LX1

Ciascuno ha un piccolo orologio che gli rintocca dentro implacabile. Tu sei il mio. Hai quella disordinata capacità di farmi rendere conto di quel che non voglio vedere, ad esplosioni frammentarie. Mi ripeti silenziosamente che posso togliere le batterie e fermare le lancette, ma non posso fermare il tempo. Che è quasi un cliché compositivo. Ne hanno già parlato tutti, anche troppo. Forse è bene non essere come loro. Limitarsi a descrizioni più semplici, lineari. Essere originali con la banalità. Ma nemmeno lì c’è spazio. Fabio Volo e Moccia hanno monopolizzato il settore. Forse per questo esiste la birra. Perché quando ti senti così, si fa prima a berci su piuttosto che rifletterci.

Cheers!

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Alcolismo serale.

Ho fatto qualcosa di male a Youtube. Ne sono certo. Diversamente non mi troverei gli stramaledetti Evanescence nella riproduzione automatica. Dio, quanto li odio. Se c’è un genere musicale che mi infastidisce più del New Metal e di Fedez, quello è lo pseudo rock messo in bocca a voci femminili. Mettetemi i Garbage e vi sbocchino anche se avete i cazzi sporchi. Ma no Evanescence, Lacuna Coil o i Florence e i Stocazzo, perché li detesto, Dio cane.

No, ok. Forse non sono di umore esattamente primaverile. Ma chi lo è? Su wordpress intendo. Non so se avete presente, credo di no, ma c’è un brano dei Roxette, che si intitola tipo June Afternoon. Si tratta di una canzone allegra, ma molto inquietante. A 14 anni mi chiedevo quale allucinogeno avessero preso Maria e l’altro prima di scriverla. Esprimeva un ottimismo malato, peggiore anche quello di Jovanotti, che è un poco il Re degli ottimisti irritanti.

Il punto è che a me i Roxette piacciono. Sono nordici e la musica nordica è sempre fatta bene. Da Copenaghen in su hanno il bel vizio di fermare la loro percezione del rock ai primi anni 80. Tipo per gli svedesi gli U.F.O. sono una band attuale, e gli Europe sono il futuro. Che poi, beati loro, perché continuano a partorire chitarristi come Kee Marcelo o John Norum. Noi invece abbiamo Fedez.

Da poco (ieri) ascoltavo Ana Johnson. Si tratta di una svedesina (che poi ha tipo 41 anni ma ne dimostra 21) che 10 anni fa uscì con un singolo che si chiamava We are. Ok, era una canzoncina senza grandi pretese, ma fatta bene. Aveva un bel intro di piano e una chitarra cazzuterrima (lo so, non esiste “cazzutterrima”) sul ritornello. E aveva anche un bel testo. Parlava tipo di Guerre (ok, come Jovanotti), ma lo faceva in modo intelligente (tipo Saviano, ma meno serafico).

Diceva una roba tipo “siamo tantissimi, ma non siamo mai stati così soli”. Ok, sembra banale, ma suona molto bene nel testo. Ha una metrica precisa, come un paio di mutande che ti sorreggono il cazzo e non ti si infilano su per il culo dopo che metti i jeans. Comunque ora esco a fotografare il tramonto, che ho bisogno di like su instagram. Sapete, la compesanzione a colpi di “mi piace” e quelle robe lì da psicologi 2.0.

(non ho voglia di rileggere – quindi beccatevi i refusi, i verbi ad mentulam, le ripetizioni e non scassatemi i coglioni).

Risvegli narcotici – Vecchi dentro.

Ho ancora in bocca il sapore del caffè. Ho dei documenti da consegnare entro due settimane; devo fare i biglietti aerei per un appuntamento importante; Venerdì devo occuparmi di questioni legate al fisco; dovrei andare a pagare due bollette. Insomma, ho un botto di cose da fare. Se ne ho voglia? Conoscete qualcuno che ha voglia di svolgere le proprie commissioni? In caso di risposta positiva presentatemelo.

