LiVIca

il tuo sorriso
tic toc
il mio
tic toc
ehi
tic toc
che ora è?
tic toc
sorridi
tic toc
se quell’ora maliziosa
tic toc
è proprio ora!

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Rock and roll star.

Parzialmente ispirata da Don’t Look Back in Anger, nel blog meraviglioso di Quidmarino

oasis9384493

Vivi la tua vita in città, senza alcuna via di uscita.
Le serate le trascorri al bar. Frequenti gli amici di sempre, che poi non sono nemmeno amici, ma una compagnia. Le amicizie non esistono, solo persone con cui sprecare assieme il troppo tempo inutile. Non hai una persona a cui confidare i tuoi tormenti, e perciò bevi.
Da queste parti chi lavora in un pub raccoglie più confessioni dei preti, nonché consensi. Fai la comunione con i chips & fish, che sono tanto fottutamente buone da lasciarti credere che forse siano più adatte dell’ostia per il ruolo di Corpo di Cristo.
La rissa non è una deriva sociale, ma puro folklore. Non ci si picchia per rabbia, ma per tenersi allenati a vicenda. Si fa a botte finché non si perdono i sensi. E spesso chi ti manda KO veglia su di te finché non ti risvegli. Poi tornate a casa assieme, chiamandovi “amico” a vicenda.
Chiudi la giornata in mutande, dopo aver lavato i denti, ascoltando una di quelle stazioni radiofoniche che mandano Bowie, poi i Quiet Riot, ancora Bowie, i Joy Division, Bowie e i Mott The Hoople (la canzone con Bowie).
L’ultima sigaretta la condividi con l’emicrania da sbronza e rissa, rimasticando un’immagine mentale color porpora, tagliata come i vecchi filmini della tua infanzia, sui Super8. Quei filmini con la tua famiglia sorridente e tutt’altro che felice. La famiglia appunto, quella roba a cui tu non pensi mai. Del resto hai visto come sono finiti Ian Curtis e Deborah: prima o poi si incontra Annik.
Però non sei solo. Hai una fidanzata di cui non conosci il secondo nome, né il cognome, né l’indirizzo di casa. Ci stai assieme perché scopa bene, anzi, perché non le fa schifo scopare con te. Vi vedete ogni tre giorni. Vi divertite per venti/trenta minuti e poi vi rilassate con qualche sterlina d’erba. A volte lei ti telefona, ma solo se ha bisogno di un passaggio. Tu invece non la chiami mai. Del resto non avresti nulla da raccontarle. Non sei mica bravo con le parole. Ogni volta che vuoi esprimere un’emozione, accendi lo stereo e lasci che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Tu ti limiti a livellare il volume, rigorosamente fastidioso. Se sei incazzato, lasci che i Sex Pistols urlino al tuo posto. Se sei triste, assecondi la malinconia dei Bahuaus. E quando sei felice… beh, non sei mai felice.
Sei il re del cibo in scatola. Sei quel genere di personaggio che alle diete macrobiotiche preferisce il digiuno. Non sei mai andato a correre in vita tua. Lo sport lo segui solo in Tv. Quando vai a giocare a calcio, lo fai nella speranza di fare a botte con i ragazzi dell’altro rione. Hai trascorso gli anni della scuola ad annusare il meglio della letteratura inglese, ma poi hai scoperto il punk, il glam e il glam in chiave punk. Hai imparato l’importanza del muro di chitarre, e di testi privi di senso come quello di Supersonic. E c’eri anche tu a Knebworth Park, assieme ad altre 165000 persone, ad osservare i fratelli Gallagher mettere in scena una set list da serata al club, suonata freneticamente. Gli Oasis che quella notte ribadirono con un ruvido rock and roll quanto gli inglesi siano probabilmente animali da Pub anche nei grandi spazi. E tu in mezzo, a brillare, come una delle 165000 stelle del Rock and roll. Quella notte eri una stella del rock and roll e nient’altro. Solo una stella del rock and roll. E alla fine, sulle note di I am the Walrus, eri ancora ubriaco di Champagne Supernova.

Oasis – Rock and roll star.

I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
I live my life in the city
There’s no easy way out
The day’s moving just too fast for me
I need some time in the sunshine
I gotta slow it right down
The day’s moving just too fast for me
I live my life for the stars that shine
People say it’s just a waste of time
Then they say I should feed my head
That to me was just a day in bed
I’ll take my car and drive real far
They’re not concerned about the way we are
In my mind my dreams are real
Now we’re concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
You’re not down with who I am
Look at you now you’re all in my hands tonight
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll
It’s just rock ‘n’ roll

