Scivola.

La notte scivola via. L osserva la città dalla finestra e fuma. Tra un tram e una coppia che si bacia, ascolta il respiro della figlia, che ha addormentato e che non appartiene al marito.
Ma importa? Probabilmente no. Essere una famiglia non significa essere perfetti. Una madre che fuma non é perfetta, no? E poi è più imperfetta una madre che non sorride.
Certo, agli occhi altrui potrebbe essere stata una troia. E forse, per proteggere la bambina, non le dispiace passare come tale.
Sì, è bello passare per cattivi se questo distoglie l’attenzione del resto.
In fondo lei non ha tradito nessuno, ha solo scopato con l’uomo sbagliato. Lo ha scopato da single, in momento in cui si sentiva una nullità perché abbandonata dalla persona che amava da anni. E non importa il come e il perché, tanto il mondo attorno chiacchiera a prescindere.
Sì, lei è quella che fa bene i pompini. È quella che lascia che il partner le schizzi in bocca. E non perché sia una puttana: perché le piace dare piacere.
In fondo il mondo è fatto così.
Esistono uomini che stanno mezz’ora tra le gambe della compagna a leccare ogni centimetro di fica possibile; e non perché sono dei pervertiti, ma perché talvolta è il modo migliore di esprimere amore, l’affetto proibito.

Proibito appunto, come a quanto pare è il sesso da single.
Come se non fosse concepibile essere feriti. Come se fosse necessario dover rispettare le decisioni altrui e contemporaneamente sacrificarsi su ogni altro fronte.
Ha una fede al dito ora. È sposata dall’uomo che l’ha fatta sentire una merda. L’uomo che è tornato, ma che quando ha scoperto la gravidanza l’ha pestata sperando di provocarle un aborto.
E si parla di errori. Sì, un errore. Capita talvolta, dicono. Dipende dalla confusione.
Ma lei non parla di errori, per carità. No, non lo farà mai. No.
Si volta con la sigaretta accesa, osserva la figlia e sorride.
Un figlio non è mai un errore e qualsiasi cosa accada resterà sempre un figlio. Quella bimba è creta ancora vergine da svezzare, e magari educare al rispetto. L osserva la fede al dito. Pensa all’idea generale di fedeltà, alla devozione che comunque l’uomo che amava, ha amato e ancora ama, non ha mai avuto per lei.
Se l’avesse amata davvero, non l’avrebbe mollata. E se l’avesse amata, non sarebbe tornato con presunzione.
Sicuramente, amandola, avrebbe accettato l’errore.
Invece resta un vuoto che secondo gli altri dovrebbe riempire con il senso di colpa, ma che lei riempie con i sorrisi di Creta.
Ecco, le valigie servono a sorridere. Sono state riempite per portare la creta altrove. Non si può insegnare il rispetto e l’affetto se la figura maschile di casa tratta quella femminile da puttana.
E forse è un errore andarsene senza lavoro, senza soldi, senza un’idea sul come cavarsela.

Ma se tutti gli errori hanno la risata candida di Creta, ben vengano gli errori.

Anna – Sterno/Nuca – Finale.

Mi chiamo Anna e sorrido a un passante. Ho quarant’anni, ma non  da sempre: una volta ero una bambina con i capelli rossi e gli occhi chiari. Poi a dodici anni sono diventata donna; a tredici ho dato il mio primo bacio; a quattordici ho cominciato a fumare; a quindici ho trovato l’amore; a sedici ho scoperto i Cranberries; a vent’anni ho preso un cucciolo di Labrador che ho chiamato Linger; a venticinque ho lasciato la facoltà di mediazione culturale perché il mio fidanzato me lo ha imposto; a trenta ho preso la laurea in Matematica e Fisica. A trentuno anni mi sono infine sposata. Il resto ve l’ho raccontato, quindi sapete che a trentadue anni abbia vinto il concorso come docente liceale, che a trentatré abbia preso un gatto che ho chiamato Ercole, che a trentaquattro sia rimasta inutilmente incinta, che a trentacinque mi sia tatuata una lumachina sul ventre e che a trentasei abbia smesso di fumare perché il mio subconscio preferiva pensare che mia figlia fosse nata morta per via delle sigarette e non per le percosse ricevute pochi giorni prima del parto. Ricorderete inoltre che a trentasette anni mi sia fatta un piercing all’ombelico e che a trentotto il mio ex, dopo avergli chiesto il divorzio, mi abbia sfregiata con una bottigliata. Ora ho quarant’anni e, come vi dicevo, sorrido a un passante.

