La schiava sarda – pt. 3

«Se non sai dominare una donna», afferma Marina, «non travestirti da padrone, Arschloch
Jürgen si appresta a rimarcare la propria posizione, ma qualcosa manda in frantumi uno dei vetri nell’unica finestra. È stata una fucilata, sparata da non meno di duecento metri.
«Addio!» sibila Francesca, osservando la scena attraverso il mirino telescopico dell’arma.

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La schiava Sarda – pt. 1

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I fatti che vogliamo raccontarvi iniziano in Sardegna, e più precisamente nel Marghine, subregione centro-occidentale dell’isola. Protagonista è Francesca, una ventunenne che colleziona scacchiere ma che non sa giocare a scacchi. Siamo nell’autunno del 1995, quando le stazioni radiofoniche passano Shy Boy di Diane King e tante altre hit di cui, dopo 22 anni, vi siete probabilmente dimenticati. Continua a leggere “La schiava Sarda – pt. 1”

La Luna non è più piena, è “curvy”

La luna è distante, insindacabile. Ma anche se fossero pochi chilometri, non ci andresti. In fondo, se fossero pochi chilometri, ci andrebbero tutti. E tu non vai mai dove vanno tutti. C’è chi fa fatica a costruirsi un’immagine da anticonformista. C’è chi invece è anti-convenzionale anche nel modo di ridere.

Ci si nasce.

Il mondo è fatto per ruotare in un solo senso, e alcuni lo hanno capito. Altri lo immaginano. Ma ad altri, fondamentalmente, non frega un cazzo. È questo che affascina: l’ignoranza. C’è differenza tra non conoscere le regole o ignorarle. In particolare se si parla di pulsioni. E svegliarsi all’alba ti fa sentire diverso, sociopatico.

Pulsioni.

Apprezzi il tuo assoluto desiderio di solitudine, così normale ai tuoi occhi, ma innaturale dal punto di vista sociologico. Sei come il mal di denti: lo hanno provato tutti, ma nessuno lo desidera.  E sei quello che saluta i vecchietti, o quello che risponde buongiorno augurando la morte a due logorroiche in tuta lilla.

Che dio le maledica le tute lilla. O le logorroiche.

È una questione di equilibrio, ma abbastanza semplice, senza trigonometria. Come sbronzarsi al primo sorso di birra, o sborrare dopo il bacio. C’è gente che passa la vita cercando il senso dell’esistenza, mentre tu cerchi di fare l’opposto. In fondo che senso ha scoprirne il motivo, alla fine creperai ugualmente.

Funerale.

Così immagini quelle messe colorate e cantate, quelle con i negri – che si dice afroamericani – e senza i finocchi – che si dice omosessuali –  con quel tizio ciccione – che si dice corpacciuto – con la passione per la pedofilia – che si dice errore di percorso, ma solo se è un prelato. E mentre tutti cantano When The Saints Go Marching In, tu sei già cibo per vermi.

Luna piena.

E sei morto senza senso, senza magari un tumore ai polmoni perché ai fumato troppo, o uno al fegato per colpa dell’alcolismo. Magari con la silicosi passeresti da eroe, come i tuoi nonni, che eroi lo erano, magari no. In fondo quando si invecchia, si viene umiliati da chi ancora non ha fatto nulla. O che forse non lo farà mai. Vuoi salire da me? Ho una collezione estesa di Me ne occupo domani

L’altra bionda succhiava meglio. (pt. 4)

«Ti piace?»

E` ovvio che mi piaccia, la perversione piace sempre, è la perversione a rendere indimenticabile il sesso, è la perversione a sancire la differenza tra una scopamicizia “tanto per..” e un’appagante serie di scopate. La perversione è una delle forme di fiducia più imponenti che riesco ad immaginare, la perversione è figlia di un mutuo accordo tra partner, un mutuo accordo spontaneo che nasce in uno scambio di sguardi, senza bisogno di liturgie o accordi verbali. Perversione non è sesso anale, perversione è incularsi facendo finta che il sesso anale sia proibito; perversione non è fellatio, footjob o un dildo color porpora; perversione è sfondare una fica con una caffettiera da 1.

