Corri Ozone!

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Quando l’incipit è l’egoismo, l’explicit è sempre il senso di colpa. Anticipi morbosi, l’egoismo in liturgie. Il sonno che è solo dei giusti, perché quelli sbagliati sono troppi. Occhiaie che parlano di stato sociale, retorica da film restaurati, incensurati di bigottismo, come medici educati alla mungitura. Disillusione come nuova religione, un treno che si guasta a cento metri dalla stazione. La filosofia del perdente, stadi del lutto ancorati a “l’accettazione”. Il vagare solitario nell’impotenza del libero arbitrio, un lieto-fine peggiore del dramma, titoli di coda ad asciugare le lacrime. Il badante dei nostri incubi mai abbastanza stanco, perennemente in veglia ad alimentare il falò delle speranze disattese, della sodomia antropologica cortese. Il pane comprato al forno, profumato e fragrante, anche se qualcuno ha sputato nell’impasto. Veicolare ebola: coccolarlo come un bravo virus, iscriverlo alla scuola delle malattie mortali. Le foto di gruppo con il primario, il paziente, il becchino. L’ultima visione del film preferito, il commosso ricordo di chi ti vede morto prima del tuo tempo. Evitare i tatuaggi, i fiori, ma non le opere di pene. Il sapore distinto del mare, sulla pelle e nelle orecchie, come un eco che non cade in distorsione, come il sesso alimentato dalla perversione, la felicità come fenomeno di immersione, la vita invece sinonimo di corrosione.
Perché mai tornare a casa, addormentarsi, e risvegliarsi che manca un giorno di meno? Quando l’incipit è l’edonismo, l’explicit è sempre l’orgasmo.

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La rompipalle – Parte 4

Un mattino come un altro, a Boston esplose la bomba primaverile: le piante si colorano di fiori come la ghirlanda di una fattona; gli scoiattoli occuparono i prati di Common Park; le fantasie dei feticisti vennero alimentate dall’esercito femminile improvvisamente armato di sandali e pedicure.
Klaudia soffrì parecchio il cambio di clima. Era abituata alle temperatura di Seinäjoki, spesso polari. Boston era invece costantemente calda, anche quando i bostoniani affermavano ci fosse freddo.
La finnica continuava a vivere la sua esistenza fatta di dischi heavy metal, felpe scure e risposte elusive a qualsiasi domanda personale. Grazie a Kori era più “amichevole” e comunque più presente nelle attività extralavorative tra colleghi, per quanto conservava il suo carattere riservato e taciturno. Grazie a Max, si era appassionata a dolci e vivande zuccherate statunitensi. In particolare, era fissata con una strana bevanda, una sorta di caffè aromatizzato al gusto fragola. Quell’intruglio chimico traboccante di conservanti, aromi artificiali, e migliaia di sostanze che alla lunga avrebbero provocato il cancro anche a un blocco di ghisa, era divenuto un articolo irrinunciabile tra le mani della bionda. Connor, alcolizzato e cocainomane, ma attento a seguire diete macrobiotiche, cominciò a preoccuparsi.
«Ehi, pantegana bionda», le disse un giorno, «come fai a bere quella merda?»
Klaudia sollevo le spalle e osservò perplessa l’interno del bicchiere. «È ipercalorica?» chiese candidamente. «Comunque sono magra».
L’irlandese scosse il capo preoccupato. «Non sono le calorie», le spiegò. «È che sembra piscio aromatizzato».
Klaudia praticamente ignorò quell’ultima osservazione.
«Bere quella merda è come respirare dal tubo di scappamento di un camion», aggiunse ancora Connor.
Ma per tutta risposta, la biologa scandinava diede una lunga sorsata dall’intruglio al sapore di fragola, gustandoselo come se il rischio di cirrosi o il diabete non la riguardasse. E per l’irlandese fu quella la metaforica goccia che fece traboccare il metaforico vaso. O per usare metafore ancor più colorite, fu quella la metaforica spinta che gli fece metaforicamente girare i metaforicissimi coglioni. Così, con il piglio di un fratello maggiore che sorprende la graziosa sorellina a farsi leccare la passera dallo sfigato della classe, l’irlandese si avvicinò alla bionda e le strappò il bicchierone dalle mani.
«Sei morto!» affermò subito Klaudia irritata, prima di bestemmiare in finlandese.
Il collega le sorrise. «Dopo ti porto a mangiare un gelato», le promise dolcemente, sorridendole, «ma piantala di avvelenarti con certe porcherie. Non ho voglia di scavare una buca in Post Office Square per nascondere il tuo inutile cadavere».
La finnica ebbe l’immediato istinto di balzare sull’irlandese, strappargli il naso a morsi e ficcargli un tagliacarte nello scroto. Ma lesse l’apprensione e l’affetto nello sguardo di Connor. Arrossì: non era abituata a uomini preoccupati per lei, non almeno a quel modo. Lo standard maschile di Klaudia erano individui come Max, persone cioè che progettavano di metterle le mani sui seni, il pene tra le labbra e magari la lingua nella vagina.
Il collega irlandese invece le ricordava il compagno di scuola materna che ammazzava gli scarafaggi quando questi la spaventavano; o un amico gay con cui usciva all’università. Che poi, a pensarci bene, l’amichetto della scuola materna era lo stesso amico gay dell’università.
Kori osservò la scena e sorrise. Aveva una cotta per Connor, e vederlo così paterno con Klaudia la entusiasmava. Era piacevole osservare come due persone a cui era affezionata potessero interagire in modo tanto candido e spontaneo.
Meno felice della nascente complicità tra Klaudia e Connor fu invece Max. L’italo-americano non aveva grande simpatia per il giovane irlandese, e vederlo legare con la finnica lo infastidiva. Soprattutto temeva che Connor arrivasse dove lui, evidentemente, non sarebbe mai arrivato. Il terreno era dunque piuttosto fertile per far germogliare astio e odio conditi da tonnellate di testosterone.