Mi chiamo Passante e sono un vigliacco. Osservo una persona armata avvicinarsi a una quarantenne, e vedo che la uccide. Io sarò colui che soccorrerà la vittima, quello che denuncerà l’accaduto ma anche quello che non si  prenderà la briga di descrivere alle autorità un’omicida e un omicidio che ha visto benissimo. Sono un passante che non vuole essere un testimone.

Mi chiamo Anna, ho diciassette anni, non possiedo animali e sono fidanzata. Abito in un paese dove non succede mai nulla, fumo sigarette al mentolo e, quando ascolto Linger, penso al mio primissimo bacio con quel ragazzo che oggi è diventato il mio migliore amico. Paolo è l’unico a conoscenza dei miei lividi sulla spalla, sull’ombelico e non in un altro parte del mio corpo che mi vergogno di nominare; forse dovrei ascoltare i suoi consigli o forse no. So che Roberto non mi colpirà più, me lo ha giurato e mentre giurava piangeva. Un uomo che piange è un uomo sincero, no?

Mi chiamo Paolo ma vengo spesso chiamato Ercole, o meglio, è lei che mi chiama così, da sempre, da quando eravamo due bambini travestiti da adolescenti o viceversa, da quando quello che sembrava amore probabilmente era affetto fraterno, o viceversa. Piove, ma lei non esce di casa senza ombrello, mai, con quell’ombrello bordeaux che ci ha fatti ritrovare poco meno di un anno fa. Sorrido, sorrido perché ho appena visualizzato la foto mentale in cui Lei si avvicina per lasciarsi baciare mentre la chiamo Ebe, come facevo quando ci incontravamo per un caffè nel chiosco della facoltà di lingue. Tuttavia, anche se sono passati tre lustri, non dimenticherò mai il giorno in cui non si presentò: per questo sono preoccupato, perché ogni volta che non la vedo arrivare ripenso a quando la persi per la seconda volta.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire».

Bang.

Mi chiamavo Anna, avevo quarant’anni, possedevo un gatto e mi ero appena fidanzata. Abitavo in una città dove nevicava spesso, fumavo un tipo di sigarette che il tabaccaio mi metteva da parte e conoscevo a memoria tutti i testi dei Cranberries. Avevo una cicatrice sulla spalla sinistra, un piercing all’ombelico e un tatuaggio non vi dico dove. Insegnavo matematica e fisica in un liceo classico cittadino, avevo i capelli rossi e possedevo un ombrello bordeaux. Un regista ha girato un film sulla mia storia: è un gran bel film secondo i miei allievi, anche se credo che alcuni dettagli siano inesatti. La pellicola si conclude infatti con il mio ex marito che prima di sparare mi fa notare che una volta When You are Gone la cantassi per lui, ma non è vero, anche perché mi ha sparato alla nuca e non nello sterno.

I codardi, del resto, colpiscono sempre alle spalle.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla

2 – Ombelico

3 – Ventre

4 – Occhi

 

Nota dell’autore.
E’ la prima volta che un racconto mi prende tanto come è stato per Anna. E’ nata lunedì pomeriggio, 5 giorni fa, eppure mi sembra di conoscerla da sempre. Temevo che visto l’argomento trattato potessi crearmi delle antipatie invece credo abbiate gradito parecchio le vicende di questa ragazza. Vi ringrazio di cuore, come mai ho fatto in passato.
Carlo.

Anna – Occhi.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni, ho gli occhi celesti e ho una ragione per spiegare tutto quel che sono. Ho un fidanzato perché sono affascinante; possiedo un gatto perché sono accondiscendente; adoro la neve perché sono ottimista; fumo perché sono imperfetta; canto i Cranberries perché sono istintiva; adoro la matematica perché sono irrazionale; ho un solo tatuaggio perché sono selettiva; ho un piercing perché sono impudente; mi tingo spesso i capelli di biondo perché sono volubile e non mi importa se non ti sta bene, deve andare bene a me. Mi chiama Anna e oltre gli occhi celesti noterai una cicatrice sulla mia spalla sinistra e, tra le tante altre Anna che definiresti affascinanti, accondiscendenti, ottimiste, imperfette, istintive, irrazionali, selettive, impudenti e volubili, io sarò sempre l’unica ad essere stata sfregiata.