«Sei stato bene?»
«Sì».
«Posso accendere la radio?»
«Sì», rispondo gentilmente «ma non quella».

Possiedo tre impianti stereo portatili, di cui due sono combo e il terzo è un assemblato vagamente professionale. Uno dei combo è qui, in camera da letto, e non viene acceso da parecchio tempo, da un pomeriggio autunnale di parecchi autunni fa. Avere quarant’anni significa guadagnare tempo, significa essere tonici e brillanti, ma anche essere saggi e, se si è letto abbastanza, sufficientemente edotti. Avere quarant’anni significa non sentire il peso di un lustro che passa, significa percepire “cinque anni fa” come un lasso di tempo ragionevolmente breve, nonostante non lo sia. Questa radio deve restare come è ora, spenta e silenziosa. Questa radio, l’ultima volta in cui è stata utilizzata, ha suonato Ghost in The Machine dei Police. Questa radio è spenta da un lontano Novembre, da un giorno cupo in cui The Invisible Sun ha fatto da colonna sonora a un’ultima silenziosa sigaretta. Il CD è ancora dentro, un CD non mio, un CD che non essendo mio non mi sento in diritto di ascoltare, un CD di cui tuttavia non possiedo alcuna custodia e che quindi non mi va di rimuovere dal lettore. Quel Ghost In The Machine sta li, da quando la ragazza con i capelli viola lo ha fatto suonare.

«Non credevo ti piacessero i Police», affermi con tenerezza.
«Credevi bene», replico con eccesso di retorica da patetico film noir anni 80 con protagonista Andy Garcia. Ma non sono Andy Garcia, non lo sono perché non ho recitato ne Il Padrino Parte III, perché non ho il fascino da gangster con la faccia d’angelo, perché non sono abbastanza noioso.

«Posso mettere gli Afterhours
«Piuttosto mi lascio inculare da un rude e irrispettoso negrone superdotato in astinenza da un decennio».

La bionda toscana adorava Manuel Agnelli e soci, ma giungemmo al compromesso che io avrei continuato a lubrificarle il buco del culo con la lingua, se e solo se lei mi avesse dispensato da Male di Miele, Non è per sempre e tutte le puttanate successive. Che poi ok, definirle “puttanate” è assolutamente soggettivo, ma ho un’età in cui posso cominciare a vomitare la prima stronzata che mi passa per il cervello, senza dover necessariamente essere politicamente corretto. E poi, fino a prova contraria, per la bionda toscana non è stato complesso scegliere tra le rime di Dentro Marylin o il mio rimming dentro di lei. Presumo che per quanto gli Afterhours siano apprezzati, o apprezzabili, non vengano comunque prima di un devoto lavoretto fatto con la lingua. 

«Li metto uguale», sorridi convinta che forse mi piaceranno, «ti ho succhiato il cazzo due volte, quindi lasciami scegliere la colonna sonora».

Ed eccoci così al compromesso, cioè lo snodo prioritario di qualsiasi relazione, che sia questa erotica e/o emotiva, o che sia semplicemente un rapporto interpersonale lievemente sincero. Il compromesso è quell’accorgimento che alla scuola materna alterna “l’ora d’aria” alle prove di scrittura; il compromesso è quell’accorgimento che ti costringe a star seduto a studiare le tabelline, per poi goderti in santa pace il tiro della tigre di Mark Landers; il compromesso è quell’accorgimento che ti convince a tenere per mano il tuo primo amore, anche se ti imbarazza farlo, in modo che poi lei ti masturbi in un qualche cespuglio non troppo nascosto. Il compromesso è quell’accorgimento che ogni tanto ti fa rinunciare alle altre fiche, in particolare se quella che ti lasciano leccare ti piace parecchio.

«Fai come vuoi».

