Le dimensioni contano – Parte 38

Il risveglio nella cuspide fu il più terrificante di sempre.
Mi ritrovai al buio. Nessuna fonte luminosa illuminava il luogo in cui mi trovavo. Non vedevo nulla, tanto che inizialmente pensai di essere diventata cieca.
Quel luogo era gelido. La temperatura nell’ambiente circostante era molto bassa, credo sotto i dieci gradi della scala celsius. La superficie su cui ero poggiata, composta di un qualche materiale ceramico, era leggermente bagnata e puzzava di detergenti a base di varechina.
Gli odori erano ancora più raccapriccianti. Il fetore di sudore si mescolava a quello delle mie feci e delle urine. Sentivo la cute appiccicosa, un fastidioso prurito alla vagina, all’attaccatura dei capelli, sotto le ascelle, dietro il collo e nel buco del culo, ma non potevo grattarmi.
Ero immobilizzata. Non avevo alcuna sensibilità al braccio sinistro, mentre il destro era incatenato per il polso a chissà cosa, e leggermente sollevato. Anche le gambe erano legate, assicurate per le caviglie. Non ero però paralizzata. Provai e riuscii a contorcermi, anche se vanamente. Mano e caviglie erano assicurate con un qualche materiale metallico, che infatti lacerò la mia pelle quando tentai a “strappare”.
Provai a chiamare aiuto; ma la mia bocca si aprì senza riuscire ad emettere alcun fiato.
Era tutto inquietante. Non si percepivano rumori né all’interno della stanza, né dall’esterno. Non c’erano nemmeno spifferi d’aria che potessero quantomeno dare una parvenza di vita a quel luogo. Oltre all’essere cieca, ipotizzai anche di esser sorda e muta. Infine mi credetti prigioniera di una bara.

Passò del tempo: furono forse dieci secondi o dieci anni, non saprei dirlo. Ogni tanto mi addormentavo o perdevo i sensi. Ma ad ogni risveglio, a ogni momento di semi-lucidità, la situazione non mutava. Ero immobilizzata in un luogo freddo, buio e insonorizzato. Mi sentivo fottuta più della moglie di Rocco Siffredi dopo la prima notte di nozze.
Avendo tempo, provai a concentrarmi sul poco che potevo carpire da quella situazione. Ma ero anche devastata da una forte emicrania, e sentivo la bocca perennemente impastata e le miei narici enfatizzavano ogni singolo odore che percepivo in quello strano luogo. Erano inoltre piuttosto frequenti le allucinazioni, o le voci distorte da cui mi svegliavo di soprassalto. Ipotizzai che fossi sotto effetto di farmaci, e probabilmente non mi sbagliavo.
Poi la luce.
Capitò improvvisamente, e fu scioccante. Alla mia sinistra venne aperto un portone in acciaio e un fascio luminoso piuttosto flebile riuscì comunque ad abbagliarmi. Feci appena a tempo ad accorgermi di essere stesa sul pavimento, completamente nuda e coperta di lividi. Le miei caviglie sollevate, il braccio destro ancorato alla parete e il sinistro amputato a metà avambraccio.
Entrò qualcuno. Camminava con passo rapido e deciso. Si accovacciò su di me e mi infilò un ago sotto il collo. Non era certo il più docile degli infermieri, visto che mi ficcò quell’affare in vena con la stessa premura che si usa con la persona che ha violentato tua figlia minorenne. Fu piuttosto doloroso, e quando provai a divincolarmi venni schiaffeggiata.
In pochi attimi la mia vista si annebbiò e mi spensi rapidamente come una vecchia Seat Marbella in mano a un sedicenne che non sa ancora usare la frizione.
Al risveglio mi ritrovai in una sorta di sala operatoria.
Ero ancora una volta legata. Come sollevai la testa, più indolenzita del culo del Derek di American History X dopo che gli fanno il servizietto in doccia, mi resi conto di essere vincolata da una camicia di forza. Gli occhi mi facevano maledettamente male e dovetti chiuderli quasi istantaneamente. L’odore che percepivo invece, fatta eccezione per la pelle della camicia di forza e il disinfettante, mi suggerì che quegli stronzi dei miei carcerieri, o presunti tali, mi avessero lavata: non sentivo più la puzza della mia merda.
Mi si avvicinò una persona in camice bianco, presumibilmente medico, un uomo basso e tozzo, con una bizzarra pettinatura “afro-bianca” alla Paolo Mingone, sui sessant’anni di età. Di fianco a lui un ragazzo giovanissimo, a cui altrove avrei dato sedici anni; era vestito da infermiere.
Venni visitata, e lentamente riprendevo possesso della vista. Nessuno diceva nulla e ovviamente, essendo incapace di parlare, non potevo certo esser io a far conversazione. È un poco come a tavola, dove sono i commensali a chiacchierare e non le bistecche di suino nei piatti.
In quei minuti guardai soprattutto l’infermiere. Era molto bello, sembrava quasi un angelo. Occhi verdi, labbra carnose, capelli biondi lisci pettinati con la riga da una parte. A un certo punto mi sorrise con un candore profondo, quasi paradossale per quella situazione. Ricambiai.
La tenerezza però durò poco. Il medico anziano, senza dir nulla, mi infilò un trapano nello sterno e cominciò a perforarmi.

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