Le dimensioni contano – Parte 37

Il cinquantenne incontrato a Fulham non mi cercò, né mi cerco suo figlio. Venni invece contattata dal alcuni fascio-nazisti che mi volevano bene, sempre che con “voler bene” si intenda “essere finanziati vita natural durante da un’italiana razzista, interdimensionale e ricca” Li ignorai, lungi da me passare altro tempo con gente del genere, con cui comunque condividevo molte idee del cazzo.
«Che vuoi?» mi chiese mia madre, tutt’altro che entusiasta, quando la contattai.
«Sono gravida come una giovenca da monta!» dissi sarcastica.
«Lasciami in pace», disse prima di chiudermi il telefono in faccia.
Mi accarezzai la pancia. «Tua nonna è una stronza», dissi al a un feto che immaginavo danzare nel liquido amniotico al ritmo di The Summer is Magic di Playahitty.
Pochi giorni dopo lasciai Londra per tornare in Italia. Per qualche settimana cercai inutilmente tutte le persone che avevano fatto parte della mia vita negli anni precedenti, ma esisteva solo mia madre. Nessuna traccia del biondo palestrato che una volta era stato mio marito, e di cui ero ancora innamorata. Discorso analogo per Marco/Giovanni/Matteo/Luca, per Barbara e Andrea con relative prole di figlie stronze, o per la “scopamici’s family of mine” composta da Ivan e la moglie: tutti crepati, mai nati o introvabili. L’ultimo della lista fu il dottor Lafitte, mio nonno, che scoprii era morto giovane, poche settimana prima della nascita di mia madre.
Alla fine mi arresi.
Passai i mesi successivi a mangiare, leggere, riposare e non fare sforzi, sempre che con “riposare e non fare sforzi” si intenda “farsi succhiare la fessa da feticisti che adorano le donne incinte”. Fu divertente, anche se spesso rimorchiavo gentaglia scovata nel sottobosco di mirc, di cui all’epoca ero un’assidua frequentatrice. Qualcuno tra questi personaggi voleva essere legato al letto, ed erano quelle per me le occasioni più appaganti. Una volta legata la vittima, la ferivo con lame di vario genere. Era divertente osservare quella gente urlare di dolore, spesso perdendo il controllo della vescica. Ma soprattutto, era bello ascoltarli chiedere pietà mentre i loro cazzetti duri mi imploravano di continuare a massacrarli. Quasi dimenticavo: in quell’universo mi eccitavano gli uomini minidotati.
Tuttavia non scopavo solo con i tiny cocks.
Mancavano sei settimane al parto, quando Alba si presentò a casa mia. Passammo un’intera mattina a “sforbiciarci”, leccando tutto ciò che potevamo leccarci e saltando il pranzo. Parlammo solo nel pomeriggio, mentre prendevamo il tè in terrazza. L’idea era quella di lasciarci accarezzare dal vento gentile che soffiava quel giorno, ma quella brezza poetica si trascinava dietro la puzza della merda cagata dal grosso alano, chiamato banalmente Sansone, che pascolava nel giardino dei miei vicini di casa.
«Sembri felice», constatò Alba, sorseggiando da una tazza color arancio raffigurante Will Coyote e sfiorandomi la fessa con l’alluce del piede sinistro. «Si vede che scopi!»
«Hai ragione» confermai laconica.
Ma più che il sesso, a rendermi felice era il non viaggiare. Senza il ciclo non mi spostavo tra gli universi, e dunque vivevo un’esistenza simile a quella delle altre persone. Era bello abitare nella stessa casa per più di un mese, e non vedere la gente attorno a me sparire all’arrivo del mestruo. Soprattutto ero felice di potermi lamentare della cacca di Sansone per un periodo superiore ai 28 giorni. Mi piacevano le abitudini, anche quelle brutte. La consideravo la mia prima vera vacanza in ventitré anni.
«Sai già se è maschio o femmina?» chiese ancora Alba.
«Femminuccia», dissi sorridente.
Per una donna la gravidanza è un momento speciale, e la prima lo è ancora di più. Ogni aspetto è una meraviglia assoluta e non confrontabile con nessun’altra esperienza umana: la prima ecografia; il primo ascolto del cuore del bimbo; l’attimo in cui la ginecologa comunica il sesso. Mi ero goduta quasi tutto, escluso il momento in cui mi veniva detto che avrei avuto una bimba. Lo sapevo già, perché mi era stato insegnato che noi viaggiatrici interdimensionali potevamo avere solo una figlia a ventitré anni: lo diceva mia madre, lo diceva mia nonna, lo diceva l’agenda rossa del mio patrigno.
