Le dimensioni contano – Parte 46

Quel bang; quello sparo secco che profumava di polvere bruciata e metallo; quel colpo di pistola che fischiava nelle mie orecchie per pochi frame esistenziali; quella pallottola in acciaio sfumato rossastro che si avviluppava attorno al proprio asse; quel proiettile che si muoveva quasi al rallentatore in direzione del mio viso; insomma, quel bang fu l’ultima percezione, l’ultimo sentimento e l’ultimo istante che trascorsi nella cuspide. Non ci entrai mai più.
«Cazzo!» berciai di soprassalto quando mi risvegliai.
«Mamma», rispose un’assonnata giovane voce femminile.
Nel letto di fianco al mio individuai Luce, mia figlia. Era tornata; o meglio, ero io a essere tornata in un universo dove c’era lei. Sorrisi e mi commossi. Avrei voluto abbracciare la bambina e riempirla di baci. Ma la osservai chiudere gli occhi e riaddormentarsi: non mi andava di disturbarla. Tempo minuti e anche io ripresi sonno.

Al risveglio feci il punto della situazione. Diedi però prima fuoco al famigerato quaderno con Snoopy in copertina, senza nemmeno leggere cosa ci fosse scritto all’interno. Volevo scoprire le cose man mano che accadevano, perché sapevo che le altre me potevano mentire oppure omettere. Restando in argomento “bugie”, mia madre era teoricamente ancora viva. La cuspide mi aveva infatti rispedita indietro nel tempo di cinque giorni.
«Mi prude il culo!» osservò elegantemente quella principessina di mia figlia, un’oretta più tardi, mentre le abbottonavo il grembiule azzurro.
«Non si dice, tesoro», la ammonii dolcemente.
«Lo dici di continuo», osservò lei, pedante e irritante. Era tutta sua madre.
Le diedi un bacio sulla fronte. «Non fare come me!» suggerii con fermezza.
Accompagnando Luce a scuola feci alcune considerazioni: uno, dovevo comprare un New Beetle, perché il Mini aveva una frizione troppo pesante; due, ero credente, perché in caso contrario non potevo giustificare il rosario impiccato al supporto dello specchietto retrovisore; tre, mia figlia adorava i Modà e Caparezza, che personalmente consideravo come il mio atroce anticipo di pena infernale. Ma se la frizione del Mini mi stava affaticando i polpacci, la famigerata Vengo dalla Luna mi stava frantumando le ovaie, e Luce che ci cantava sopra non mi era d’aiuto.
«Perché non cambiamo stazione?» proposi.
«Perché non stanziamo cambione?» replicò la bambina in modo irridente, prima di sollevare il volume da 4 a 8.
Mi irritai. Mi chiesi come mai le precedenti me non avessero sentito l’istinto di soffocare Luce nel sonno, trasformandola invece in una scassapalle di fame mondiale. «Piantala», dissi severa. «O ti faccio il culo piatto a suon di calci in culo».
«Hai detto “culo”!» affermò divertita prima di sputarmi una caramella contro la tempia.
«Ora ti ammazzo», minacciai. Tuttavia lasciai stare, anche perché nell’universo in cui mi trovavo l’infanticidio era illegale.
La situazione non migliorò certo quando arrivammo a scuola. Ebbi appena il tempo di ascoltare mia figlia dare della “mongoloide” a una coetanea, tra l’altro dopo averla spinta violentemente contro un parete, che venni convocata dalla maestra.
Ero piuttosto abituala alle stranezze degli universi paralleli. Dunque non mi sorprese trovarmi al cospetto della moglie di Ivan; né mi scandalizzò la foto sulla sua scrivania: Ivan era ancora vivo, e si faceva immortalare seduto in un prato assieme a moglie, cane e due figli vestiti da bambolotti froci.
«Di cosa voleva parlarmi?» chiesi.
«Tua figlia è eccessivamente aggressiva!» affermò preoccupata la moglie di Ivan, anche se guardandomi con una certa dolcezza. «Ed è perfida in maniera irragionevole. Dovresti farla vedere da uno psicologo, perché in caso contrario dovremmo espellerla».
Sollevai le spalle. «Cercherò di essere più severa», promisi.
Mi fissò e scosse il capo, sorridendo in modo materno. Era strano, ma quella donna era stata un pezzo importante del mio passato, sia come moglie del mio amante, sia come amante a sua volta. Eppure in quell’universo non significavo niente per lei: non ero che una delle tante madri con le quali aveva a che fare ogni giorno.
Gli universi mi avevano insegnato che potevo essere speciale oppure insignificante all’interno dell’esistenza della medesima persona. Era sempre e solo una questione di circostanze.
«La bambina sta soffrendo», disse ancora la moglie di Ivan. «Le manca il tuo compagno», rivelò.
Feci un segno di assenso con il capo. «Lo so», mentii, perché non aveva assolutamente idea chi potesse o meno essere stato il mio compagno. Forse non era stata un’ottima idea eliminare il quaderno con Snoopy in copertina senza nemmeno dargli un’occhiata. Ma oramai non potevo più tornare indietro, a meno che non rientrassi nella cuspide. Promisi alla maestra di Luce, aka moglie di Ivan, aka mia ex lesbo-scopamica, che avrei provato ad arginare la prepotenza di mia figlia, quindi mi congedai.
Composi il numero di mia madre, ma non rispose. Riprovai, ma nulla. Mi richiamò dopo due ore. «Sto andando a fare un’immersione», disse la mia vecchia concitata, ma felice. «Dovevi dirmi qualcosa?»
Risposte possibili:
1. un motoscafo sta per macellarti;
2. ho bisogno di te per sapere chi era il mio compagno;
3. volevo solo augurarti una buona giornata. Già che ci siamo, buona immersione.

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