Ed eccomi quindi a casa mia, nudo, sdraiato prono sul mio letto, ancora sporco di sborra. Sono qui, rilassato, ad ascoltare i tutt’altro che rilassanti Afterhours, mentre osservo la soddisfazione da piccola vittoria dipingersi sul tuo volto. Ma credo sia questa la differenza maggiore tra una partner e un’altra: alla bionda toscana ho concesso tante piccole vittorie, perché quando sorrideva soddisfatta il suo volto diventava ancora più bello. A quelle come te invece, concedo una vittoria come premio di consolazione per il successivo e metaforico ma indiscutibile calcio in culo con cui ti congederò dalla mia esistenza. L’attrazione sessuale è anche una questione di lineamenti, se mentre le sali sul dorso, ficcandole il cazzo tra le labbra, la prima cosa che ti viene in mente è “madonna che bel viso”, allora sei destinato a scoparci assieme molte altre volte. Se penso alla bionda toscana, che poi è umbra e vive nel nord Italia, mi viene in mente quanto mi piacessero i suoi occhi, devoti ed eccitati, mentre con la lingua risaliva dallo scroto fino alla punta dell’asta.

Finale >>

<< Terza Parte

L’altra bionda succhiava meglio.

«Parlami di te».
«Ho quarant’anni e faccio un lavoro da ventenne».
«E poi?»
«Non c’è altro».
«Allora parlami di me».

Parlarti di te? Sarebbe complicato parlare di te. È complicato descrivere qualcuno che non conosciamo, è complicato soprattutto se lo abbiamo sempre trattato con superficialità e indifferenza. Non ricordo da quanto ti conosco e, ancora peggio, non ricordo il come ci siamo incontrati. La differenza spesso la fanno i dettagli e, in questo caso, i tuoi dettagli non hanno fatto la differenza. Ma esiste un Dio per quelli come noi, un Dio che ci osserva e protegge, il Dio Delle Scopamicizie. Il Dio delle Scopamicizie è un’entità ineffabile e onnisciente che ci metta in bocca le parole giuste per permetterci, in futuro, di mettere in bocca qualcos’altro.

«Sei una persona profonda», proferisco dunque, mostrando un sorriso artefatto ma evidentemente credibile «sei una persona profonda e sensibile».

E a volte è sufficiente. È sufficiente il binomio “profondo” e “sensibile” per ritrovarsi il cazzo inzuppato di saliva o un capezzolo in bocca; è sufficiente rispondere in modo semplice e nemmeno particolarmente impegnativo per continuare a sfondare sfinteri promiscui. In fondo si rimorchia maggiormente con i “mi piace il tuo seno” piuttosto che con i “mi innamorerei di te”. E infatti taci, sei felice, il tuo capo si poggia sul mio sterno, le tue labbra baciano dolcemente l’incavo tra costole e ombelico, le tue mani accarezzano l’interno della mia coscia. Le mie invece di mani sono tra i tuoi capelli, i tuoi capelli morbidi e lisci, i tuoi capelli biondi. Il biondo surrogato.

«Mi piace qui», sussurri dolcemente «c’è tanta pace a casa tua».

Ma quella a casa mia non è pace, è silenzio, un freddo e inquietante silenzio. A casa mia vige il silenzio, un silenzio che ogni tanto metto a tacere o con un disco dei PanterA, o con una bionda che mugola, oppure con entrambe le cose. Abbiamo cominciato a baciarci sulle prime note di Vulgar Display of Power; ti ho leccato la fica tra il bridge di Mouth For War e il secondo ritornello di This Love; me lo hai succhiato fino al solo di Rise; infine ti ho penetrata e ora ci stiamo coccolando con Hollow in sottofondo. Sono strane le coccole da sesso occasionale, sono prive di qualsiasi forma di affetto e, contemporaneamente, così spaventosamente appaganti, è una sorta di reciproco esplorarsi, stuzzicarsi, ma senza tutte quelle menate del cuore che batte e via discorrendo. È il corrispondente erotico del godersi il sapore di un frutto mentre lo si mangia.