Sono la neve e ogni tanto mi poggio sulle spalle di una trentatreenne sposata e che possiede un gatto. Passo spesso da queste parti, mi piace abbassare le temperature diventando così un pretesto per scaldarsi con una sigaretta o con un abbraccio, e nessun brano dei Cranberries è abbastanza romantico come quando dipingo i parchi di bianco. Sono il motivo che porta le persone a coprirsi spalle, piercing e tatuaggi; sono il perché molte capigliature bionde, anche se tinte, sono costrette a rifugiarsi sotto una cuffia di lana. Sono la neve e spesso mi poggio sulle fronde prossime a un liceo classico cittadino, distraendo sia gli allievi sia gli occhi celesti di una docente di matematica e fisica.

Mi chiamo Anna, ho trentatré anni e abito con mio marito. Oggi spiegherò gli Insiemi finiti, io che di “infinito” conosco solo il concetto matematico, dato che tutto il resto infinito non è: come la neve che prima o poi si scioglie; come le sigarette che devi costantemente ricomprare; come la tinta dai capelli che lentamente scompare; o come una I liceo che già a metà Giugno non è più tale. Infinito come uno sfregio, un piercing o un tatuaggio; infinito ma non eterno, come il ricordo del mio adorato Linger.

Sono un ciliegio ma non cercarmi nella città in cui nevica spesso e in cui i tabaccai vendono le sigarette al mentolo. Faccio ombra però, faccio ombra a una trentaduenne che osserva il deserto di questa valle che nessuno vuole più coltivare da quando il fiume locale ha preso l’hobby di esondare per distruggere mesi di raccolto. Non è la prima volta che Anna viene a trovarmi e anzi, il mio tronco sorregge la sua schiena da parecchio, già da prima che vincesse il concorso ministeriale, prima ancora che scegliesse di abbandonare Mediazione Culturale per passare, anche se ormai venticinquenne, a Matematica e Fisica. Anna venne a trovarmi anche il giorno in cui il fidanzato le fece un occhio viola solo perché un collega metallaro le aveva dedicato Behind Blue Eyes… e sono conscio che non c’entri un cazzo, ma all’epoca Linger era ancora un cucciolo di Labrador.

Mi chiamo Anna, ho trentadue anni e osservo mio marito allontanarsi felice, seguito dall’inconsapevole Linger. Da queste parti nevica spesso e a volte mi chiedo se la neve decida o meno se e quanto colorare di bianco le nostre giornate, o se cadere per coprire i cadaveri di sigaretta che buttiamo vergognosamente sul marciapiede. Comunque, se non voglio ammalarmi, dovrei acquistare un ombrello, un ombrello robusto ed elegante, possibilmente femminile. Da bambina credevo che la femminilità fosse insita nella mia folta capigliatura; durante l’adolescenza pensavo fosse sufficiente mostrare l’ombelico; da adulta ho capito che, anche se hai delle belle spalle, agli uomini interessi soprattutto la fica. O forse per essere femminili sono sufficienti due occhi chiarissimi che trasmettono sensualità e fragilità. I miei sono occhi che oggi diventano rossi, oggi che è il più felice tra i miei giorni tristi, oggi che riceverò la lettera d’assunzione, oggi che il veterinario ci comunicherà che dovrà abbattere il cane, con grande gioia di mio marito.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire, ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

«Una volta la cantavi per me».

«Una volta avrei avuto paura di morire e inoltre tu non sei reale».

«Nemmeno tu lo sei e il tuo tempo è scaduto».

Bang.

Domani il finale.

Capitoli Precedenti:

1 – Spalla.

2 – Ombelico

3 – Ventre.