Parte 1

Parte 2

Parte 3

La figa o la fica? Chiedete a Michele.

Andavo a dormire certo che il videoregistratore si sarebbe acceso da solo alle 2:55, cinque minuti prima della replica di Help. Tempi da brufoli e topexan scanditi da padre Red Ronnie, che nel cuore del pomeriggio ospitava gente come i Blur e i Porcupine Tree. Difficile allora concentrarsi sulla versione di Livio. Ancora meno su quell’aoristo che, dio santo, non riconoscevo mai quando capitava all’interrogazione. E poi c’era la prof di filosofia, quella che affermava di essere stata un’ottima surfista da giovane. Quella che “se studiate, vi metto almeno 4”. Grazie al cazzo: se non studiamo, ci condanni a morte? Troia!!! Poi c’era lei, C. Era molto convenzionale per l’epoca. Metallara, capelli che sembravano lavati con il sapone di Marsiglia, e il piercing al labbro che faceva davvero differenza quando ti baciava. Nel frattempo, bacio dopo bacio, l’estate precedente si allontanava, e quella successiva sembrava non voler arrivare mai. Aspettavamo Giugno fumando le Marlboro. Non avrei fumato altro, se non le Marlboro: quelli che fumavano le Diana, erano gli stessi che si fidanzavano con le ciccione disperate. Ciccione disparate. Ciccione sparute. Ciccione sparite. Nascosto nei bagni, che profumavano perennemente di merda e varechina dozzinale mischiata ad altra merda, c’era sempre quello che aveva il fumo in tasca. Era il pusher. Ti vendeva quello che chiamava “il cinquino”, anche se tu odiavi chiamarlo “cinquino”. In effetti odiavi lo slang in generale, che non si capiva mai un cazzo a furia di “tranqui zio”. E pensare che J Ax con il “tranqui zio” ci va avanti ancora oggi. Ci sentivamo tolleranti (e tollerabili) come il Nanni Moretti che si infervora per un “La Silvia”. Che poi aveva anche ragione (il) Michele, diamine. Figa o Fica, cagare o cacare, c’era una discreta differenza territoriale. La figa o la fica? Noi sardi, per non sbagliare, lo chiamavamo cunno, al maschile. Ed era questo il problema: allo slang mischiavamo i nostri millemila incomprensibili dialetti. Era una perenne attitudine al corporativismo linguistico. Era una crociata generazionale verso l’incomprensibile. Vittime erano i nostri genitori, adulti patetici, che cercavano di stare al passo. Per sfortuna dei miei, parlavo italiano, non dialetto, non slang. E bestemmiavo parecchio, in maniera piuttosto colorita. Imitare il mio modo di parlare, non avrebbe certo giovato alla loro reputazione. I peggiori erano però quelli che guidavano la Vespa. La Vespa 50 truccata. Dicesi gente che non poteva permettersi la Cagiva Mito. Con carburatori e finali, in officine di periferia, con quei calendari appesi che mostravano le tettone nude, rosicchiavano (rosicavano) manciate di km/h ad affari progettati per muoversi poco più rapidi delle biciclette. Erotici forse, ma poco eroici. Per nostra fortuna, avevamo eroi in saldo: il Che, Gesù (non io), Vasco, Pete Sampras, Paolo di Bim Bum Bam (sì, Bonolis). E i nemici erano piuttosto definiti: Fiorello, Alain Prost e Saddam Hussein. Per Berlusconi era ancora presto. Doveva prima vincere le elezioni del 2001, dopo essersi incazzato con Travaglio e Luttazzi: mancava quasi un lustro a quell’epica puntata di Satyricon. Nel frattempo al cinema usciva Titanic. Ma noi ci chiudevamo nelle biblioteche di periferia a vedere e rivedere Trainspotting. C’era chi leggeva; chi si vantava di saper fare la pastasciutta; chi taceva sulle molestie sessuali subite a casa, scuola o chiesa. Tutto finì con la prima scopata, quando diventammo uomini con l’insicurezza maiuscola. Da allora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.

