Le dimensioni contano – Parte 34

«Il dottor Lafitte è tuo nonno», rivelò mestamente mia madre.
Impossibile. Mia nonna prima di morire aveva parlato di un inglese, e se la Geografia non mi ingannava, o se non mutava da universo a universo, tra Belgio e Inghilterra c’erano differenze notevoli. Inoltre non vedevo grandi somiglianze tra Lafitte e mia madre, esclusi gli occhi azzurri e le labbra carnose. Soprattutto, se io non sapevo nulla di mio padre, come poteva la mia vecchia sapere qualcosa del suo? Mi sembrava solo un colpo di teatro, e piuttosto mal riuscito.
«Nonna ha detto che ti ha concepita con un inglese», obbiettai infatti.
Mia madre sospirò. «Tua nonna ti ha mentito e…» si interruppe. «Lasciamo stare», riprese smettendo di guardarmi in volto. «Hai ragione tu, comportiamoci come due sconosciute, esci pure dalla mia vita», concluse.
Non so se sperasse che pronunciare quelle parole con tono apparentemente remissivo mi convincesse a cambiare idea, o a fidarmi ancora di lei. So che ero effettivamente stanca di non risposte o risposte elusive, e che non nutrii alcun senso di colpa quando me ne andai. In fondo mia madre aveva Andrea, e credo le bastasse: aveva un cazzo e credeva alle sue bugie.

Tornando verso casa individuai un luogo in cui ero stata prima di entrare nella cuspide. Era lo studio fotografico del mio patrigno, quello che si chiamava come il quartetto di evangelisti non apocrifi. Lo stronzo era ancora vivo e quando mi vide entrare non sembrò esattamente felice della mia presenza.
«Bentornata! A cosa devo il dispiacere?» cominciò tiepidamente, non appena si liberò di un cliente. «Sei venuta a scusarti?»
«Scusarmi di cosa?»
«Avevamo un appuntamento io e te», disse. «Un appuntamento a cui non ti sei mai presentata».
Sollevai le spalle. «Non mi ricordo», risposi sinceramente. «L’ultima volta che ci siamo visti stavo per entrare nella cuspide», rivelai con franchezza, omettendo ovviamente di averlo ucciso in quell’occasione.
Mi guardai attorno alla ricerca dell’arma del delitto, cioè l’affare girevole che funzionava con l’alta tensione. C’era, era poggiato su una mensola a pochi metri da me; ma era spento e scollegato dalla presa. Mi avvicinai incuriosita, più che altro per verificare la corrispondenza di quell’affare tra universi paralleli: sembrava identico a come lo ricordavo.
«Ho oggetti più interessanti di quel coso», rivelò Giovanni, o come diavolo si chiamava quel bastardo del mio patrigno. «E comunque è guasto!»
Peccato. Ogni oggetto capace di mandare al camposanto uno stupratore non meritava di guastarsi; in particolare se quella stuprata ero io.
Iperboli a parte, mi resi conto di una questione che mi era sfuggita: ero passata per la cuspide. Dunque la chiacchierata tra me e il mio patrigno – che dal mio punto di vista era avvenuta due universi prima – nella dimensione in cui mi trovavo non c’era mai stata. Di conseguenza potevo approfittarne per avere risposte sui nuovi sviluppi e sulle nuove cose che avevo scoperto, sperando che Giovanni non rispondesse in modo eccessivamente complicato.
«Posso farmi togliere le ovaie?» chiesi quindi.
Il mio patrigno sorrise. «Se ti sparassi in testa, moriresti?»
La sua non era una domanda, ma una risposta. Le sue parole però smentivano certi atteggiamenti che aveva avuto nei miei confronti prima che lo uccidessi l’ultima volta: sapeva che non potevo morire, eppure mi aveva messo in allerta per evitare che mi folgorassi. Non aveva senso. Mia madre non era dunque l’unica a mentirmi. Ora capivo perché in alcuni universi lei e il mio stupratore erano sposati: bugiardo con bugiarda, coppia eccellente.
«Prima di entrare nella cuspide ti ho ucciso», rivelai allora. «Ti ho spinto contro questo affare con l’alta tensione», aggiunsi.
Giovanni sorrise soddisfatto. «Vediamo se indovino: vedi quell’affare che emette un fascio colorato, ti incuriosisci, provi a toccarlo e io ti metto in guardia, avvertendoti che potrebbe ucciderti».
Deglutii. «No!» mentii.
«Bugiarda…» sussurrò compiaciuto.
Il mio odio nei confronti di quell’uomo era immenso e assolutamente irragionevole, molto più del fastidio che nutrivo ogni volta che in tv passavano il videoclip di Vieni da me de Le vibrazioni.
L’idea che Giovanni potesse prevedere le mie mosse mi dava letteralmente sui nervi. Stavo per andarmene ma il mio Nokia 3310 squillò: era un’amica di mia madre, Laura.
«Andrea è morto», disse in lacrime. «Un incidente a lavoro».
Il mio patrigno mi osservò sbiancare. «È morto il tizio che si scopa tua madre. Giusto?»
Non risposi. E con “non risposi” intendo “provai a colpirlo con una ginocchiata sullo stomaco”, se con “stomaco” si intende “scroto”.
«Se lo sapevi, perché non mi hai avvertita», chiesi dopo che schivò il colpo scostandosi, e facendomi finire contro la parete. Era stata più goffa di Duffy Duck quando prova a non sfigurare di fianco a Bugs Bunny.
Giovanni scosse il capo, ma mi porse la mano per aiutarmi a sollevarmi. «L’ho fatto, ti ho allertata; ma gli universi hanno probabilmente impedito che la notizia ti arrivasse», replicò con tono stranamente paterno. «Secondo il teorema di bla bla bla bla e bla bla bla bla bla…» Non lo ascoltai, né gli credetti; in realtà non ci capii nulla. Inoltre rischiavo di aggredirlo ancora, e farmi nuovamente e goffamente del male.
Mi dispiaceva per Andrea. Prima dei miei viaggi tra gli universi, lui e Barbara erano state le persone che mi ospitavano a casa nei weekend e che badavano a me quando mia nonna si faceva scopare da chissà chi; erano stati i genitori di Sonia, la mia migliore amica e compagna di ogni mia esperienza felice durante l’infanzia. Andrea aveva rappresentato un pezzo importante del mio passato “normale”, un frammento del mio essere stata uguale a tutti gli altri esseri umani unidimensionali.
Due giorni dopo mi venne il ciclo. Al risveglio mi ritrovai a Londra, in un appartamento condiviso con tre ragazze. Ero incinta.

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7 pensieri riguardo “Le dimensioni contano – Parte 34

        1. Sì. Più che altro perché sono psicotico nella vita reale… da bambino credevo di essere in una roba alla Truman Show (e non scherzo). Al suo posto avrei un libro e invece di scrivere sottolineerei le parole…
          o comunque qualcosa che nonna/mamma non possano modificare.

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