Da quando non ho più i gatti ho cominciato a sviluppare una sorta di allergia al silenzio. Quando hai animali, lo spazio è inevitabilmente occupato. Se non fanno versi, sporcano; se non sporcano, dormono dove non dovrebbero dormire; se non dormono, fanno versi. Diciamo che riempiono le giornate. E alla fine occuparsi di loro ti responsabilizza. Credo sia tipo avere figli, solo che non devi spendere un sacco di soldi in pannolini o dvd dei Teletubbies. Sì, si denota che non sappia davvero un cazzo sui bambini. (ci va il congiuntivo?)

Nelle mie passeggiate mattutine, quelle da vecchio dentro, vedo spesso come si risvegliano le altre famiglie. Raramente provo invidia. Che scopino o inizino la giornata con il telegiornale regionale, non importa, perché anche io potrei farlo. Invidio però quelli che aprono la finestra e fumano. E non perché voglia fumare, ma perché vedo la soddisfazione nei loro occhi quando fanno il primo tiro. Fumare appena svegli, con i polmoni tenuti a bada da uno di sonno, è una gigantesca cazzata! Non è salutare. Eppure è pura soddisfazione, 100 % orgasmica.

Credo sia questo il libero arbitrio, la scelta di farci del male consapevolmente. Dio benedica le droghe e ovviamente anche l’amore; ma soprattutto le droghe.

 

F.01

Come si riparte? Credo facendo suonare un buon disco e sorseggiando una camomilla. Forse è sufficiente, forse no, ma ha importanza? Servono foglie di Negrita, e note di XXX. Tutto qui, semplicemente. Appesi come spighe di grano in attesa che il vento ci porti via. Fumati, sfumati. Oggi è una di quelle giornate in cui ho ripreso contatto con la realtà. Ho visto il sole sorgere, l’ho visto tramontare. Ho visto le vecchie amicizie mischiarsi alle nuove, un vecchio amore incontrare una nuova ossessione. Ho capito che non ha importanza. Non ci sono risposte a certe domande. Solo il tempo che scorre, nulla di più. Qualche “anche io” che fa piacere. Magari uno spritz. O più semplicemente una birra. E il profumo della miscela di una vecchia moto 2 tempi. Magari i discorsi sui carter. Le foto di un matrimonio a cui nessuno di noi sarebbe voluto andare. Il sapore della torta. O il sapore che ho ora in bocca. Non so, se avete provato il solfato di cocaina mescolato alla marijuana, il sapore che percepisco è quello. E ‘fanculo!