La rompipalle – Parte 1

Era una giornata piuttosto umida, confortata da un vento soffiava da Sud Ovest a 9 miglia orarie. I termometri segnalavano una temperatura esterna di 75° sulla scala Fahrenheit, mentre sembrava scongiurato il rischio di pioggia.
Da pochi minuti erano passate le undici e Janet si apprestava ad intervistare la quarta candidata della mattinata. C’era da riempire una scrivania vuota nel reparto design, e sembrava che tutti gli architetti di Boston morissero dalla voglia di lavorare alla Hansen & Llyoid.
L’afroamericana rilesse gli appunti sull’ultimo colloquio, concludendo che una laurea ad Harvard amplificasse la presunzione di chi, come la venticinquenne che aveva appena lasciato il suo ufficio, si aspettava di essere accolto con tanto di tappeto rosso. Da quando esisteva internet inoltre, era diventato complesso scegliere designer capaci: il web aveva amplificato la tendenza a plagiare il lavoro altrui. I giovani architetti si sentivano avanguardisti, freschi, anti-convenzionali e rivoluzionari. Ma tutta questa presunta modernità ed innovazione si sintetizzava nello scimmiottamento di Frank Llyoid Wright e Le Corbusier, entrambi oramai morti da oltre mezzo secolo.
Infine, rimuginando la scontata considerazione “una volta era meglio”, Janet sollevò la cornetta chiamando la reception. «Fai entrare la prossima», disse a voce bassa e paziente.
La “prossima” era una ventitreenne finlandese. Si era trasferita in Massachusetts da poche settimane e, da quanto aveva scritto nel curriculum, la sua esperienza in ambito architettonico era piuttosto scarsa. Non possedeva nemmeno titoli adeguati, ma una laurea in Biologia. Avevo scritto di aver l’hobby della pittura, ma non era certo una referenza sufficiente. Nonostante ciò, Janet l’aveva selezionata comunque: era curiosa di sapere cosa avesse spinto la finnica a rispondere all’annuncio.
Tempo pochi minuti e l’afro-americana si ritrovò la giovane bionda davanti. Klaudia era di una bellezza piuttosto inusitata: lineamenti baltici; occhi grandi, chiari, e inespressivi; labbra carnose, rosate; carnagione piuttosto chiara, tanto da sembrare pallida. Il fisico era quello di una pornostar, con un seno irragionevolmente grosso su una donna tanto magra. L’abbigliamento invece era tutt’altro che pornografico: anfibi, pantacollant neri e felpa dei Megadeth. Janet ipotizzò che Klaudia non avesse chiaro il concetto di dress code.
«Non ci presenta vestite a quella maniera», la ammonì infatti. «La Hansen & Llyoid non è Google o Yahoo: ci si veste a una certa maniera».
La finnica, più perplessa che mortificata, sollevò le spalle. Oramai era lì, non poteva certo tornare a casa a cambiarsi. E poi, se ci avesse pensato bene, probabilmente non possedeva un solo capo adatto a quel genere di colloquio. Janet, per esempio, indossava un costoso tailleur color cenere. Klaudia concluse invece di non aver mai posseduto una giacca in vita sua.
«Lei parla inglese?» chiese ancora l’afro-americana.
«No», replicò sinceramente la bionda. «Mi faccio capire».
«Ti fai capire?»
La finnica annuì. «Però so disegnare», aggiunse entusiasta, palesando sia il marcato accento uralico, sia l’evidenza carenza di qualsiasi attitudine formale. «Tu sai disegnare?»
Janet, in parte divertita, si sforzò per osservare la bionda con profondo biasimo, ma non ci riuscì. Intuì di trovarsi al cospetto di una sontuosa rottura di palle, uno di quegli elementi irritanti e saccenti che è meglio perdere che trovare. Eppure avrebbe pagato per vederla in azione assieme alle vecchie cariatidi conservatrici e repubblicane che mandavano avanti quello studio architettonico per clientela snob. «Non so disegnare», le disse con tono materno. «Ma a noi serve una progettista, non una biologa capace di raffigurare un cavallo».
Klaudia annuì. «Una designer», puntualizzò. «Linee e curve», aggiunse candidamente. «Nulla di complesso».
L’afroamericana sorrise ancora, immaginando come avrebbe reagito il vecchio Llyoid, orgoglioso dei propri cinquant’anni di progetti intricati e ricercati, alla definizione “nulla di complesso”. «Perché mai dovrei assumerti?» le chiese infine.
Klaudia chiese e ottenne un foglio di carta e una matita. Disegnò un tavolo, piuttosto semplice: piano orizzontale e quattro gambe. Sembrava un disegno semplice, quasi insignificante. Invece mostrò l’enorme talento nel tratto della scandinava, la capacità di sintesi e l’assoluta velocità di realizzazione. Janet si sorprese, ma Klaudia era ciò che serviva alla Hansen & Llyoid.
«Ok», concluse infine. «Avrai una chance», aggiunse con una soddisfazione molto personale. «Ma vestiti decentemente: da architetto, non da giovane metallara».
Klaudia annuì entuasiasta, ma il giorno dopo si presentò in ufficio con la t-shirt di Unknown Pleasures. Del resto, dal punto di vista di Klaudia, un buon architetto non poteva non amare i Joy Division.

L’inferno senza Tiziano Ferro.

