Le dimensioni contano – Parte 36

Dopo la telefonata feci una lunga doccia, mi vestii e mi concessi un giro per Londra. Abitavo dalle parti di Hammersmith e ciò non mi sorprese: l’80 % delle persone erano bianche, pochi neri, caraibici e asiatici. Essere razzista porta a scelte precise. A prescindere da certe convinzioni di merda, quella era una zona abbastanza interessante in cui abitare. Le costruzioni vittoriane e edoardiane di Brook Green, Riverside e Brakenbury Village, assieme ai parchi e le auto che procedevano a sinistra e non a destra, trasudavano un fascino assolutamente british che rendeva meno grave un “mal di Sardegna” che non avevo mai provato in passato – grazie al cazzo, non avevo mai lasciato l’isola se non per andare in vacanza.
Pioveva. «The summer is magic… shalalalà», canticchiavo ironica e anacronistica dirigendomi verso la Fulham Brodway Tube Station.
Una volta in stazione, poco vicino all’ingresso, un uomo mi afferrò per un braccio, tirandomi a sé. Fisicamente era più basso di me, arrivava a stento al metro settanta; ma era grosso come un frigorifero, e aveva la faccia minacciosa, nonostante la “pettinatura” in stile Lino Banfi. Credo che avesse una cinquantina d’anni, o poco meno.
«Ti avevo detto fuori Londra», sibilò costringendomi contro una parete, minaccioso. «E ora ripetimi quello che hai detto ieri».
«Non lo ricordo», dissi per nulla spaventata. Osservai la sua mano sinistra, era fasciata. Probabilmente l’anulare che avevo amputato era il suo. Ma non era quello l’aspetto più sorprendente. A Londra abitavano milioni di persone, quante possibilità c’erano che una persona mi trovasse con tanta velocità e casualità? Il destino, tanto per cambiare, mi prendeva abbondantemente per il culo, e senza la cortesia di una preventiva spalmata di vasellina.
«Hai abortito quel coso?» domandò minaccioso.
Cristosanto, no. Non potevo essere andata a letto con quel cesso d’uomo! Non poteva essere lui il padre di mia figlia.
«Rispondi, stronza», insisteva. Aveva un modo di parlare molto aggressivo, ma non provò minimamente a pestarmi. Non so se fosse rispettoso lui, o pericolosa io.
Non mi restò che scoprirlo: sollevai la gamba, la mia coscia era rivolta verso lo scroto del bersaglio; nonostante il tacco alto degli stivaletti in cuoio, ruotai il piede perno per bilanciare la contro-spinta del calcio; spinsi avanti l’anca e distesi la gamba, centrando perfettamente le palle del cinquantenne. Da come lo vidi contorcersi, mi resi conto di avere buona dimestichezza con il Taekwondo.
«Ora dimmi cosa sai», affermai avvicinandomi, poggiandogli la suola del piede destro sotto il mento e premendo. «Oppure ti taglio un altro dito, o un’altra cosa a cui tieni molto di più».
«Non lo farai».
«Potrei decapitarti. Tecnicamente risulterebbe circoncisione», minacciai ancora con il mio solito eloquio da contessa di Stock Hudson.
L’uomo mormorò qualcosa di incomprensibile, continuando a tenere le mani calcate sul basso ventre. Tossiva, il suo viso era paonazzo. Respirava con la bocca, gli occhi fessurati per via del dolore.
Attesi che si riprendesse, poi gli diedi una mano a sollevarsi. Passeggiammo quindi l’uno di fianco all’altra. Non c’era una meta precisa, anche perché in quel preciso momento non esisteva un solo posto al mondo dove mi sarei voluta trovare, o che fossi curiosa di visitare per la prima volta.
«Terrò la bambina», cominciai. «Ma ho preso un colpo in testa e non ricordo un cazzo delle ultime settimane».
Non mi credette. «Tu prendi un colpo in testa perdendo la memoria», opinò, «e poi vai nell’unico posto di Londra dove sei certa di incontrarmi?»
Sollevai le spalle. «C’è anche un “solito posto” fuori Londra», feci notare, riferendomi alla telefonata di poco tempo prima.
Gli chiesi se fosse lui il padre di mia figlia, ma non mi rispose. Gli chiesi come mai volesse vedermi, ma nessuna risposta a riguardo. Gli chiesi se fosse un neonazista e mi invitò a tacere. Il problema era che in quel momento aveva un vantaggio non indifferente nei miei confronti: a me servivano delle informazioni che lui poteva vendermi al prezzo che preferiva, e non necessariamente vere.
«Mio figlio mi aveva avvertito», rivelò poi. «Se ti fossi presentata da me a far domande strane, come effettivamente stai facendo ora, non avrei dovuto dirti un cazzo», affermò preoccupato. «Starò zitto, a costo di farmi ammazzare».
«Chi è tuo figlio?»
Nessuna risposta.
Avrei potuto insistere, e metterla su un piano diverso da quello verbale. Conoscevo le arti marziali del resto, e covavo una rabbia che mi trascinavo dietro da decine di universi. Ma non volevo rischiare: uno sforzo poteva costarmi un aborto e non volevo ripetere quel tipo di esperienza. Mi guardai attorno e osservai due poliziotti in lontananza: non dovevo rischiare.
«Se cambi idea», conclusi voltandomi verso l’uomo. «Cercami!»

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