La rompipalle – Parte 3

In poche settimane Kori e Klaudia divennero amiche. Più precisamente, Kori adottò Klaudia come una sorella minore. La giapponese restò piuttosto sorpresa dalla vita della finnica fuori dall’ufficio. Innanzitutto la scandinava abitava ancora in albergo, e non aveva ancora disfatto i bagagli. Quando faceva la lavatrice, non riponeva i vestiti puliti nell’armadio, ma in valigia. Non sembrava essersi trasferita a Boston per restarci; sembrava invece fosse pronta a tornare a casa da un momento all’altro. La camera d’albergo che occupava era piuttosto inquietante: era vuota, e non profumava di nulla. In realtà nemmeno Klaudia aveva odore, visto che utilizzava detersivi, detergenti e deodoranti assolutamente neutri. Sembrava volesse passare inosservata. Con un po’ più di fantasia, Kori avrebbe anzi potuto ipotizzare che la finnica fosse una spia. Ma la bionda era più innocua del cadavere di un orso. A lavoro era sì prepotente e rompiscatole, ma mai per malizia. Per certi versi si rivelò anzi generosa. In ufficio imparò i vezzi dei colleghi, e alternò ai dispetti gesti piuttosto carini. A Connor, ad esempio, ogni tanto rubava una penna o rovinava un progetto; eppure ogni mattina Klaudia lo salutava porgendogli un bicchierone di caffè alle nocciole. A Max, che continuava a trattare con ostilità quando si rivolgeva a lei da latin lover, comprava un muffin almeno una volta a settimana. A Janet regalò invece dei libri di poesie e qualche Dvd di film in suomi, che tuttavia l’afro-americana, non capendo la lingua, non guardò mai. La persona a cui però Klaudia prestava maggior attenzione era Kori. Non iniziava infatti giorno senza che la finnica spedisse alla collega asiatica un sms al risveglio. Il problema della bionda erano le liturgie: non usava mai “buon giorno”, “ben svegliata” o frasi simili. Dava più che altro notizie della sua mattinata, senza filtrarsi, del genere “sto per fare la cacca” o “non trovo il bagnoschiuma” o “i vicini di stanza stanno già scopando”; queste e altre stronzate, così pure e ingenue, facevano sorridere la giapponese. E alla fine Kori concluse che probabilmente la finnica avesse bisogno di un punto d’appoggio e di qualcuno che si prendesse cura di lei.
«Devi trasferirti da me», le disse così un giorno. «Dormi poco, mangi male, e sembra che vuoi ucciderti da un momento all’altro», spiegò quasi brutalmente. «Ho una stanza libera a casa, ci starai comoda».
Ma Klaudia scosse il capo. «No!» e riprese a lavorare.
«Non te lo sto chiedendo», insistette Kori. Ma la finnica non le prestò attenzione.
«Senti, tesoro», continuò la giapponese severamente, poggiando la mancina sulla spalla della bionda. «Tu vieni a stare da me, e la pianti di vivere come una psicopatica, ok?»
«Non mi toccare», ordinò però Klaudia sollevando lo sguardo.
Kori lasciò stare, ma temporaneamente. Cercò di ovviare parzialmente il problema coinvolgendo la finlandese nella propria vita privata. La invitò a visitare i musei, le chiese di iscriversi con lei in palestra, e la invitò spesso fuori a cena. Klaudia la assecondava, ma sempre in modo piuttosto bizzarro. Nei musei, ad esempio, non si concentrava mai sulle opere; fissava invece i visitatori, studiandone i capricci, i vezzi, i difetti. In palestra passava venti minuti a prepararsi e scegliere con cura la playlist sull’ipod; però si stancava del tapis roulant dopo pochi “metri”, e ugualmente della cyclette. A cena poi era davvero insopportabile: ordinava un’insalata al fast-food o, viceversa, la bistecca nell’insalateria; si lamentava per il colore dei tovaglioli o la forma dei bicchieri; pretendeva pietanze assurde come la carne di renna, o zuppe scandinave dal nome impronunciabile. Ma più di ogni altra cosa, Klaudia non era mai di compagnia. Rispondeva alle domande solo per monosillabi. Se le si raccontava qualcosa, restava ferma ad osservare e annuire, senza però commentare. Kori aveva spesso l’impressione che la finnica nemmeno la capisse: sbagliava!
Tuttavia un giorno tornò alla carica. Erano in Post Office Square, sdraiate nel prato a fotografare una ghiandaia insolitamente domestica. Klaudia sembrava piuttosto incuriosita dal volatile, ed era insolito osservarla concentrata su qualcosa che non fosse il suo lavoro, o frantumare i coglioni a Connor. E Kori, in una maniera molto spontanea e imprevedibile, le fece una domanda che le rimbalzava dentro da settimane: «perché sei sempre sola?»
La finnica sollevò le spalle, cercando di prestare alla nipponica parte della propria attenzione, in quel momento quasi completamente condensata sull’uccello. «È complicato», chiosò.
«Provaci», la spronò Kori con affetto.
Klaudia sorrise perplessa, imbarazzata. «Aspetto qualcuno», confidò timidamente.
«E questo qualcuno ha intenzione di raggiungerti?» insistette la giapponese.
Ma la finnica non rispose, anche se una lacrima le solcò lo zigomo sinistro.
«Ho fame», cambiò allora argomento Kori, imbarazzata e mortificata. La giapponese offrì la propria mano alla bionda. Klaudia rifiutò il gesto d’affetto della collega, ma la seguì al chiosco degli hot dog, dove prese il sushi.