Il profumo del gasolio tra i capelli sudati, lo sguardo assonnato di chi ritiene “abbastanza” dormire quattro ore per notte. I guanti bucati, ma comodi. Lo smartphone che si illumina ma non suona mai. Decine di sms a cui non hai voglia, né tempo, di rispondere. La testa altrove: a volte catturata da ricordi passati, spesso impelagata in progetti futuri. Speranze morte come foglie in autunno, oramai planate verso terra, calpestate dai passanti o pisciate dai cani. L’essere insignificanti anche per gli hipster e la loro passione per il foliage, mentre squarci di neve si preparano a seppellirci per qualche mese.
I Litfiba alla radio, l’arpeggio enfatico nel bridge di Regina di Cuori. L’estate di vent’anni fa, in bicicletta fino al mare, con i panini nell’Invicta a celare gli spinelli e la scatola dei preservativi. Pranzare al sole che chisseneffrega, sentirsi liberi e canticchiare Jolly Blue degli 883 come degli sfigati. Poi dieci anni dopo le scarpe antinfortunistiche, la Summer Card, il gatto che impara a saltare sul divano, la deflagrazione devastante che potrebbe mandarti al cimitero. Le pizze fredde dimenticate in auto, consumate gelide il mattino dopo, e una birra al posto del caffè-latte. Dieci anni ancora, e non saper comunque scrivere “caffellatte”, essere maltolleranti al lattosio e allergici ai rompicoglioni.
La felicità e tutte le sue contraddizioni, spesso generata da una sigaretta al risveglio, talvolta da una fugace scopata con l’amica di turno. Sposarsi, comprare casa, mettere al mondo dei figli, divorziare. Conoscere una di vent’anni più giovane, convivere, mettere al mondo altri figli, separarsi. Fottersi l’avvocato divorzista, piazzarsi a casa sua, metterla incinta e levarsi dal cazzo quando il bambino ha quattro anni. Comprarsi una decappottabile. Fotografare i tramonti; e chi fotografa i tramonti; e chi scuote il capo alla vista di osserva fotografare i tramonti. Pisciare all’aperto, ruttare dopo una birra, sorridere il mattino dopo una rumorosa scorreggia. Le analisi del sangue, il cancro, la chemio, lo psicologo che ti spiega che sei triste/arrabbiato perché sei malato (grazie-al-cazzo), il prete che gioisce perché presto incontrerai il Signore. Gioite!!!
E l’inferno, così agghiacciante in teoria, ma senza la merdosa Lento/Veloce di Tiziano Ferro in sottofondo. Perché morire, in fondo, non è un dramma tanto grave dopo che per anni si sopporta la pubblicità del Cornetto Algida.

Tra parenti, sì.

I parenti che speri non vengano a trovarti. Quelli che invece speri nemmeno ti chiamino. Quelli con cui inventi scuse per non farti trovare. Quelli che ti trovano comunque. Quelli che trovano divertente attaccarsi al citofono. Quelli che da trentacinque anni salutano con “buongiorgio“. Quelli che si presentano a casa tua alle 13:00, quando sei oramai seduto a tavola. Quelli che “non vogliamo disturbare”, ma disturbano ugualmente. Quelli che si sono dimenticati la discrezione. Quelli che proprio non l’hanno mai imparata. Quelli bugiardi. Quelli bugiardi e presuntuosi. Quelli bugiardi e presuntuosi e saccenti. Quelli che si muovono portandosi dietro i suoceri. Quelli che si portano dietro suoceri più irritanti dell’acido solforico. Quelli che vanno al mare a mezzogiorno. Quelli che fanno un sacco di foto. Quelli che, anche se non ti importa, poi le foto te le mandano via Whatsapp. Quelli che, non trovandoti su Whatsapp, ti cercano su Telegram. E su Instagram. E su WordPress. Quelli che “rifatti Facebook, così vedi le foto”. Quelli che per farti vedere quelle strafottutte foto (piedi, tramonti e piedi al tramonto) ti aprirebbero le palpebre come accade al povero Alex DeLarge in Arancia Meccanica. Quelli che non hanno visto Arancia Meccanica perché, dicono, è noioso. Quelli che hanno visto cento volte l’inizio di Full Metal Jacket, eppure non ne conoscono il finale. Quelli che non hanno riso per Il Dottor Stranamore. Quelli che confondono Jeremy Irons con James Mason. Quelli che hanno fatto la naja. Quelli che durante la naja non le prendevano mai, dicono. Quelli che non le hanno mai prese, dicono, e che una volta sono usciti con Federica Fontana. Quelli che abitavano nel condominio di Del Piero. Quelli che “forse non lo sai, ma Del Piero è gay”. Quelli che malauguratamente hanno poi davvero incontrato Del Piero, ma, nonostante le nostre sollecitazioni, non si sono però avvicinati a ricordargli di quando abitavano nello stesso condominio. Quelli che “lasciamo in pace Alex, che si infastidisce”. Quelli che si infastidiscono se insisti. Quelli che si infastidiscono all’idea di risultare indifferenti. Quelli che si incazzano quando si rendono conto di risultare effettivamente indifferenti. Quelli che, se non ti fossero parenti, non frequenteresti nemmeno dopo tortura. Quelli che la tortura è frequentarli. Quelli che non sanno di essere i parenti che tu speri non vengano mai a trovarti. E torturarti. E tra parenti: sì, avete rotto i coglioni!

Bonucci al milan