Le dimensioni contano – Parte 51 – Finale

Oggi è il 16 Settembre 1987. In questo momento sono una paziente di sette anni ricoverata al reparto di ortopedia del Policlinico Santissima Annunziata di Sassari. Sono la figlia di Anna, un’affascinante trentenne sposata con un bellissimo infermiere biondo, mio papà, l’uomo più bello del pianeta.
Mamma e papà si amano tanto, anche se a volte litigano. In genere causa della lite è mio nonno, il dottor Lafitte, un medico belga che continua a definire gli infermieri come “dottori mancati”. In realtà mia madre litiga anche con mia nonna, che spesso si dimentica di badare a me quando dovrebbe. Io però voglio bene a tutti, anche se per nessun parente nutro l’affetto che provo per Sonia.
Sonia è una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Ma anche io sono una rompiscatole prepotente, saccente, opportunista e talvolta bugiarda. Sonia è la mia migliore amica, ma anche la mia nemesi. Passiamo il tempo a bisticciare, ma siamo inseparabili. Per questo motivo Sonia è l’unica compagna di classe a cui permetto di farmi visita.
«Come stai oggi?» mi chiede sedendosi sul bordo del letto.
Non le rispondo. Purtroppo sono ricoverata in ospedale, perché una settimana fa mi è successa una bruttissima cosa. Ero a Sorso a casa dei nonni, giocavo nell’aia con mia nonna. Quando lei è entrata in casa per rispondere a una telefonata, io mi sono precipitata nel granaio, perché volevo usare la motosega. In passato ho visto tante volte come si avvia quell’affare, ma senza rendermi mai conto che nessuno poggia il piede sulla lama prima di tirare il cordino dell’accensione.
Così il motore della motosega è partito, e la lama ha cominciato a ruotare, maciullandomi una gamba.
Tra una settimana partirò per Londra, dove alcuni super-medici amici di mio nonno si occuperanno di me. Ovviamente qualsiasi operazione e cura a cui verrò sottoposta, compresa la più innovativa e rivoluzionaria, non mi restituirà comunque l’arto. Dunque vivrò il resto della mia vita senza una gamba.
«Quando torni a scuola ci sediamo vicine», afferma ancora Sonia, sperando che le rivolga la parola.
Mi volto e la guardo. Non sorride, anche se si sforza di farlo. «Hai perso un dente!» osservo aspramente, sperando di indispettirla. «Sembri la vecchia di Biancaneve»
«Sì!» conferma lei, per nulla scalfita dal mio tono ostile. «Ma comunque ricresce, e inoltre è anche passata la fatina dei dentini», aggiunge con invidiabile entusiasmo. «Mi ha lasciato dei soldi sotto il cuscino».
Sbuffo. «Esiste anche la fatina delle gambe?»
Sonia non risponde. «Abbiamo un nuovo vicino di casa», racconta invece. «Si chiama Marco e…»
«E chi se ne frega?»
«Era così per dire», sorride comunque. «Ora vado, ho pallamano alle quattro».
«Sì, vattene, e non tornare più».
«Ciao», mi saluta baciandomi la fronte.
Non mi ha mai baciata in passato. Mi ha morso fino a farmi sanguinare, mi ha sputato contro saliva e catarro, ma non mi ha mai dato un bacio.
Forse avrei preferito uno sputo e un morso.
Ma questa è la mia vita, la mia nuova vita. Nel mio futuro non ci saranno partite di pallamano, corse nei prati o semplici calci a una coetanea che mi sta sulle ovaie; né ci saranno fughe nel cuore della notte in adolescenza, quando mia madre mi riterrà ancora troppo piccola per star fuori la sera. Il primo bacio lo darò a qualcuno che non riterrà imbarazzante frequentare una ragazza con un arto artificiale.
Probabilmente ascolterò e sopporterò gente in perfetta salute che mi spiegherà che la disabilità non sia certo un limite per fare ciò che mi rende felice. Certo, ci sarà anche chi mi offrirà un lavoro in nome dell’integrazione e delle pari opportunità. Magari diventerò un’atleta paralimpica o qualcosa di simile. O forse no. Potrei suicidarmi a quindici anni dopo aver scoperto che Marco Masini ha fatto una cover in italiano di Nothing Else Matters.
Però mi piace pensare che esista un universo parallelo in cui qualcuno mi ha tirato via prima di accendere la motosega, un universo in cui ho ancora due gambe e sono sul campo di pallamano a fare a botte con Sonia e le altre mie coetanee, un universo in cui magari Marco Masini è un promettente tennista che in futuro si dispenserà da fare il cantante o scrivere canzoni.
Passa un’ora, che trascorro a guardare passivamente Bim Bum Bam.
«Ti fa male?» mi chiede un bambino grasso che è appena entrato nella mia stanza.
«Che domanda stupida. Come può farmi male qualcosa che non ho più?»
Mi fissa imbarazzato. «A me hanno tolto l’appendice», mi informa con candore, come se fossimo nella stessa barca. «Ma mi fa comunque male e…»
«E chi se ne frega?»
Lo guardo un attimo. Deve essere più grande di me, perché è più alto di almeno venti centimetri. È biondo, ha gli occhi chiari e le labbra carnose. Sembra il figlio di John Candy.
«Io sono Gabriele», dice porgendomi la mano. «Tu come ti chiami?»
«Valeria», sussurro senza dargli la mano. «Ora vattene».
Ma il bambino biondo non ha intenzione di lasciarmi sola. Forse in un altro universo vorrebbe giocare con una bimba che ha entrambe le gambe. Magari in un altro universo la sua appendice non si ulcera. Ma in questo universo sceglie di stare con me.