La rompipalle – Parte 1

La rompipalle – Parte 2

 

Gli amanti dell’ora di pranzo – La ballata del cornuto.

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Romanticismo rubato a Maverick, sulle note malinconiche di take my breath away,
che qui le candele non creano l’atmosfera, ma sopperiscono l’assenza di plugin.
Studio aperto in sottofondo mentre lei te lo succhia, che “hey, a Milano c’è caldo”.
Siamo quelli che scopano all’ora di pranzo, mentre tu, marito della nostra partner, sei in ufficio.
Siamo quelli che tua moglie non la vediamo ingrassata, ma sempre più prossima a un’eccitante vacca da monta.
Siamo quelli che si portano un asciugamano da casa per non macchiarti il lenzuolo di sborra.
Siamo quelli che le succhiano il clitoride finché lo dice lei, non finché ne hanno voglia.
Siamo quelli che non si formalizzano a fottersela anche quando ha le sue cose.
Siamo gli angeli custodi della tua inutile relazione.
Siamo i becchini della vostra vita coniugale oramai deceduta.
Se torni a casa, e tua moglie sorride entusiasta, siamo stati noi.
Se credi che ultimamente lei abbia meno voglia di te, sbagli: siamo stati noi.
Se lei non ha nulla contro l’ennesima partita di calcetto, o il poker, o la cena da tua madre, o che vai a puttane ad Amsterdam, siamo stati noi.
E se trovi un bicchiere sporco di troppo poggiato nel lavandino, siamo stati noi. E no, non è yogurt… ti sconsiglio di assaggiarlo.
Ma soprattutto, se il tuo matrimonio è in crisi, ma sei troppo pavido da divorziare, ci pensiamo noi.
E non vogliamo essere pagati. Né ringraziati. Né encomiati. O premiati.
Per noi è sufficiente che continuiate a non soddisfare le vostre mogli.
Grazie di esistere, cornuti.

Immagine presa da Qui.