«Quando sei stato in Toscana?»

Non sono mai stato in Toscana; non sono mai stato a Santa Maria Novella, né al Fosso Reale, né al Palazzo Pfanner, né a Capoliveri. Quelle appesa all’armadio, sono foto scattate da un’altra persona, foto che ho ricevuto per posta e a cui ha dato un significato molto più intenso della semplice constatazione di scienza.
La mia mano finisce sulla tua nuca bionda, non credo sia complesso capire le mie intenzioni, sicuramente non lo è per te, ma un conto sono le intenzioni e un conto è il risultato finale. C’era una bionda a cui non dispiaceva che la mia mano sulla nuca le indicasse la via; anzi, le piaceva assecondarmi, scendendo lentamente, lasciando piccoli baci durante il percorso, creando un sentiero di saliva tracciato dalla punta della lingua.

«Non mi va», proferisci in modo inequivocabile, «l’ho fatto prima, e non è piacevole».

Punti di vista.
A me non dispiace restare mezz’ora con la fica tra le labbra, non mi dispiace che sia la partner a scegliere se e quando sia sufficiente, non mi dispiace impegnarmi talmente tanto da guadagnarmi un “la lecchi davvero bene” che accresca la mia autostima e le possibilità di leccarla ancora in futuro. Ma per te no, è sufficiente un bocchino, uno solo, un bocchino che sia finito prima che Dimebag dia nuovamente occasione a Phil Anselmo di ripeterci retoricamente cosa ci sia di sbagliato nella nostra mente.
La ragazza delle foto, quella che mi ha mandato le istantanee della toscana, non aveva mai fretta, anzi, i suoi pompini duravano da Cemetery Gates a The Art Of Shredding. Comunque non era solo la quantità a fare la differenza, ma la qualità. La bionda toscana aveva una maniera tutta particolare di farmi star bene, la sua lingua restava interi secondi sul frenulo, a stuzzicarlo, eccitarlo, in un appagante gioco in cui mi negava il calore della sua bocca avvolta attorno alla cappella concedendomi tuttavia il lusso dell’eccitazione.

«Di chi è quel basco?» chiedi non appena osservi il copricapo verde poggiato all’appendiabiti.
«Appartiene alla ragazza coi capelli viola».
«Me ne parli?»
«Te ne parlo la volta prossima».

Ma non esiste una volta prossima, non esiste una volta prossima per chi non lo prende in bocca più di una volta, non esiste perché non ospito nessuno nel mio letto che definisca non piacevoli certi accorgimenti passionali. Come dicono i metallica Sad But True. Per questo alla bionda toscana concessi tante volte prossime, per questo alla bionda toscana parlai della donna dai capelli viola e relativo cappello verde, la donna che veniva da…
Ah giusto, dimenticavo un dettaglio: la ragazza toscana non era toscana. Era nata in Umbria, mi pare, e abitava in Liguria o nell’alessandrino, non ricordo con certezza. Comunque non in Toscana.

Seconda parte >>

L’amore al tempo dei Blur – So 90’s.

Nel 1994 tutti ballavano su Girl & Boys. Tutti o quasi.  Trovavo ripugnante l’eurodance, che all’epoca andava di moda all’epoca. Corona sembrava una punizione divina, una cazzo di piaga d’Egitto post-litteram. Ricordate Corona? Era un personaggio invadente e la sua prorompenza musicale mi irritava; lei e la merdosa “thisderidimofdenait” che esplodeva ogni 2×3, in qualsiasi meandro mi trovassi. Era sufficiente una radio o una televisione accesa, ed era subito Corona.

Ma poi il liceo. Siamo in quegli inverni che conosce solo chi vive in Sardegna, quando chiamo fredde le giornate con 17 gradi, o comincio a farti le canne prima ancora di assaggiare le sigarette. Ma la droga fa bene, o almeno, a me non dispiace. credo che il sapore della Ganja sia secondo solo a quello della fica, e chi sostiene che faccia male, bhe, che mi metta pure il naso in culo. Ci sono i Blur comunque: Country House e The Universal suonano in sottofondo, al bar, sia quando compro paio di Diesel in saldo. Ovunque vai, ascoltano i Blur.