But I don’t want somebody
Who’s loving everybody
I need a shy guy
He’s the kinda guy who’ll only be mine

Shy Guy – Diane King

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Le dimensioni contano – Parte 39

Al rientro dalla cuspide ero traumatizzata. Ricordavo di essere stata molestata, scopata, percossa, umiliata. L’unica nota positiva era stata il giovane infermiere, che di tanto in tanto era venuto a leggere a voce alta di fronte a me e a confortarmi.
La permanenza nella cuspide era stata un incubo lucido che avrei voluto dimenticare, ma che mi provocò un’angoscia che mi trascinai nella nuova dimensione. Mi risvegliai in ospedale, ancora incinta, mia madre al mio fianco, seduta su una sedia e mezza addormentata.
Mi teneva per mano.
Bizzarro: a me e lei piaceva tenerci per mano, quanto a Hitler piacevano gli ebrei.
«Che succede?» le chiesi.
Mi fisso perplessa e si commosse. Ventiquattro anni di vita, di cui la metà trascorsa a rimbalzare come una palla da flipper tra universi differenti tra loro, e mai una volta che avevo visto mia madre commuoversi. Nemmeno per la morte della nonna, alla quale presumo la mia vecchia avesse vissuto chissà quante volte e chissà in quali differenti circostanze. Stavo per dirle di non piangere, che risultasse ridicola, ma piansi anche io.
«Ti voglio bene!» esclamai improvvisamente.
Porca puttana stucchevole e zuccherosa fino a un diabete caria denti e smoscia-palle: da quando dicevo certe stronzate tipo film di Meg Ryan? Da quando mi veniva così naturale dirle? Ok, venivo da un universo dove un dottore mi aveva ficcato un cacciavite nella fessa, ma c’è modo e modo di affrontare le vicende. Per certi versi preferivo le torture piuttosto che parlare come Candy Candy con quelle due zoccole di Suor Maria e Miss Pony.
«Temevo non ti svegliassi più», mi disse in lacrime mia madre.
A quanto pare avevo provato a uccidermi. Ma per quale motivo? E soprattutto, la bambina si era salvata?
«Come sta Luce?» chiesi immediatamente, preoccupata.
Mia madre scosse il capo, perplessa. «Chi è Luce?»
La fissai. «Mia figlia», affermai. «La chiamerò Luce!»
Qualcosa non andava, me ne accorsi da come venni guardata: «Tu aspetti un maschio. Non sei la stessa persona di ieri, vero?»
Non lo ero. La cuspide in genere mi rispediva indietro nel tempo di qualche giorno, nello stesso universo da cui arrivo. Quella volta invece ero stata mandata in una dimensione completamente differente e soprattutto illogica. Ero in età per avere una figlia, non un maschio; o almeno così credevo.
Giorni dopo partorii uno splendido poppante, che si prese mio marito, assieme alla casa e tutto il resto. Gianni, così si chiamava un consorte di cui incontrai solo l’avvocato, aveva chiesto la separazione e l’affidamento del pupo, per via del mio, a quanto pare, quinto tentativo di raggiungere anzitempo l’oltretomba. Non mi interessava far oppormi al divorzio, tanto nel giro di un mese mi sarei ritrovata altrove.
Mi dispiaceva per quel bambino, che sarebbe cresciuto senza madre. Ma ero anche felice per lui, perché essendo maschio non si sarebbe spostato da un universo all’altro.