La rompipalle – Parte 2

Klaudia ci mise poco ad ambientarsi. Scelse una scrivania e la liberò da ciò che definì “inutile ciarpame”; malauguratamente l’inutile ciarpame era il progetto di un collega di origini irlandesi, il quale non fu felice di ritrovare il lavoro di mesi gettato malamente in un angolo.
«Ti ha dato di volta il cervello?» chiese infatti avvicinandosi alla finnica.
Klaudia scosse il capo. «Volevo star qui», rispose laconica, continuando a lavorare e non prestando un solo sguardo al collega furente.
«Io ti cavo gli occhi, puttana bionda», minacciò lui.
La scandinava lo osservò, sorrise e mostrò il dito medio della sinistra. Alla luce di ciò, Connor, così si chiamava il collega, afferrò uno dei disegni a cui lavorava la bionda e lo appallottolò, gettandolo poi nella pattumiera.
Klaudia, irritata, non reagì immediatamente, ma qualche giorno dopo rovesciò una tazza di tè caldo sopra le carte che affollavano la nuova scrivania del collega. Lui si vendicò passandole alcuni appunti nel tritacarte; lei rilanciò riempiendogli la scrivania di colla.
I dispetti terminarono quando Janet minacciò di licenziare entrambi.
Piuttosto felice dell’assunzione di Klaudia fu invece Max, il capoufficio italoamericano. Max era un quarantacinquenne corpacciuto e insicuro. Si sentiva un discendente di Rodolfo Valentino, ma era più che altro la controfigura del Commissario Winchester. Fiero delle proprie origini, quasi impropriamente, rappresentava quel genere di individuo spedito sul pianeta terra per screditare la leggenda metropolitana “italians do it better“.
Ovviamente, ritrovandosi in ufficio una bionda con seno da pornodiva e visino da bambola, non ci mise molto a partire all’assalto di quello che definiva “un gustoso bocconcino”. Purtroppo per lui, il bocconcino aveva una sessualità piuttosto complessa. Ci sarebbero state parecchie spiegazioni da dare, ma Klaudia rifiutò l’invito a cena con un semplice “no grazie!”
«E perché mai?» incalzò Max con presunzione. «Magari ci divertiamo!»
La finnica sbuffò infastidita. «Ripeto: no grazie!»
«Secondo me ti farebbe bene uscire a cena con qualcuno» insistette il capoufficio.
«Ho già risposto», concluse lei sbuffando.
Giorno dopo giorno l’inglese della bionda migliorava, anche se caratterizzato da frasi piuttosto brevi. In realtà quest’ultimo era quasi un vantaggio, vista la fastidiosa assenza di diplomazia che la contraddistingueva. Lo scoprì malamente Max, quando tornò alla carica con un altro invito a cena. Quella volta la finnica fu molto meno gentile che in precedenza: «sei troppo grasso», affermò senza mezze misure, «sarebbe molto imbarazzante».
Klaudia avrebbe trovato imbarazzante osservare l’italo-americano mangiare. Dal suo bizzarro punto di vista infatti, le persone sovrappeso tendevano ad abbuffarsi grossolanamente come cartoni animati, in una maniera piuttosto grottesca. Il resto dell’ufficio però suppose che quel “molto imbarazzante” fosse invece riferito a un eventuale amplesso. In effetti Max pesava due volte Klaudia, e da nudi facevano una figura piuttosto differente.
La sola che non pensò al sesso fu Kori. Kori era una designer nata e cresciuta a Yokohama, ma trapiantata a Boston nella seconda metà degli anni ’90. La giapponese osservò a lungo la finnica, studiandone il comportamento. Ne apprezzò la solitudine, la passione per il black metal, di cui Klaudia si nutriva quotidianamente per darsi la carica sul lavoro, i riti bizzarri come il pranzo alle 11 del mattino e gli addominali alle 15. Ne intuì anche la sessualità, in particolare scrutandone le reazioni al cospetto dei clienti e, soprattutto, delle clienti. Tuttavia, per quanto avesse il dubbio, non fu mai completamente sicura che Klaudia fosse effettivamente lesbica.
Ma il giorno in cui una giunonica cinquantenne dai capelli rossi mise piede in ufficio, Kori trovò conferma alla propria impressione. La rossa, nota arredatrice di uno studio associato, era una figura carismatica, dominante e affascinante. Era ancora una bella donna, piuttosto raffinata ed elegante nell’abbigliamento e nel modo di parlare. Kori scrutò meticolosamente le reazioni di Klaudia alla presenza della cinquantenne: arrossiva spesso, ridacchiava nervosamente, appariva fisicamente rigida e impacciata nel parlare. Soprattutto sembrava “accendersi” quando la rossa si rivolgeva a lei con frasi imperative.
Così qualche giorno dopo, durante la pausa pranzo, la giapponese rimase sola con la scandinava e affrontò la questione.
«Sei gay!» dichiarò sottovoce, sorridendole teneramente.
Klaudia annuì. «Non esattamente», le rispose imbarazzata.
Kori le sorrise ancora, ma stavolta senza tenerezza. «Se lo scopre Janet, sei fottuta, tesoro»