Cazzo.

Primavara, Juve – Real Madrid 2-0 e 7 nella versione di Greco. Non capiterà spesso, ma i Blur vanno al Festival di Sanrrrrremo, dall’ingessatissimo Pippo Baudo e dall’altrettanto ingessatissima platea di bastardi corrotti, che anni dopo saranno sostituiti da altri ingessatissimi bastardi corrotti.  Suonano per coerenza, i Blur dico, suonano talmente tanto in playback che Graham Coxon si lascia sostituire una controfigura in cartone.

Cartone, come quel mondo che l’Ariston ostenta.

E arriva l’estate, che poi qui in Sardegna è estate anche a febbraio. Perché il mondo sboccia ed è tutto fiori, come Sabrina, che ok, non è fiori, veste sempre di nero, come se fosse nata carta carbone. Dicevo che arriva Sabrina, che i Blur nemmeno sa chi sono, ma adora Bon Jovi. Ahimè, il cotonato Bon Jovi e il suo heavy metal per poppanti. A 15 anni si ha il poster di Bon Jovi in stanza e si spera di diventarne la moglie un giorno; suppongo. Nemmeno il tempo di piacervi che due settimane dopo siete al parco, che fa un sole fottuto e dovreste invece essere a lezione di greco, che mamma non vuole che facciate vela o come dicono a Roma “sega”… non vuole.. Alex Drastico/Enrico Brizzi la chiama fare Fuga: lui fa fuga per il compito di fisica, di Lunedì. ma è Giovedì, e tu fai fuga per la figa… ti piace così.

Ti e le piace. Vi piace.

Vi piace sdraiati, su quel prato che non dovreste calpestare, fumando quelle robe che non dovreste fumare e toccandovi dove non dovremmo toccarci… ops, dove non DOVRESTE toccarvi… In sottofondo due ventenni o poco più, fanno l’università. Non so se la tiri più lui che parla di Klimt o lei che canticchia The Charmless Man come se fosse un brano di quella puttana culona della Pausini. E ne arriveranno altri dischi dei Blur, passeranno ancora in radio. Spesso li preferirai a Gala e la sua maledetta Let A Boy Cry. Sabrina diventerà un ricordo, assieme a tanti altri. Ogni volta che sentirai Always alla radio penserai a lei, scalza, sul letto della sorella, con la spazzola in mano e tu unico spettatore..

Perchè pensi ai Blur adesso?

Semplice, in primis perchè hanno passato Always alla radio; poi perché la sorella di Sabrina adorava Demon Albarn e ne aveva una marea di poster vicini al proprio letto. Per questo ogni cazzo di volta che senti Always pensi ai Blur e non a Bon Jovi.

Frugami.

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Quando infili una mano nei miei pantaloni, cosa cerchi? Forse ti servono delle monete? Osservo quanta perizia usi nel penetrare con le dita in profondità, come se volessi percepire sui polpastrelli la cucitura interna dei miei pantaloni.
Perché frughi nelle mie tasche?
Vuoi forse scoprire il segreto che non voglio condividere? Forse temi ti stia tradendo, e credi di cogliermi di sorpresa? Ma trovi solo polvere, la pallina di uno scontrino e altra polvere. Non nascondo nulla nei pantaloni, tranne la mia eccitazione.
Forse per questo indugi.
Vuoi verificare se sia un tubetto di Polo alla menta oppure il mio pene. Per questo ne tasti la consistenza con pollice e indice, controllando che sia abbastanza duro. Sei gelosa. Sì, secondo te più è duro e meno ti tradisco. Per questo mi metti una mano tra le palle come torno a casa, per questo soppesi il mio scroto: vuoi che lo svuoti solo su di te. Su di te… sudi..
E comunque, se lo assaggi, scoprirai che non sa di Polo alla menta.