Le dimensioni contano – Parte 45

«Quelle come noi non figliano dal marito. E c’è sempre un amante di mezzo», spiegò mia madre.
«Sono un’eccezione magari», ipotizzai. «Tu e nonna avete avuto una figlia. Io invece ho avuto un maschio».
La mia vecchia mi fissò perplessa. «Tu dopo aver partorito sei andata a Londra a cercare quel tizio biondo, Gabriele, no?»
Sospirai. «Anche se è inquietante, riesco a far sesso con Gianni», replicai. «E visto che non c’è traccia di Gabriele negli universi dove sono stata negli ultimi anni, trovo molto più probabile che sia Gianni il padre di mio figlio», affermai esasperata. «E comunque se non lo fosse, non mi fregherebbe un cazzo!»
Era vero. Avevo trent’anni ed ero stanca dei colpi di scena. Qualsiasi cosa mi aspettasse, non sarebbe stata meno pesante di ciò che avevo già passato. Soprattutto perché inseguire e cercare le persone lontane, perché provare a mettere il mondo sottosopra per provare a scovare chi, per motivi differenti, non era parte della mia quotidianità? Se Gabriele era padre di mio figlio, significava che in un momento passato tra me e lui c’era stato qualcosa. In tal caso allora, perché non aveva provato a cercarmi?
«Devo andare, stasera vado a pesca e devo preparare l’attrezzatura», disse mia madre, dandomi un bacio sulla fronte. «Poi quando hai tempo vieni a sistemarmi il coso del digitale terrestre, perché sono incapace», osservò infine, prima di allontanarsi. Furono le sue ultime parole.
La mia vecchia morì nel pomeriggio, durante un immersione in mare assieme ad un suo amico. Un motoscafo non vide la boa di segnalazione e li tranciò entrambi, quasi di netto, con l’elica del motore fuoribordo.
Venni avvertita verso le otto di sera, e vi risparmio la mia reazione.
Il mattino successivo venni dimessa e organizzai il funerale. Ero impegnata con il beccamorti quando ricevetti una telefonata: era un notaio. Mia madre aveva fatto testamento, a cui aveva allegato alcune parole per la sottoscritta.

Figlia mia.
Se stai leggendo queste parole, significa che è successo… Sappiamo entrambe che potresti salvarmi, perché è uno dei pochi aspetti positivi della nostra esistenza. Tuttavia ti prego di lasciare le cose come sono. Ho avuto una vita interessante, quindi va bene così. Il notaio conosce i recapiti di tuo padre, che vorrei tu informassi della mia morte.
Un’ultima cortesia: non organizzarmi nessun genere di funerale, sarebbe squallido e inutile, oltre che uno sperpero di denaro. Il mio corpo può essere utile alla ricerca medica, e inoltre non credo che un prete, rabbino o qualsiasi altro stregone abbia competenze sul destino migliori delle nostre.
Abbi cura di te.

Malauguratamente non potevo donare il suo corpo alla ricerca medica, salvo non interessasse un cadavere più macinato della carne per ragù. La feci cremare allora e rispettai il suo desiderio di non avere esequie.
Le ceneri le sparsi qualche giorno ad Alghero, nel Lido di San Giovanni, dove incontrai mio padre per la seconda volta in tutta la mia vita. Era alto, biondo, bello; aveva effettivamente delle belle mani come aveva sempre raccontato mia madre. Indossava una camicia nera e le sue gambe lunghe e strette stavano bene dentro i jeans. Era scalzo e aveva un’aria serena.
Si avvicinò a me e sorrise. «Sei tu che mi hai spedito un’email qualche giorno fa», mi chiese gentilmente.
Annuì.
«Ho un ricordo molto vago di tua madre», ammise imbarazzato. «Effettivamente ricordo di averci fatto sesso una volta, ma non credevo che…»
«…che sarei nata io?» domandai.
Fece un cenno d’assenso con il capo. «Posso offrirti un caffè?»
«No grazie», dissi. «Sarebbe imbarazzante e melenso. Se mia madre avesse voluto che ci frequentassimo, ci avrebbe presentati molto tempo fa».
Nessuna obiezione da parte sua.
Quella sera mi vennero le mestruazioni e il mattino successivo mi risveglia nella cuspide.
Ero di nuovo legata, nuda e con un braccio mozzato. Ma non durò a lungo. La porta si aprì ed entrò un infermiere. Era alto, biondo, belle mani. Sorrise, era mio padre. Sorrisi anche io. Poi mi puntò una pistola alla testa e Bang!

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