<< Parte 1

La rompipalle – Parte 1

Era una giornata piuttosto umida, confortata da un vento soffiava da Sud Ovest a 9 miglia orarie. I termometri segnalavano una temperatura esterna di 75° sulla scala Fahrenheit, mentre sembrava scongiurato il rischio di pioggia.
Da pochi minuti erano passate le undici e Janet si apprestava ad intervistare la quarta candidata della mattinata. C’era da riempire una scrivania vuota nel reparto design, e sembrava che tutti gli architetti di Boston morissero dalla voglia di lavorare alla Hansen & Llyoid.
L’afroamericana rilesse gli appunti sull’ultimo colloquio, concludendo che una laurea ad Harvard amplificasse la presunzione di chi, come la venticinquenne che aveva appena lasciato il suo ufficio, si aspettava di essere accolto con tanto di tappeto rosso. Da quando esisteva internet inoltre, era diventato complesso scegliere designer capaci: il web aveva amplificato la tendenza a plagiare il lavoro altrui. I giovani architetti si sentivano avanguardisti, freschi, anti-convenzionali e rivoluzionari. Ma tutta questa presunta modernità ed innovazione si sintetizzava nello scimmiottamento di Frank Llyoid Wright e Le Corbusier, entrambi oramai morti da oltre mezzo secolo.
Infine, rimuginando la scontata considerazione “una volta era meglio”, Janet sollevò la cornetta chiamando la reception. «Fai entrare la prossima», disse a voce bassa e paziente.
La “prossima” era una ventitreenne finlandese. Si era trasferita in Massachusetts da poche settimane e, da quanto aveva scritto nel curriculum, la sua esperienza in ambito architettonico era piuttosto scarsa. Non possedeva nemmeno titoli adeguati, ma una laurea in Biologia. Avevo scritto di aver l’hobby della pittura, ma non era certo una referenza sufficiente. Nonostante ciò, Janet l’aveva selezionata comunque: era curiosa di sapere cosa avesse spinto la finnica a rispondere all’annuncio.
Tempo pochi minuti e l’afro-americana si ritrovò la giovane bionda davanti. Klaudia era di una bellezza piuttosto inusitata: lineamenti baltici; occhi grandi, chiari, e inespressivi; labbra carnose, rosate; carnagione piuttosto chiara, tanto da sembrare pallida. Il fisico era quello di una pornostar, con un seno irragionevolmente grosso su una donna tanto magra. L’abbigliamento invece era tutt’altro che pornografico: anfibi, pantacollant neri e felpa dei Megadeth. Janet ipotizzò che Klaudia non avesse chiaro il concetto di dress code.
«Non ci presenta vestite a quella maniera», la ammonì infatti. «La Hansen & Llyoid non è Google o Yahoo: ci si veste a una certa maniera».
La finnica, più perplessa che mortificata, sollevò le spalle. Oramai era lì, non poteva certo tornare a casa a cambiarsi. E poi, se ci avesse pensato bene, probabilmente non possedeva un solo capo adatto a quel genere di colloquio. Janet, per esempio, indossava un costoso tailleur color cenere. Klaudia concluse invece di non aver mai posseduto una giacca in vita sua.
«Lei parla inglese?» chiese ancora l’afro-americana.
«No», replicò sinceramente la bionda. «Mi faccio capire».
«Ti fai capire?»
La finnica annuì. «Però so disegnare», aggiunse entusiasta, palesando sia il marcato accento uralico, sia l’evidenza carenza di qualsiasi attitudine formale. «Tu sai disegnare?»
Janet, in parte divertita, si sforzò per osservare la bionda con profondo biasimo, ma non ci riuscì. Intuì di trovarsi al cospetto di una sontuosa rottura di palle, uno di quegli elementi irritanti e saccenti che è meglio perdere che trovare. Eppure avrebbe pagato per vederla in azione assieme alle vecchie cariatidi conservatrici e repubblicane che mandavano avanti quello studio architettonico per clientela snob. «Non so disegnare», le disse con tono materno. «Ma a noi serve una progettista, non una biologa capace di raffigurare un cavallo».
Klaudia annuì. «Una designer», puntualizzò. «Linee e curve», aggiunse candidamente. «Nulla di complesso».
L’afroamericana sorrise ancora, immaginando come avrebbe reagito il vecchio Llyoid, orgoglioso dei propri cinquant’anni di progetti intricati e ricercati, alla definizione “nulla di complesso”. «Perché mai dovrei assumerti?» le chiese infine.
Klaudia chiese e ottenne un foglio di carta e una matita. Disegnò un tavolo, piuttosto semplice: piano orizzontale e quattro gambe. Sembrava un disegno semplice, quasi insignificante. Invece mostrò l’enorme talento nel tratto della scandinava, la capacità di sintesi e l’assoluta velocità di realizzazione. Janet si sorprese, ma Klaudia era ciò che serviva alla Hansen & Llyoid.
«Ok», concluse infine. «Avrai una chance», aggiunse con una soddisfazione molto personale. «Ma vestiti decentemente: da architetto, non da giovane metallara».
Klaudia annuì entuasiasta, ma il giorno dopo si presentò in ufficio con la t-shirt di Unknown Pleasures. Del resto, dal punto di vista di Klaudia, un buon architetto non poteva non amare i Joy Division.

Il silenzioso valzer dei mangiammerda.