Anna – Ombelico

Mi chiamo Anna e ho quarant’anni. Ieri avete scoperto che possiedo un gatto e che, nonostante i miei trascorsi infelici, sono riuscita a innamorarmi ancora. Inoltre sapete che abito nella città dove nevica spesso, sapete che fumo sigarette al mentolo e sapete che adoro i Cranberries. Quindi, se nei pressi del liceo classico cittadino vedete una rossa con un ombrello bordeaux, probabilmente non farete fatica a riconoscermi, anche perché siete a conoscenza della cicatrice, del piercing e, anche se non si vede, del tatuaggio.

Mi chiamo diamante e, nonostante l’omonimia con un brano di Zucchero, sono il piercing nell’ombelico di Anna. Anna ha trentasette anni, possiede un gatto e sta divorziando. Abita in una città dove nevica spesso, ha ripreso a fumare e, se si parla di mirtilli, lei pensa ai Cranberries. Anna ama essere baciata sulle spalle, sul ventre e sulla fica, ma ultimamente non le va di farsi toccare. Gli unici complimenti che trova sinceri sono quelli dei suoi allievi di Matematica e Fisica, gli unici che trova privi di qualsiasi forma di sessismo o semplice opportunismo.

Mi chiamo Anna, ho trentasette anni e se siete miei amici su FB saprete già che possiedo un gatto e che sono sposata. I miei post sono ridondanti, sia quelli sulla mia adorata neve, sia quelli sul perché abbia smesso di fumare; e inoltre condivido costantemente sempre gli stessi video dei Cranberries. Mezz’ora fa ero sdraiata su una poltrona sterilizzata in attesa che un Capitan Findus tatuato mi perforasse l’ombelico per quello che è il mio primo piercing. Ovviamente non ne parlerò con i miei allievi, anche se so che i loro commenti sarebbero carini, come lo sono stati la volta che ho fatto i colpi di sole. Mi chiamo Anna e il mio ombrello giallo mi protegge dalla pioggia ma non dalle delusioni: come ora che vorrei fare una sorpresa a mio marito mostrandogli il diamante, mentre la sorpresa me la fa lui facendosi trovare a letto con un’altra. No, non sto piangendo: quelle sui miei zigomi sono gocce di pioggia.

Mi chiamo Ombrello e sono un regalo che ha reso felice una trentaseienne sposata che possiede un gatto. In questa città sono un oggetto indispensabile, lo sono perché nevica spesso e né smettere di fumare o cantare i Cranberries preserva da una polmonite. Sono un regalo di una III liceo nei confronti di una docente di matematica e fisica che, nonostante l’ossessione per la Termodinamica, è sostanzialmente corretta nonché solidale con i ragazzi: come la volta che si è tinta i capelli di verde, pur di difendere l’acconciatura di un’allieva.

Mi chiamo Anna, ho trentasei anni e possiedo un gatto perché mio marito è allergico ai cani. Abito in una città che spesso si ricopre di neve, ma non potete capire quanto sia stupendo passeggiare in mezzo al bianco con i Cranberries in sottofondo. I miei allievi invece ascoltano tutt’altro e anzi, nessuno tra loro conosce Linger; ma non è un problema, il problema è che spesso non conoscano la Termodinamica e allora devo diventare cattiva. Tuttavia non riesco ad essere crudelmente severa nei loro confronti: perciò a volte fingo di non sentire un suggerimento che dai banchi dovrebbe arrivare alla lavagna circumnavigando la sottoscritta in barba a tutti i principi dell’acustica. Al momento sono nervosa, sono nervosa perché mi hanno consigliato di smettere di fumare se voglio avere un figlio. Lo faccio volentieri anche se mio marito, nonostante la promessa, non farà lo stesso.

Mi chiamo Anna, ho quarant’anni e sul collo ho segni che non posso non vedere ma che non voglio coprire. Ora cammino sotto la pioggia con il mio ombrello bordeaux, sperando che a giorni arrivi la mia adorata neve. Canticchio When You Are Gone in attesa del mio ragazzo: dovremmo andare a cena ma probabilmente non ci arriveremo mai. È la prima volta che vedo da vicino la canna di una pistola, ma vi giuro che avrei preferito che il caso mi dispensasse da questo genere di esperienza.

Continua domani.

Puntata di ieri.

Anna – Spalla.