Le dimensioni contano – Parte 39

Al rientro dalla cuspide ero traumatizzata. Ricordavo di essere stata molestata, scopata, percossa, umiliata. L’unica nota positiva era stata il giovane infermiere, che di tanto in tanto era venuto a leggere a voce alta di fronte a me e a confortarmi.
La permanenza nella cuspide era stata un incubo lucido che avrei voluto dimenticare, ma che mi provocò un’angoscia che mi trascinai nella nuova dimensione. Mi risvegliai in ospedale, ancora incinta, mia madre al mio fianco, seduta su una sedia e mezza addormentata.
Mi teneva per mano.
Bizzarro: a me e lei piaceva tenerci per mano, quanto a Hitler piacevano gli ebrei.
«Che succede?» le chiesi.
Mi fisso perplessa e si commosse. Ventiquattro anni di vita, di cui la metà trascorsa a rimbalzare come una palla da flipper tra universi differenti tra loro, e mai una volta che avevo visto mia madre commuoversi. Nemmeno per la morte della nonna, alla quale presumo la mia vecchia avesse vissuto chissà quante volte e chissà in quali differenti circostanze. Stavo per dirle di non piangere, che risultasse ridicola, ma piansi anche io.
«Ti voglio bene!» esclamai improvvisamente.
Porca puttana stucchevole e zuccherosa fino a un diabete caria denti e smoscia-palle: da quando dicevo certe stronzate tipo film di Meg Ryan? Da quando mi veniva così naturale dirle? Ok, venivo da un universo dove un dottore mi aveva ficcato un cacciavite nella fessa, ma c’è modo e modo di affrontare le vicende. Per certi versi preferivo le torture piuttosto che parlare come Candy Candy con quelle due zoccole di Suor Maria e Miss Pony.
«Temevo non ti svegliassi più», mi disse in lacrime mia madre.
A quanto pare avevo provato a uccidermi. Ma per quale motivo? E soprattutto, la bambina si era salvata?
«Come sta Luce?» chiesi immediatamente, preoccupata.
Mia madre scosse il capo, perplessa. «Chi è Luce?»
La fissai. «Mia figlia», affermai. «La chiamerò Luce!»
Qualcosa non andava, me ne accorsi da come venni guardata: «Tu aspetti un maschio. Non sei la stessa persona di ieri, vero?»
Non lo ero. La cuspide in genere mi rispediva indietro nel tempo di qualche giorno, nello stesso universo da cui arrivo. Quella volta invece ero stata mandata in una dimensione completamente differente e soprattutto illogica. Ero in età per avere una figlia, non un maschio; o almeno così credevo.
Giorni dopo partorii uno splendido poppante, che si prese mio marito, assieme alla casa e tutto il resto. Gianni, così si chiamava un consorte di cui incontrai solo l’avvocato, aveva chiesto la separazione e l’affidamento del pupo, per via del mio, a quanto pare, quinto tentativo di raggiungere anzitempo l’oltretomba. Non mi interessava far oppormi al divorzio, tanto nel giro di un mese mi sarei ritrovata altrove.
Mi dispiaceva per quel bambino, che sarebbe cresciuto senza madre. Ma ero anche felice per lui, perché essendo maschio non si sarebbe spostato da un universo all’altro.

«Gli universi si compensano, no?» chiesi a mia madre, mentre tornavamo a casa dall’ospedale. «Da una parte ho una bimba che cresce solo con la mamma e viaggia tra gli universi, dall’altra un bambino che sta con il padre e non viaggia».
Mia madre non mi rispose e si fermò. Parcheggiammo in una piazzola che si apriva su uno strapiombo. Era il punto in cui nella cuspide avevo ucciso mia madre, quello dove in altri universi era avvenuto l’incidente motociclistico costato la vita a Marco/Giovanni/Luca/Matteo e, solo alcune volte, a Barbara. Nessuna tra me e la mia vecchia voleva buttarsi di sotto: volevamo solo osservare la pericolosità della natura, che aveva imparato a rispettare dolorosamente.
«Ho avuto solo te», disse mia madre, guardando sotto. «Tua nonna ha avuto solo te», aggiunse. «Non possiamo avere figli maschi», continuò. «Hai tentato tante volte il suicidio», ricordò inquieta. «E gli universi si compensano», concluse. «Nell’universo da cui vieni, cosa ti capitava?»
Le raccontai delle torture, della prigione, del braccio amputato, dell’essere spesso narcotizzata o allucinai. Le descrissi il dottore e soprattutto l’infermiere.
«Come erano le loro mani di queste persone?» chiese.
Ci pensai, ma mi resi conto di non averle guardate. Poi mi ricordai di un dettaglio importante: «avevano entrambi i guanti», dissi.
Mia madre non aggiunse altro, ma parve stranita. Io avevo però bisogno di risposte, o quanto meno di un confronto. C’erano argomenti che potevo affrontare solo con lei, perché lei era l’unica che li conosceva.
«Nell’altro universo», cominciai, «quello in cui sono rimasta per dieci mesi prima di rientrare nella cuspide», specificai, «mi sono svegliata a Londra», raccontai. «Sia tu, che un tipo cinquantenne incontrato nel Fulham, e che cercava il figlio, sapevate qualcosa del padre di Luce, la mia bambina». Mia madre ascoltava senza dire una parola. Poi indicò l’uomo dall’altra parte della strada.
«O porca puttana anglofona!»

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