Non parlavamo. Ci spedivamo i messaggi vocali su whatsapp, completamente silenziosi. A volte ti facevo sentire che ascoltavo gli Asia, oppure come il vento soffiava forte. Tu rispondevi con Dust in The Wind oppure il suono del mare. Le parole erano poche, spesso timide. E ugualmente gli sms, così telegrafici nella loro essenzialità affettuosa. Nel frattempo c’era chi diventava popolare sui social, e chi criticava l’ennesima inutile hit di Laura Pausini. Qualcuno faceva suonare il vinile di Rexanthony, o qualsiasi altra opera elettronica completamente sottovalutata, ma comunque apprezzata, dalle masse.
Era un’estate di passeggiate al molo, a comprare pesce fresco e fotografare le barche. Oppure di lunghi bagni nel mare, fregandosene di che ore fossero e se avessimo appena mangiato. C’erano le gite di lavoro, spesso in orari improponibili o scomodi. Quelle stalle in mezzo al nulla dove il fattore ti offriva una birra e ti chiamava “ingegnere”. C’era chi si ammalava di raffreddore in Agosto, chi prendeva il mal di denti di sabato e chi aveva il mestruo nell’unico weekend in cui rientrava il marito dal “continente”.
Passeggiavo in questi viali infiniti circondati di more, osservando una fila di case in costruzione: una di quelle era la nostra. Sapevamo dove avremmo messo i miei strumenti, e il tuo pianoforte, e l’albero di albicocche. Sapevamo dove avrebbero parcheggiato le auto i nostri amici e cosa cucinare per cena.
A volte ci addormentavamo in sala, con i piedi poggiati sul muro, sollevati, e la testa sul pavimento. Altre volte cominciavamo a scopare alle due del mattino e non ci fermavamo finché i vicini non chiamavano i Carabinieri.
Le nostre biciclette parcheggiate nel viale, sempre in mezzo quando qualcuno doveva passare. Le stupide scene di vita quotidiana riprese con la reflex e poi montate con i Soundgarden in sottofondo. La percezione che stesse cominciando qualcosa di meraviglioso e che invece si spezzò con un soffio di vento. Quel vento che a volte soffia romanticismo, e che altre ricorda che non poco lontano hai sepolto una tonnellata di merdose bugie.

«Ti fermi a cena da me?» mi chiedesti.

«Hoggiamangiato!» risposi, ripulendomi le labbra ancora sporche di una sostanza marrone.

Coprafagia forever.

L’inferno senza Tiziano Ferro.

Il profumo del gasolio tra i capelli sudati, lo sguardo assonnato di chi ritiene “abbastanza” dormire quattro ore per notte. I guanti bucati, ma comodi. Lo smartphone che si illumina ma non suona mai. Decine di sms a cui non hai voglia, né tempo, di rispondere. La testa altrove: a volte catturata da ricordi passati, spesso impelagata in progetti futuri. Speranze morte come foglie in autunno, oramai planate verso terra, calpestate dai passanti o pisciate dai cani. L’essere insignificanti anche per gli hipster e la loro passione per il foliage, mentre squarci di neve si preparano a seppellirci per qualche mese.
I Litfiba alla radio, l’arpeggio enfatico nel bridge di Regina di Cuori. L’estate di vent’anni fa, in bicicletta fino al mare, con i panini nell’Invicta a celare gli spinelli e la scatola dei preservativi. Pranzare al sole che chisseneffrega, sentirsi liberi e canticchiare Jolly Blue degli 883 come degli sfigati. Poi dieci anni dopo le scarpe antinfortunistiche, la Summer Card, il gatto che impara a saltare sul divano, la deflagrazione devastante che potrebbe mandarti al cimitero. Le pizze fredde dimenticate in auto, consumate gelide il mattino dopo, e una birra al posto del caffè-latte. Dieci anni ancora, e non saper comunque scrivere “caffellatte”, essere maltolleranti al lattosio e allergici ai rompicoglioni.
La felicità e tutte le sue contraddizioni, spesso generata da una sigaretta al risveglio, talvolta da una fugace scopata con l’amica di turno. Sposarsi, comprare casa, mettere al mondo dei figli, divorziare. Conoscere una di vent’anni più giovane, convivere, mettere al mondo altri figli, separarsi. Fottersi l’avvocato divorzista, piazzarsi a casa sua, metterla incinta e levarsi dal cazzo quando il bambino ha quattro anni. Comprarsi una decappottabile. Fotografare i tramonti; e chi fotografa i tramonti; e chi scuote il capo alla vista di osserva fotografare i tramonti. Pisciare all’aperto, ruttare dopo una birra, sorridere il mattino dopo una rumorosa scorreggia. Le analisi del sangue, il cancro, la chemio, lo psicologo che ti spiega che sei triste/arrabbiato perché sei malato (grazie-al-cazzo), il prete che gioisce perché presto incontrerai il Signore. Gioite!!!
E l’inferno, così agghiacciante in teoria, ma senza la merdosa Lento/Veloce di Tiziano Ferro in sottofondo. Perché morire, in fondo, non è un dramma tanto grave dopo che per anni si sopporta la pubblicità del Cornetto Algida.