«Gli universi si compensano, no?» chiesi a mia madre, mentre tornavamo a casa dall’ospedale. «Da una parte ho una bimba che cresce solo con la mamma e viaggia tra gli universi, dall’altra un bambino che sta con il padre e non viaggia».
Mia madre non mi rispose e si fermò. Parcheggiammo in una piazzola che si apriva su uno strapiombo. Era il punto in cui nella cuspide avevo ucciso mia madre, quello dove in altri universi era avvenuto l’incidente motociclistico costato la vita a Marco/Giovanni/Luca/Matteo e, solo alcune volte, a Barbara. Nessuna tra me e la mia vecchia voleva buttarsi di sotto: volevamo solo osservare la pericolosità della natura, che aveva imparato a rispettare dolorosamente.
«Ho avuto solo te», disse mia madre, guardando sotto. «Tua nonna ha avuto solo te», aggiunse. «Non possiamo avere figli maschi», continuò. «Hai tentato tante volte il suicidio», ricordò inquieta. «E gli universi si compensano», concluse. «Nell’universo da cui vieni, cosa ti capitava?»
Le raccontai delle torture, della prigione, del braccio amputato, dell’essere spesso narcotizzata o allucinai. Le descrissi il dottore e soprattutto l’infermiere.
«Come erano le loro mani di queste persone?» chiese.
Ci pensai, ma mi resi conto di non averle guardate. Poi mi ricordai di un dettaglio importante: «avevano entrambi i guanti», dissi.
Mia madre non aggiunse altro, ma parve stranita. Io avevo però bisogno di risposte, o quanto meno di un confronto. C’erano argomenti che potevo affrontare solo con lei, perché lei era l’unica che li conosceva.
«Nell’altro universo», cominciai, «quello in cui sono rimasta per dieci mesi prima di rientrare nella cuspide», specificai, «mi sono svegliata a Londra», raccontai. «Sia tu, che un tipo cinquantenne incontrato nel Fulham, e che cercava il figlio, sapevate qualcosa del padre di Luce, la mia bambina». Mia madre ascoltava senza dire una parola. Poi indicò l’uomo dall’altra parte della strada.
«O porca puttana anglofona!»

