli chiedere pietà mentre i loro cazzetti duri mi imploravano di continuare a massacrarli. Quasi dimenticavo: in quell’universo mi eccitavano gli uomini minidotati.
Tuttavia non scopavo solo con i tiny cocks.
Mancavano sei settimane al parto, quando Alba si presentò a casa mia. Passammo un’intera mattina a “sforbiciarci”, leccando tutto ciò che potevamo leccarci e saltando il pranzo. Parlammo solo nel pomeriggio, mentre prendevamo il tè in terrazza. L’idea era quella di lasciarci accarezzare dal vento gentile che soffiava quel giorno, ma quella brezza poetica si trascinava dietro la puzza della merda cagata dal grosso alano, chiamato banalmente Sansone, che pascolava nel giardino dei miei vicini di casa.
«Sembri felice», constatò Alba, sorseggiando da una tazza color arancio raffigurante Will Coyote e sfiorandomi la fessa con l’alluce del piede sinistro. «Si vede che scopi!»
«Hai ragione» confermai laconica.
Ma più che il sesso, a rendermi felice era il non viaggiare. Senza il ciclo non mi spostavo tra gli universi, e dunque vivevo un’esistenza simile a quella delle altre persone. Era bello abitare nella stessa casa per più di un mese, e non vedere la gente attorno a me sparire all’arrivo del mestruo. Soprattutto ero felice di potermi lamentare della cacca di Sansone per un periodo superiore ai 28 giorni. Mi piacevano le abitudini, anche quelle brutte. La consideravo la mia prima vera vacanza in ventitré anni.
«Sai già se è maschio o femmina?» chiese ancora Alba.
«Femminuccia», dissi sorridente.
Per una donna la gravidanza è un momento speciale, e la prima lo è ancora di più. Ogni aspetto è una meraviglia assoluta e non confrontabile con nessun’altra esperienza umana: la prima ecografia; il primo ascolto del cuore del bimbo; l’attimo in cui la ginecologa comunica il sesso. Mi ero goduta quasi tutto, escluso il momento in cui mi veniva detto che avrei avuto una bimba. Lo sapevo già, perché mi era stato insegnato che noi viaggiatrici interdimensionali potevamo avere solo una figlia a ventitré anni: lo diceva mia madre, lo diceva mia nonna, lo diceva l’agenda rossa del mio patrigno.
«Wow!» commentò Alba evidentemente sorpresa.
Non aggiunse altro, oltre al fatto che mi volesse bene, che fosse fiera di me, e che fosse felice di diventare “zia” – lei lo virgolettò scuotendo le dita come il Mr Evil in Austin Power. Avrei dovuto rispondere a tono, ma avevo appena inghiottito un pezzo di limone e ruttai. Quindi mi fiondai su di Alba per leccarle i capezzoli e ficcarle due dita nella fessa, sempre che con “due” si intenda “tutta la mano”; ¡que viva el fisting!
«Le ragazze ti salutano», mi disse Alba, sudata come una scrofa dopo la maratona, mezz’ora più tardi.
Non so chi identificasse con “ragazze”. Forse le nostre ex inquiline.
«Ricambia», risposi tiepida. «Come mai sei qui?» tagliai corto. Nessuna sana di mente si sarebbe fatta tutti quei chilometri solo per una scopata. Non una come Alba almeno, che a quanto pare, secondo il quaderno con Snoopy in copertina, era la quintessenza dell’opportunismo.
«Pochi giorni fa mi ha cercata tua madre», rivelò imbarazzata. «Mi ha detto delle cose e mi ha pagato viaggio e albergo per venire in Sarfregna occuparmi di te».
Mancavano sei settimane alla nascita della bambina, e io e la vecchia non ci eravamo ancora incontrate, né parlate. Mai un colpo di telefono o una visita, non che io avessi alzato il culo per andarla a trovare o chiamarla. Però trovavo stupido che pagasse qualcuna per occuparsi di me. Trovai fastidioso soprattutto quell’ultimo aspetto, il fatto che pensasse che ero incapace di badare a me stessa.
«Sei una stronza!» dissi a mia madre quando rispose alla mia telefonata. «Sei solo una miserabile stronza».
«Ti è caduta la corona!» constatò sarcastica.
«Posso badare a me stesse. Lo faccio da sempre, perché tu non sei mai la stessa persona» le ricordai. «E ora fammi il sacrosanto favore di farti i cazzi tuoi in futuro».
«Tuo padre aveva delle belle mani, da pianista», cambiò argomento lei.
Per la prima volta in ventitré anni sapevo qualcosa relativamente a mio padre. «Vi siete incontrati una volta. Si è comportato in modo rassicurante», aggiunse.
«Fregacazzi», dissi inizialmente, poi cambiai idea: «Chi è?»
«In bocca al lupo per il parto, amore mio» glissò la mia vecchia.
La telefonata si interruppe.
Partorii mia figlia due giorni prima del mio ventiquattresimo compleanno. La chiamai Luce, come mia nonna. Quando vidi quell’esserino per la prima volta, sorrisi e mi scusai: non le avevo fatto un gran favore mettendola al mondo e se ne sarebbe accorta al momento del menarca.
Ventinove giorni dopo il parto, mi tornarono le mestruazioni e rientrai nella cuspide. Ciò che mi attendeva, era terrificante.