BDSM – Brodo Dado Sedano Minestra – Sottomissione domestica – 1

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Tutti gli schiavi avevano ricevuto l’ordine di raggiungere la sala principale per l’iniziazione di Anna; vestiti di tutine di pelle, stivali e maschere di lattice, si erano inginocchiati l’uno dopo l’altro ai piedi del cerimoniere, per baciargli devotamente la punta del grosso pene eretto.
Quella notte, dovevano esserci più atti di devozione che parole, più interazioni tattili che visive, e un enorme desiderio reciproco di ripetere nuovamente quell’orgiastica esperienza in futuro. Le frustrate risuonarono severe, costanti e abbondanti, mentre mugolii e sospiri vennero soffocati dalle ball gag. Proprio come era stato un mese e mezzo prima, all’iniziazione di Martino, Anna venne consegnata al cerimoniere dalla propria Mistress. La candidata era una diciannovenne bionda, alta poco meno di un metro e sessanta; le sue forme erano asciutte, quasi androgine; i capelli ricci, ma tagliati molto corti; il taglio degli occhi e le labbra carnose erano, assieme alle mani e i piedi minuscoli, gli unici indici definiti di femminilità. Era stata truccata con eyeliner e rossetto azzurro, vestita di una tutina scura a cui il cerimoniere aveva appena squarciato un grosso lembo, largo poco meno di un disco 45 giri, appena sotto la spalla sinistra.
«È una ragazza piuttosto giovane e ingenua per un passaggio del genere», commentò sottovoce Massimo, uno dei master più esperti, «tra qualche anno potrebbe pentirsi di ciò che stanno per farle».
«È questo che mi eccita», rivelò Cristina, sua moglie, anche lei dominatrice. «In cuor mio auspico anzi che ci ripensi tra un’ora».
A queste considerazioni ne seguirono di analoghe, alcune espresse esplicitamente, altre circoscritte a silenziose riflessioni personali.
Al centro della sala era stato posizionato un inginocchiatoio in castagno intagliato. I presenti osservarono il cerimoniere trascinare la schiava per un breve tratto, quindi afferrarla per i capelli e ordinarle di disporsi sull’inginocchiatoio. La candidata eseguì; e quando le venne ordinato di mettere i polsi dietro la schiena, obbedì.
Era venuto il momento di iniziarla al proprio ruolo, a lasciarle sul corpo un segno definitivo del proprio ruolo, un segnale che andasse ben oltre le semplici parole e banali liturgie da 50 sfumature di grigio: era giunto il momento di insegnarle fisicamente l’entità profonda della brutalità della dominazione e la passiva accettazione della stessa.
«Inginocchiata blasfema», cominciò il cerimoniere in attesa che gli passassero il ferro rovente, «rinunci innanzitutto all’inutile dio cattolico affibbiatoti alla nascita, abbracciando invece solennemente la divinazione di un’entità terrena», proseguì improvvisando enfaticamente. «Con un marchio sulla pelle sarai schiava fino alla morte. E non di chi ti riterrà degna, perché degna non lo sarai mai; ma di chi sarà abbastanza magnanimo e paziente da dare un senso alla tua inutile e patetica vita da sottomessa», concluse ricevendo il timbro a caldo, raffigurante una doppia “S” circoscritta in un serpente ad arco di cerchio.
In occasioni come quella, soltanto pochi dominatori riuscivano a completare la cerimonia. Al momento di poggiare la lastra rovente sulla carne, le mani tremavano, così come le ginocchia, perché marchiare a fuoco una persona è un’azione che richiede determinazione, ma anche sangue freddo. Il cerimoniere non temeva certo le urla di dolore, né la puzza della carne bruciata, né la consapevolezza che Anna, una volta marchiata, avrebbe probabilmente perso i sensi o il controllo della vescica.
E infatti, dopo che la diciannovenne venne marchiata, sottomessi, dominatrici e dominatori applaudirono. Ma non tutti avevano guardato. Non tutti erano riusciti a sostenere la vista della bionda che si contorceva soffocando gli spasmi di dolore. Non tutti avevano soffocato la debolezza umana di provare un’irragionevole pietà verso un dolore consapevole, cercato e assolutamente accettato.
Cristina invece, più fradicia di una diga in inverno, offrì la propria bocca a Massimo, in un bacio appassionato tra Master e Mistress, con i reciproci sottomessi in ginocchio ai loro piedi, tenuti al guinzaglio; e non appena fu sazia di quella danza di lingue in salsa di saliva, confidò la propria eccitazione: «non vedo l’ora che marchino i nostri schiavi», affermò entusiasta, «non vedo l’ora che mi venga chiesto se voglio o meno un cerimoniere», proseguì sadica.
«Vuoi farlo tu?» chiese il marito.
«No», rispose laconica Cristina.
Massimo rabbrividì.

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