Le dimensioni contano – parte 1

Avevo sette anni. La mia adorabile nonnina si era chiusa in camera assieme a Flavio, un suo amico giardiniere. Erano stanchi dai lavori in giardino, mi dissero, e volevano riposare un poco. Bizzarro, non c’erano stati lavori quel pomeriggio, e comunque la casa della nonna non aveva un vero e proprio giardino; c’era più che altro un’aia, cioè ghiaia e merda di pollo. Nulla dunque che necessitate della mano esperta di un giardiniere, salvo ovviamente la fica della nonna.
Ero libera, pericolosamente libera. Di conseguenza mi fiondai rapidamente verso il granaio. Il riposino non durava mai meno di una mezz’oretta, un lasso di tempo necessario per mettere le mani su un oggetto da cui in genere venivo invitata a stare alla larga: la motosega.
Avendo visto tante volte Flavio accedere quell’affare, non mi sembrava troppo difficile. Effettivamente mi ricordai di controllare l’acceleratore a mano, disinserire il blocco di sicurezza, e constatare la presenza della benzina nel serbatoio. Presi in mano il cordino, ricordando le parole di Flavio: “un bel colpo secco, senza paura”. Nessuna paura, ma per tirare bene poggiai il piede destro sulla lama di quella trappola. Stavo per accendere, quando qualcuno mi sollevò da dietro, tirandomi via bruscamente e, di fatto, salvando il mio piede da una probabile macellazione e amputazione.
«Sei impazzita?» chiese mia madre, che in quel preciso momento si sarebbe dovuta trovare in fabbrica, a venticinque chilometri di distanza.
La sera a cena ci fu una discussione con la nonna. Per la prima volta sentii mia madre parlare de “l’altra parte” e della cuspide. Non riuscii a capire gran parte delle cose che si dissero, anche perché molte parole non le avevo mai sentite prima. Ricordo che parlarono di un diario, e di un certo Andrea.
Dimenticai quell’episodio nel lasso di pochi giorni. Ne accadde però molto più importante quattro anni dopo, pochi mesi prima il mio dodicesimo compleanno.
All’epoca giocavo a pallamano e, ESGC inclusi, ero anche piuttosto brava. Il caso volle che la sera di un importante spareggio, mi sentii stranamente umida tra le cosce. Toccandomi, le mie dita si macchiarono di rosso: lo stramaledetto menarca.
«Auguri», affermò Sonia, la mia migliore amica, osservando entusiasta le mie dita chiazzate di sangue. «Sei signorina», affermò con la felicità che in genere usava solo quando trovava un poster dei fratelli Knight su quell’immondezza cartacea nota a noi bimbe, quasi donne, ma ancora bambine, come Cioè.
«Porca puttana in menopausa», berciai scostando la mia amica, che nel frattempo aveva tentato vanamente di abbracciarmi. «È meraviglioso», continuava a ripetere con la vocina da Candy Candy.
Meno ciccipucciosa fu l’allenatrice, che mi procurò un assorbente e un cambio, dispensandomi dagli auguri e altre esibizioni stucchevoli d’affetto.
«Capita a tutte prima o poi», spiegò invece tiepidamente. «Rilassati».
Rilassarmi? Sarebbe stato il caso. Ero nervosa come un pitbull con le emorroidi.
Scendemmo in campo, dove il mio cervello si disinteressò della partita dopo quattro nanosecondi. Fu sufficiente che Emilia, una delle avversarie, mi sorridesse in un modo a mio avviso, e solo a mio avviso, provocatorio.
L’istinto iniziale fu arrotolarle una corda attorno alla sua grossa testa di cazzo e poi impiccarla a un canestro del campo da basket, il tutto danzando festosamente e cantando entusiasta Step by Step dei miei amatissimi New Kids On The Block. Ma non lo feci: non sapevo dove trovare una corda abbastanza resistente.
Dopo poche azioni però, Emilia mi capitò di fronte. Correva verso di me, pronta a ricevere un passaggio da una compagna. La murai volontariamente, scagliandola poi a terra, sedendomi quindi sul suo petto e costringendola supina. Fu inutile il suo tentativo di divincolarsi, perché la colpii con una gomitata all’occhio destro.
«Muori vacca…», affermai senza però cantare Step by Step, o danzare. Ci misero circa quaranta secondi a separarci togliermela dalle mani. Ovviamente la partita venne sospesa.
Nonostante i cazziatoni di arbitro, allenatore, compagne di squadra, genitori vari, passanti casuali e chiunque altro volesse sgridarmi, inizialmente non compresi la portata della mia violenza. Credetti che Emilia se la sarebbe cavata con un livido: sbagliavo. Nelle ore successive un chirurgo provò a salvarle l’occhio con una lunga operazione, inutilmente.
Quando lo scoprii, passai una notte terrificante, in preda ai sensi di colpa. Ero in lacrime, con l’eco del rimprovero altrui che mi rimbalzava dentro, oltre all’idea di Emilia costretta per sempre a girare con una benda da pirata.
«Cosa ti è saltato in mente?» mi chiese mia madre verso mezzanotte, sdraiandosi di fianco e asciugandomi le lacrime.
«È colpa mia», le dissi. «Quella stronza non vedrà più da un occhio, porca troia».
Mi abbracciò. «Non dire le parolacce, amore mio», affermò baciandomi la fronte. «Le signorine non lo fanno».
Strano.
Mia madre era quella che per una nota sul registro mi aveva impedito di guardare la televisione per un mese, requisendomi anche lo stereo, il Sega Mega Drive e il Liquidator. Era la certa che mi tirava certi schiaffoni atomici quando mi ascoltava bestemmiare. Mamma era quella delle lavate di capo infinite quando mi dimenticavo di rifare il letto la mattina. E se al mattino, dopo la colazione, trovava una goccia di latte sul tavolo non ripulita dall’apposita spugnetta gialla da igienista psicopatica, usciva di testa come Hartman alla vista di un lucchetto aperto.
Eppure, quella notte il Sergente Istruttore Mamma sembrava sereno, nonostante avessi rovinato la vita di una mia coetanea.
«Dormi», mi disse infatti dolcemente, lei che in genere era acida come l’acqua raggia al limone. «Domani sarà migliore», aggiunse violentando la grammatica pur di citare Vasco, che adorava.
E Vasco non aveva torto, cazzo, Vasco non ha mai torto, in nessuna dimensione.
Al risveglio fu effettivamente migliore, ma solo in parte: mi ritrovai in una casa diversa dalla mia. Ero anche più magra rispetto alla notte prima, con un taglio di capelli differente, e senza i brufoli del cazzo che mi erano spuntati nell’ultimo mese. Inoltre vedevo in una maniera piuttosto strana.
«Ma porca puttana sadolesbomasochista!» gridai spaventata, guardandomi allo specchio: l’occhio sinistro era bendato.