«Wow!» commentò Alba evidentemente sorpresa.
Non aggiunse altro, oltre al fatto che mi volesse bene, che fosse fiera di me, e che fosse felice di diventare “zia” – lei lo virgolettò scuotendo le dita come il Mr Evil in Austin Power. Avrei dovuto rispondere a tono, ma avevo appena inghiottito un pezzo di limone e ruttai. Quindi mi fiondai su di Alba per leccarle i capezzoli e ficcarle due dita nella fessa, sempre che con “due” si intenda “tutta la mano”; ¡que viva el fisting!
«Le ragazze ti salutano», mi disse Alba, sudata come una scrofa dopo la maratona, mezz’ora più tardi.
Non so chi identificasse con “ragazze”. Forse le nostre ex inquiline.
«Ricambia», risposi tiepida. «Come mai sei qui?» tagliai corto. Nessuna sana di mente si sarebbe fatta tutti quei chilometri solo per una scopata. Non una come Alba almeno, che a quanto pare, secondo il quaderno con Snoopy in copertina, era la quintessenza dell’opportunismo.
«Pochi giorni fa mi ha cercata tua madre», rivelò imbarazzata. «Mi ha detto delle cose e mi ha pagato viaggio e albergo per venire in Sarfregna occuparmi di te».
Mancavano sei settimane alla nascita della bambina, e io e la vecchia non ci eravamo ancora incontrate, né parlate. Mai un colpo di telefono o una visita, non che io avessi alzato il culo per andarla a trovare o chiamarla. Però trovavo stupido che pagasse qualcuna per occuparsi di me. Trovai fastidioso soprattutto quell’ultimo aspetto, il fatto che pensasse che ero incapace di badare a me stessa.
«Sei una stronza!» dissi a mia madre quando rispose alla mia telefonata. «Sei solo una miserabile stronza».
«Ti è caduta la corona!» constatò sarcastica.
«Posso badare a me stesse. Lo faccio da sempre, perché tu non sei mai la stessa persona» le ricordai. «E ora fammi il sacrosanto favore di farti i cazzi tuoi in futuro».
«Tuo padre aveva delle belle mani, da pianista», cambiò argomento lei.
Per la prima volta in ventitré anni sapevo qualcosa relativamente a mio padre. «Vi siete incontrati una volta. Si è comportato in modo rassicurante», aggiunse.
«Fregacazzi», dissi inizialmente, poi cambiai idea: «Chi è?»
«In bocca al lupo per il parto, amore mio» glissò la mia vecchia.
La telefonata si interruppe.
Partorii mia figlia due giorni prima del mio ventiquattresimo compleanno. La chiamai Luce, come mia nonna. Quando vidi quell’esserino per la prima volta, sorrisi e mi scusai: non le avevo fatto un gran favore mettendola al mondo e se ne sarebbe accorta al momento del menarca.
Ventinove giorni dopo il parto, mi tornarono le mestruazioni e rientrai nella cuspide. Ciò che mi attendeva, era terrificante.

9 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 37

  1. Excuse me Sir, mi è sfuggita una cosa, la protagonista senza nome dopo il “fisting” chiede ad Alba cosa ci faccia lì e nelle frasi dopo si parla di una “maratona” (riferito al sesso?) e sembra che la suddetta Alba sia appena arrivata da Londra mentre prima è chiaro che hanno passato diverso tempo insieme. Tempi voluti o un disguido causato da revisione del testo? O forse ho solo interpretato male io.

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    1. Non ho capito.

      Alba e la protagonista sono coinquiline a Londra
      Poi la protagonista incinta lascia l’Inghilterra
      Passa del tempo, e Alba si ripresenta da lei
      scopano tutta la mattina, e mentre chiacchierano si eccitano a vicenda e scopano ancora…
      giusto? 🙂

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    1. Ora può morire. E se non muore, la cagiona la fine di qualcuno. – Eheheheh sembri fatto a posta per leggere questa storia, perché nella prima stesura ho stabilito la peggior morte possibile (leggibile) per la madre. Quella meno soddisfacente.

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